mercoledì 8 agosto 2018

Tarcisio uomo di Chiesa


L’altro giorno (6 agosto) il prof. Tarcisio Salvato ha concluso la sua vicenda terrena. Nel paese natio (Frattamaggiore) la notizia è stata commentata e vissuta con commozione dalla gente perché Tarcisio era conosciuto da tutti e da tutti stimato come uomo di chiesa e testimone della carità del Vangelo. Nonostante il periodo estivo la Basilica di San Sossio si è riempita di persone di tutte le età per onorare la sua memoria e partecipare alla celebrazione religiosa che è stata presieduta da Mons. Angelo Spinillo Vescovo di Aversa.
Molti sulla rete dei social hanno voluto ricordare con ammirazione i tratti fondamentali della personalità umana e cristiana di Tarcisio, che negli ultimi anni ha vissuto assistito dalla famiglia ed ha partecipato alle funzioni religiose accompagnato con una sedia a rotelle.
Il suo percorso quotidiano, prima della infermità, si svolgeva tra le parrocchie cittadine, soprattutto la Basilica di San Sossio, Sant’Antonio e San Rocco, impegnato nella catechesi giovanile, nell’aiuto ai poveri, nel canto corale e nella costante preghiera di adorazione al Santissimo. Era l’ultimo ad uscire alla chiusura dopo ore di orazione genuflessa nel silenzio della chiesa, e raggiungeva casa con una bicicletta sempre diversa, perché quasi sempre gliela portavano via.

Mons. Angelo Crispino, in pellegrinaggio a Lourdes con la comunità parrocchiale dell’Assunta, è stato il primo a divulgare sui social la notizia della dipartita di Tarcisio e a tratteggiarne la memoria in relazione alla esperienza ecclesiale frattese: “Sono in molti a scrivere che è una "persona per bene" ma è troppo poco ricordarlo così perché chi ha avuto la gioia e la consolazione di incontrarlo, di conoscerlo e di condividere con lui esperienze umane, culturali, professionali e pastorali non può chiudere bocca, tanta è la luce, la grazia e l'amore che promanava dalla sua persona e dalla sua testimonianza. Uomo dolce e mite, uomo di fede vera e di servizio, uomo di cultura ed educatore insigne, uomo di bontà e di carità sono solo alcuni aspetti della sua personalità incline al bene del prossimo e ad accogliere quanti vivevano condizioni di disagio sociale, di difficoltà esistenziali, di emarginazione culturale, di povertà materiale! Tarcisio è stato l'uomo di tutti, a servizio dei singoli ma ancora di più, esemplare e lodevole nelle istituzioni scolastiche agendo da educatore sapiente e generoso, e nelle varie comunità ecclesiali dove ha prestato la sua preziosa collaborazione quale ministrante, catechista, animatore dei ragazzi affidati alla protezione di S. Tarcisio, benemerita associazione fondata dalla cara mamma e ancora, quale esperto di canto nella corale parrocchiale. Una ricchezza carismatica che viene lasciata in eredità alla nostra città!”

Antonio Anatriello, in occasione degli auguri per il compleanno 2016 postati su fb, a lui si rivolse con queste parole: “In questo giorno: un solidale e affettuoso pensiero, ricordando la tua bontà, la tua fede, la tua sincera ma non chiusa fedeltà alla Chiesa, la tua semplicità, la tua signorilità e gentilezza, la tua riservatezza...”

Papa Francesco, da Cardinale nel 2002 commentando il Mistero dell’Assunzione di Maria, espresse l’interrogativo: “Non cerchiamo il nostro vero volto negli occhi degli altri? Non è vero che riposiamo da questa ricerca solo quando incontriamo il volto di un altro che ci ama e che vogliamo contemplare?”

Con questa ispirazione sicuramente qualche tratto del ‘volto’ di Tarcisio lo possiamo rilevare dalle sue stesse parole: quelle della commemorazione che egli fece nel 2003 della figura di don Pasqualino Costanzo, che scrisse con enfasi autobiografica per Il Nuovo Pellegrino della Parrocchia di San Rocco, e che leggiamo di seguito.


Personalmente penso che la figura di Tarcisio possa essere compresa bene nella dimensione della testimonianza storica ed ecclesiale di un laico impegnato nella vita della comunità locale; in maniera così intensa che non si può fare a meno di legarla al ministero del servizio e della pastorale nella Chiesa. La carità operante, la guida per i giovani, l’esemplare vita spirituale espressa nella testimonianza e nella preghiera, le condivise esperienze della ricerca di Dio, il chiaro riferimento alla guida dei Pastori e alla collaborazione con i sacerdoti, portano a comprendere Tarcisio nella schiera di quei laici esemplari che sono organicamente vicini ai parroci e ai loro collaboratori nel cammino e nel progetto pastorale. Esempi di questi laici ce ne sono sempre stati nella storia della chiesa locale, in particolare nella chiesa post-conciliare che ha vissuto la transizione della pastorale giovanile, fondata sulla Azione Cattolica sull’Oratorio e su nuovi percorsi comunitari e di volontariato, tra questi ricordo Michele Imbembo, Peppino Sessa, molti altri e lo stesso Tarcisio (per un approfondimento di questo argomento puoi leggere questo post).

In particolare per la conoscenza di Tarcisio posso far riferimento ad alcuni altri avvenimenti ed impegni che hanno caratterizzato la qualità della sua testimonianza cristiana.
Nell’attività della Caritas di San Rocco egli è stato il volontario della frontiera; l’ho visto immergersi senza mezze misure e/o ritrosie, e con grande spirito di servizio, nell’opera di misericordia corporale e spirituale svolta per qualche persona indigente che viveva in strada ai margini della parrocchia.
Amante della Parola di Dio, che spesso proclamava come lettore dall’ambone, egli ha partecipato nel 2008 a La Bibbia Notte e Giorno organizzata dalla CEI, leggendo, tra i tanti lettori che si alternarono nella Chiesa di Santa Groce di Gerusalemme a Roma, alcune pagine del Libro del Siracide, in particolare i brani da lui amati sull’amicizia.


Nel 2010, e poi anche negli anni successivi, fu impegnatissimo per far da guida di pastorale turistica a schiere di fedeli Frattesi, tra i quali il sottoscritto, che si recavano in pellegrinaggio alla Cattedrale di Policastro per vivere la grazia dell’apertura del processo di beatificazione del Vescovo Federico Pezzullo (1890-1979). Si comprende l’entusiasmo personale e coinvolgente di Tarcisio, nipote del vescovo Federico che era fratello di sua madre (per un approfondimento di questo argomento puoi leggere questo post).



In particolare nell’ottobre del 2010 un evento importante della cultura storica ecclesiatica della Diocesi di Aversa registrò il suo intervento ufficiale tra i relatori della presentazione del libro del prof. Luciano Orabona, scrittore e docente di Storia della Chiesa: Laici e Vangelo in terre del Mezzogiorno - L'Azione Cattolica di Aversa e della Campania tra cronaca e storia.


La presentazione si tenne nella Chiesa della Madonna dell Grazie e quello di Tarcisio fu un intervento ricco di riferimenti storici e spirituali.
Nel 2011 Tarcisio fece l’esperienza del pellegrinaggio in Terra Santa organizzato dalla Comunità della Basilica di San Sossio. Partecipai a quel pellegrinaggio anch’io e raccolsi la testimonianza di Ernesto che condivideva la stanza d’albergo circa la sua continua preghiera, per la quale si raccoglieva anche di notte.


Vissuto nella spiritualità eucaristica, in onore pure del Santo di cui porta il nome, Tarcisio volle ringraziare e lodare il Signore con intensità in tutte le circostanze. Nella chiesa di Sant’Anna a Gerusalemme, particolarmente nota per la sua acustica, volle partecipare al canto religioso e sublime dei tanti che si cimentavano con bravura e sentimento.

mercoledì 30 maggio 2018

Significati religiosi e storici della traslazione dei Santi Sossio e Severino


La traslazione dell’urna di un santo, da un luogo di originaria custodia ad un altro luogo che assume la funzione di nuovo santuario, per i credenti richiama il simbolo sacro del cammino biblico verso la terra promessa fatto al seguito dell’arca dell’alleanza trasportata dalla tribù sacerdotale: “Poi Giosuè disse ai sacerdoti: «Prendete in spalla l'arca del patto e passate davanti al popolo». Ed essi presero in spalla l'arca del patto e camminarono davanti al popolo” (Gs 3, 6).
Essa richiama pure le disposizioni spirituali che devono accompagnare il cammino del popolo, e la necessità di costruire un tempio al Signore: “Disponete dunque il vostro cuore e l'anima vostra a cercare il Signore vostro Dio; poi alzatevi e costruite il santuario di Dio, il Signore, per trasferire l'arca del patto del Signore” (1Cr 22,19). In questo cammino ed in queste disposizioni si ritrova il senso della contemplazione comunitaria e dell’epifania della potenza celeste: “Allora si aprì il tempio di Dio che è in cielo e apparve nel tempio l'arca dell'alleanza. Vi furono lampi e voci e tuoni e un terremoto e una forte grandinata” (Ap 11, 19).
E’ il luogo sacro che testimonia la presenza del Santo che guida, interviene ed assiste il suo popolo nel cammino della sua storia e della sua salvezza. E’ questo anche un segno del dono della Nuova Alleanza stipulata nel nome di Gesù Cristo, Figlio di Dio, e della sua presenza sacramentale nella sua Chiesa.
La comunità ecclesiale di Frattamaggiore, propaggine di un popolo ricco di fede e di storia, vede ed evidenzia innanzitutto questi significati religiosi e salvifici nella celebrazione della traslazione dei Santi Sossio e Severino che essa realizza nei giorni intorno al 31 Maggio di ogni anno.
Il 31 Maggio del 1807 il concittadino vescovo Michele Arcangelo Lupoli riuscì a realizzare la traslazione del santo patrono; ed oggi la comunità frattese è custode delle reliquie di San Sossio congiunte con quelle di San Severino abate. Si tratta di una eredità che lega spiritualmente la comunità locale all’antico monastero benedettino napoletano abolito nel periodo napoleonico e dal quale furono traslate le sacre spoglie.
Oggi la custodia del santuario, che accoglie le spoglie del diacono martire del paleocristianesimo campano e le spoglie dell’abate evangelizzatore nel V secolo delle genti germaniche dell’antica frontiera danubiana dell’impero romano, esprime una religiosità molto sentita che si commisura anche nei tratti spirituali proposti nel titolo di Città benedettina che l’Ordine di San Benedetto ha voluto concedere nel 1997 a Frattamaggiore come riconoscimento della comune ed antica devozione, e come progetto di vita cristiana e di diffusione del messaggio di preghiera e di missione del grande patriarca del monachesimo.
La commemorazione vede impegnata la Chiesa patronale di San Sossio insignita del titolo di Basilica Pontificia, nella connotazione delle celebrazioni con particolari significati pastorali e con particolari iniziative di riflessione religiosa, di ricerca storica, di studio agiografico, e di coinvolgimento etico del mondo laico e della istanze civili delle comunità che condividono la devozione dei due Santi.
La concessione del dono dell’Indulgenza Plenaria rimarca i significati religiosi di una millenaria devozione che portava i pellegrini a pregare sulla tomba dei Santi Sossio e Severino venerati un tempo nel monastero omonimo di Napoli. Oggi che i sacri resti dei due Santi riposano nella Basilica frattese la devozione legata alle indulgenze e al loro efficace intervento continua ad avere una pratica notevole.
La presenza delle urne dei due Santi si arricchisce di significati spirituali, religiosi e storici. Il popolo cerca nella presenza del Signore nel suo luogo santo anche il senso della sua identità e della sua storia. Nel luogo ove sono presenti i corpi di San Sossio e San Severino, amici del Signore e modelli esemplari della sua santità, le comunità devote, quella frattese con le altre italiane di area campana e laziale, e quella austriaca con le altre di area europea e germanica, ritrovano storie e sensi che appartengono alla loro identità culturale e ai loro valori religiosi: la narrazione e l’attualizzazione delle meraviglie operate dal Signore, attraverso i suoi santi, lungo il cammino dei popoli e delle civiltà che hanno seguito la loro ‘arca’, la traslazione delle loro urne.
Lo studio e la pubblicistica intorno alla traslazione, ovvero alle traslazioni, dei due santi venerati nella Basilica frattese, hanno fatto scoprire molte di queste meraviglie, molti antichi avvenimenti portentosi narrati dagli agiografi che hanno descritto le varie traslazioni di San Sossio e di San Severino, e ne hanno steso ufficialmente gli Acta latini per la futura memoria. L’Anomino altomedievale, Giovanni diacono dell’antico monastero benedettino napoletano, ed il frattese Michele Arcangelo Lupoli arcivescovo, per San Sossio; e poi Eugippo, e ancora Giovanni diacono e Michele Arcangelo Lupoli, per San Severino; hanno tutti arricchito la loro narrazione con il riporto di portenti e miracoli, quasi di “lampi voci e tuoni” alla maniera apocalittica.

San Sossio martire
La connotazione devozionale che ha caratterizzato fin dai primi secoli del cristianesimo la figura di san Sossio è la sua estrazione dal contesto locale e la luminosa proiezione negli ambiti della cultura e della ecclesialità più vasta e diffusa del cattolicesimo romano ed europeo.
Come ci viene descritto dai testi agiografici del IV-V secolo (Em. Mon., Leg. Graec.), la figura di Sossio, ancora vivente, era già attrattiva dell’ammirazione dei vescovi locali (Euphemius e Januarius) e dei cristiani e dei vescovi del Mediterraneo (es: Theodosius Thessalonicentium Episcopus) che a Miseno sostavano durante il loro percorso verso Roma.
La potenza spirituale del santo ci è testimoniata dalla cultura patristica alla metà del V secolo nell’opera del santo vescovo cartaginese Quodvultdeus, esiliato a Napoli, il quale, in piena lotta al manicheismo e al pelagianesimo in area campana, ebbe modo di rilevare la vicenda dell’eretico Floro che si attribuiva “virtutem et meritum sancti Sossii” (De Promiss. et Praedict. Dei).
Come appare dalle annotazioni al Martirologio Romano del Baronio, ricavate ex libro de Rom. Pontific. in Symmacho, San Sossio fu santo onoratissimo nella basilica del Vaticano ove all’inizio del VI secolo gli fu dedicato un altare dal papa Simmaco (498-514). La Storia ecclesiastica, la Storia locale e l’Archeologia (Panvinio, Duchesne, De Rossi, Silvagni, Ferro), indicarono il luogo dell’altare-oratorio sansossiano nella Rotonda di Sant’Andrea e riportarono il testo dell’iscrizione che Simmaco dedicò al diacono martire di Miseno.
Una particolare diffusione della figura e della devozione al santo martire di Miseno si deve alla cultura monastica benedettina alto-medievale. A partire dal monastero di Nisida, isoletta collocata a delimitazione dei golfi di Napoli e di Pozzuoli, la celebrazione della memoria di San Sossio, scritta nei codici dell’abate Adriano, pervenne nel VII secolo ai primi scriptoria monastici delle isole britanniche ove fu trascritta nei libri e nei codici che accompagnarono l’evangelizzazione degli Angli e la formazione degli episcopati e delle abbazie. Nel 668 l’abate Adriano era stato inviato da papa Vitaliano in Inghilterra, insieme con il vescovo Teodoro, proprio per curare la diffusione della cultura cristiana latina, ed una volta divenuto abate del monastero di San Pietro e Paolo di Canterbury aveva donato ai monaci dell’isola scozzese di Lindisfarne (oggi: Holy Island) un evangeliario con l’indicazione di celebrazioni liturgiche campane.


Qualche decennio dopo il venerabile Beda, monaco del monastero di Jarrow, e discepolo della seconda generazione di Adriano, testimoniò la presenza di questo tratto del cristianesimo campano sia nella sua Historia Ecclesiastica gentis Anglorum (Libro IV: il mandato missionario di Adriano che è abbate in monasterio Nisidano quod est non longe a Neapoli Campaniae) e sia in quello che viene considerato il primo Martirologio storico della cristianità, ricco delle annotazioni riguardanti San Sossio ed altri santi celebrati in area napoletana.
La traslazione nell’anno 906 del corpo di San Sossio dalla chiesa di Miseno, distrutta dai saraceni, al monastero benedettino napoletano dedicato a San Severino, costituì un avvenimento epocale per la cultura del ducato napoletano che fu registrato dal diacono Giovanni il quale, con la redazione degli Acta Translationis e con la narrazione della Vita Sancti Sossii recuperata dalla tradizione e dai codici ancora più antichi, offrì un modello brillante che ancora oggi pone l’Agiografia napoletana medievale a riferimento per gli studi contemporanei.
Le venerate spoglie di san Sossio furono poste nella cripta del monastero accanto a quelle di San Severino, evangelizzatore dell’Austria e dei popoli della frontiera danubiana del V secolo; ed i mille anni di permanenza, fino all’eversione napoleonica del 1807 che abolì il monastero napoletano, furono caratterizzati dalla diffusione della figura del Santo nei luoghi e nelle opere della cultura cassinese in Campania, nel Lazio e in altre parti d’Italia.
Oggi le spoglie del Santo, ancora congiunte con quelle di san Severino, sono custodite nella Chiesa di San Sossio di Frattamaggiore, la principale ed originaria chiesa del paese del quale il Santo è patrono e ove il culto sansossiano, originariamente diffuso nell’area dell’antica Atella dai monaci Volturnensi, è presente e documentato dal periodo longobardo e carolingio (VIII secolo).
Anche in Frattamaggiore il culto sansossiano assume particolari ed importanti connotazioni religiose e storico-antropologiche. Con la traslazione delle spoglie del Santo da Napoli, che fu operata nel 1807 dal prelato frattese arcivescovo Michele Arcangelo Lupoli, si compì in pratica il sogno della città, sorta proprio nel IX secolo con l’esodo nella fratta atellana della popolazione di Miseno scampata alle incursioni saracene: vedere ricongiunto un popolo con la memoria fisica del suo santo patrono dopo averne per secoli celebrato il ricordo ed esperita la presenza spirituale, per continuare la sua antica esperienza di fede e di devozione con spirito di vicinanza e con identità nuova. Un tratto importante di questa nuova identità è costituito dal titolo di Città Benedettina di cui Frattamaggiore si fregia, grazie al riconoscimento che l’Ordine di San Benedetto ha voluto concederle per la custodia delle spoglie dei due Santi, Sossio e Severino, titolari dell’antico monastero napoletano, e per il luogo che essa costituisce con il suo santuario come meta di un antico e devoto pellegrinaggio e come retaggio cristiano di un secolare incontro di popoli e culture.

San Severino abate
La motivazione storica e spirituale dell'evangelizzazione del Norico è alla base della considerazione di San Severino come uno dei Santi Patroni dell'Austria e della Baviera. La stessa motivazione, estesa alla sua opera sociale (defensor civitatis) e di soccorso alle popolazioni in difficoltà della frontiera danubiana dell'impero romano, in epoca recente lo ha fatto proclamare patrono particolare della Caritas austriaca.

La Via Severini, concettualmente legata al pellegrinaggio che oggi si fa verso la meta religiosa del santuario che custodisce le spoglie del monaco evangelizzatore, attraversa la storia e i luoghi che da Vienna a Frattamaggiore sono stati testimoni e custodi della sua opera e del suo culto.

Evangelizzazione del Norico – La Vita Sancti Severini fu scritta all'inizio del V secolo dall’abate Eugippo in 46 Capitula che ripercorrono le tappe della evangelizzazione dei popoli del Norico (Noricum: regione dell'impero romano alla frontiera danubiana corrispondente alle odierne Austria e Baviera), narrano la vicenda spirituale del santo monaco evangelizzatore fino alla sua morte, e descrivono la traslazione in Italia al seguito di Odoacre.
Da questa Vita si apprende che Severino nacque intorno al 410 e in giovinezza fu monaco contemplativo in oriente; si pensò che fosse di origine africana, ma la bontà del suo linguaggio latino lo fece ritenere figlio di nobile romano.
Nonostante la scarsità dei documenti circa l'origine e la giovinezza di Severino, la critica storica gli riconosce una formazione dottrinale ed ascetica realizzata al contatto con il pensiero dei Padri orientali e con il monachesimo basiliano.
Mentre era eremita Severino maturò la vocazione che lo portò a trasferirsi nel Norico e a svolgere opera di apostolato tra le genti di quella regione. Nel 454, ormai uomo maturo e “come nuovo Mosè”, egli raggiunse quelle terre che avevano subito le devastazioni di Attila, morto l'anno prima, e che vedevano il cristianesimo affermarsi con difficoltà tra le genti della frontiera del Danubio.
Nella Romania danubiana esisteva una vita religiosa cristiana basata su una rete di monasteri e chiese sparse che aspettavano una guida unificante. Severino si presentò dotato di grande fascino e con un potere profetico e carismatico che aveva del miracoloso. Fu riconosciuto come uomo di Dio dalle genti barbare ed avviò la sua predicazione ispirata alla dottrina di San Paolo e al desiderio del Regno di Dio; basò la sua opera soprattutto sulla carità verso i fedeli e verso gli stessi barbari.
La sua prima tappa fu Asturis (Klosterneuburg), la più orientale città del Norico. Di lì il suo impegno fu sempre più ampio e si diffuse per tutto il Norico occidentale, giungendo fino alla Rezia. A Favianes (Mautern) Severino fondò un monastero che elesse come sua sede principale, e a 5 miglia di distanza si costruì una celletta solitaria con la speranza di vivere in ritiro e contemplazione. Ma gli eventi lo costringevano ad agire nell'opera sociale e di soccorso alle popolazioni. Da Favianes la sua opera, sviluppata tra Vindobona (Vienna) e Passavia (Passau in Baviera), si estese con sistematicità per tutto il Norico e raggiunse la Drava.
Per realizzare la sua opera religiosa Severino pensò di fondare molti nuclei monastici, e cercò di dirigere la vita dei monaci con regole ben stabilite, basate sul consiglio sulla disciplina e sulla provvisorietà della dimora terrena; predilesse l'intervento colloquiale rispetto a quello formale e scritto proprio di altre Regole monastiche. Senza sosta egli ricordava ai suoi monaci che il distacco dalle cose del mondo era un bene irrinunciabile per la vita monastica.
La Regula Magistri precorritrice della Regula Benedicti fu sicuramente ispirata all'insegnamento di Severino e, nell'attribuzione all'abate Eugippo suo discepolo ed agiografo, fu scritta nell'ambito del monachesimo campano formatosi intorno al suo santuario napoletano.
Traslazione in Italia - Sei anni dopo la morte di Severino, nel 488, Odoacre ordinò l'evacuazione dei romani dalla Pannonia, regione contigua al Norico, e li fece trasferire in Italia per sfuggire le invasioni barbariche. I discepoli del santo, guidati dall'abate Lucillo suo successore e memori della sua volontà di far trasportare la sua reliquia in Italia, prepararono un'arca ed aprirono il suo sepolcro nel convento “juxta Fabiana”. Essi prelevarono il corpo ancora intatto e, tra il canto di salmi, lo posero nell'arca e si avviarono in Italia.
Si ebbe così la prima traslazione del corpo del santo, da Faviana al Montefeltro (altri dicono: Feltro, Monte Faletro o Feretro). Si narra che lungo la strada lo spirito di san Severino era di guida e di difesa per il seguito di monaci e di genti; e numerosi furono i miracoli che operò ad ogni tappa e lungo la via.
Il corpo sostò a Montefeltro fino al 492; quando il papa Gelasio propose che fosse traslato a Napoli e deposto nel Castro Lucullano. Si ebbe così la seconda traslazione della reliquia di San Severino, che fu curata dall'abate Marciano, successore di Lucillo, e con il beneplacito di San Vittore, vescovo di Napoli. Fino ad un ventennio prima il Lucullano era stata la prigione dell'ultimo imperatore, Romolo Augustolo, deposto da Odoacre. Poi si preferì dare una destinazione più significativa a quell’edificio. Il Castro Lucullano si trasformò così nella sede di una comunità monastica, in un complesso di edifici sacri intorno alla tomba di san Severino che fu predisposta da una nobildonna aristocratica, Barbaria, forse la madre del deposto ultimo imperatore.

Monastero di Napoli - Nel 599 il papa Gregorio Magno indirizzava una lettera al vescovo san Fortunato di Napoli, al quale chiedeva di donare alcune reliquie di santa Giuliana e di san Severino – “sanctuaria beatorum Severini Confessoris et Julianae martyris” - alla nobildonna Januaria, la quale intendeva erigere un oratorio ai due santi. In altra lettera a Pietro suddiacono, lo stesso papa Gregorio espresse la volontà di consacrare a san Severino una chiesa in Roma e di ricevervi alcune reliquie di lui.
Nel X secolo si ebbe la terza traslazione del corpo del santo, dal Castro Lucullano al monastero napoletano urbano che venne a lui dedicato. Il monastero urbano era stato voluto da Atanasio II, vescovo di Napoli, che raccolse un gruppo di 15 monaci benedettini in una chiesetta situata al Vicus Missi, poi divenuto Vicus monachorum, che era stata fondata tra l'845 e l'847 dal nobile napoletano Adriano. La cronaca della traslazione fu scritta da Giovanni diacono negli Acta translationis Sancti Severini Abbatis. I saraceni avevano imperversato per le coste meridionali ed i napoletani furono costretti a distruggere in 5 giorni ilCastro Lucullano, dove era venerato il corpo di san Severino. L'abate del monastero urbano chiese il corpo del santo al vescovo di Napoli Stefano III e al duca di Napoli Gregorio IV. La concessione di questi due personaggi consentì la traslazione che si realizzò il 10 settembre del 902 in pompa solenne con la presenza del Vescovo, dei Chierici, del Duca della nobiltà, e con grande concorso di popolo. Giovanni diacono nella sua cronaca narra anche del prodigio di una pioggia di stelle.
La cripta del convento benedettino napoletano accolse le spoglie di San Severino, ed i monaci le tennero in grandissima venerazione. Grazie ai benedettini la memoria del santo monaco fu celebrata prima nei martirologi antichi come quello del Venerabile Beda, ed estesa poi in ogni contrada italiana ed europea.
Per circa nove secoli fino al 1807, epoca della soppressione degli ordini religiosi nel periodo napoleonico, le spoglie di san Severino riposarono nella cripta accanto alle spoglie del martire san Sossio traslate dai monaci dalla basilica di Miseno nella seconda metà del X secolo. In questo lunghissimo tempo il culto e la devozione del santo Abate, considerato grande precursore dell'ordine di San Benedetto, non fu separato da quello di san Sossio, e seguì le vicende storiche del monastero napoletano.
La presenza e l'importanza del Monastero dei Santi Severino e Sossio nelle vicende del Regno di Napoli, dal periodo bizantino del X secolo al periodo borbonico del XIX secolo, sono testimoniate a vari livelli da privilegi ed influenze culturali notevoli. Il monastero fu ritenuto da regnanti e popolari come un centro di religiosità, di arte e di dignità civile. L'abate e i suoi monaci erano tenuti in gran conto dalle dinastie e presenziavano nei consigli della nobiltà e nella gestione di vasti territori, diffondendo in ogni luogo la fama la devozione e la toponomastica legate al culto dei due santi.
A lungo la devozione popolare napoletana ha attribuito alla preghiera fatta sulla tomba di San Sossio e di San Severino la possibilità di liberare le anime del Purgatorio; e per secoli lo stemma del monastero ha contenuto la palma del Martire e il bacolo pastorale dell'Abate. Oggi il monastero è sede dell'Archivio di Stato di Napoli.

Basilica di Frattamaggiore - L'ultima traslazione del corpo del Santo, quella da Napoli alla Parrocchiale di Frattamaggiore, fu voluta dal frattese arcivescovo Michele Arcangelo Lupoli, il quale intese sottrarre le reliquie alla spoliazione in atto nelle chiese napoletane durante il periodo napoleonico quando furono soppressi gli ordini religiosi.
Le vicende della ricognizione del corpo e della sua traslazione sono le stesse che si raccontano per la traslazione di San Sossio, patrono di Frattamaggiore. Esse sono raccontate negli Acta inventionis Sanctorum corporum Sosii Diaconi ac Martyris Misenati et Severini Noricorum Apostoli, scritti nel 1807 dall'illustre prelato.
Attualmente le sacre spoglie del Santo patrono dell'Austria e della Baviera riposano nella Basilica Pontificia di Frattamaggiore in una magnifica cappella, ancora accanto alle spoglie di San Sossio. Ogni anno in questa città della Campania gruppi di austriaci e di studiosi del medioevo rinnovano, con la loro visita alla reliquia di San Severino, la devozione a questo grande santo mai dimenticato.




sabato 19 maggio 2018

Il discorso missionario di padre Ferdinando Germani


Dal catalogo del Servizio Bibliotecario Nazionale si rilevano oltre 50 monografie scritte da p. Ferdinando Germani dagli anni ‘70 del secolo scorso al 2013. Un ulteriore elenco di opere mi è stato fornito del giovane bibliotecario che opera nella sede del PIME di Ducenta.
Quello di Padre Germani è un lungo discorso tutto incentrato sull’argomento missionario e sulla evangelizzazione, rivolto ai giovani, ai religiosi e alla gente, per far conoscere nel contesto locale ed internazionale storie di santità e vocazioni missionarie esemplari. Un servizio di studio e di ricerca che lo ha visto costantemente impegnato nella sua vita di sacerdote del Pontificio Istituto delle Missioni Estere (PIME).
Sul portale del PIME, il giorno della dipartita di padre Germani, è stato pubblicato un comunicato sintetico:

Oggi, 15 maggio 2018, alle ore 12.10 è morto a Lecco P. Ferdinando Germani. Avrebbe compiuto 95 anni nel mese di giugno.
I funerali si svolgeranno giovedì 17 maggio alle ore 9.30 nella nostra Cappella di Lecco e il giorno dopo al PIME di Ducenta alle ore 10.00. Sarà sepolto nel nostro cimitero di Ducenta.
Nato il 1° giugno 1923, emette il giuramento perpetuo a Ducenta il 6 luglio 1946 ed è ordinato sacerdote il 22 giugno 1947. Per molti anni è amministratore dell’ufficio stampa del PIME a Napoli. Nel 1966 cede la redazione di "Venga il tuo Regno" a P. Giuseppe Buono. Nel 1970 è nominato vice-postulatore per la Causa di Beatificazione di P. Manna. Trasferita la sede del PIME a Napoli da via Tasso 91 al viale Colli Aminei 36, viene nominato amministratore unico della Casa, Centro Missionario e Stampa. Nel 1974 viene nominato ‘ufficialmente’ Procuratore delle Missioni per la Regione ITM, sebbene esercitasse quest’ufficio già dal 1957.
La figura di P. Germani è inseparabile da quella di P. Manna. La sua è stata una vita spesa per far conoscere questo campione della missione. Innumerevoli i libri che gli ha dedicato.
Ricordiamolo nelle nostre preghiere.


La mattina del 18 maggio 2018 il Vescovo di Aversa mons. Angelo Spinillo ha presieduto la celebrazione eucaristica per i funerali di padre Germani nella chiesa del PIME di Ducenta e ai numerosi fedeli, confratelli religiosi e laici partecipanti, ha rivolto una omelia con la quale ha evidenziato la spiritualità e il significato ecclesiale della vocazione missionaria.

Conobbi padre Germani in occasione di una mostra del libro organizzata dalla Parrocchia di San Rocco di Frattamaggiore una quindicina di anni fa. Ci mise a disposizione alcune copie del libro da lui scritto nel 1987 sulla vita di Padre Mario Vergara missionario frattese del PIME che nel 2014 da Papa Francesco è stato beatificato insieme con il catechista birmano Isidoro.
Nacque con lui un dialogo sull’inpegno missionario e sulla ricerca agiografica di cui egli era vero maestro. Un dialogo che divenne operativo e collaborativo con la chiesa locale frattese, in particolare con la Basilica Pontificia di San Sossio, impegnata per la beatificazione di padre Mario Vergara e del catechista Isidoro e nel promuovere, in collaborazione con la chiesa birmana, la ricerca e la conoscenza della vita del missionario martire in Birmania.
Si sono avute diverse opere sulla vita di Padre Mario Vergara, ma la biografia principale e di riferimento per gli scritti successivi rimane sempre quella prodotta da padre Ferdinando Germani nel 1987. Quella corposa biografia di circa 200 pagine, a cui diede il titolo “P. Mario Vergara – Martire della Fede e della Carità in Birmania”, ricevette la prefazione di Mons. Angelo Perrotta, parroco di San Sossio ed amico personale di Padre Vergara. Essa è introdotta anche da una riflessione personale di padre Germani, intensa ed educativa, che riporto di seguito.


Portale del PIME Ducenta

giovedì 10 maggio 2018

Il Giorno della Memoria: verità e democrazia


In coincidenza con il 40° del ritrovamento del corpo dell’on. Aldo Moro in Via Caetani (9 maggio 1978), al Quirinale si è celebrato il Giorno della Memoria dedicato alle vittime del terrorismo.
Il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella è stato presente ai vari momenti della celebrazione ed ha tenuto il discorso conclusivo. La cerimonia è svolta nella mattinata ed è stata trasmessa in diretta televisiva, poco dopo l’omaggio del Presidente e delle Autorità in Via Caetani.
Il Giorno della Memoria fu istituito nel 2007 dal Parlamento e fu illustrato con il libro “Per le vittime del terrorismo nell’Italia repubblicana”, edito dalla Presidenza della Repubblica ed introdotto dal Presidente Giorgio Napolitano.
Mattarella ha sottolineato l’importanza della data connessa con l’omicidio di Moro, scelta per essere carica di significato come punto emblematico dell’attacco all’ordine costituzionale dello Stato, e come memoria che deve restituire alle giovani generazioni l’insegnamento, le speranze e l’opera, di coloro che sono stati sradicati con la violenza.
Il comunicato ufficiale della Presidenza della Repubblica descrive i momenti della cerimonia al Quirinale: l’Inno nazionale e quello europeo eseguiti dal Coro del Teatro dell’Opera di Roma, con il brano “Lacrimosa” dal Requiem di Mozart; l’intervento del giornalista Ezio Mauro; l’intervento degli studenti Michela Bivacqua e Filippo Ursillo; la premiazione delle Scuole vincitrici del Concorso “Tracce di Memoria” istituito dal MIUR in collaborazione con la “Rete degli Archivi per non dimenticare”.

Il discorso di Ezio Mauro, sintesi di una lunga ricerca giornalistica e storica, si è orientato sulla analisi dell’esperienza della democrazia in Italia, sul paradosso di “una frangia della generazione cresciuta nella democrazia riconquistata dopo un ventennio di dittatura, e nella libertà ristabilita dopo gli orrori della guerra”, la quale ha ceduto “a utopie di opposta sopraffazione, che hanno la loro radice nelle ideologie totalitarie”. Si è rivolto alla comprensione statistica degli “anni di piombo”, dei ferimenti e delle morti numerose per terrorismo negli anni ‘70. Ha evidenziato le storie personali, familiari, professionali, sottese a quei tragici avvenimenti. 

Ha evocato gli oggetti delle persone colpite: “una bicicletta, una penna, due borse, un quaderno, una toga: strumenti di una normalità quotidiana trasformata in bersaglio, nella sproporzione incolmabile che esiste tra chi si apposta con una pistola puntata per uccidere e chi conduce la sua vita libera tra uomini liberi, da cui non deve guardarsi”. Per tutte queste storie che si intrecciano con la la storia della democrazia si hanno “due obblighi che ci riguardano tutti: dobbiamo memoria, e dobbiamo verità, perché la verità è la vera, suprema forma di giustizia. Nella consapevolezza, tuttavia, che la democrazia ha vinto la sfida con il terrorismo, in quegli anni. Fragile, imperfetta, incoerente, a tratti infedele, la democrazia è riuscita a prevalere, ha sconfitto il mito della falsa rivoluzione. E lo ha fatto senza leggi speciali, senza sfigurarsi. Perché la democrazia ha il diritto di difendersi quando è sotto attacco, ma ha il dovere di farlo rimanendo se stessa, sapendo che si salva non ad ogni costo e con qualsiasi mezzo, ma soltanto se porta in salvo con sé le sue buone ragioni, preservandole intatte”.

Il discorso del Presidente Mattarella si pone nella prospettiva più alta ed esplicativa; quella della giusta ricomposizione esperienziale umana ed istituzionale della democrazia in Italia. Una operazione di giustizia e di verità che deve riconoscere e ripercorrere le tracce del cammino della libertà e del dialogo costruttivo. Esso trova un punto centrale nel ragionamento sul radicamento della democrazia nella coscienza del popolo italiano e nella descrizione delle ragioni che hanno portato alla isituzione del Giorno della Memoria per le vittime del terrorismo e alla pubblicazione del libro della Presidenza della Repubblica ad esso dedicato.
Leggiamo di seguito:
possiamo convenire su un giudizio storico: la nostra democrazia, aggredita e ferita, è riuscita a prevalere per la forza del suo radicamento nella coscienza del popolo italiano.
Cercare la verità è sempre un obiettivo primario della democrazia. La verità è inseparabile dalla libertà. Tante verità sono state ricostruite e conquistate, grazie anche all'impegno e al sacrificio di servitori dello Stato, mentre altre non sono ancora del tutto chiarite, o sono rimaste oscure. Non rinunceremo a cercarle con gli strumenti della legge, e con un impegno che deve essere corale. Questa ricerca deve accompagnarsi alla riflessione e al confronto sulle radici sociali, ideologiche del terrorismo. All'opposto dei regimi autoritari, la democrazia ha sempre bisogno di sapere, di coinvolgere, di scavare nella realtà, di portare alla luce e non di occultare. Di avere la verità. Tanta strada si è fatta. Nelle attività di indagini, nei processi giudiziari, nel lavoro giornalistico e pubblicistico, nell'approfondimento storico e culturale. In questa giornata, è giusto sottolineare che il percorso va proseguito insieme.
I familiari delle vittime hanno dato un grande contributo per avviare la nostra società a una ricostruzione che svelasse le responsabilità, le possibili connessioni con interessi esterni al nostro Paese, le complicità, i disegni e gli obiettivi criminali. La sofferenza dei familiari è stata tradotta, nelle Associazioni a cui hanno dato vita, nell'impegno civile che ha aiutato la crescita di una consapevolezza collettiva.
Quando la verità è riuscita a emergere, e si è accompagnata, da parte di alcuni terroristi, al riconoscimento delle proprie colpe e alla presa d'atto della mancanza di qualunque giustificazione della loro folle strategia, talvolta si sono anche aperti canali di dialogo personali, e spazi nei quali le coscienze si sono interrogate sul senso della riconciliazione. Sono spazi che la dimensione pubblica non può varcare: si può soltanto rispettare una così grande umanità, che ha fatto seguito a una così crudele disumanità.
Non pochi di coloro che hanno seminato morte e violenza hanno finito di scontare la loro pena, e dunque hanno avuto la possibilità di reinserirsi nella società. Le responsabilità morali e storiche tuttavia non si cancellano insieme a quelle penali, e ciò impone un senso di misura, di ritegno, che mai come a questo riguardo appare indispensabile.
Ci sono stati casi, purtroppo, in cui questa misura è stata superata, con dichiarazioni irrispettose e, talvolta, arroganti, che feriscono e che, insidiosamente, tentano di ribaltare il senso degli eventi, di fornire alibi di fronte alla storia. Questo non può essere consentito.
Bene ha fatto il presidente Giorgio Napolitano - a cui rivolgo un affettuoso saluto - a raccogliere e pubblicare, dieci anni fa, in un volume edito dall'Istituto Poligrafico, tutti i nomi e i volti delle vittime degli anni di piombo, affiancando quanti sono stati colpiti dalle varie sigle del terrorismo rosso a coloro sono rimasti vittime dei terroristi neri e delle stragi che hanno sconvolto il nostro Paese.
Quel documento non è il libro bianco di una democrazia fragile, ma un atto di coraggio dello Stato repubblicano che sa di aver sconfitto le trame eversive e i progetti di destabilizzazione, e che riconosce nei caduti una ragione di unità, un fondamento delle proprie basi morali.
Non dimenticheremo neppure un nome, neppure un volto, neppure una storia".


mercoledì 2 maggio 2018

In onore del vescovo Nicola Capasso


Negli ultimi giorni di aprile di quest’anno 2018 si sono svolti incontri di studio e celebrazioni religiose per la memoria di Mons. Nicola Capasso, originario frattese e vescovo di Acerra dal 1933 al 1966. Nicola Capasso era nato a Frattamaggiore il 2 agosto del 1886 ed ivi era morto il 27 aprile del 1968.
Nel 50° della sua dipartita la Diocesi di Acerra ha celebrato la figura del vescovo con un incontro di studio che si è tenuto il 27 aprile nella sede della Biblioteca del Seminario.
Il giorno seguente, organizzati dalla antica Congrega dei Preti frattesi, si sono avuti vari momenti celebrativi a Frattamaggiore vissuti insieme con il vescovo ed il clero acerrano: la visita alla Parrocchia di San Rocco ove Nicola Capasso fu primo parroco dal 1919 al 1933, la visita alla sua sepoltura nel Cimitero frattese, la visita alla Pinacoteca e la concelebrazione eucaristica nella Basilica Pontificia di San Sossio.

Sul portale della Diocesi di Acerra si leggono le iniziative svolte e i tratti etici e religiosi fondamentali della figura del vescovo Capasso: 

  Il 27 aprile del 1968 moriva monsignor Nicola Capasso, vescovo di Acerra dal 1933 al 1966. La diocesi lo ricorda il  27 aprile 2018 alle 18.30 con un convegno nella Biblioteca diocesana in piazza duomo. Introdotto dal vescovo Antonio Di Donna, interviene il prof Gennaro Niola, direttore del Museo diocesano. Originario di Frattamaggiore, non lontano da Acerra, Capasso prese la guida della diocesi a soli 46 anni nel 1933. Operosità e rispetto dell’ortodossia furono al centro della suo servizio di vescovo, riservando particolare cura alla formazione dei sacerdoti, per i quali fu padre autorevole e affidabile. Non trascurò nulla della vita ecclesiale: attuò nuove relazioni con la società civile e a lui si deve l’ultimo Sinodo della diocesi. Uomo di cultura, scriveva personalmente il bollettino diocesano. Volle biblioteca e archivio della diocesi. Sensibile all’arte, ipotizzò un Museo diocesano, e un altro da dedicare al patrono sant’Alfonso. Povero e riservato, occupava solo una parte del palazzo vescovile.
Il ricordo di Capasso si lega ai giorni dell’eccidio di Acerra del 1943, durante i quali egli scese in strada, affrontò a viso aperto i soldati nazisti e come un padre fu vicino alla gente, fino a ricomporre egli stesso i cadaveri e a portarli al cimitero. Successivamente, rifiutò l’onorificenza per tale opera.
Partecipò a tutte le sessioni del Concilio Vaticano II. A più di ottanta anni si dimise nel 1966 ritirandosi nella casa di famiglia a Frattamaggiore, dove morì il 27 aprile del 1968. E dove sulla sua tomba si recheranno in pellegrinaggio il vescovo e i sacerdoti della diocesi di Acerra sabato 28 aprile.

Sulle pagine social frattesi si seguono i vari momenti locali organizzati in onore dello stesso vescovo. Molti media, in particolare il portale linkabile, hanno divulgato e commentato le iniziative e la notizia della Concelebrazione con ampio reportage fotografico e con il rilievo dell’intervento commemorativo di mons. Angelo Crispino, presidente della Congrega dei Preti frattesi:

La concelebrazione è stata presieduta, in una forma solenne ed con una straordinaria partecipazione del mondo ecclesiastico nonché autorità religiose civili e militari, tant’è che a presiedere alla cerimonia religiosa insieme al Vescovo di Acerra S.E. Mons. Antonio Di Donna, hanno concelebrato l’Arcivescovo S. E. Mons. Alessandro D’Errico Nunzio Apostolico a Malta e in Libia, il Vescovo di Aversa S.E. Mons. Angelo Spinillo, il Vescovo emerito di Aversa, S.E. Mons. Mario Milano, il Presidente della Congrega dei Preti Frattesi, Mons. Angelo Crispino, il Parroco Mons. Sossio Rossi; e tutto il Clero di Frattamaggiore ed Acerra. Presente per l’amministrazione il Sindaco di Frattamaggiore, Dott. Marco Antonio del Prete.
Di grande spessore storico, culturale e religioso è stato il discorso celebrativo tenuto da S.E. Mons. Angelo Crispino.

In Frattamaggiore si conservano memorie importanti del vescovo Capasso. In particolare la Parrocchia di San Rocco che ancor vive dei segni della sua pastorale e ne cura con mostre e pubblicazioni la conservazione documentale (Cronache, Libri Parrocchiali, e l’Emeroteca del Pellegrino, giornale da lui fondato nel 1924).
Importanti sono anche i segni della memoria del vescovo legati alla Basilica Pontificia di San Sossio; soprattutto quello del suo pastorale, personalmente ed esemplarmente donato nel 1946 per la ricostruzione della chiesa che era stata distrutta da un incendio nel Novembre del 1945.
Nei giorni seguenti le celebrazioni, con la piazza antistante la Basilica frattese silente e liberata dalla moltitudine, si è potuto pienamente ammirare la figura fotografica di S.E. Mons. Nicola Capasso, in alto sul portale marmoreo rinascimentale della chiesa. Si è avuto il senso di una ‘restituzione’ alla città e alla ecclesia locale della grande personalità di un pastore buono ed esemplare.
E’ stato naturale per lo storico ritrovare negli anfratti della documentazione antica una testimonianza che si riferisce alla ‘restituzione’ del pastorale di Nicola Capasso.
Lo aveva promesso nella grande celebrazione in piazza del 29 dicembre 1945, subito dopo l’incendio di San Sossio; e lo fece accompagnando il gesto con le parole ufficiali del Vescovo di Acerra pubblicate sul Pellegrino del Febbraio del 1946. Le leggiamo di seguito.