giovedì 1 febbraio 2018

La luce vivissima dell’educazione dei giovani

La luce vivissima era quella vista da Don Bosco nel Sogno dei Dieci Diamanti, e di cui era circonfusa la figura del giovanetto che nel sogno esortava il Santo e i suoi confratelli a bene operarare per l’educazione dei giovani.
L’esortazione del sogno era anche l’impegno reale che i Salesiani praticavano, e ancora praticano, nel campo educativo e con l’ispirazione al metodo pedagogico formulato dopo la metà dell’800 dal loro fondatore: il Sistema preventivo nell’educazione della gioventù.
Nella visione del sogno i “Dieci Diamanti” di cui era rivestita la splendida veste del ‘Maestro’ apparso ai Salesiani erano le 3 virtù teologiche (Fede Speranza Carità), i 3 consigli evangelici (Povertà Obbedienza Castità) e 4 orientamenti comportamentali (Lavoro Temperanza Premio Digiuno).
Propongo alla riflessione i testi ricavati dalle fonti salesiane riguardanti il metodo pedagogico di Don Bosco e la narrazione del suo Sogno dei Dieci Diamanti.

IL SISTEMA PREVENTIVO NELLA EDUCAZIONE DELLA GIOVENTÙ
Più volte fui richiesto di esprimere verbalmente o per iscritto alcuni pensieri intorno al così detto sistema preventivo che si suole usare nelle nostre case. Per mancanza di tempo non ho potuto finora appagare questo desiderio, e presentemente ne do qui un cenno, che spero sia come l'indice di quanto ho in animo di pubblicare in una operetta appositamente preparata, se Dio mi darà tanto di vita da poterlo effettuare, e ciò unicamente per giovare alla difficile arte della giovanile educazione. Dirò adunque: in che cosa consista il Sistema Preventivo, e perché debbasi preferire: sua pratica applicazione, e suoi vantaggi.
I n che cosa consiste il Sistema Preventivo e perché debbasi preferire.
Due sono i sistemi in ogni tempo usati nella educazione della gioventù: Preventivo e Repressivo. Il sistema Repressivo consiste nel far conoscere la legge ai sudditi, poscia sorvegliare per conoscerne i trasgressori ed infliggere, ove è d'uopo, il meritato castigo. In questo sistema le parole e l'aspetto del Superiore debbono sempre essere severe, e piuttosto minaccevoli, ed egli stesso deve evitare ogni famigliarità coi dipendenti. Il Direttore per accrescere valore alla sua autorità dovrà trovarsi di rado
tra i suoi soggetti e per lo più quando si tratta di punire o di minacciare. Questo sistema è facile, meno faticoso e giova specialmente nella milizia e in generale tra le persone adulte ed assennate, che devono da se stesse essere in grado di sapere e ricordare ciò ohe è conforme alle leggi e alle prescrizioni.
Diverso, e direi, opposto è il sistema Preventivo. Esso consiste nel far conoscere le prescrizioni e i regolamenti di un istituto e poi sorvegliare in guisa, che gli allievi abbiano sempre sopra di loro l'occhio vigile del Direttore o degli assistenti, che come padri amorosi parlino, servano di guida ad ogni evenienza, diano consigli ed amorevolmente correggano, che è quanto dire: mettere gli allievi nella impossibilità di commettere mancanze [...]
Il sistema Preventivo rende affezionato l'allievo in modo che l'educatore potrà tuttora parlare col linguaggio del cuore sia in tempo dell'educazione, sia dopo di essa. L'educatore, guadagnato il cuore del suo protetto, potrà esercitare sopra di lui un grande impero, avvisarlo, consigliarlo ed anche correggerlo allora che si troverà negli impieghi, negli uffizi civili e nel commercio. Per queste e molte altre ragioni pare che il sistema Preventivo debba preferirsi al Repressivo.
(Fonte: Inaugurazione del Patronato di S. Pietro in Nizza a Mare. Scopo del medesimo esposto dal Sacerdote Giovanni Bosco con appendice sul sistema preventivo nella educazione della gioventù. San Pier d'Arena-Torino-Nizza Marittima, Tipografia e Libreria Salesiana 1877)


IL SOGNO DEI DIECI DIAMANTI
Ad ammaestramento della Pia Società Salesiana
Il 10 settembre anno corrente (1881), giorno che la Santa Chiesa consacra al glorioso nome di Maria, i Salesiani, raccolti in San Benigno Canavese, facevano gli Esercizi Spirituali. «Nella notte dal 10 all’11, mentre dormivo, la mente si trovò in una gran sala splendidamente ornata. Mi sembrava di passeggiare con i direttori delle nostre case, quando apparve tra noi un uomo di aspetto così maestoso, che non potevamo reggerne la vista. Datoci uno sguardo senza parlare, si pose a camminare a qual che passo da noi. Egli era così vestito: un ricco manto a guisa di mantello gli copriva la persona. La parte più vicina al collo era come una fascia che si rannodava davanti, e una fettuccia gli pendeva sul petto. Sulla fascia stava scritto a caratteri luminosi: LA PIA SOCIETÀ DI SAN FRANCESCO DI SALES NELL’ANNO 1881, e sulla striscia di essa fascia portava scritte queste parole: QUALE DEVE ESSERE.
Dieci diamanti di grossezza e splendore strao rdinari erano quelli che c’impedivano di fermare lo sguardo, se non con gran pena, su quell’augusto Personaggio. Tre di quei diamanti erano sul petto, ed era scritto sopra di uno FEDE, sull’altro SPERANZA e CARITÀ su quello che stava sul cuore. Il quarto diamante era sulla spalla destra e aveva scritto LAVORO, sopra il quinto nella spalla sinistra si leggeva TEMPERANZA. Gli altri cinque diamanti ornavano la parte posteriore del manto, ed erano così disposti: uno più grosso e più folgoreggiante stava in mezzo come al centro di un quadrilatero, e portava scritto OBBEDIENZA. Sul primo a de stra si leggeva VOTO DI POVERTA. Sul secondo, più in basso, PREMIO. Nella sinistra sul più elevato era scritto: VOTO DI CASTITA. Lo splendore di questo mandava una luce tutta speciale, e mirandolo traeva e attraeva lo sguardo come la calamita attrae il ferro. Sul secondo a sinistra, più in basso, stava scritto: DIGIUNO. Tutti questi quattro ripiegavano i loro raggi verso il diamante del centro. Questi brillanti tramandavano dei raggi che a guisa d i fiammelle si alzavano e portavano scritte qua e là varie sentenze.
Sulla Fede si elevavano le parole: “Imbracciate lo scudo della Fede per vincere le insidie del demonio”. Un altro raggio aveva: “La fede senza le opere è morta. N on chi ascolta, ma chi pratica la legge possederà il regno di Dio”. Sui raggi della Speranza: “Sperate nel Signore, non negli uomini. I vostri cuori siano sempre fissi dove sono le vere gioie”. Sui raggi della Carità: “Po rtate gli uni i pesi degli altri, se volete compiere la mia legge. Amate e sarete amati, ma amate le anime vostre e le anime altrui. Recitate devotamente il Divino Ufficio; celebrate la Santa Messa con attenzione; visitate con grande amore il Santo dei Santi”.
Sulla parola Lavoro: “Rimedio alla concupiscenza, arma potentissima contro tutte le tentazioni del demonio”. Sulla Temperanza: “Il fuoco si spegne se si toglie la legna. Fate un patto con i vostri occhi, con la gola e col sonno, affinché questi nemici non vi rubino le vostre anime. Intemperanza e castità non possono abitare insieme”.
Sui raggi dell’Obbedienza: “È il fondamento di tutto l’edificio e il compendio della santità”. Sui raggi della Povertà: “Il Regno dei Cieli è dei poveri. Le ricchezze sono spine. La povertà non si vive a parole, ma si pratica con l’amore e con i fatti. Essa aprirà le porte del Cielo e vi entrerà”. Sui raggi della Castità: “Tutte le virtù vengono insieme con essa. I mondi di cuore penetrano i segreti di Dio e vedono Dio stesso”.
Sui raggi del Premio: “Se vi lusinga la grandezza del premio, non vi spaventino le fatiche della conquista. Chi patisce con me, godrà con me. Sono momentanei patimenti di questa vita; è eterna la felicità che godranno i miei amici in Cielo”. Sui raggi del Digiuno: “È l’arma più potente contro le insidie del demonio. E il custode di tutte le virtù. Col digiuno si scaccia ogni genere di demoni”. Un largo nastro a color di rosa serviva di orlo nella parte inferiore del manto, e sopra questo nastro era scritto: “Questo sia l’argomento delle vostre esortazioni del mattino, del mezzogiorno e della sera. Raccogliete le briciole delle virtù e vi costruirete un grande edificio di santità. Guai a voi che disprezzate le cose piccole: a poco a poco cadrete”.
Fino allora i direttori erano chi in piedi, chi in ginocchio, ma tutti attoniti e nessuno parlava. A questo punto Don Rua, come fuori di sé, disse: — Bisogna prendere nota per non dimenticare. Cerca una penna e non la trova; cava fuori il po rtafoglio, fruga e non ha la matita. — Io mi ricorderò — disse Don Durando. — Io voglio notare — aggiunse Don Fagnano —, e si pose a scrivere con un gambo di rosa. Tutti miravano e comprendevano la scrittura. Quando Don Fagnano cessò di scrivere, Don Costamagna continuò a dettare così: — La carità capisce tutto, sopporta tu tto, vince tutto: pratichiamola con la parola e con i fatti. Mentre Don Fagnano scriveva, scomparve la luce, e tutti ci trovammo in folte tenebre. — Silenzio — disse Don Ghivarello — inginocchiamoci, preghiamo e la luce verrà. Don Lasagna cominciò il Veni Creator, poi il De profundis e Maria Auxilium Christianorum, a cui tutti rispondemmo. Quando fu detto Ora pro nobis, riapparve una luce che circondava un cartello su cui si leggeva: LA PIA SOCIETA SALESIANA QUA LE CORRE PERICOLO DI ESSERE NELL’ANNO 1900.
Un istante dopo la luce divenne più viva a segno che potevamo vederci e conoscerci a vicenda. In mezzo a quel bagliore apparve di nuovo il Personaggio di prima, ma con aspetto malinconico, simile a colui che comincia a piangere. Il suo manto era divenuto scolorato, tarlato e sdrucito. Nel sito dove stavano fissi i diamanti vi era invece un profondo guasto, cagionato dal tarlo e da altri piccoli insetti. — Guardate — egli ci disse — e intendete.
Ho veduto che i dieci diamanti erano diven uti altrettanti tarli che rabbiosi rodevano il manto.
Pertanto al diamante della Fede erano sottentrati: sonno e accidia. Alla Speranza: risate e scurrilità. Alla Carità: negligenza nel compi ere i divini Uffici. Amano e cercano i propri comodi e non gli interessi di Gesù Cristo. Alla Temperanza: golosi tà e piaceri sensuali. Al Lavoro: il sonno, il furto e l’ozio. Al posto dell’Ubbidienza non vi era altro che un guasto largo e profondo senza scritta. Alla Castità: concupiscenza e vita mondana. Alla Povertà era succeduto: dormire, vestire bene, mangiare e bere, denaro a disposizione. Al Premio: “Ci basta godere la vita presente”. Al Digiuno: Vi era un guasto, ma niente di scritto.
A quella vista fummo tutti spaventati. Don Lasagna cadde svenuto, Don Cagliero divenne pallido come una camicia e, appoggiandosi sopra una sedia, gridò: — Possibile che le cose siano già a questo punto? Don Lazzero e Don Guidazio stavano come fuori di sé e si porsero la mano per non cadere. Don Francesia, il Conte Cays, Don Barberis e Don Leveratto erano quivi ginocchioni pregando con in mano la corona del S. Rosario. In quel momento si fece intendere una voce cupa: — Come è svanito quello splendido colore!
Ma nell’oscurità successe un fenomeno singolare. In un istante ci trovammo avvolti in folte ten ebre, nel cui mezzo apparve tosto una luce vivissima, che aveva forma di corpo umano. Non potevamo tenerci sopra lo sguardo, ma potevamo scorgere che era un avvenente giovanetto, vestito di abito bianco lavorato con fili d’oro e d’argento. Tutto attorno all’abito vi era un orlo di luminosissimi diamanti. Con aspetto maestoso, ma dolce e amabile, si avanzò verso di noi, e ci indirizzò queste parole testuali: — Servi e strumenti di Dio onnipotente, ascoltate e intendete. Siate forti e robusti. Quanto avete veduto e udito è un avviso del Cielo, inviato ora a voi e ai vostri fratelli. Fate attenzione e intendete bene quello che vi si dice. I colpi previsti feriscono di meno e si possono prevenire. Le parole indicate siano tanti argomenti di predicazione. Predicate incessantemente a tempo e fuori tempo. Ma le cose che predicate fatele sempre, sicché le vostre opere siano come una luce che, sotto forma di sicura tradizione, s’irradii sui vostri fratelli e figli di generazione in generazione. Ascoltate bene e intendete. Siate oculati nell’accettare i novizi, forti nel coltivarli, prudenti nell’ammetterli. Provateli tutti, ma tenete sol tanto il buono. Mandate via i leggeri e volubili. Ascoltate bene e intendete. La meditazione del mattino e della sera sia sull’osservanza regolare. Se ciò farete, non vi verrà meno giammai l’aiuto dell’Onnipotente. Diverrete spettacolo al mondo e agli angeli e allora la vostra gloria sarà gloria di Dio. Chi vedrà la fine di questo secolo e il principio dell’altro dirà di voi: “Dal Signore è stato fatto questo ed è mirabile agli occhi nostri”. Allora tutti i fratelli e figli vostri canteranno: “Non a noi, Signore, non a noi, ma a tuo nome dà gloria”. Queste ultime parole furono cantate, e alla voce di chi parlava si unì una moltitudine di altre voci così armoniose e sonore, che noi rimanemmo privi di sensi e, per non cadere svenuti, ci siamo uniti agli altri a cantare. Al momento che finì il canto, si oscurò la luce. Allora mi svegliai e mi accorsi che si faceva giorno».
Promemoria
«Questo sogno durò quasi l’intera notte, e sul mattino mi trovai stremato di forze. Tuttavia per timore di dimenticarmene, mi sono levato in fretta e ho preso alcuni appunti che mi servirono come di richiamo per ricordare quanto qui ho esposto nel giorno della Presentazione di Maria SS. al Tempio. Non mi fu possibile ricordare tutto. Tra le altre cose ho potuto con sicurezza rilevare che il Signore ci usa grande misericordia. La nostra Società è benedetta dal Cielo, ma Egli vuole che prestiamo l’opera nostra. I mali minacciati saranno prevenuti se noi predicheremo sopra le virtù e sopra i vizi ivi notati; se ciò che predichiamo lo tramanderemo ai nostri fratelli con una tradizione pratica di quanto si è fatto e faremo. Ho potuto anche rilevare ch e ci sono imminenti molte spine, mol te fatiche, cui terranno dietro molte consolazioni. Circa il 1890 gran timore, circa il 1895 gran trionfo. Maria, Auxilium Christianorum, ora pro nobis» .
Il biografo Don Cena commenta: «La portata del sogno non ha limiti di tempo. Don Bosco diede l’allarme per un momento speciale che doveva seguire alla sua morte; ma il “Quale deve essere la Congregazione” e il “Quale è in pericolo di essere” con tengono un ammonimento che non perderà mai nulla del suo va lore, sicché sarà sempre vera la dichiarazione fatta da Don Bosco ai Superiori: “I mali minacciati saranno prevenuti, se noi predicheremo sul le virtù e i vizi ivi notati”»

(Fonti: http://www.sdb.org)

sabato 27 gennaio 2018

Il Giorno della Memoria della Shoah in Italia

Sul finire della seconda guerra mondiale, il 27 Gennaio del 1945 dai soldati dell’esercito sovietico furono abbattuti i cancelli del campo di concentramento nazista di Auschwitz, ove migliaia di ebrei erano tenuti prigionieri e condotti ai forni crematori. La data della liberazione del campo situato in Polonia ai confini con la Germania è divenuta emblematica per la fine della persecuzione del popolo ebraico; e la sua celebrazione come Giorno della memoria delle atrocità subite dagli ebrei (il loro olocausto come venne immediatamente considerato nel consesso internazionale) ha assunto valori storico-educativi irrinunciabili contro la discriminazione e l’odio razziale e a favore della pace e della giustizia tra i popoli. Diverse nazioni avevano già spontaneamente istituito il 27 gennaio come giorno celebrativo della memoria, tra queste la Germania nel 1996, l’Italia nel 2000 e la Gran Bretagna nel 2001, quando il 1° Novembre del 2005 una risoluzione dell’ONU ha proclamato il 27 gennaio Giornata Internazionale della Commemorazione in memoria delle vittime dell'Olocausto ed il dovere di tutti gli Stati membri di educare le generazioni future con le lezioni dell’olocausto.


In particolare in Italia è stata approvata la Legge n. 211 del 20 Luglio 2000, composta da due articoli, nel cui testo si adotta il termine di Shoah (significato biblico: tempesta devastante), al posto del termine olocausto che evoca un significato di sacrificio inevitabile:

Art. 1.
1. La Repubblica italiana riconosce il giorno 27 gennaio, data dell'abbattimento dei cancelli di Auschwitz, "Giorno della Memoria", al fine di ricordare la Shoah (sterminio del popolo ebraico), le leggi razziali, la persecuzione italiana dei cittadini ebrei, gli italiani che hanno subito la deportazione, la prigionia, la morte, nonche' coloro che, anche in campi e schieramenti diversi, si sono opposti al progetto di sterminio, ed a rischio della propria vita hanno salvato altre vite e protetto i perseguitati.
Art. 2.
1. In occasione del "Giorno della Memoria" di cui all'articolo 1, sono organizzati cerimonie, iniziative, incontri e momenti comuni di narrazione dei fatti e di riflessione, in modo particolare nelle scuole di ogni ordine e grado, su quanto e' accaduto al popolo ebraico e ai deportati militari e politici italiani nei campi nazisti in modo da conservare nel futuro dell'Italia la memoria di un tragico ed oscuro periodo della storia nel nostro Paese e in Europa, e affinche' simili eventi non possano mai piu' accadere. La presente legge, munita del sigillo dello Stato, sara' inserita nella Raccolta ufficiale degli atti normativi della Repubblica italiana. E' fatto obbligo a chiunque spetti di osservarla e di farla osservare come legge dello Stato.
Il giorno della memoria di quest’anno 2018 ha avuto un momento celebrativo solenne e significativo il 25 Gennaio a Roma, al Palazzo del Quirinale alla presenza del Presidente della Repubblica Sergio Mattarella. Il comunicato ufficiale ha così descritto l’evento:
La manifestazione, condotta dagli attori Remo Girone e Victoria Zinny, è stata aperta dalla proiezione di un filmato dal titolo "Dalle leggi razziali alla Shoah", realizzato da RaiStoria.
Nel corso della cerimonia la cantante Noa ha eseguito i brani musicali "Little Star" e "La vita è bella". Sono intervenuti la professoressa Anna Foa sul tema "Gli ebrei italiani e le leggi razziali", la Presidente dell'Unione delle Comunità Ebraiche Italiane, Noemi Di Segni e la Ministra dell'Istruzione, dell'Università e della Ricerca, Valeria Fedeli.
La Senatrice a vita Liliana Segre e il signor Pietro Terracina hanno portato la loro testimonianza e risposto alle domande degli studenti.
I conduttori hanno letto alcuni brani tratti dal volume "Ebreo, tu non esisti!" di Paola Frandini.
La cerimonia si è conclusa con il discorso del Presidente della Repubblica.

La celebrazione è stata seguita con grande udienza di pubblico dalla Televisione nazionale, ed ho potuto ascoltare in diretta anche l’intero discorso del Presidente Mattarella. Il rispecchiamento nelle parole del Presidente della storia italiana, e dei sentimenti degli italiani, rispetto alle tematiche della Shoah, è stato forte e sincero, giusto e veritiero. Un grande insegnamento che invita tutte le generazioni ad amare l’Italia, la sua Repubblica “forte e radicata nella democrazia”, e “baluardo” insieme con la sua Costituzione che si oppone alla “ideologia nemica dell’uomo”.

Propongo alla lettura il testo del discorso del Presidente Mattarella pubblicato sul portale della Presidenza della Repubblica Italiana.

Intervento del Presidente della Repubblica Sergio Mattarella alla celebrazione del “Giorno della Memoria”. Palazzo del Quirinale 
25/01/2018
Rivolgo un saluto ai presidenti del Senato, della Camera dei Deputati e della Corte costituzionale, ai membri del governo, a tutti i presenti, a coloro che ci ascoltano attraverso la tv. Un saluto particolare ai superstiti dei campi di sterminio, alla senatrice Segre, ai ragazzi.
Il 27 gennaio del 1945 le truppe russe varcavano i cancelli di Auschwitz, spalancando, davanti al mondo attonito, le porte dell'abisso. Quei corpi ammassati, i volti dei pochi sopravvissuti dallo sguardo spento e atterrito, i resti delle baracche, delle camere a gas, dei forni crematori erano il simbolo estremo della scellerata ideologia nazista. Un virus letale - quello del razzismo omicida - era esploso al centro dell'Europa, contagiando nazioni e popoli fino a pochi anni prima emblema della civiltà, del progresso, dell'arte. Auschwitz era il frutto più emblematico di questa perversione. Ancora oggi ciò che ci interroga e sgomenta maggiormente, di un mare di violenza e di abominio, sono la metodicità ossessiva, l'odio razziale divenuto sistema, la macchina lugubre e solerte degli apparati di sterminio di massa, sostenuta da una complessa organizzazione che estendeva i suoi gangli nella società tedesca.
Il cammino dell'umanità è purtroppo costellato di stragi, uccisioni, genocidi. Tutte le vittime dell'odio sono uguali e meritano uguale rispetto. Ma la Shoah - per la sua micidiale combinazione di delirio razzista, volontà di sterminio, pianificazione burocratica, efficienza criminale - resta unica nella storia d'Europa. Come fu possibile che anziani, donne, bambini anche di pochi mesi, stremati dalle lunghe persecuzioni, potessero essere sistematicamente eliminati, perché considerati pericolosi nemici? Che fine aveva fatto tra gli ufficiali di un esercito prestigioso, dalle grandi tradizioni, il senso dell'onore, quello per cui, quanto meno, non si uccidono gli inermi? Dove era finito il sentimento più elementare di umanità e di pietà di una nazione, evoluta e sviluppata, di fronte alle moltitudini di innocenti avviati, con zelo e nella generale indifferenza, verso le camere a gas? Migliaia di cittadini, i "volenterosi carnefici di Hitler", come li ha definiti lo storico Goldhagen, cooperavano alla distruzione degli ebrei.
Con questo consenso il nazismo riuscì a sterminare milioni di ebrei, di oppositori politici e di altri gruppi sociali - gitani, omosessuali, testimoni di Geova, disabili - considerati inferiori e ritenuti un ostacolo per il progresso della nazione.
Saluto e ringrazio per la loro presenza il presidente della Federazione dei Rom e Sinti, il presidente dell'Associazione deportati politici. Saluto anche il presidente degli internati militari: 800 mila soldati che, per il rifiuto di collaborare con i nazisti e di arruolarsi sotto le insegne di Salò, patirono privazioni, persecuzioni e violenze.
Da Liliana Segre e Pietro Terracina abbiamo sentito poc'anzi il racconto diretto, sconvolgente e inestimabile, dell'inferno dei campi, avvertendo la stessa emozione provata, nei giorni scorsi, ascoltando le parole, anch'esse essenziali e penetranti, di Sami Modiano. Agli internati venivano negati il nome, gli affetti, la memoria e il futuro, il diritto a essere persone. Tutti i sentimenti erano brutalmente proibiti, tranne quello della paura. Si possono uccidere, a freddo, senza remore, sei milioni di individui inermi se si nega non soltanto la loro appartenenza al genere umano ma la loro stessa esistenza. Soltanto per effetto di questa insana distorsione essi possono essere trasformati - con un progressivo e violento processo di spoliazione - da
persone, titolari di diritti, in oggetti di freddi elenchi, in numeri, come quelli che i sopravvissuti ai campi di sterminio - che saluto tutti ancora – portano indelebilmente segnati sul proprio corpo.
Anche in Italia questo folle e scellerato processo di riduzione delle persone in oggetti fu attuato con consapevolezza e determinazione. Sul territorio nazionale, è vero, il regime fascista non fece costruire camere a gas e forni crematori. Ma, dopo l'8 settembre, il governo di Salò collaborò attivamente alla cattura degli ebrei che si trovavano in Italia e alla loro deportazione verso l'annientamento fisico. Le misure persecutorie messe in atto con le leggi razziali del 1938, la schedatura e la concentrazione nei campi di lavoro favorirono enormemente l'ignobile lavoro dei carnefici delle SS.
Le leggi razziali - che, oggi, molti studiosi preferiscono chiamare "leggi razziste"- rappresentano un capitolo buio, una macchia indelebile, una pagina infamante della nostra storia. Ideate e scritte di pugno da Mussolini, trovarono a tutti i livelli delle istituzioni, della politica, della cultura e della società italiana connivenze, complicità, turpi convenienze, indifferenza. Quella stessa indifferenza, come ha sovente sottolineato la senatrice Segre, che rappresenta l'atteggiamento più insidioso e gravido di pericoli. Con la normativa sulla razza si rivela al massimo grado il carattere disumano del regime fascista e si manifesta il distacco definitivo della monarchia dai valori del Risorgimento e dello Statuto liberale.
Una donna forte e coraggiosa, Ernesta Bittanti, vedova dell'eroe trentino Cesare Battisti, commentava così nel suo diario quei giorni cupi e di dolore: «Io porto tutto il peso di queste sventure nel mio cuore (...) peso che mi viene dal ruinare di questa nostra povera Italia nell'abisso della barbarie spirituale. Da cui certo si riavrà un giorno!».
Lo Stato italiano del ventennio espelleva dal consesso civile una parte dei suoi cittadini, venendo meno al suo compito fondamentale, quello di rappresentare e difendere tutti gli italiani. Dopo aver soppresso i partiti, ridotto al silenzio gli oppositori e sottomesso la stampa, svuotato ogni ordinamento dagli elementi di democrazia, il Fascismo mostrava ulteriormente il suo volto: alla conquista del cosiddetto impero accompagna l'introduzione di norme di discriminazione e persecuzione razziale, che si manifesta già nell'aprile del 1937, con il regio decreto legge volto a punire i rapporti tra cittadini italiani e quelli definiti sudditi dell'Africa orientale italiana, per evitare che venisse inquinata la razza. Alla metà del 1938, con le leggi antiebraiche, rivolgeva il suo odio cieco contro una minoranza di italiani, attivi nella cultura, nell'arte, nelle professioni, nell'economia, nella vita sociale. Molti, venti anni prima, avevano servito con onore la Patria - come ufficiali, come soldati - nella grande guerra. Ma la persecuzione, da sola, non fu ritenuta sufficiente. Occorreva tentare di darle una base giuridica, una giustificazione ideologica, delle argomentazioni pseudo-scientifiche. Vennero cercati - e, purtroppo, si trovarono – intellettuali, antropologi, medici, giuristi e storici compiacenti. Nacque Il Manifesto della Razza. Letto oggi potrebbe far persino sorridere, per la mole di stoltezze, banalità e falsità contenute, se sorridere si potesse su una tragedia così immane. Eppure questo Manifesto, dalle basi così vacue e fallaci, costituì una pietra miliare della giurisprudenza del regime; e un nuovo "dogma" per moltissimi italiani, già assoggettati alla granitica logica del credere, obbedire, combattere. La penna propagandistica, efficace nel suo cinismo, coniò lo slogan con il quale intendeva rassicurare gli italiani e il mondo, nel tentativo di prendere, apparentemente, le distanze dall'antisemitismo nazista: "Discriminare – disse Mussolini - non significa perseguitare". Ma cacciare i bambini dalle scuole, espellere gli ebrei dall'amministrazionestatale, proibire loro il lavoro intellettuale, confiscare i beni e le attività commerciali, cancellare i nomi ebraici dai libri, dalle targhe e persino dagli elenchi del telefono e dai necrologi sui giornali costituiva una persecuzione della peggiore specie. Gli ebrei in Italia erano, di fatto, condannati alla segregazione, all'isolamento, all'oblio civile. In molti casi, tutto questo rappresentò la premessa dell'eliminazione fisica.
Sorprende sentir dire, ancora oggi, da qualche parte, che il Fascismo ebbe alcuni meriti, ma fece due gravi errori: le leggi razziali e l'entrata in guerra. Si tratta di un'affermazione gravemente sbagliata e inaccettabile, da respingere con determinazione. Perché razzismo e guerra non furono deviazioni o episodi rispetto al suo modo di pensare, ma diretta e inevitabile conseguenza. Volontà di dominio e di conquista, esaltazione della violenza, retorica bellicistica,
sopraffazione e autoritarismo, supremazia razziale, intervento in guerra contro uno schieramento che sembrava prossimo alla sconfitta, furono diverse facce dello stesso prisma.
Abbiamo, in questo giorno della Memoria, ascoltato testimonianze coinvolgenti dei sopravvissuti. Nelle loro parole si avverte la forza e il fascino della loro vita ritrovata, della loro volontà di vivere con pienezza ma, al contempo, ci si rende conto dell'immenso patrimonio di presenze e di protagonismi che ci avrebbe assicurato la vita di coloro che sono stati trucidati nei lager e che quella programmata violenza omicida ci ha sottratto. Dalla professoressa Foa, dalla presidente Di Segni, dalla ministra Fedeli abbiamo sentito discorsi netti e lungimiranti: le ringrazio molto. Abbiamo rivissuto, attraverso le voci incisive di Remo Girone e Victoria Zinny, momenti drammatici della nostra storia di allora. Siamo stati affascinati dalle canzoni, commoventi e piene di speranza di Noa, messaggera di pace e di bellezza. Grande amica dell'Italia, venuta appositamente da Israele per condividere con noi il Giorno della Memoria e renderlo ancora più ricco di intensità. La ringrazio di cuore, con stima e amicizia. Abbiamo incontrato anche i giovani appena tornati dall'esperienza, sconvolgente ma formativa, del viaggio ad Auschwitz. A loro viene affidato il compito di custodire e tramandare la Memoria, perché non si attenui e non si smarrisca mai, per non rischiare di provocare nuovi lutti e nuove tragedie. Focolai di odio, di intolleranza, di razzismo, di antisemitismo sono infatti presenti nelle nostre società e in tante parti del mondo. Non vanno accreditati di un peso maggiore di quel che hanno: il nostro Paese, e l'Unione Europea, hanno gli anticorpi necessari per combatterli; ma sarebbe un errore capitale minimizzarne la pericolosità. I cambiamenti rapidi e sconvolgenti che la globalizzazione comporta - le grandi migrazioni, i timori per lo smarrimento della propria identità, la paura di un futuro dai contorni incerti - possono far riemergere dalle tenebre del passato fantasmi, sentimenti, parole d'ordine, tentazioni semplificatrici, scorciatoie
pericolose e nocive. La predicazione dell'odio viene amplificata e propagata dai nuovi mezzi di
comunicazione. La tecnologia e la scienza offrono grandi opportunità ma, come sempre, se non correttamente utilizzate, possono rendere disponibili strumenti sofisticati nelle mani di vecchi e nuovi profeti di morte. Contro queste minacce, contro il terrorismo, contro il razzismo e la violenza dell'intolleranza serve cooperazione internazionale, servono coraggio e determinazione. E' necessario, soprattutto, consolidare quegli ideali di democrazia, libertà, tolleranza, pace, eguaglianza, serena convivenza, sui quali abbiamo riedificato l'Europa dalle macerie della seconda guerra mondiale. Le leggi razziali in Italia erano entrate in vigore nell'autunno del 1938. Il 1 gennaio del 1948, dopo neppure dieci anni, la Costituzione Italiana sanciva solennemente che "tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali".
Di mezzo, vi era stata la cesura della guerra. Una guerra terribile, che aveva sparso morte e devastazione su larga parte del mondo. E che aveva aperto gli occhi del mondo sulla follia portatrice di morte del nazismo e del fascismo. La Memoria, custodita e tramandata, è un antidoto indispensabile contro i fantasmi del passato. La Repubblica Italiana, nata dalla Resistenza, si è definita e sviluppata in totale contrapposizione al fascismo. La nostra Costituzione ne rappresenta, per i valori che proclama e per gli ordinamenti che disegna, l'antitesi più netta. L'indicazione delle discriminazioni da rifiutare e respingere, al suo articolo 3, rappresenta un monito. Il presente ci indica che di questo monito vi era e vi è tuttora bisogno. Egualmente credo che tutti gli italiani abbiano il dovere, oggi, di riconoscere che
un crimine turpe e inaccettabile è stato commesso, con l'approvazione delle leggi razziali, nei confronti dei nostri concittadini ebrei.
La Repubblica italiana, proprio perché forte e radicata nella democrazia, non ha timore di fare i conti con la storia d'Italia, non dimenticando né nascondendo quanto di terribile e di inumano è stato commesso nel nostro Paese, con la complicità di organismi dello Stato, di intellettuali, giuristi, magistrati, cittadini, asserviti a una ideologia nemica dell'uomo. La Repubblica e la sua Costituzione sono il baluardo perché tutto questo non possa mai più avvenire.
Vi ringrazio.  

Testo del discorso sul portale della Presidenza della Repubblica   
  

sabato 2 dicembre 2017

Papa Francesco in Myanmar, ispirazioni missionarie

Ad agosto del 1933, seguendo la sua vocazione missionaria dopo l’esperienza del Seminario Teologico dei Padri Gesuiti di Posillipo, Mario Vergara venne ammesso al Noviziato del PIME di Sant'Ilario Ligure. Il 26 agosto del 1934 fu ordinato presbitero per le mani del cardinale Ildefonso Schuster nella chiesa di Bernareggio; e alla fine di settembre partì per le Missioni del PIME in Birmania (oggi Myanmar).
In Birmania, allora protettorato britannico, fu accolto dal vescovo Sagrada, vicario apostolico residente a Toungoo. Subito collaborò alle attività missionarie già avviate e iniziò lo studio delle lingue e dei costumi delle popolazioni che doveva assistere ed evangelizzare. Nel1936 gli fu affidata la cura del distretto montano di Citaciò, abitato dalle genti cariane. Qui padre Vergara affinò il suo metodo missionario, assicurando a tutti i villaggi la catechesi e la celebrazione dei sacramenti ed istituendo varie attività di formazione ed assistenza: organizzò un orfanotrofio per 82 piccoli birmani e praticò un'efficace medicina empirica, che spesso agli occhi delle popolazioni da lui curate appariva come miracolosa.



Dopo l’esperienza della prigionia in India durante la seconda guerra mondiale (1940-1945), Mario Vergara, tornò in Birmania per la sua Missione tra i villaggi sui monti della Cariania e volle il seminarista Isidoro Ngei Ko Lat nel gruppo dei suoi catechisti e sempre accanto a lui come collaboratore principale. Nel 1950, in un contesto di scontri etnici e religiosi, morì martire insieme con il suo catechista.
Papa Francesco nel 2014 ha emanato la Lettera Apostolica per l'iscrizione dei Venerabili Servi di Dio Mario Vergara e Isidoro Ngei Ko Lat nel numero dei Beati.
La comunità ecclesiale di Frattamaggiore in Diocesi di Aversa, in memoria e devozione del concittadino beato ha promosso forti legami di solidarietà con le comunità ecclesiali birmane che ebbero alla loro origine la guida pastorale di padre Mario Vergara.

Oggi la Birmania è denominata Myanmar, e nei giorni scorsi (dal 27 al 30 novembre 2017) ha ricevuto la visita di Papa Francesco. La complessità della problematica socio-religiosa e politica del paese ha ricevuto una particolare attenzione nei discorsi, nel dialogo interreligioso ed inteconfessionale, e nelle proposte pastorali del Santo Padre. Negli icontri avuti con tutte le autorità civili e religiose del Myanmar egli ha sottolineato l’importanza della diplomazia, dei valori della pace, della condivisione, del rispetto delle diversità, del perseguimento della giustiza, dell’orientamento verso le generazioni dei giovani, della tolleranza e della testimonianza religiosa.
Nell’incontro con i Vescovi cattolici egli ha proposto lo stile pastorale orientato al dialogo, alla carità, all’educazione e alla preghiera. Alla sua proposta non è mancato il riferimento ai fondamentali contributi dell’evangelizzazione dei padri missionari e della collaborazione dei catechisti; ovvero l’ispirazione all’icona dei beati Mario missionario ed Isidoro catechista, che rappresentano i primi modelli della santità per i cattolici in Myanmar.

Il Santo Padre ha tra le altre espresso queste parole ai Vescovi:

Mi piacerebbe che il nostro incontro stasera fosse un momento di serena gratitudine per queste benedizioni e di tranquilla riflessione sulle gioie e sulle sfide del vostro ministero di Pastori del gregge di Cristo in questo Paese […] Vorrei raggruppare i miei pensieri attorno a tre parole: guarigione, accompagnamento e profezia.
[…] Il vostro ministero di guarigione trova una particolare espressione nell’impegno per il dialogo ecumenico e per la collaborazione interreligiosa. Prego affinché i vostri continui sforzi a costruire ponti di dialogo e ad unirvi ai seguaci di altre religioni nel tessere relazioni di pace producano frutti abbondanti per la riconciliazione nella vita del Paese.
[…] La mia seconda parola per voi stasera è accompagnamento. Un buon Pastore è costantemente presente nei riguardi del suo gregge, conducendolo mentre cammina al suo fianco. Come mi piace dire, il Pastore dovrebbe avere l’odore delle pecore; ma anche l’odore di Dio, non dimenticatevi!, anche l’odore di Dio. Ai nostri giorni siamo chiamati a essere una “Chiesa in uscita” per portare la luce di Cristo ad ogni periferia. In quanto Vescovi, le vostre vite e il vostro ministero sono chiamati a conformarsi a questo spirito di coinvolgimento missionario, soprattutto attraverso le visite pastorali regolari alle parrocchie e alle comunità che formano le vostre Chiese locali.
[…] Per grazia di Dio, la Chiesa in Myanmar ha ereditato una fede solida e un fervente anelito missionario dall’opera di coloro che portarono il Vangelo in questa terra. Su queste fondamenta stabili, e in comunione con i presbiteri e i religiosi, continuate a permeare il laicato nello spirito di un autentico discepolato missionario e a ricercare una sapiente inculturazione del messaggio evangelico nella vita quotidiana e nelle tradizioni delle vostre comunità locali. Il contributo dei catechisti è al riguardo essenziale; il loro arricchimento formativo deve rimanere per voi una priorità. E non dimenticate che i catechisti sono i pilastri, in ogni parrocchia, dell’evangelizzazione.
Soprattutto, vorrei chiedervi un impegno speciale nell’accompagnare i giovani. Occupatevi della loro formazione ai sani principi morali che li guideranno nell’affrontare le sfide di un mondo minacciato dalle colonizzazioni ideologiche e culturali.
[…] La mia terza parola per voi è profezia. La Chiesa in Myanmar testimonia quotidianamente il Vangelo mediante le sue opere educative e caritative, la sua difesa dei diritti umani, il suo sostegno ai principi democratici. Possiate mettere la comunità cattolica nelle condizioni di continuare ad avere un ruolo costruttivo nella vita della società, facendo sentire la vostra voce nelle questioni di interesse nazionale, particolarmente insistendo sul rispetto della dignità e dei diritti di tutti, in modo speciale dei più poveri e vulnerabili. Sono fiducioso che la strategia pastorale quinquennale, che la Chiesa ha sviluppato nel più ampio contesto della costruzione dello Stato, porterà frutto abbondante non solo per il futuro delle comunità locali, ma anche dell’intero Paese. Mi riferisco specialmente alla necessità di proteggere l’ambiente e di assicurare un corretto utilizzo delle ricche risorse naturali del Paese a beneficio delle generazioni future. La custodia del dono divino della creazione non può essere separata da una sana ecologia umana e sociale.



mercoledì 27 settembre 2017

L'essenza della scuola nel discorso del Presidente Mattarella per il nuovo anno scolastico

L’apertura dell’anno scolastico 2017-18 è stata celebrata a Taranto in una scuola situata nel quartiere Paolo VI. Alla presenza del Presidente della Repubblica Sergio Mattarella si sono svolte varie manifestazioni che hanno visto protagonisti studenti provenienti da varie parti d’Italia. Mi sono ritrovato a seguire per televisione l’intero svolgersi degli eventi ed ho avuto modo di essere particolarmente coinvolto con alcuni ricordi personali. Ricordi risalenti agli anni 1966 e 1967, al tempo in cui giovane operaio dell’Italsider con la mia vespa 50 mi muovevo da quelle parti per la partecipazione domenicale alle funzioni religiose del Seminario di Poggio Galeso, e mi proponevo di continuare a studiare per il futuro.
Ho ascoltato con attenzione, e mi è piaciuto moltissimo, il discorso conclusivo del Presidente Mattarella, rivolto alle autorità ai docenti e agli studenti partecipanti alla celebrazione. Ne riporto qualche brano significativo ed illuminante per i contenuti pedagogici ed etici che attengono le problematiche e gli orientamenti della scuola contemporanea in Italia.

La fonte è leggibile sul Portale della Presidenza della Repubblica: Intervento del Presidente Mattarella all’inaugurazione dell’anno scolastico 2017–2018.


A ogni mese di settembre l'apertura dell'anno scolastico rappresenta una svolta nel ritmo della vita del nostro Paese. Diventa un'occasione anche di festa ma, soprattutto, di riflessione sul vostro presente e sul vostro futuro. Su quello della società, di cui la scuola è struttura portante.
[...]
Un grazie speciale alla comunità che fa capo all'istituto Luigi Pirandello che ci ospita in questo plesso intitolato a Giovanni Falcone.
So che avete lavorato alacremente e tutti insieme - dirigenti, docenti, personale non docente, genitori - per consentire lo svolgimento di questo incontro. Il risultato è bello. Sono davvero lieto di essere qui, con voi, a Taranto. Vi ringrazio molto tutti.
Questo lavoro che avete svolto tutti insieme, con amicizia, con motivazione, con senso di appartenenza, rappresenta la cifra dello spirito che deve contrassegnare le nostre comunità scolastiche: uno spirito di vera collaborazione, unito all'entusiasmo e all'orgoglio di svolgere un compito prezioso, delicato e fondamentale: quello di educare e formare la nuova generazione di italiani, i giovani cittadini della Repubblica.
La scuola contribuisce, in misura determinante, a far crescere la loro personalità, a radicare i loro valori, a definire e consolidare le loro speranze, a metterne alla prova intelligenza, socialità, creatività. Vi si prepara il domani della nostra civiltà e della nostra democrazia. A scuola si disegna il futuro.
È questa l'essenza del mondo della scuola. Ci si deve chiedere perché, talvolta, questa peculiarità non sia riconosciuta adeguatamente.
La scuola, ragazzi, non riguarda soltanto voi, i docenti e i vostri genitori: costituisce una grande e centrale questione nazionale. Perché la scuola è motore di cultura e, quindi, di libertà, di eguaglianza sostanziale. Deve essere veicolo di mobilità sociale.
Per questo ogni sforzo compiuto, ogni risorsa impiegata per migliorare l'istruzione e la formazione rappresenta un capitale che cresce negli anni e che moltiplica i suoi effetti. Non dobbiamo mai smettere di chiederci in che modo sia possibile investire di più, e sempre meglio, nella scuola. Un Paese che pensa al futuro diventa più forte per questa stessa capacità.
Cari ragazzi, si dice sovente, con una frase divenuta uno slogan, che il futuro vi appartiene. Ma il futuro comincia in ogni momento: lo costruite da oggi, giorno per giorno, con impegno; anche con fatica.
L'esperienza scolastica ci accomuna tutti. Anche gli adulti sono andati a scuola un tempo. Anche i vostri professori. Anch'io, tanti anni fa. E ne ricordiamo tutti comunque, in maniera incancellabile, ancora oggi, le soddisfazioni, le prove, le fatiche, gli impegni. Le prime amicizie, spesso divenute, grandi amicizie. E i volti e i nomi dei nostri compagni di scuola.
Nella scuola si cresce, ci si incontra, si sviluppano cultura, affetti, solidarietà, conoscenza reciproca. Si sperimenta la vita di comunità, il senso civico.
A questo riguardo vorrei proporvi una riflessione. Lo faccio con parole semplici, perché anche i più piccoli tra voi possano seguire: chi, tra di voi, assisterebbe alla distruzione di ciò con cui gioca, del tavolo dove mangia, del letto dove dorme, senza provare un senso di ribellione, di sconforto, di delusione, di dispiacere? Quella distruzione rappresenterebbe una ferita, una violenza alla vostra vita di tutti i giorni.
Anche chi distrugge le scuole, chi compie atti di vandalismo nelle aule, chi sottrae strumenti didattici, provoca una grave ferita: non soltanto - e stupidamente - a se stesso ma a tutti voi studenti. Quando si danneggia una scuola, viene ferita, in realtà, l'intera comunità nazionale.
Allo stesso modo, quando una scuola risorge dalle macerie di un terremoto, quando un'aula vi viene restituita, pulita e decorosa, dopo devastazioni teppistiche, è l'intera società che ne trae beneficio.
È motivo di sollievo, di grande importanza, dopo aver visto in tv gli effetti delle incursioni dei vandali nella Pirandello, sapere che, qui a Taranto, la cittadinanza intera si è mobilitata, stringendosi intorno ai docenti, ai genitori e agli studenti, manifestando la propria condanna per i gravi danneggiamenti e, insieme, la volontà di recupero.
Qualcuno di voi ha scritto: la scuola non si tocca. È una saggia considerazione, perché la scuola è patrimonio di tutti.
Naturalmente - su un altro piano, differente - dire che la scuola non si tocca non vuol dire che dobbiamo avere di essa una immagine cristallizzata, immutabile nel tempo, specialmente nella stagione in cui viviamo, dove i continui, impetuosi cambiamenti culturali, sociali e tecnologici impongono continue riflessioni, frequenti aggiornamenti, modifiche e riforme.
So bene che, ogni volta che si annunciano o si prefigurano cambiamenti nel mondo della scuola, si avvia immediatamente una discussione accesa, con toni talvolta aspri. Non sta certo a me prendere posizione sull'una o sull'altra proposta. Osservo che molti denunciano ritardi e inadeguatezze, vere o presunte, del sistema scolastico italiano di fronte alle sfide dei tempi e che, per contro, ogni ipotesi di novità trova spesso opposizioni pregiudiziali, suscita malumori e proteste.
Si deve tener conto, naturalmente, che i temi della scuola, per la loro delicatezza e importanza, stanno molto a cuore a tante persone, a tutti, in realtà. E' comprensibile, quindi, che vi siano diverse opinioni. Proprio per questo vi è bisogno di confronto, sereno e obiettivo, sulle politiche scolastiche, iniziando dalle forze politiche e sociali.
Un confronto che metta al centro gli studenti, il loro futuro, la loro capacità di integrarsi nel mondo del lavoro e nella comunità civile. Una dialettica vivace, anche serrata, è certamente proficua. L'importante è che convenienze, particolarismi e, talvolta anche strumentalità, non frenino lo sviluppo adeguato del sistema scolastico.
Nella scuola, che incrocia la vostra esistenza di giovani cittadini, emergono diverse tematiche sociali, delicate e importanti.
Vorrei citare solo alcuni tra i tanti problemi: quello della qualità delle aule e della sicurezza delle scuole; quello del bullismo - anche nella sua versione, ancora più micidiale, del cyber bullismo; quello dell'abbandono scolastico; quello dell'integrazione, fenomeno grande e crescente, in Europa e nel mondo; quello delle vaccinazioni per difendere la salute di tutti, nella propria scuola, nel proprio comune, nell'intera Italia.
Vorrei, adesso, salutare Taranto, questa splendida città che ha ospitato, con slancio e generosità, questo evento.
La scelta di Taranto intende rifarsi al carattere di questa città, di antiche radici storiche; di grande tradizione culturale; di frontiera, non soltanto geografica; di territorio in cui si riflettono le complessità e anche le contraddizioni dello sviluppo del Paese.
Salute, occupazione, tutela ambientale rappresentano valori fondamentali e costituzionalmente garantiti, tra cui istituzioni e società devono costantemente ricercare e trovare il punto di equilibrio positivo, con l'obiettivo preminente della centralità della persona.
Cari ragazzi, nel dichiarare aperto l'anno scolastico 2017-2018, rivolgo un augurio di buon lavoro e un sincero ringraziamento, molto sentito e intenso, agli insegnanti, ai professori e a tutti coloro che operano nella scuola. A voi, ragazzi, gli auguri più affettuosi per l'avventura, bella e impegnativa, che ogni anno scolastico rappresenta. A tutti voi: da chi frequenta la scuola dell'infanzia, a chi entra, per la prima volta, nella scuola primaria, fino a chi comincia l'ultimo anno di corso.
Siete più grandi dell'anno scolastico passato. Lo sarete ancor di più al termine di questo che inizia: lo sarete certamente non soltanto in età ma anche in sapere e in amicizia con gli altri.
In bocca al lupo e buon lavoro a tutti!



domenica 27 agosto 2017

Il Vescovo di Montepeloso

Michele Arcangelo Lupoli
VIAGGIO IN BASILICATA

Dopo la sofferta partenza di Mons. Michele Arcangelo Lupoli, la notte del 23 maggio 1815, la sede di Montepeloso antico paese della Basilicata posto in alto tra Potenza e Matera, rimase privata del suo Vescovo fino al 25 maggio 1818. E’ questa la data sia della nomina di Michele Arcangelo Lupoli a vescovo di Conza e Campagna, e sia della unione della sede di Montepeloso con quella di Gravina di Puglia.
La storia che lega il vescovo Lupoli, originario di Frattamaggiore, con la sede di Montepeloso, che oggi porta il nome di Irsina ed è ecclesiasticamente unita in Diocesi con Matera, è una storia interessante e meritevole di approfondimenti narrativi e storiografici.
Nel caldo pomeriggio del 17 luglio scorso, di ritorno con la mia signora da un viaggio-vacanza tra Puglia e Basilicata, percorrendo la strada tra gli ondulati declivi che portano alla “Città dei sassi”, la nostra auto è stata invitata da una pattuglia ad accostarsi strettamente sulla destra per permettere la discesa veloce di una colonna di auto che scortavano il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella. Egli era di ritorno dalle celebrazioni in Matera per l’istituzione della “Cattedra Maritain” promossa dalla Università della Basilicata e dall’Istituto Internazionale Jacques Maritain di Roma.




Matera di sera
Durante la serata trascorsa in Matera ho potuto recepire l'importanza dell'evento, che dai media locali e nelle conversazioni popolari veniva collegato con la “Matera capitale della cultura europea 2019”. Un argomento significativo incrociato con i temi della civiltà, della filosofia cristiana, dell'umanesimo integrale, del dialogo personalistico ed interculturale, della innovazione e della riscoperta delle antiche radici storiche. La “Matera capitale della cultura” per i politici richiama il ruolo della Basilicata nel quadro geo-politico del Mediterraneo e la esemplarità del superamento dell'arretratezza connesso con la valorizzazione del patrimonio delle tradizioni.
Dopo quello della visita turistica di Matera ho voluto dedicare un giorno anche alla visita di alcuni luoghi storici della Basilicata legati alla storia locale frattese. L'intento è stato quello di dare consistenza all'impressione, che ho tratto dalla ricerca sulla storia locale del mio paese, circa l'importanza che la figura e l'opera del vescovo Michele Arcangelo Lupoli assumono anche per la storia civile ed ecclesiastica della Basilicata. A questo proposito è stata stimolante la lettura della pubblicazione Viaggiatori in Basilicata, patrocinata e divulgata sul portale istituzionale della Regione Basilicata, la quale dedica pagine interessanti alla descrizione del viaggio a Venosa realizzato alla fine del 700 da Michele Arcangelo Lupoli.

Irsina (antica Montepeloso)
Ho così viaggiato, partendo da Matera, per le strade erte ed assolate della Basilicata più interna e silenziosa; verso l'alto colle sovrastato dalla poderosa mole della cattedrale altomedievale di Irsina, l'antica Montepeloso sede episcopale del vescovo Lupoli; e viaggiando su un arduo e groviglioso percorso di strade antiche e moderne, di tracciati romani e nastri superstradali, verso la normanna ”Incompiuta” Abbazia della SS.Trinità di Venosa. Quest'ultima è la città-meta dello “Iter Venusinus” realizzato nel 1790 dal giovane e brillante Lupoli, novello sacerdote e non ancora vescovo ma già noto studioso accademico, teologo e valente archeologo.
Una buona biografia di Michele Arcangelo Lupoli (1765 – 1834), curata da Francesco Montanaro e Franco Palladino, si può leggere nel Dizionario Biografico degli Italiani della Treccani. La figura del vescovo Lupoli è considerata dalla nascita in Frattamaggiore, attraverso le tappe del suo curriculum vitae fino alla conclusione della sua vita come arcivescovo di Salerno. Altri approfondimenti sulla figura del vescovo Lupoli si possono operare con la lettura dei suoi scritti e di numerose pubblicazioni di Storia Locale, in particolare quelle dell'Istituto di Studi Atellani e della Rassegna Storica dei Comuni.

LA CATTEDRALE DI IRSINA
Cattedrale di Irsina: facciata, porta e statua di santa Eufemia
La visita alla cattedrale di Irsina e all'area archeologica di Venosa è stata l'occasione per raccogliere immagini e memorie inaspettate riguardanti il vescovo. Importante è stata la disponibilità del custode, il signor Vito Grazio Petrillo che ci ha aperto la porta della silente cattedrale e ci ha guidato, con narrazioni semplici ed artisticamente appropriate, tra le navate, le cappelle e l'ipogeo della chiesa; evidenziando i segni e le lapidi in essa presenti che riguardano l'episcopato del Lupoli. Particolare rilievo egli ha voluto dare alla descrizione dei pregi artistici della quattrocentesca statua della patrona Santa Eufemia martire, realizzata dal Mantegna ed esposta per qualche tempo anche al Louvre.
Per questa Santa, della quale jl vescovo tessè le lodi e scrisse i tratti agiografici conosciuti anche a Rovigno in Croazia ove si venera il corpo della martire, si registra una diffusa devozione che, proprio grazie al vescovo Lupoli, è estesa dalla fine del '700 anche nella diocesi di Aversa, a Carinaro, a Frattamaggiore e nella vicina Carditello.
La visita alla “Incompiuta” di Venosa è stata una esperienza che ha riguardato ulteriormente il vescovo di Montepeloso; giovane studioso di lettere classiche e della storia antica egli aveva indirizzato il suo “Iter” soprattutto alla descrizione della Venosa del periodo romano; non di meno la visita ha offerto l'occasione per leggere direttamente alcuni brani dal testo latino originale del vescovo, alla scoperta di dati documentali della sua storia personale e della origine correttamente datata delle sue memorie lucane.
Ho poi approfondito la ricerca con la lettura di qualche testo antico della storia locale di Montepeloso, ed ho potuto delineare alcuni tratti utili all'ampliamento del quadro storiografico riguardante il vescovo Lupoli.


Cattedrale di Irsina: lapide della consacrazione del 1802
Irsina ricorda Michele Arcangelo Lupoli come l'ultimo vescovo della sede antica di Montepeloso. Lo celebra come il giovane vescovo (aveva 32 anni quanto nel 1793 raggiunse la sua sede) che subito operò per il rinnovamento dello spirito religioso e devozionale del paese. Guidò infatti il suo popolo additandogli, con il dialogo personale delle Sante Visite con omelie e lettere pastorali, gli insegnamenti di una solida dottrina ecclesiale; legò clero e popolo alle manifestazioni di una spiritualità incentrata sul santorale, sulla devozione mariana e della santa patrona Eufemia, devozione che ancora oggi si avvale dell'orazionale e dell'agiografia del Vescovo. Riconsacrò nel 1802 la cattedrale che aveva avuto rifacimenti durante l'episcopato precedente; eresse un altare all'Arcangelo Michele nel 1815, curò il decoro liturgico della cattedrale e delle chiese diocesane che visitò con diligenza e consigli, lottò contro gli eccessi e i disordini sociali.



Cattedrale di Irsina: cappella di san Michele e Presbiterio

Dagli Opuscola: preghiera a santa Eufemia e testi delle lapidi in cattedrale

Illuminante per la conoscenza della spiritualità ispiratrice dell'azione pastorale del giovane vescovo in Montepeloso è la lettura della sua Lettera III Pastorale della orazione in comune scritta nel gennaio del 1799, dalla quale traspare la sollecitudine per la salvezza del popolo di Dio a lui affidato ed il chiaro riferimento alla teologia spirituale dei Padri e a quella redentorista di Sant'Alfonso Maria de Liguori, del quale fu anche documentato agiografo. Leggiamone l'introduzione:

                                                          ARCANGELO
PER LA GRAZIA DI DIO, E DELLA SEDE APOSTOLICA
VESCOVO DI MONTEPELOSO
ALLA STESSA S. SEDE IMMEDlATABfENTE SOGGETTO
'A Fedeli della sua Chiesa
Pace, e Benedizione nel Signore.

Caro mio Gregge, siccome la carità di Gesù Cristo ci stringe da tutti i lati per la vita, e salute vostra, cosi per suggellare la nostra pastoral sollecitudine nella Visita, non guari menata per la divina degnazione felicemente a capo, abbiamo ordinato nel Signore, che in tutt’i giorni, innanzi la levata del Sole, si faccia nella nostra Chiesa Cattedrale, per un de’ Diaconi da noi deputali, la Santa Orazione in comunione de’ fedeli. Imperciocché egli è un mezzo questo principalissimo, e lo più essenziale per ottenere dalla divina misericordia i doni, e le grazie di nostra salvezza; e niuno crediamo, che alla salute pervenga, se non pel mezzo della vocazione divina; niuno chiamato che sia, crediamo poter operare la propria salute, se non pel mezzo dell'ajuto del Signore; niuno crediamo meritar l’ajuto del Signore, se non pel mezzo della orazione: “Nullum credimus ad salutem, nisi Deo invitante, venire; nullum invitatum salutem suam, nisi Deo auxiliante, operari; nullum, nisi orantem, auxilium promereri” (S. Aug. Lib. de Eccl. Dogm, C, XVI).
Dal che voi ben vedete, che tanto importa il pregar Dio, quanto importa il salvarsi; tanto indispensabilmente è necessaria l'orazione, quanto è indispensabilmente necessaria la grazia. Noi colle proprie forze non siam capaci, dice l’Apostolo, d'aver tampoco un buon pensiero, e solo la grazia di Dio è, che ce ne rende capaci. “Non sumus sufficientes cogitare aliquid a nobis, quasi ex nobis; sed sufficientia nostra ex Deo est” (Ep. II ad Cor. III. v. 5).
Imperciocché per lo peccato fummo spogliati di tutto, la nostra povertà è divenuta estrema, tutto mancaci e nulla in noi è rimasto di buono, nulla siamo, nulla possiamo, e a nulla abbiam dritto. Miseri, ed infelici noi! se colui, che ha dato la vita per noi, Cristo Gesù Signor nostro, fonte della grazia, anzi la grazia stessa sostanziale, essenziale, e divina, che tutto può, tutto dà, tutto riempie, non abbia con eterno giuramento impegnata sua divina parola, esser sempre pronto a soccorrere ai nostri bisogni, quante volte da lui ricorriamo, e da lui cerchiamo: “Dico vobis, omnia quaecumque orantes petitis, credite quia accipietis, et evenient vobis” (Marc. II. v. 24). Ecco la condizione, miei cari figliuoli, con cui ha il Signore disposto profondere le sue misericordie, e li suoi doni, di cui non meno è doviziosa la di lui volontà, che la di lui potenza per darle: “Dives in omnes qui invocant illum” (Ep. ad Rom. X. v. 12).

Montepeloso fu la delizia ed il tormento del Vescovo Lupoli. Vi giunge giovane esperto degli studi umanistici, accademico e scrittore di fama, ma sopratutto uomo di preghiera ed umile teologo di Santa Madre Chiesa, come dimostravano le sue Lezioni di Teologia Dogmatica pubblicate su invito del l'Arcivescovo di Napoli a partire dal 1793. Trovò sequela ed entusiasmo nella chiesa di Montepeloso; ma i fatti della Rivoluzione Napoletana del 1799 ebbero ripercussioni anche nel paese lucano e la libertà spirituale del Vescovo gli costò ostilità ed accuse che lo costrinsero a riparare a Napoli e a subire il carcere borbonico per oltre un anno dal marzo 1800 al maggio 1801, e in attesa nella sua casa frattese dell'intervento di re Ferdinando IV che nel gennaio del 1802 lo prosciolse completamente. Singolare esperienza quella vissuta da Michele Arcangelo Lupoli nel rapporto con alcune parti avverse che lo osteggiavano a Montepeloso: accusato nel 1799 da borbonici fu costretto a lasciare il paese; attaccato nell'episcopio durante i tumulti causati da antiborbonici nel maggio del 1815 fu ancora costretto a lasciare il paese e a starne lontano fino alla nomina a vescovo di Conza e Campagna del maggio 1818.

La lettura dei brani riguardanti il vescovo Lupoli nel libro di Michele Janora (Memorie storiche, critiche e diplomatiche della città di Montepeloso oggi Irsina, edito nel 1901) ci offre interessanti dati.
Il Vescovo è considerato nel dibattito storiografico sulla leggenda d'origine e sul significato del nome di Montepeloso che egli filologicamente propone come Monte Cretoso con riferimento al suo territorio.
All'inizio dell'800 il vescovo fece trasportare in cattedrale la colonna rossa della Santa Croce che si venerava in una antica chiesa diruta dedicata a San Michele e la fece utilizzare per il candelabro del cero pasquale in cornu Evangelii.
Leggiamo dal libro dello Janora un elogio del vescovo a pag. 464:

Finalmente, ai 21 di dicembre del 1797, fu eletto Vescovo di Montepeloso dal Papa Pio VI il grande Michele Arcangelo Lupoli, prete della parrocchia di Frattamaggiore. Il nome di questo vescovo e assai noto nel campo delle scienze e delle lettere. Egli diede alla luce moltissimi volumi di teologia, d'archeologia e di letteratura, nonché un'infinità di prediche ed omelie. Ai 4 di giugno del 1818, fu traslocato in qualità di Arcivescovo della Chiesa Metropolitana di Gonza, d'onde passò a reggere l'Arcivescovado di Salerno e morì poco dopo del 1830.
Il ritratto del Lupoli si osserva in una sala del nuovo episcopio; e questo insigne prelato fu l'ultimo della serie di 33 vescovi che, per ben 339 anni, sedettero sulla sola cattedra di Montepeloso.

A questo proposito risulta interessantissima la nota sul quadro del Lupoli posta a pag 659 che riporta il testo latino del lodato curriculum del vescovo:

Il vescovo Lupoli mori nel 1834 e non poco dopo il 1830. Egli fu fatto vescovo a soli 32 anni. Ecco integralmente l'iscrizione che trovasi sotto d'un suo ritratto ad olio, esistente nell'episcopio di Montepeloso :
Michael Archangelus Lupoli, natus Fractamajore die XXII Septmbris 1765, ingenio ac doctrina excellens, adhuc juvenis sedem Montspelusii, idus septembris anno 1797, conscendit, Dehinc temporum asperitate fortiter tolerata, Regiae Palatnae Erculanensis XV vir, ac Romanus Apostolicae Academiae Religionis a Pio VII adscitus, Scriptor vere cultissimus, omnigenaque eruditione clarus, ad Archiepiscopalum Compsanum XI Kal. Julias Anno 1818, evectus demum suae virtutis praemìuin, Salernitanae Ecclesiae solium, reportavit, mense septembris 1831, Diemque suum obiit, Neapoli die XX mensis Julii MDCCCXXXIV.

Di alcune lapidi ed opere del Lupoli nella cattedrale leggiamo ancora dallo Janora a pag. 595:

Il 26 Settembre 1802, il dottissimo Monsignor Michele Arcangelo Lupoli, ultimo Vescovo della sola diocesi di Montepeloso, consacrò con tutta solennità la nuova cattedrale, come ci viene attestato da una lapide, posta sulla porta maggiore dalla parte interna e recante la seguente iscrizione.

ARCHAGELUS LUPOLI
PELUSIAlNORUM POlNTIFEX
CATHEDRALEM RASILICAM
SOLEMNI RITU
CONSECRAVIT
DIE XXVI SEPTEMBRIS AN. M. DCCC. II
PRAESULATUS SUI ANNO IIII.

Lo stesso Vescovo Lupoli fe', a sue spese, munire d' altare e tela rappresentante S. Michele la cappella della cattedrale, che s'intitola di S. Michele Arcangelo, nella quale, in alto, si osserva lo stemma del Lupoli, il cui nome spicca sul detto quadro.

Aggiungo a questa carrellata dello Janora anche lo stemma in bassorilievo ligneo del vescovo Lupoli che ho avuto occasione di fotografare nel Presbiterio della Cattedrale e apposto alla balaustra dell'organo settecentesco.

Cattedrale di Irsina: stemma del vescovo Michele Arcangelo Lupoli

LA SS. TRINITA' DI VENOSA
Dalla visita all'Incompiuta Abbazia della SS. Trinità di Venosa, effettuata qualche ora dopo quella della Cattedrale di Irsina, non mi aspettavo di trovare segni specifici a riguardo di Michele Arcangelo Lupoli. Mi aveva però interessato la lettura delle pagine dedicate nel libro di Giuseppe Settembrino e Michele Strazza, Viaggiatori in Basilicata (1770 – 1788) edito nel 2004 dal Consiglio Regionale della Basilicata, e che mi ha spinto ad approfondire la ricerca sul testo latino dell'Iter Venusinus pubblicato nel 1793 da Michele Arcangelo Lupoli (Iter Venusinus Vetustis Monumentis Illustratum).

Venosa: Abbazia della SS. Trinità "Incompiuta"
Insieme con la data di partenza dell'Iter fissata nel giorno di San Francesco d'Assisi, il 4 Ottobre del 1790, ho potuto recepire alcuni cenni autobiografici del Lupoli. Nel 1788 alcune perdite di cari, dello zio presbitero Giuseppe Lupoli suo educatore e del caro genitore Lorenzo, lo avevano profondamente prostrato proprio l'anno prima della sua ordinazione sacerdotale; egli decise così di accettare l'invito del signore di Venosa e di motivare il suo viaggio fatto in compagnia di amici come una esperienza di studio storico e di ricerca archeologica in ricordo dei cari recentemente defunti e in onore dei valori a cui era stato da essi educato.
Iter Venusinus: motivazione e data della partenza
In questo senso egli svolse un lavoro eccezionale descrivendo, con la scorta delle fonti erudite delle cronache antiche e con l'osservazione personale, i luoghi, la storia i monumenti e le lapidi incontrati nel suo viaggio. Alla SS. Trinità di Venosa, e luogo della Antica cattedrale venusina, egli dedicò un decina di pagine, e ne raccontò il sorgere dal paleocristianesimo evidenziando e descrivendo i materiali di spoglio antichi che testimoniavano di presenze romane, ebraiche, paleocristiane, ed infine i documenti altomediovali e normanni che si riferivano alla storia di quell'abbazia che si erge ancora oggi, incompiuta e grandiosa, con navate colonne ed archi poderosi che si ergono a 'cielo scoperto' nella campagna che pullulla di reperti archeologici.


Iter Venusinus: pagine sulla SS. Trinità  "Incompiuta" di Venosa
A proposito di segni del Lupoli nella SS Trinità di Venosa si può leggere nei suoi Opuscola pubblicati nel 1823 il testo due lapidi commemorative da lui dettate ed infisse nell'area basilicale al tempo dell'Iter.
Opuscola: lapidi dettate per la SS. Trinità di Venosa

Concludo con la giustificazione di questa breve ricerca parafrasando il messaggio espresso in latino dallo stesso Vescovo Michele Arcangelo Lupoli nella nota storiografica da lui apposta nel 1807 agli ACTA INVENTIONIS SANCTORUM CORPORUM SOSII DIACONI AC MARTYRIS MISENATIS Et SEVERINI NORICORUM APOSTOLI redatti a narrazione del ritrovamento delle spoglie del Santo Patrono di Frattamaggiore. Di fronte alle oscurità della storia ancora inesplorata di un popolo egli si augura che sorgano studiosi capaci di dare voce alla “costante e perpetua tradizione e di essere curatori delle memorie patrie” perchè “non c'è niente infatti di più tenace per un popolo che cammina nella storia della eredità spirituale ricevuta dai padri”-