martedì 29 settembre 2020

LA DEVOZIONE A SAN MICHELE ARCANGELO - Conferenza in occasione della festa patronale 2001 nella Chiesa di San Michele Arcangelo di Casapozzano

 

San Michele Arcangelo - Affresco in S. Angelo in Formis

1. I SANTI PATRONI: Motivi Luoghi Esempi

Quando un paese celebra il suo Santo Patrono vuol dire che esso intende affidare la propria storia e la propria religiosità alla protezione, all’aiuto e alla benevolenza di questo Santo. Un Santo Patrono non è mai scelto per caso, o per motivi inspiegabili, oppure per imposizioni esterne.

Nella storia di un paese c’è sempre una motivazione, c’è sempre un avvenimento particolare, o vi sono eventi più complessi, i quali legano la devozione religiosa della Comunità al Santo che la protegge e la custodisce.

A volte il motivo è un miracolo che si verifica, oppure è un’apparizione divina che rende sacri luoghi ed abitudini; talvolta il motivo si ritrova in tradizioni antiche e leggendarie, e si lega anche al passaggio di un Santo per il paese che lo onora come Patrono o all’appartenenza originaria dello stesso Santo Patrono alla Comunità che lo celebra.

Vi sono infine molti altri motivi storici che possono giustificare la devozione di un popolo per un Santo Patrono. Moltissimi sono gli esempi che si potrebbero proporre per tutti questi casi, nelle grandi città, nei territori nazionali, nei piccoli paesi.

Ad esempio, San Benedetto da Norcia, Patriarca del monachesimo occidentale, è Patrono dell’Europa perché ai suoi monaci si deve l’evangelizzazione di questo Continente e la diffusione della civiltà cristiana in esso. San Francesco d’Assisi è Patrono dell’Italia perché dall’Italia partì e si diffuse il movimento francescano, e la sua predicazione si colloca anche all’origine della Letteratura Italiana.

Tra gli esempi più vicini al nostro territorio diocesano è quello dell’Apostolo Paolo per la Chiesa di Aversa, il quale si ritiene per antica tradizione che fosse transitato per quel luogo quando da Pozzuoli si portò in Atella e a Capua, per poi giungere a Roma. Un altro esempio è quello di San Sossio per Frattamaggiore che condivide con i Frattesi l’origine da Miseno; ed un altro esempio ancora è quello di Sant’Elpidio, il quale era un Vescovo nell’antica Atella ed ora è Patrono di Sant’Arpino che sorge sul territorio della città scomparsa.


2. I SANTI PATRONI NELLA FEDE: Cielo divino e Percorso terreno

In tutti questi casi, secondo la fede cristiana, i Santi Patroni costituiscono per la Comunità che rappresentano un tratto di unione importantissimo della loro vita storica e terrena con la vita soprannaturale e divina. Essi sono mediatori privilegiati della preghiera a Dio e portatori delle risposte della Grazia divina ai bisogni e alle richieste della Comunità.

I Santi Patroni sono garanzia e riflesso della mediazione tra Dio e l’uomo; mediazione che trova il senso più pieno, dal punto di vista teologico e dogmatico, in Gesù Cristo, Figlio di Dio fatto Uomo, e in Maria Madre di Dio trova il riverbero più luminoso.

In questo senso è rilevante il dato della vicinanza del Santo alla storia e alla religiosità del luogo di cui è Patrono. Un altro dato importante e particolare della devozione ai Santi Patroni è quello che si lega alle differenze, o alle varietà, che si sperimentano nella esperienza del sacro e del soprannaturale.

Il Cielo del divino a cui le comunità si rivolgono per le loro necessità storiche e contingenti, con le preghiere e le suppliche e attraverso l’impetrazione dei Santi Patroni, è un Cielo complesso e misterioso che è difficile da comprendere con le categorie umane. Per poterlo comprendere un poco i mistici credono che esso, per analogia, si connota come un percorso simile a quello del pellegrinaggio religioso cristiano. Un percorso che incontra vari luoghi e varie tappe, prima di giungere alla meta più alta.

Homo, Angelus, Deus” dicevano i monaci antichi nel descrivere le fasi e le tappe di questo pellegrinaggio mistico dell’ascesa dell’uomo all’esperienza di Dio: la fase della penitenza e della purificazione, la fase dell’illuminazione interiore, e la fase dell’unione con Dio. “L’Uomo, l’Angelo, Dio” sono gli Esseri che teologicamente stanno all’orizzonte del cammino della crescente perfezione cristiana e della Santità: gli Uomini amici di Dio che vengono celebrati come Santi della Chiesa, gli Angeli che già vivono nel cielo il riflesso della Santità di Dio, la Santissima Trinità che rappresenta il culmine della Grazia e della Vita Divina.


3. LE METE DEL PELLEGRINAGGIO

Fin dai primi secoli del Cristianesimo, questo Cielo e questo Percorso hanno avuto una esplicita rappresentazione territoriale nei luoghi e nelle mete del pellegrinaggio antico. L’esperienza spirituale cristiana non è mai stata disgiunta dal cammino reale verso una meta religiosa collocata geograficamente; e nella costellazione degli innumerevoli percorsi possibili il cammino verso la meta dell’Uomo, verso la meta dell’Angelo e verso la meta di Dio, ha assunto alcune fondamentali direttrici.

Il cammino dell’Uomo ha avuto sempre la principale meta di Roma e di Santiago di Compostela: luoghi in cui si venerano la spoglie degli Apostoli Pietro, Paolo e Giacomo. Il cammino dell’Angelo ha sempre avuto la meta principale del Santuario del Gargano sorto sul luogo dell’apparizione dell’Arcangelo Michele. Il cammino di Dio ha sempre avuto la meta di Gerusalemme e dei luoghi della vicenda evangelica di Gesù Cristo Verbo di Dio fatto uomo.

Ulteriori direttrici del percorso cristiano sono ovviamente quelle del cammino verso i Santuari Mariani e quelle del cammino verso i Santuari dedicati ai Santi celebri e popolari. Si possono intuire, quindi, l’importanza e la vastità della rete devozionale che si è sviluppata ab antiquo intorno a queste direttrici, e si possono immaginare gli spunti di ricerca e di approfondimento circa questi argomenti.

Noi ci concentriamo sul tema locale della devozione a San Michele Arcangelo. La chiesa di Casapozzano è sorta sul Cammino dell’Angelo e perciò partecipa a pieno titolo alle importanti tematiche storiche e teologiche che vi sono connesse.


4. IL PERCORSO DELL’ANGELO: Bizantini e Longobardi

L’Arcangelo Michele apparve nella grotta del Gargano nel V-VI secolo, e subito quel luogo divenne il principale santuario micaelico della cristianità. Infatti ad esso si recavano i pellegrini, i monaci e i crociati del Medioevo che lo individuavano sia come la meta ultima del percorso mistico dell’Angelo, e sia come la tappa intermedia del percorso verso Gerusalemme per quelli che in Puglia si recavano anche per imbarcarsi per la Terra Santa.

All’epoca dell’apparizione sul Gargano il culto micaelico aveva già dei centri in Oriente, a Costantinopoli, e in Italia a Roma, in Sicilia e nell’Umbria a Spoleto.

La successiva diffusione di questo culto in tutta l’Italia meridionale fu favorita dai Longobardi del Ducato di Benevento. Questi l’8 Maggio del 663 sconfissero i Saraceni sulle coste del Gargano, vicino Siponto, ed attribuirono la loro vittoria all’intervento dell’Arcangelo che divenne così il loro Santo nazionale e, come ci riferisce Benedetto Croce nella Storia del Regno di Napoli, sostituì le divinità guerriere della loro mitologia barbarica.

Ai Longobardi che avevano conquistato gran parte dell’Italia si deve anche la diffusione del culto di San Michele in Lombardia, a Pavia ed in altri luoghi, ove gli furono dedicate chiese e fu effigiato sui monumenti e sulle insegne civili e militari. La data dell’8 maggio fu pure celebrata da tutta la cristianità. Ai contatti di questo popolo con gli altri stati barbarici si deve anche la diffusione del culto micaelico in Francia, fino alla costa della Normandia, ove nel VIII secolo fu fondato da monaci irlandesi il Santuario di Mont Saint Michael che divenne il centro dell’ulteriore diffusione del culto dell’Arcangelo in Irlanda, in Inghilterra, in Germania ed in altre parti d’Europa.

Abbiamo una notevole testimonianza della diffusione e del significato del culto di San Michele nell’altomedioevo europeo proprio nel racconto di un pellegrinaggio realizzato nel IX secolo dal monaco Bernardo: il Bernardi Itinerarium. Bernardo partì con altri suoi amici da un monastero del beneventano, si recò prima a Roma e successivamente giunse al Santuario del Gargano. Quindi raggiunse Gerusalemme navigando per il Mediterraneo; ed infine ritornò in Italia che poi percorse interamente lungo la tratta Francigena. La sua ultima meta fu il Santuario di Mont Saint Michael in Normandia, ove concluse il suo lunghissimo percorso.

Per avere una idea dell’impresa si può far riferimento al fatto che partendo dalla Campania, occorrevano alcune settimane per il pellegrinaggio al Gargano, circa tre mesi per il pellegrinaggio a Santiago e circa tre anni per il pellegrinaggio a Gerusalemme.


5. IL CULTO MICAELICO: Italia Meridionale, Normanni, Campania

Dalla Normandia intorno all’anno 1000 proveniva quel gruppo di nobili e di militi normanni che si stabilirono in Campania e che in Aversa fondarono la prima Contea normanna dell’Italia meridionale. Quei Normanni vennero in Italia proprio per realizzare un pellegrinaggio al Santuario di San Michele al Gargano, e rimasero nelle nostre terre perché combattendo dapprima contro i Saraceni si trovarono poi impegnati nelle lotte di potere tra i Bizantini di Napoli e i Longobardi di Capua, di Benevento e di Salerno.

Nel corso di un secolo i Normanni conquistarono l’intera Italia Meridionale, compresa la Sicilia, e con il loro governo del territorio diedero nuove impronte e nuovi sviluppi alle manifestazioni della religiosità e al culto di San Michele.

Il percorso dell’Angelo nell’epoca normanna in Campania si consolidò nei centri devozionali già esistenti dei Longobardi e si arricchì di nuovi luoghi. La Via che da Roma portava a Brindisi, appena lasciato il Lazio, ed inoltrandosi lungo la direzione di Capua, di Benevento e della Puglia, diveniva immediatamente una Via ove era presente e diffusa la protezione di San Michele, visibile nelle periferie e nei centri urbani, e soprattutto nei luoghi elevati delle rocche e di cigli montani. Così era a Mondragone, a Capua, a Sant’Angelo in Formis, a Caserta Antica, a Maddaloni, a Sant’Angelo alla Palombara; così era nel Beneventano, a Sant’Angelo dei Lombardi, e giù per la Capitanata fino alla Via Sacra che saliva al Santuario del Gargano. All’Arcangelo venivano dedicati luoghi e chiese anche sulle vie di collegamento tra le città cospicue.


Borgo di Casapozzano - Chiesa di San Michele Arcangelo


6. IL CULTO MICAELICO: Atella e Casapozzano

La Chiesa di San Michele Arcangelo di Casapozzano sorse sulla via che si dipartiva da Atella e che si diramava poi, nell’area del Clanio, nelle direzioni di Capua, di Caserta, di Maddaloni e di Acerra, lungo le quali pure si incontravano altri siti micaelici, come quello di Marcianise e del Gualdo di Sant’Arcangelo.

Si può dire che l’orizzonte della prospettiva che si può operare da questa chiesa verso i cigli e le rocche del pre-appennino campano che precede il valico per la Puglia e per il Santuario maggiore, sia un orizzonte tutto micaelico punteggiato dei santuari anche visibilmente osservabili dedicati a San Michele (Maddaloni, Caserta Antica, Sant’Angelo in Formis).

La Chiesa sorta al luogo d’origine di questa prospettiva, che era propria anche dell’antica diocesi atellana non poteva che essere dedicata a San Michele. Il più antico riferimento documentato della devozione a San Michele collegata con il territorio dell’antica Atella risale al X secolo, ed è contenuto nella Storia dei Longobardi di Benevento scritta dal monaco cassinese Erchemperto sulla scia della più famosa Storia dei Longobardi d’Italia scritta poco tempo prima dal più famoso Paolo Diacono.

Per Casapuzzano, inteso come borgo antico e medievale, i riferimenti più antichi sono contenuti nei documenti e nelle cartule del Codice Diplomatico di Montevergine e nelle scritture del Codice Normanno di Aversa e risalgono al 1100, al XII secolo. Questi documenti segnalano Casapozzano come un luogo ove si erano stanziati signori di origine normanna, tra i quali i Blancardus (che è la versione latina del cognome normanno Blanchard che fu italianizzato poi in Biancardo il quale è ancora un cognome esistente nella nostra area).

Tra le altre cose questi signori stabilirono anche un rapporto di donazione di terre con il Santuario di Montevergine, fondato dal pellegrino San Guglielmo; santuario che proprio all’epoca si stava sviluppando e stava divenendo il sito religioso più importante sul versante irpino del percorso che portava al principale santuario micaelico del Gargano.

Tra le terre donate al santuario ve ne era una che si denominava ‘Campo di Santa Maria’. Molto probabilmente su queste donazioni si basò nel medioevo la presenza dei Monaci Verginiani in Casapozzano, e la valorizzazione del complesso ecclesiastico locale anche come un sito della devozione mariana. Questa presenza monastica medievale in Casapozzano è data per certa da Mario Placido Tropeano che è appunto il monaco di Montevergine che ha redatto e pubblicato i dieci grandi volumi del Codice Diplomatico di Montevergine che ho già citato.

Si intravede così una delle radici storiche che stanno all’origine di quel contesto culturale e religioso-monastico del medioevo di Casapozzano, che per certi aspetti portò alla committenza delle opere d’arte e degli affreschi con l’iconografia mariana che furono realizzati tra la fine del 300 e l’inizio del ‘400 nella Chiesa di San Michele, e che ancora in parte si possono ammirare in essa.


7. SAN MICHELE DI CASAPOZZANO: I documenti più antichi

La Chiesa medievale di Casapozzano era sicuramente dedicata a San Michele, è ciò viene detto in contraddizione con le analisi storiche che circolano su Casapozzano le quali tendono a far risalire ad una epoca più recente la dedicazione di questa chiesa all’Arcangelo. La certezza storica dell’antica esistenza della Chiesa di San Michele in Casapozzano proviene da due documenti, che sono contenuti nelle Rationes Decimarum in Campania pubblicate dal Vaticano e che risalgono al 1324. Questi documenti parlano esplicitamente della “Ecclesia Sancti Michaelis de Casapuczana” e la descrivono come una chiesa abbaziale. Da essi si evince che la Chiesa di san Michele era una abbazia retta da un abate e che aveva un presbitero che la officiava: l’abate proveniva dall’area cassinese e si chiamava Dyonisio de Trajecto ed il presbitero si chiamava Iunta de Vico (o de Vito). Nella stessa Raccolta delle Decime del 1324 si parla anche di altri due presbiteri, Riccardus De Augustino e Riccardus de Laudano, i quali officiavano la “Ecclesia sancti Nicolay de Casapuczana”.

Sicuramente questi documenti possono dare un contributo ad arricchire la storia ecclesiastica locale e a supportare con maggiore sicurezza supposizioni ed ipotesi storiografiche che ancora si fanno circa la storia antica di Casapozzano e delle sue chiese.

Va sottolineato che l’epoca della redazione di questi documenti è l’epoca della dinastia angioina nel Regno di Napoli, la quale sostituì il governo dei Normanni e valorizzò una diffusa religiosità collegata con i grandi temi della cultura e dell’arte. In particolare durante questa dinastia, con il favorire dei nuovi ordini religiosi, Francescani e Domenicani, vi fu il recupero della devozionalità longobarda, bizantina e normanna, incentrata sui temi micaelici; ed il Santuario di Montevergine, molto amato da questa dinastia, fu grandemente valorizzato ed ebbe occasione di divenire insieme meta devozionale aristocratica e popolare, con grancie monastiche, siti devozionali , tenimenti e rettorie sparsi in ogni dove per l’Italia meridionale e nelle nostre contrade.

Si intravede così nell’epoca angioina un’altra delle radici storiche che stanno all’origine della cultura devozionale e della committenza degli affreschi di Casapozzano. Tutti questi elementi ci rimandano una importante e nobile immagine dell’antichità e del sicuro inserimento di questa Chiesa nel grande circuito della devozione micaelica in Campania.


Affreschi di Casapozzano


C
ONCLUSIONE

Tralascio gli altri aspetti della storia locale che sono già stati descritti in varie opere in circolazione che si possono facilmente recuperare, e che riguardano la storia del borgo medievale e le vicende della Chiesa di San Michele nella Diocesi di Aversa considerata da dopo il Concilio di Trento. Queste vicende sono in fondo quelle che ancora oggi si ravvisano nei segni presenti dell’organizzazione ecclesiastica parrocchiale, delle congreghe, dei gruppi, della liturgia, della pratica devozionale, dell’arte e dell’architettura che ci circonda. Nella nostra epoca credo che sia importante recuperare la memoria e i segni della comunità antica. Una città, un paese, un borgo non sono mai un mero raggruppamento fisico di case e di residenze; essi sono il luogo ove palpita la vita storica della comunità locale che si esprime nelle dimensioni attuali ma che trova fondamenti nel patrimonio dell’ambiente tradizionale, delle manifestazioni dell’arte, della religiosità, delle chiese e dell’urbanistica antica.

La Chiesa di San Michele e la devozione all’Arcangelo, così come l’abbiamo vista espressa nel nostro territorio, sono forse il principale dei fondamenti della vita storica della comunità di Casapozzano, rispetto al quale trovano consistenza anche quegli altri fondamenti che attengono la sua vita civile, la cultura, l’educazione delle nuove generazioni e la visione del bene futuro.



FRANCESCO D'ASSISI SULLE ORME DI GESU'

Vivere come testimone del Signore ed immergersi nell’annuncio del suo Vangelo. E’ il senso del cammino religioso ed umano di Francesco d’Assisi (1181-1226). E’ l’esempio personalmente offerto, e a chiare lettere, ai suoi frati, alle sue sore, e ai suoi amici devoti. Francesco lo dice in tutti i luoghi da lui narrati e che di lui narrano. Fino all’incontro con sorella morte.

San Francesco. Effige di Greccio


Da giovane mondano il Signore gli “dette d’incominciare penitenza” (Fonti del Testamento) portandolo prima all’incontro con il dolore del lebbroso e poi alla riflessione che lo portò ad “uscire dal mondo”. Lo riempì poi del sentimento comunitario e dell’amore sacro della sua dimora e della sua presenza in tutte le chiese; a tal punto che Francesco era solito così pregare:

Ti adoriamo, Signore Gesù Cristo, anche in tutte le tue chiese che sono nel mondo intero e ti benediciamo, perché con la tua santa croce hai redento il mondo”.

E personalmente dialogando con il Crocifisso pregava:

Altissimo glorioso Dio, illumina le tenebre de lo core mio. Et dame fede dricta, speranza certa e carità perfecta, senno e cognoscemento, Signore, che faccia lo tuo santo e verace comandamento. Amen”.

Quando si accorse che avrebbe dovuto indicare la strada anche ai frati che incominciarono a seguirlo e a stargli vicino, Francesco chiese al Signore di illuminarlo; e così egli racconta:

E dopo che il Signore mi dette dei frati, nessuno mi mostrava che cosa dovessi fare, ma lo stesso Altissimo mi rivelò che dovevo vivere secondo la forma del santo Vangelo. Ed io la feci scrivere con poche parole e con semplicità, e il signor Papa me la confermò” .

Correva l’anno 1209. A questo proposito dicono le Fonti della Regola non bollata:

Questa è la prima Regola che il beato Francesco compose, e il signor papa Innocenzo gli confermò senza bolla. Nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo! Questa è la vita del Vangelo di Gesù Cristo, che frate Francesco chiese che dal signor papa Innocenzo gli fosse concessa e confermata. Ed egli la concesse e la confermò per lui e per i suoi frati presenti e futuri”.

La vita del Vangelo e l’imitazione di Cristo rappresentano così il senso del cammino spirituale

francescano che s’inoltra sulle orme del Signore Gesù. Sono il contenuto dell’esortazione di Francesco ai suoi frati:

Guardiamo con attenzione, fratelli tutti, il buon pastore che per salvare le sue pecore sostenne la passione della croce. Le pecore del Signore l’hanno seguito nella tribolazione e persecuzione, nell’ignominia e nella fame, nella infermità e nella tentazione e in altre simili cose; e ne hanno ricevuto in cambio dal Signore la vita eterna […] Beato il servo che accumula nel tesoro del cielo i beni che il Signore gli mostra e non brama dl manifestarli agli uomini con la speranza di averne compenso, poiché lo stesso Altissimo manifesterà le sue opere a chiunque gli piacerà. Beato il servo che conserva nel suo cuore i segreti del Signore.”

E la manifestazione dell’Altissimo, dice Francesco nella Lettera ai fedeli, è lo stesso Verbo del Padre:

Poiché sono servo di tutti, sono tenuto a servire a tutti e ad amministrare le fragranti parole del mio Signore. E perciò, considerando che non posso visitare personalmente i singoli, a causa della malattia e debolezza del mio corpo, mi sono proposto di riferire a voi, mediante la presente lettera e messaggio, le parole del Signore nostro Gesù Cristo, che è il Verbo del Padre, e le parole dello Spirito Santo, che sono spirito e vita. L’altissimo Padre celeste, per mezzo del santo suo angelo Gabriele, annunciò questo Verbo del Padre, così degno, così santo e glorioso, nel grembo della santa e gloriosa Vergine Maria, e dal grembo di lei ricevette la vera carne della nostra umanità e fragilità. Lui, che era ricco sopra ogni altra cosa, volle scegliere in questo mondo, insieme alla beatissima Vergine, sua madre, la povertà. E, prossimo alla passione, celebrò la pasqua con i suoi discepoli, e prendendo il pane, rese grazie, lo benedisse e lo spezzò dicendo: «Prendete e mangiate, questo è il mio corpo». E prendendo il calice disse: «Questo è il mio sangue della nuova alleanza, che per voi e per molti sarà sparso in remissione dei peccati». Poi pregò il Padre dicendo: «Padre, se è possibile, passi da me questo calice». E il suo sudore divenne simile a gocce di sangue che scorre per terra. Depose tuttavia la sua volontà nella volontà del Padre dicendo: «Padre, sia fatta la tua volontà; non come voglio io, ma come vuoi tu». E la volontà di suo Padre fu questa, che il suo figlio benedetto e glorioso, che egli ci ha donato ed è nato per noi, offrisse se stesso, mediante il proprio sangue, come sacrificio e vittima sull’altare della croce, non per sé, poiché per mezzo di lui sono state create tutte le cose, ma in espiazione dei nostri peccati, lasciando a noi l’esempio perché ne seguiamo le orme. E vuole che tutti siamo salvi per mezzo di lui e che lo riceviamo con cuore puro e col nostro corpo casto”.

Il Corpo del Signore è offerto quindi in espiazione dei peccati e la sua memoria sacramentale serve ad esempio per seguirne le orme. E’ quello eucaristico l’ulteriore versante della spiritualità francescana conformata alla imitazione di Cristo. Ed è anche il significato dell’implorazione di Francesco, rivolta ai suoi frati nella Lettera a tutto l’Ordine, ad avere riverenza del Corpo del Signore:

Pertanto, scongiuro tutti voi, fratelli, baciandovi i piedi e con tutto l’amore di cui sono capace, che prestiate, per quanto potete, tutta la riverenza e tutto l’onore al santissimo corpo e sangue del Signore nostro Gesù Cristo, nel quale tutte le cose che sono in cielo e in terra sono state pacificate e riconciliate a Dio onnipotente”.

Nella stessa lettera l’esortazione del santo ai frati si estende anche al necessario zelo da avere per le cose di Dio e per il decoro liturgico della sua sacra dimora:

E poiché chi è da Dio ascolta le parole di Dio, perciò noi, che in modo tutto speciale siamo deputati ai divini uffici, dobbiamo non solo ascoltare e praticare quello che Dio dice, ma anche, per radicare in noi l’altezza del nostro Creatore e la nostra sottomissione a lui, custodire i vasi sacri e i libri liturgici, che contengono le sue sante parole. Perciò, ammonisco tutti i miei frati e li incoraggio in Cristo perché, ovunque troveranno le divine parole scritte, come possono, le venerino e, per quanto spetti a loro, se non sono ben custodite o giacciono sconvenientemente disperse in qualche luogo, le raccolgano e le ripongano in posto decoroso, onorando nelle sue parole il Signore che le ha pronunciate. Molte cose infatti sono santificate mediante le parole di Dio e in virtù delle parole di Cristo si compie il sacramento dell’altare”.

Il Signore stesso rivelò a Francesco il saluto che i frati dovevano dire: “Il Signore ti dia la pace!”.

Questo saluto evoca quello dello stesso Signore risorto apparso ai discepoli riuniti nel Cenacolo:

Pace a voi. Come il Padre ha mandato me, anche io mando voi” (Gv 20, 21). Camminare sul mandato evangelico del Signore ai suoi discepoli è lo stile del cammino francescano sulle orme di Gesù.

Negli ultimi anni della sua vita, dalla notte di Natale del 1223, vissuta nell’esperienza del presepe vivente di Greccio, attraverso l’esperienza delle Stimmate ricevute nella solitudine della Verna (1224), fino al Beato transito alla Porziuncola (3 ottobre 1226), Francesco d’Assisi visse veramente in maniera intensa la sua personale conformazione a Cristo. I racconti biografici delle Fonti mettono in risalto vari aspetti, avolte anche olegrafici di quelle esperienze, ma soprattutto riconoscono la profondità dell’esperienza di fede del Santo e il dono della Grazia del Signore.

Il primo biografo (Tommaso da Celano nella Vita Prima) mette particolarmente in risalto di Francesco la sua relazione con il Vangelo di Cristo:

La sua aspirazione più alta, il suo desiderio dominante, la sua volontà più ferma era di osservare perfettamente e sempre il santo Vangelo e di imitare fedelmente con tutta la vigilanza, con tutto l'impegno, con tutto lo slancio dell'anima e del cuore la dottrina e gli esempi del Signore nostro Gesù Cristo [...] Meditava continuamente le parole del Signore e non perdeva mai di vista le sue opere. Ma soprattutto l'umiltà dell'Incarnazione e la carità della Passione aveva impresse così profondamente nella sua memoria, che difficilmente gli riusciva di pensare ad altro. A questo proposito è degno di perenne memoria e di devota celebrazione quello che il Santo realizzò tre anni prima della sua gloriosa morte, a Greccio, il giorno del Natale del Signore [...] Francesco si è rivestito dei paramenti diaconali perché era diacono, e canta con voce sonora il santo Vangelo.”

Anche l’eperienza di Francesco all’eremo della Verna ebbe un fondamentale riferimento al Vangelo. Ciò si evince dalla narrazione della stessa fonte del Celano:

Un giorno si accostò all'altare che era stato eretto in quell'eremitorio, e vi depose sopra devotamente il libro dei Vangeli. Poi, prostrato in preghiera non meno col cuore che col corpo, implorava umilmente Dio buono, padre della misericordia e Dio di ogni consolazione (2Cor 1,3) che si degnasse manifestargli il suo santissimo volere, e perché potesse condurre a compimento quello che un tempo aveva intrapreso con semplicità e devozione, lo pregava e supplicava di rivelargli alla prima apertura del libro quanto gli conveniva fare. Si conformava così a quegli antichi grandi maestri di santità che avevano agito, ispirati da Dio, in modo analogo.”

Lo stato d’animo di Francesco in quella situazione si può comprendere dalla stessa preghiera così formulata e che si legge dalle Fonti nei suoi Scritti (Absorbeat):

Rapisca, ti prego, o Signore, I’ardente e dolce forza del tuo amore la mente mia da tutte le cose che sono sotto il cielo, perché io muoia per amore dell’amor tuo, come tu ti sei degnato morire per amore dell’amor mio.”

La narrazione del Celano sull’esperienza della Verna così continua:

Terminata la preghiera, si alzò e con spirito di umiltà e contrizione di cuore (Dn 3,9), fatto il segno della santa croce, prese il libro dall'altare e lo aprì con riverenza e timore. Ora avvenne che alla apertura del libro, la prima cosa sulla quale si posarono i suoi occhi fu la passione di nostro Signor Gesù Cristo, ma solo nel tratto in cui viene predetta. Per timore che si trattasse di un caso fortuito, chiuse e riaperse il libro una seconda e una terza volta, e risultò sempre un passo uguale o somigliante. Il servo di Dio che era pieno dello Spirito di Dio, capì allora che sarebbe entrato nel Regno dei Cieli solo attraverso innumerevoli tribolazioni, angustie e lotte.

Allorché dimorava nel romitorio che dal nome del luogo è chiamato «Verna », due anni prima della sua morte, ebbe da Dio una visione. Gli apparve un uomo, in forma di Serafino, con le ali, librato sopra di lui, con le mani distese ed i piedi uniti, confitto ad una croce. Due ali si prolungavano sopra il capo, due si dispiegavano per volare e due coprivano tutto il corpo. A quell'apparizione il beato servo dell'Altissimo si sentì ripieno di una ammirazione infinita, ma non riusciva a capirne il significato. Era invaso anche da viva gioia e sovrabbondante allegrezza per lo sguardo bellissimo e dolce col quale il Serafino lo guardava, di una bellezza inimmaginabile; ma era contemporaneamente atterrito nel vederlo confitto in croce nell'acerbo dolore della passione. Si alzò, per così dire, triste e lieto, poiché gaudio e amarezza si alternavano nel suo spirito. Cercava con ardore di scoprire il senso della visione, e per questo il suo spirito era tutto agitato.

Mentre era in questo stato di preoccupazione e di totale incertezza, ecco: nelle sue mani e nei piedi cominciarono a comparire gli stessi segni dei chiodi che aveva appena visto in quel misterioso uomo crocifisso. Le sue mani e i piedi apparvero trafitti nel centro da chiodi, le cui teste erano visibili nel palmo delle mani e sul dorso dei piedi, mentre le punte sporgevano dalla parte opposta. Quei segni poi erano rotondi dalla parte interna delle mani, e allungati nell'esterna, e formavano quasi una escrescenza carnosa, come fosse punta di chiodi ripiegata e ribattuta. Così pure nei piedi erano impressi i segni dei chiodi sporgenti sul resto della carne. Anche il lato destro era trafitto come da un colpo di lancia, con ampia cicatrice, e spesso sanguinava, bagnando di quel sacro sangue la tonaca e le mutande.”

Francesco volle concludere la sua vicenda terrena nello stesso luogo ove era nata la sua vocazione e la sua comunità di frati; e si fece portare alla Porziuncola:

Dimorava allora il Santo nel palazzo del vescovo di Assisi, e pregò i frati di trasportarlo in fretta a Santa Maria della Porziuncola, volendo rendere l'anima a Dio là dove, come abbiamo detto, per la prima volta aveva conosciuto chiaramente la via della verità […] Poi si fece portare il libro dei Vangeli, pregando che gli fosse letto il brano del Vangelo secondo Giovanni, che inizia con le parole: Sei giorni prima della Pasqua, sapendo Gesù ch'era giunta l'ora di passare da questo mondo al Padre (Gv 12,1; 13,1). Questo stesso passo si era proposto di leggergli il ministro, ancora prima di averne l'ordine, e lo stesso si presentò alla prima apertura del libro, sebbene quel volume contenesse tutta intera la Bibbia.

E dato che presto sarebbe diventato terra e cenere, volle che gli si mettesse indosso il cilicio e venisse cosparso di cenere. E mentre molti frati, di cui era padre e guida, stavano ivi raccolti con riverenza e attendevano il beato «transito» e la benedetta fine, quell'anima santissima si sciolse dalla carne, per salire nell'eterna luce, e il corpo s'addormentò nel Signore”.

Jacopa de’ Settesoli, la nobildonna romana che ospitava Francesco quando si recava a Roma, e che a questi e ai suoi frati aveva donato il luogo ove sorge la chiesa di San Francesco a Ripa, si ritrovò miracolosamente presente alla dipartita del Santo alla Porziuncola. Proprio quando Francesco le fece scrivere la lettera che la pregava di venire ad Assisi con i ceri e il cilicio per la sepoltura e con qualche dolce che ella a Roma preparava apposta per lui:

A donna Jacopa, serva dell’Altissimo, frate Francesco poverello di Cristo, augura salute nel Signore e la comunione dello Spirito Santo. Sappi, carissima, che Cristo benedetto, per sua grazia, mi ha rivelato che la fine della mia vita è ormai prossima. Perciò, se vuoi trovarmi vivo, vista questa lettera, affrettati a venire a Santa Maria degli Angeli, poiché se non verrai prima di tale giorno, non mi potrai trovare vivo. E porta con te un panno di cilicio in cui tu possa avvolgere il mio corpo e la cera per la sepoltura. Ti prego ancora di portarmi di quei dolci, che eri solita darmi quando mi trovavo ammalato a Roma”.

La fonte del Celano (Trattato dei miracoli) così narra:

Pochi giorni prima di morire chiese che fosse avvertita a Roma donna Giacoma, perché se voleva vedere colui che già aveva tanto amato come esule in terra e che ora era prossimo al ritorno verso la patria, si affrettasse a venire. Si scrive una lettera, si cerca un messo molto veloce e trovatolo si dispose al viaggio. All'improvviso si udì alla porta un calpestìo di cavalli, uno strepito di soldati e il rumore d'una comitiva. Uno dei confratelli, quello che stava dando istruzioni al messo, si avvicinò alla porta e si trovò alla presenza di colei, che invece cercava lontano. Stupito, si avvicinò in fretta al Santo e pieno di gioia disse: «Padre, ti annunzio una buona novella». Il Santo, prevenendolo, gli rispose: «Benedetto Dio, che ha condotto a noi donna Giacoma, fratello nostro! Aprite le porte, esclama, e fatela entrare, perché per fratello Giacoma non c'è da osservare il decreto relativo alle donne!».

La stessa fonte narra anche che donna Jacopa ebbe occasione di vedere con i suoi occhi le stimmate impresse nella carne del Santo e che si adoperò perché si conoscesse da tutti la santità e la somiglianza di Francesco con il Cristo crocifisso.

Jacopa de' Settesoli. Effige di Simone Martini


Alla morte di Francesco, che avvenne sul finire del sabato, volò sulla Porziuncola uno stormo di allodole. Lo narrò Bonaventura nella sua Leggenda Maggiore:

Le allodole, che sono amiche della luce e han paura del buio della sera, al momento del transito del Santo, pur essendo già imminente la notte, vennero a grandi stormi sopra il tetto della casa e roteando a lungo con non so qual insolito giubilo, rendevano testimonianza gioiosa e palese alla gloria del Santo, che tante volte le aveva invitate a lodare Dio.”

L’anno precedente malato agli occhi e quasi cieco, trascorrendo qualche tempo nel convento di San Damiano ospite di santa Chiara e delle Sorelle, Francesco aveva aggiunto le ultime strofe al suo Cantico di Frate Sole:

Altissimu, onnipotente, bon Signore,

Tue so’ le laude, la gloria e l’honore et onne benedictione.

Ad Te solo, Altissimo, se konfane,

et nullu homo ène dignu Te mentovare.

Laudato sie, mi’ Signore, cum tucte le Tue creature,

spetialmente messor lo frate Sole,

lo quale è iorno et allumini noi per lui.

Et ellu è bellu e radiante cum grande splendore:

de Te, Altissimo, porta significatione.

Laudato si’, mi’ Signore, per sora Luna e le stelle:

in celu l’ài formate clarite et pretiose et belle.

Laudato si’, mi’ Signore, per frate Vento

et per aere et nubilo et sereno et onne tempo,

per lo quale a le Tue creature dài sustentamento.

Laudato si’, mi’ Signore, per sor’Acqua,

la quale è multo utile et humile et pretiosa et casta.

Laudato si’, mi’ Signore, per frate Focu,

per lo quale ennallumini la nocte:

ed ello è bello et iocundo et robustoso et forte.

Laudato si’, mi’ Signore, per sora nostra matre Terra,

la quale ne sustenta et governa,

et produce diversi fructi con coloriti fiori et herba.

Laudato si’, mi’ Signore, per quelli ke perdonano per lo Tuo amore

et sostengo infirmitate et tribulatione.

Beati quelli ke ’I sosterrano in pace,

ka da Te, Altissimo, sirano incoronati.

Laudato si’, mi’ Signore, per sora nostra Morte corporale,

da la quale nullu homo vivente po’ skappare:

guai a quelli ke morrano ne le peccata mortali;

beati quelli ke trovarà ne le Tue sanctissime voluntati,

ka la morte secunda no ’I farrà male.

Laudate e benedicete mi’ Signore et rengratiate

e serviateli cum grande humilitate.”



sabato 16 maggio 2020

La devozione mariana di San Pasquale


Vita. San Pasquale Baylon da giovane ed umile pastorello desiderò ardentemente di divenire frate francescano nel convento di Santa Maria di Loreto presso il quale egli portava le sue pecore al pascolo. Nacque e morì in un giorno di Pentecoste: il 16 Maggio 1540 a Torre Hermosa ed il 17 Maggio 1592 a Villareal. 
La sua vocazione religiosa fu intensamente vissuta, impegnata nello studio autodidatta, arricchita di ascetiche attese, incoraggiata da visioni divine e dalla apparizione dei Santi Francesco e Chiara. 
La spiritualità eucaristica, unita alla devozione mariana, fu il tratto fondamentale della sua vita religiosa, interamente vissuta nell’obbedienza dell’umile frate servitore del convento e dei poveri, e nella costante contemplazione del mistero della presenza sacramentale del Signore. 
In un contesto storico caratterizzato dalla disputa con i protestanti che si affermavano in Europa, Pasquale viaggiò molto per il suo Ordine ed affinò i ragionamenti a difesa e a testimonianza della fede cattolica. Scrisse anche un compendioso trattato teologico ed apologetico che fu utilissimo per i molti suoi confratelli studiosi e teologi impegnati nelle controversie dell’epoca. 
La sua vita fu ricca di carità e di segni miracolosi, e la sua morte fu accompagnata da prodigi collegati alla sua devozione e alle celebrazioni eucaristiche nella Chiesa del suo convento. Era stato ammesso tra i francescani alcantarini nel 1564, come fratello laico, dopo 6 anni dalla sua richiesta e dopo aver dato prova di una vocazione santa ed irrinunciabile. 
Fu proclamato beato nel 1618 e fu canonizzato nel 1690. Il suo culto si diffuse subito a Roma, in Spagna, nel Regno di Napoli e negli altri luoghi della dominazione spagnola e della missione francescana nel mondo.


Devozione mariana. La vita del santo francescano è stata narrata da vari autori e con vari intenti, da quelli processuali ecclesiastici disposti per la beatificazione e la canonizzazione nel XVII secolo a quelli apologetici e devozionali divulgati fino ai tempi più recenti. 
Non mancano saggi e ricerche scritti e svolte per documentare anche il valore teologico ed il significato spirituale dell’opera autografa di San Pasquale (il cartapacio) ricca di riflessioni sulla fede e di esercizi orazionali. 
Una vasta biblioteca ed un ampio repertorio museale sono dislocati in Spagna e a livello internazionle in vari luoghi francescani ed accademici, ed assumono una posizione di riferimento le opere del Santuario di Villareal, la Basilica Pontificia dedicata alla custodia delle reliquie del santo.

Nel 1601 padre J. Ximenez dedicò decine di pagine del suo libro (Chronica del B. Fray Pasqual Baylon) alla presentazione dei testi autografi del frate per il quale era in corso il processo canonico.
Da questo libro ho ricavato qualche spunto per una piccola dedica mariana di maggio, nel giorno dedicato al santo di cui porto il nome, fatta con le parole di frate Pasquale.
Il riferimento a Maria è immediatamente presente nella intestazione del cartapacio manoscritto del santo.



Si leggono poi, tra le numerose redatte dal santo, alcune preghiere e riflessioni devozionali rivolte alla Vergine Santa. Esse sono particolarmente belle e semplici e le leggiamo di seguito nelle parole originali della madre lingua e con sicuro frutto spirituale.



In questi componimenti di frate Pasquale risultano interessanti sia la moderna visione ecclesiologica della fede (Maria Madre della Chiesa) e sia il sentimento della umile poesia che si lega alla sua preghiera (le rose bianche delle Ave Maria con le rose rosse dei Pater noster che vanno a comporre l’inedito formulario del Rosario di Gesù).

Nella Liturgia delle Ore del proprio di San Pasquale (17 maggio) è riportato per l'Ufficio delle Letture questo testo del Santo:

Dagli «Scritti» di san Pasquale Baylon (Ed. I. Sala, Toledo 1811, pp. 78ss., 85ss.)

Bisogna cercare Dio sopra ogni altra cosa
Poiché Dio desidera ardentemente donarci cose buone, abbi la certezza che egli ti darà tutto quello che tu chiedi. Non chiedere comunque nulla prima che Dio non ti abbia mosso a chiedere, in quanto egli è più disposto ad esaudire la tua richiesta che tu a chiedere; egli sempre aspetta che noi chiediamo. Per cui a chiedere ti spinga più la volontà di Dio che vuole donarti, anziché la necessità di chiedere: le preghiere quindi devono essere sempre fatte in vista dei meriti di nostro Signore Gesù Cristo. Esercita quindi la tua anima in continue ed intense azioni, desiderando quello che Dio desidera, rimuovendo dalla tua volontà tutto ciò che di bene o guadagno potrebbe a te venire da quella richiesta. Anzi questo chiedi sommamente: che Dio sia cercato sopra ogni altra cosa. È infatti cosa degna che prima e soprattutto si cerchi Dio, anche perché la divina Volontà vuole che riceviamo ciò che chiediamo per divenire più idonei a servirlo ed amarlo più perfettamente. Tutte le tue preghiere siano fatte con questa disposizione, e quando chiedi questo, chiedilo per amore e con amore, istantemente e importunamente. Separa il tuo cuore dalle cose di questo mondo; e ricordati che in questo ,| mondo niente altro esiste se non tu e Dio solo. Non allontanare, neppure per breve tempo, il tuo cuore da Dio; i tuoi pensieri siano semplici e umili; sempre sollecita la tua attenzione su te stesso, ed il tuo amor di Dio sopra tutte le cose come profumo che si spande. Rendere grazie a Dio non è altro che un atto interno dell'anima per il quale uno riceve un bene celeste riconoscendo Dio immenso e Signore dell'universo, dal quale viene ogni bene; e gode per tutta la gloria che ne viene a Dio, in quanto è stato reso degno di tale grazia, per cui è pronto ad amare Dio sempre più e a servire il Datore di ogni bene. Quando ricevi qualche dono da Dio offrigli quello che sei con gioia e letizia, umiliando te stesso e disprezzandoti, rinunciando alla tua volontà in modo da poterti dedicare interamente al suo servizio. Rendi molte, anzi infinite grazie, rallegrandoti della potenza e della bontà del Signore, che ti elargisce doni e benefici, per i quali ora gli rendi grazie. E se vuoi che il tuo rendimento di grazie sia accetto a Dio, prima di farlo, umilia, rinnega e disprezza te stesso, riconoscendo la tua povertà e miseria, sì da comprendere che tutto quello che hai, lo hai ricevuto dalla munificenza di Dio, godendo e rallegrandoti nel vederti arricchito di grazia e di doni, e poco considerando il bene o l'utilità che ne potrebbe derivare, affinché tu possa meglio servire Dio.



lunedì 27 aprile 2020

Ad aram: cammino di solitudine in tempo di epidemia, memoria e preghiera


Due immagini romane racchiudono i giorni primaverili dal 27 marzo al 25 aprile di quest’anno vissuti nel mondo e in Italia. La prima è l’immagine vespertina di papa Francesco, che cammina solitario al centro di Piazza San Pietro verso il sagrato della Basilica per recarsi a pregare il Signore che liberi il mondo dalla pandemia e stia accanto all’umanità sofferente. La seconda è quella mattutina del Presidente della Repubblica Sergio Mattarella che si introduce solitario all’Altare della Patria, per porgere a nome di tutti gli Italiani l’omaggio alla tomba del Milite Ignoto, nel giorno celebrativo della Liberazione che viene vissuto nel distanziamento sanitario dei cittadini per arginare l’epidemia imperversante. Il gesto della solitudine ha avuto un valore altamente simbolico e comunitario, rappresentativo sia dell’universalità dei credenti per papa Francesco e sia di tutti gli italiani per il presidente Mattarella.

Nel giro di qualche mese, dalla metà di dicembre 2019, il contagio di coronavirus (COVID-19) che sembrava avere il focolaio circoscritto alla Cina ha assunto i caratteri di una letale pandemia mondiale che ha coinvolto in modo drammatico l’Italia a partire dalle sue regioni settentrionali. Il sistema nazionale della Sanità e della Protezione Civile è stato sottoposto ad un severo impegno per far fronte ad una influenza imprevista che ha procurato decine di migliaia di contagi e alte percentuali di ricoveri e di morti. Si sono dovute adottare misure di controllo e di contenimento del contagio che hanno fatto leva sul “rimanere a casa“ della popolazione (Decreto #IORESTOACASA), sul “distanziamento sociale” con divieto di assembramenti, e sull’utilizzo di dispositivi di sicurezza sanitaria come tamponi, mascherine e sanificazioni.


La reazione all’epidemia messa in atto dall’Italia ha avuto effetti dimostrativi anche per i comportamenti e le soluzioni adottate nelle altre nazioni europee e mondiali, che nel prosieguo del tempo si sono trovate coinvolte nel contagio divenuto pandemico. L’OMS (Organizzazione Mondiale della Sanità) ha dato pieno sostegno alle misure adottate dall’Italia; la comunità scientifica internazionale si è prodotta in uno sforzo continuo di ricerca operativa e di conoscenza statistica e previsionale del fenomeno virale, al fine di preparare vaccini e fornire le istituzioni governative di elementi utili alla gestione delle relazioni produttive e degli interventi sanitari.


Notevole è apparsa in questi frangenti di restrizioni fisiche la variazione della dinamica comportamentale e motivazionale della popolazione, sia a livello personale e sia a livello comunitario. Si è fatto sentire acutamente lo stimolo di una consapevolezza più attenta dei limiti e dei significati dell’esistenza umana, l’esigenza di una comunicazione basata sulla reciprocità e sulla speranza; di un pensiero e di una religiosità che ripropongano e testimonino il senso sacro della Vita e del Creato.
   Riporto stralci testuali della preghiera del Papa e del messaggio del Presidente per il 25 aprile.


MEDITAZIONE DEL SANTO PADRE
momento straordinario di preghiera in tempo di epidemia
presieduto da papa Francesco
Sagrato della Basilica di San Pietro
Venerdì, 27 Marzo 2020


«Venuta la sera» (Mc 4,35). Così inizia il Vangelo che abbiamo ascoltato. Da settimane sembra che sia scesa la sera. Fitte tenebre si sono addensate sulle nostre piazze, strade e città; si sono impadronite delle nostre vite riempiendo tutto di un silenzio assordante e di un vuoto desolante, che paralizza ogni cosa al suo passaggio: si sente nell’aria, si avverte nei gesti, lo dicono gli sguardi. Ci siamo trovati impauriti e smarriti. Come i discepoli del Vangelo siamo stati presi alla sprovvista da una tempesta inaspettata e furiosa. Ci siamo resi conto di trovarci sulla stessa barca, tutti fragili e disorientati, ma nello stesso tempo importanti e necessari, tutti chiamati a remare insieme, tutti bisognosi di confortarci a vicenda. Su questa barca… ci siamo tutti. Come quei discepoli, che parlano a una sola voce e nell’angoscia dicono: «Siamo perduti» (v. 38), così anche noi ci siamo accorti che non possiamo andare avanti ciascuno per conto suo, ma solo insieme.
È facile ritrovarci in questo racconto. Quello che risulta difficile è capire l’atteggiamento di Gesù. Mentre i discepoli sono naturalmente allarmati e disperati, Egli sta a poppa, proprio nella parte della barca che per prima va a fondo. E che cosa fa? Nonostante il trambusto, dorme sereno, fiducioso nel Padre – è l’unica volta in cui nel Vangelo vediamo Gesù che dorme –. Quando poi viene svegliato, dopo aver calmato il vento e le acque, si rivolge ai discepoli in tono di rimprovero: «Perché avete paura? Non avete ancora fede?» (v. 40).
Cerchiamo di comprendere. In che cosa consiste la mancanza di fede dei discepoli, che si contrappone alla fiducia di Gesù? Essi non avevano smesso di credere in Lui, infatti lo invocano. Ma vediamo come lo invocano: «Maestro, non t’importa che siamo perduti?» (v. 38). Non t’importa: pensano che Gesù si disinteressi di loro, che non si curi di loro. Tra di noi, nelle nostre famiglie, una delle cose che fa più male è quando ci sentiamo dire: “Non t’importa di me?”. È una frase che ferisce e scatena tempeste nel cuore. Avrà scosso anche Gesù. Perché a nessuno più che a Lui importa di noi. Infatti, una volta invocato, salva i suoi discepoli sfiduciati.
La tempesta smaschera la nostra vulnerabilità e lascia scoperte quelle false e superflue sicurezze con cui abbiamo costruito le nostre agende, i nostri progetti, le nostre abitudini e priorità. Ci dimostra come abbiamo lasciato addormentato e abbandonato ciò che alimenta, sostiene e dà forza alla nostra vita e alla nostra comunità. La tempesta pone allo scoperto tutti i propositi di “imballare” e dimenticare ciò che ha nutrito l’anima dei nostri popoli; tutti quei tentativi di anestetizzare con abitudini apparentemente “salvatrici”, incapaci di fare appello alle nostre radici e di evocare la memoria dei nostri anziani, privandoci così dell’immunità necessaria per far fronte all’avversità.
Con la tempesta, è caduto il trucco di quegli stereotipi con cui mascheravamo i nostri “ego” sempre preoccupati della propria immagine; ed è rimasta scoperta, ancora una volta, quella (benedetta) appartenenza comune alla quale non possiamo sottrarci: l’appartenenza come fratelli.
«Perché avete paura? Non avete ancora fede?». Signore, la tua Parola stasera ci colpisce e ci riguarda, tutti. In questo nostro mondo, che Tu ami più di noi, siamo andati avanti a tutta velocità, sentendoci forti e capaci in tutto. Avidi di guadagno, ci siamo lasciati assorbire dalle cose e frastornare dalla fretta. Non ci siamo fermati davanti ai tuoi richiami, non ci siamo ridestati di fronte a guerre e ingiustizie planetarie, non abbiamo ascoltato il grido dei poveri, e del nostro pianeta gravemente malato. Abbiamo proseguito imperterriti, pensando di rimanere sempre sani in un mondo malato. Ora, mentre stiamo in mare agitato, ti imploriamo: “Svegliati Signore!”.
«Perché avete paura? Non avete ancora fede?». Signore, ci rivolgi un appello, un appello alla fede. Che non è tanto credere che Tu esista, ma venire a Te e fidarsi di Te. In questa Quaresima risuona il tuo appello urgente: “Convertitevi”, «ritornate a me con tutto il cuore» (Gl 2,12). Ci chiami a cogliere questo tempo di prova come un tempo di scelta. Non è il tempo del tuo giudizio, ma del nostro giudizio: il tempo di scegliere che cosa conta e che cosa passa, di separare ciò che è necessario da ciò che non lo è. È il tempo di reimpostare la rotta della vita verso di Te, Signore, e verso gli altri. E possiamo guardare a tanti compagni di viaggio esemplari, che, nella paura, hanno reagito donando la propria vita. È la forza operante dello Spirito riversata e plasmata in coraggiose e generose dedizioni. È la vita dello Spirito capace di riscattare, di valorizzare e di mostrare come le nostre vite sono tessute e sostenute da persone comuni – solitamente dimenticate – che non compaiono nei titoli dei giornali e delle riviste né nelle grandi passerelle dell’ultimo show ma, senza dubbio, stanno scrivendo oggi gli avvenimenti decisivi della nostra storia: medici, infermiere e infermieri, addetti dei supermercati, addetti alle pulizie, badanti, trasportatori, forze dell’ordine, volontari, sacerdoti, religiose e tanti ma tanti altri che hanno compreso che nessuno si salva da solo. Davanti alla sofferenza, dove si misura il vero sviluppo dei nostri popoli, scopriamo e sperimentiamo la preghiera sacerdotale di Gesù: «che tutti siano una cosa sola» (Gv 17,21). Quanta gente esercita ogni giorno pazienza e infonde speranza, avendo cura di non seminare panico ma corresponsabilità. Quanti padri, madri, nonni e nonne, insegnanti mostrano ai nostri bambini, con gesti piccoli e quotidiani, come affrontare e attraversare una crisi riadattando abitudini, alzando gli sguardi e stimolando la preghiera. Quante persone pregano, offrono e intercedono per il bene di tutti. La preghiera e il servizio silenzioso: sono le nostre armi vincenti.
«Perché avete paura? Non avete ancora fede?». L’inizio della fede è saperci bisognosi di salvezza. Non siamo autosufficienti, da soli; da soli affondiamo: abbiamo bisogno del Signore come gli antichi naviganti delle stelle. Invitiamo Gesù nelle barche delle nostre vite. Consegniamogli le nostre paure, perché Lui le vinca. Come i discepoli sperimenteremo che, con Lui a bordo, non si fa naufragio. Perché questa è la forza di Dio: volgere al bene tutto quello che ci capita, anche le cose brutte. Egli porta il sereno nelle nostre tempeste, perché con Dio la vita non muore mai.
Il Signore ci interpella e, in mezzo alla nostra tempesta, ci invita a risvegliare e attivare la solidarietà e la speranza capaci di dare solidità, sostegno e significato a queste ore in cui tutto sembra naufragare. Il Signore si risveglia per risvegliare e ravvivare la nostra fede pasquale. Abbiamo un’ancora: nella sua croce siamo stati salvati. Abbiamo un timone: nella sua croce siamo stati riscattati. Abbiamo una speranza: nella sua croce siamo stati risanati e abbracciati affinché niente e nessuno ci separi dal suo amore redentore. In mezzo all’isolamento nel quale stiamo patendo la mancanza degli affetti e degli incontri, sperimentando la mancanza di tante cose, ascoltiamo ancora una volta l’annuncio che ci salva: è risorto e vive accanto a noi. Il Signore ci interpella dalla sua croce a ritrovare la vita che ci attende, a guardare verso coloro che ci reclamano, a rafforzare, riconoscere e incentivare la grazia che ci abita. Non spegniamo la fiammella smorta (cfr Is 42,3), che mai si ammala, e lasciamo che riaccenda la speranza.
Abbracciare la sua croce significa trovare il coraggio di abbracciare tutte le contrarietà del tempo presente, abbandonando per un momento il nostro affanno di onnipotenza e di possesso per dare spazio alla creatività che solo lo Spirito è capace di suscitare. Significa trovare il coraggio di aprire spazi dove tutti possano sentirsi chiamati e permettere nuove forme di ospitalità, di fraternità, di solidarietà. Nella sua croce siamo stati salvati per accogliere la speranza e lasciare che sia essa a rafforzare e sostenere tutte le misure e le strade possibili che ci possono aiutare a custodirci e custodire. Abbracciare il Signore per abbracciare la speranza: ecco la forza della fede, che libera dalla paura e dà speranza.
«Perché avete paura? Non avete ancora fede?». Cari fratelli e sorelle, da questo luogo, che racconta la fede rocciosa di Pietro, stasera vorrei affidarvi tutti al Signore, per l’intercessione della Madonna, salute del suo popolo, stella del mare in tempesta. Da questo colonnato che abbraccia Roma e il mondo scenda su di voi, come un abbraccio consolante, la benedizione di Dio. Signore, benedici il mondo, dona salute ai corpi e conforto ai cuori. Ci chiedi di non avere paura. Ma la nostra fede è debole e siamo timorosi. Però Tu, Signore, non lasciarci in balia della tempesta. Ripeti ancora: «Voi non abbiate paura» (Mt 28,5). E noi, insieme a Pietro, “gettiamo in Te ogni preoccupazione, perché Tu hai cura di noi” (cfr 1 Pt 5,7).


MESSAGGIO DEL PRESIDENTE DELL REPUBBLICA
in occasione del 25 aprile

Il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella, in occasione del 75° anniversario della Liberazione, si è recato all'Altare della Patria dove ha deposto una corona d'alloro sulla Tomba del Milite Ignoto. La deposizione della corona è avvenuta al di fuori di ogni cerimonia e senza la presenza di autorità.
Il Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, in occasione del 25 aprile ha inviato il seguente messaggio:

«Nella primavera del 1945 l’Europa vide la sconfitta del nazifascismo e dei suoi seguaci.
L’idea di potenza, di superiorità di razza, di sopraffazione di un popolo contro l’altro, all’origine della seconda guerra mondiale, lasciò il posto a quella di cooperazione nella libertà e nella pace e, in coerenza con quella scelta, pochi anni dopo è nata la Comunità Europea.
Oggi celebriamo il settantacinquesimo anniversario della Liberazione, data fondatrice della nostra esperienza democratica di cui la Repubblica è presidio con la sua Costituzione.
La pandemia del virus che ha colpito i popoli del mondo ci costringe a celebrare questa giornata nelle nostre case.
Ai familiari di ciascuna delle vittime vanno i sentimenti di partecipazione al lutto da parte della nostra comunità nazionale, così come va espressa riconoscenza a tutti coloro che si trovano in prima linea per combattere il virus e a quanti permettono il funzionamento di filiere produttive e di servizi essenziali.
Manifestano uno spirito che onora la Repubblica e rafforza la solidarietà della nostra convivenza, nel segno della continuità dei valori che hanno reso straordinario il nostro Paese.
In questo giorno richiamiamo con determinazione questi valori. Fare memoria della Resistenza, della lotta di Liberazione, di quelle pagine decisive della nostra storia, dei coraggiosi che vi ebbero parte, resistendo all’oppressione, rischiando per la libertà di tutti, significa ribadire i valori di libertà, giustizia e coesione sociale, che ne furono alla base, sentendoci uniti intorno al Tricolore.
Nasceva allora una nuova Italia e il nostro popolo, a partire da una condizione di grande sofferenza, unito intorno a valori morali e civili di portata universale, ha saputo costruire il proprio futuro.
Con tenacia, con spirito di sacrificio e senso di appartenenza alla comunità nazionale, l’Italia ha superato ostacoli che sembravano insormontabili.
Le energie positive che seppero sprigionarsi in quel momento portarono alla rinascita. Il popolo italiano riprese in mano il proprio destino. La ricostruzione cambiò il volto del nostro Paese e lo rese moderno, più giusto, conquistando rispetto e considerazione nel contesto internazionale, dotandosi di antidoti contro il rigenerarsi di quei germi di odio e follia che avevano nutrito la scellerata avventura nazifascista.
Nella nostra democrazia la dialettica e il contrasto delle opinioni non hanno mai, nei decenni, incrinato l’esigenza di unità del popolo italiano, divenuta essa stessa prerogativa della nostra identità. E dunque avvertiamo la consapevolezza di un comune destino come una riserva etica, di straordinario valore civile e istituzionale. L’abbiamo vista manifestarsi, nel sentirsi responsabili verso la propria comunità, ogni volta che eventi dolorosi hanno messo alla prova la capacità e la volontà di ripresa dei nostri territori.
Cari concittadini, la nostra peculiarità nel saper superare le avversità deve accompagnarci anche oggi, nella dura prova di una malattia che ha spezzato tante vite. Per dedicarci al recupero di una piena sicurezza per la salute e a una azione di rilancio e di rinnovata capacità di progettazione economica e sociale. A questa impresa siamo chiamati tutti, istituzioni e cittadini, forze politiche, forze sociali ed economiche, professionisti, intellettuali, operatori di ogni settore.
Insieme possiamo farcela e lo stiamo dimostrando.
Viva l’Italia! Viva la Liberazione! Viva la Repubblica!»  




Fonti: ministeriali, ufficiali e di pubblico dominio