martedì 22 maggio 2012

DEVOZIONI MARIANE DI MAGGIO


La tradizione cristiana ha collocato nel mese di Maggio le devozioni più popolari e la riflessione spirituale più partecipata del culto di Maria. In vero la Madre di Dio è ampiamente celebrata nel corso dell'anno e varie pratiche sono realizzate per onorarla esaltarla e pregarla. E' a Maggio, però, che si pone la  devozione maggiore: un appuntamento ormai secolare, che appare talvolta nostalgico e sentimentale ma sempre pieno di significati. Personalmente rammemoro con letizia i momenti della devozione giovanile vissuta nei pomeriggi di maggio in preghiera nella cripta della Madonna delle Grazie di Taranto, dinanzi all’altare che una suora ornava di fiori. Il 'Maggio a Maria' rivendica certamente un posto d'onore nella spiritualità e nella pienezza della vita ecclesiale di cui Maria è un simbolo.
 Quando il cielo delle elevazioni a Maria era già stato raggiunto con gli inni liturgici, con le orazioni ritmiche, con la teologia e con l'arte, nelle comunità antiche, nelle chiese orientali, nei monasteri medievali e nelle liturgie pontificali; nel XIV secolo fu il domenicano Enrico Susone ad istituire la prima devozione mariana maggese dopo la diffusione del rosario voluta da San Domenico. Si trattava di portare omaggi floreali nel primo giorno di Maggio agli altari della Vergine per esaltarne la regalità celeste. Nello stesso secolo a Mantova si celebrò Maria nelle domeniche di Maggio.
Nella Roma del XVII secolo i Gesuiti furono autori dei MESI MARIANI: libretti contenenti esempi, preghiere e fioretti. Questi libretti nelle successive formulazioni settecentesche ed ottocentesche ebbero una presentazione giornaliera con l’opera di P. Alfonso Muzzarelli e con la lezione del canonico napoletano Francesco Di Domenico divennero DISCORSI SACRI. La pratica solenne del maggio mariano fu istituita nel 1784 dai Camillini nella Chiesa della Madonnina a Ferrara.
Le apparizioni della Vergine hanno dato ancora più importanza a queste devozioni. Ed oggi, con il culto in chiesa, si accompagnano pure le infiorate alle edicole votive e l'allestimento di altarini domestici dove viene posta una statua itinerante della Vergine.
Un particolare impulso alla devozione mariana in tempi recenti è stato dato dal beato Giovanni Paolo II, che durante il suo pontificato ha arricchito la recita del Rosario antico con la meditazione dei Misteri della Luce.
Ad Aversa particolare importanza devozionale riveste l'esistenza in Cattedrale di un modello della Casa di Loreto voluta nel '600 dal Vescovo Carlo I Carafa. Nel '700, il Vescovo Nicolò Spinelli, rivolgendosi ad un peccatore, mitigava gli eccessi devozionali nel suo CATECHISMO: 
"Se con questa divozione intende continuare nel peccato più francamente; non è divoto della Madonna, ma nemico: Se intende venire a penitenza, e si sforza di farlo; piace molto alla Vergine, la quale gode d'esser rifugio ed Avvocata di tali peccatori".

mercoledì 25 aprile 2012

Un libro per il Nunzio Apostolico in Bosnia-Erzegovina


Mostar 21 marzo 2012

In onore di un uomo che è tra gli amici più grandi della Bosnia-Erzegovina e della Croazia”: tale è il senso della pubblicazione e della presentazione del libro che parla dell'opera del Nunzio Apostolico Alessandro D'Errico. E' un riconoscimento che proviene direttamente dalla cultura e dalla comunicazione ufficiale dei Balcani e si aggiunge ai due precedenti riconoscimenti che già lo avevano indicato come uomo dell'anno nel 2007 e nel 2010; per il suo essere uomo del dialogo umanistico ed interreligioso in un'area che rammemora i disastri della guerra trascorsa e vive le speranze di una pace fraterna e duratura tra popoli, religioni ed etnie.
Al vescovo Alessandro e alla sua opera avevano conferiti riconoscimenti altissimi anche la International League of Humanists con la consegna della Golden Charter (settembre 2011), e l'Accademia Bonifaciana di Anagni con l'attribuzione del Premio Bonifacio VIII (dicembre 2011).
E nel 2009 anche L'Istituto di Studi Atellani, espressione della cultura locale del suo paese natio, aveva curato la pubblicazione di un libro a celebrazione del decennale del suo episcopato e del suo lavoro apostolico e diplomatico a servizio della Santa Sede.
La sera del 21 Marzo 2012 durante la presentazione del libro a Mostar, città-simbolo del dialogo e della cultura di Bosnia-Erzegovina, è intervenuto direttamente Mons. D'Errico ed ha rivolto all'assemblea e ai relatori i suoi saluti e suoi ringranziamenti. Egli ha spiegato di aver favovorevolmente accolto l'idea della pubblicazione per l'opportunità e per la grazia di Dio che gli si offriva nel contribuire con la sua persona e con la sua opera di rappresentante della Santa Sede al dialogo tra le civiltà e le nazioni, all'armonia sociale e alla tolleranza, al rendere più bella la vita ecclesiale. All'iniziale trepidazione legata alla nomina alla Nunziatura di Bosnia-Erzegovina ricevuta da Benedetto XVI nel 2005, e che lo avrebbe visto operare nella situazione complessa di questo paese, è subentrata la serenità e la convinzione di agire in un luogo che riceve dal Papa una grandissima attenzione e per realizzare un Concordato che avrebbe migliorato e costruito rapporti nuovi tra la Santa Sede e le realtà sociali culturali e religiose.
Ha così inquadrato la sua opera nella recente storia dei rapporti tra il Vaticano e l'area della Bosnia-Erzegovina e del Montenegro, a partire dalla visita di Giovanni Paolo II a Sarajevo (1997) che aveva prefigurato l'importanza del Concordato. Ha poi descritto le tappe e le relazioni diplomatiche che hanno caratterizzato la formazione di Commissioni, gli Scambi accademici e le visite ufficiali, le Nomine episcopali, la formulazione di Accordi. Ha messo in risalto l'importanza delle relazioni umane, dei i rapporti di conoscenza e di dialogo con le persone e con gli esponenti della vita pubblica e sociale del paese. Ha spiegato che la sua prospettiva fondamentale è sempre rimasta quella della Santa Sede e che nelle difficoltà delle aspettative diverse dei suoi interlocutori ha sempre fatto ricorso all'illuminazione del motto del suo stemma episcopale, rivolgendosi nella preghiera alla Spirito Santo: “Veni Sancte Spiritus”, e rincuorandosi col vecchio detto: “Ambasciator non porta pena”.
Una motivazione particolare dell'accoglienza favorevole della pubblicazione del libro egli l'ha posta anche come occasione che gli si è offerta per contribuire, con la sua esperienza più che trentennale nell'ambito del lavoro di nunziatura, a definire con maggiore attenzione la figura del Nunzio Apostolico e della sua specifica opera di rappresentante della Santa Sede presso i popoli ove si svolge la sua attività. Nella sua prospettiva Diplomazia e Chiesa non sono esperienze distinte ma ricche di rimandi e di valori reciproci. Così anche legati sono i significati teologici dell'attività propria del Nunzio che continua a vivere il suo sacerdozio e la sua pastorale nella vita ecclesiale e nella rappresentanza del Pontefice nei luoghi della sua opera.
Le sue considerazioni conclusive sono state sviluppate con i ringranziamenti delle personalità che hanno voluto onorarlo offrendo le loro testimonianze nel libro e con il riconoscimento del grande lavoro svolto dagli editori per la stampa e la presentazione, e per la devoluzione dei ricavi all'aiuto dei bambini del Burundi.

Approfondimenti:

venerdì 30 marzo 2012

Origini medievali dell'abbazia di San Lorenzo di Aversa

Tra VIII e X secolo nei territori dei principati longobardi di Benevento e di Capua si sviluppò il monachesimo nato con l'esperienza dell'abbazia di San Vincenzo al Volturno che era stata fondata da tre monaci, Paldone Tatone e Tasone, provenienti dalla nobiltà beneventana. Quell'abbazia favorita dai pricipi longobardi, in concorrenza con la più famosa abbazia di Montecassino che si avvaleva dell'amicizia carolingia, divenne un centro irradiante della cultura monastica benedettina nell'area molisana e campana. In particolare i monaci Volturnensi, grazie alle donazioni del 703 concesse da Gisulfo duca di Benevento e documentate nel Chronicon Volturnenese, ebbero monasteri grancie e priorati diffusi in tutta la Liburia (attuale Terra di Lavoro), in un territorio che si estendeva dalle colline capuane attraverso l'agro atellano-aversano fino al litorale di Literno e Cuma. In quel territorio prima dell'anno mille fu fondata l'abbazia di San Lorenzo nel luogo detto ad septimum, sul punto ove la strada da Capua si diramava verso Atella e Napoli e verso il litorale flegreo in direzione di Pozzuoli. 
Una tradizione storica vuole che i monaci Volturnensi si fossero insediati nel IX secolo per qualche decennio nel monastero di San Lorenzo già esistente nell'area capuana, all'epoca comprensiva anche del territorio aversano, per sfuggire alle incursioni dei saraceni contro la loro abbazia maggiore situata alle sorgenti del Volturno. Un'altra tradizione vuole che il monastero di San Lorenzo sia sorto verso la fine del X secolo con le donazioni della principessa capuana Aloara e di suo figlio Landenulfo. Comunque sia sorto sicuramente il complesso monastico intitolato a San Lorenzo raggiunse la sua fama maggiore nel periodo normanno ed è stato sempre identificato come luogo “fuori le mura” di Aversa. 
In epoca normanna (XI-XII secolo) l'abbazia di San Lorenzo assunse un rilievo importante nel rappresentare il polo monastico nella proto-contea di Aversa che nel 1054 era stata elevata a sede episcopale da papa Leone IX. Sia l'abbazia e sia la cattedrale, dedicata a San Paolo, condivisero i tratti del monachesimo benedettino. Alla fine dell' XI secolo i normanni Guitmondo e Guarino, fratelli e monaci benedettini, si ritrovarono rispettivamente vescovo di Aversa e abate di San Lorenzo. Guitmondo era stato monaco al monastero di Bec in Normandia con sant’Anselmo e con Lanfranco di Pavia; egli alle lusinghe di un episcopato anglo-normanno aveva preferito il cammino del pellegrino che lo aveva portato prima a Roma e poi ad Aversa (1088-1094) a rappresentare nella diocesi normanna la riforma ecclesiastica voluta da Gregorio VII. Dalla sua Cattedrale eretta in stile borgognone Guitmondo ispirò la vita dei locali monasteri benedettini, San Biagio delle monache e soprattutto San Lorenzo, che si organizzarono secondo i dettami dello spirito di Cluny. Il monaco vescovo normanno non aveva vissuto una esperienza isolata del pellegrinaggio; egli, in effetti, si ritrovò in una scia più antica percorsa fin dall'anno mille dai militi normanni che a gruppi numerosi si recavano pellegrini lungo la via micaelica, da Mont Saint Michael ad duas tumbas in Normandia a Monte San Michele al Gargano, per venerare il luogo dell'apparizione dell'Arcangelo. Di uno di quei gruppi di guerrieri penitenti faceva parte Rainulfo Drengot che era rimasto con le sue schiere sul territorio e aveva fondato in Aversa (1030) la prima contea normanna dell’Italia Meridionale riconosciuta dall'imperatore Corrado II. Con la politica del suo intervento militare negli equilibri del potere contrapposto tra longobardi e bizantini, Rainulfo era riuscito ad estendere il dominio della contea aversana dal Gargano a Gaeta, costituendo per i Normanni, che sempre più numerosi si portavano in Campania, la base per una inarrestabile espansione e per la conquista dell’Italia meridionale fino a Palermo. 
Nell'epoca della espansione normanna il monastero di San Lorenzo di Aversa, grazie alle donazioni signorili (vedi Codice Diplomatico Normanno di Alfonso Gallo), ebbe la disponibilità di possedimenti estesi e dislocati lungo la via sacra tra Campania e Puglia, dal Lago di Patria fino al santuario di Monte San Michele al Gargano. L'abbazia ebbe altresì privilegi importanti, anche papali, che la rendevano indipendente dall'episcopio aversano e detentrice di vasti possedimenti di terre e di chiese dislocate nella diocesi aversana e in aree extra-diocesane. 
Tra le sue mura fu tenuto relegato a vita l'antipapa Alberto Atellano eletto nel 1101 in opposizione al papa Pasquale II. Nel XII secolo la chiesa abbaziale, configurata nel vasto impianto basilicale, raggiunse i livelli più alti del sua grandezza e del suo decoro architettonico. Negli anni del governo dell'abate Matteo fu realizzato lo splendido portale marmoreo dal maestro Berardo, i nomi si leggono incisi sull'architrave, ed il pavimento fu fatto con un mosaico in marmo ricco di artistici motivi. 
Nella vicenda storica del monastero di San Lorenzo di Aversa dal medioevo ai tempi recenti si evidenziano aspetti significativi ed originali della cultura benedettina europea. Recentemente nell'antica chiesa abbaziale si è discussa e trattata proprio questa cultura con la presentazione di un libro di dom. Mariano dell'Omo in un importante e gremito convegno sul monachesimo occidentale.

Bibliografia: Chronicon Volturnense; Codice Diplomatico Normanno

domenica 25 marzo 2012

Larino: memoria molisana di un vescovo frattese dell'800


Cattedrale di Larino           Vescovo Raffaele Lupoli
Larino (Cb) è un luogo interessantissimo che sembrerebbe oggi isolato dalle grandi direttrici di viaggio e raggiungibile solo con una precisa motivazione. Si trova invece sull'antica strada per l'Adriatico che congiungeva Benevento Campobasso e Termoli, all'incrocio delle vie dei commerci della fede e della transumanza che portavano le genti, i pellegrini e i pastori dall’Abruzzo, dal Lazio e dalle Marche ai porti della Puglia al Santuario Micaelico del Gargano e ai pascoli della Capitanata.
La città, che all'inizio dell’800 fu sede vescovile del frattese Raffaele Lupoli, redentorista discepolo di Sant’Alfonso e vescovo per obbedienza al Papa, non si trova più sulla direttrice principale che invece oggi si dipana agevolmente sul fondo valle del Biferno ed è per questo detta bifernina, sulla quale a pochi chilometri da Termoli s’innesta il risalente percorso antico tra gli uliveti nello splendido panorama.
Per gli storici, per i Frattesi, per gli appassionati di storia dell'arte, per gli escursionisti attenti, Larino rappresenta una meta eccezionale e sorprendente, ricca di coinvolgenti stimoli di riflessione e di lapidarie testimonianze. Per i Frattesi, in particolare, sarà piacevole la scoperta dell’ospitalità e della disponibilità delle persone del luogo, come quella del personale di custodia della Cattedrale. Questo atteggiamento è espressione di un vivo e sentito onore per il Vescovo concittadino, per il quale Larino nutre una devozione come per un santo e per la celebrazione del quale la cultura locale, con l'impegno dello storico G. Mammarella e del Lyon’s Club, ha prodotto una bella monografia ricca di riferimenti riguardanti Frattamaggiore. 
Sicuramente non secondari per la storia della Chiesa meridionale tra ‘700 ed ‘800 possono essere considerati i temi espressi nell’esperienza episcopale di Raffaele Lupoli, uno dei tre vescovi che la casa Lupoli di Frattamaggiore aveva a quell'epoca dato alla Chiesa. L'esperienza del vescovo di Larino fu espressione precipua della spiritualità del nascente Ordine Redentorista fondato da Sant’Alfonso, influenzata dalla scuola di Vincenzo Lupoli vescovo di Cerreto e Telese e dello zio padre Sossio Lupoli amico della prima ora dello stesso Sant’Alfonso, intimamente legata al consiglio del fratello Michele Arcangelo arcivescovo di Conza e di Salerno. In tanta religiosità non secondarie risultano essere le iniziative e le numerose opere di Teologia Morale, di Pastorale e di Storia della Chiesa che i Vescovi di casa Lupoli hanno offerto alla cultura, alla riforma dei Seminari Diocesani meridionali e all'attività ecclesiastica del tempo.
Per l'interesse storico ed archeologico Larino si presenta con una vicenda ragguardevole. La zona archeologica della città romana si estende nella contrada di San Leonardo, ed in essa sono visibili oltre i resti dell'anfiteatro (II-I secolo a.C.) anche residuati ellenistici del III sec. a.C., resti di terme, di pozzi, di un tempio e della cosiddetta ara frentana. Nel periodo barbarico Larino divenne punto di riferimento importante sulla via della diffusione del cristianesimo e dello sviluppo delle abbazie monastiche benedettine.
La Larino odierna conserva l'aspetto medievale che è esaltato dalla presenza della Cattedrale, dedicata a san Pardo e risalente al 1319, e dai palazzi signorili che costeggiano l'antico sistema viario. La cattedrale è patrimonio notevole dell'arte molisana; la sua facciata si offre alla vista con un portale gotico-ogivale di notevole bellezza, e con un rosone a tredici raggi. L'interno contiene affreschi trecenteschi ed altre opere notevoli. Nella sala capitolare si notano un altare marmoreo ed una cattedra scolpita. Altra chiesa del centro storico larinense è quella dedicata a San Francesco, di stile barocco e con varie opere ed affreschi del settecento.

Bibliografia: 
Pasquale Saviano, Larino; in: Rassegna Storica dei Comuni N.106-107 2001


http://www.comunelarino.it/


mercoledì 21 marzo 2012

Regola e vita di San Benedetto alle origini del monachesimo europeo


San Benedetto
Sacro Speco di Subiaco
Generalmente alla Regula Sancti Benedicti si da il merito di essere il riferimento fondativo del monachesimo occidentale. In effetti il periodo storico della sua formulazione fu caratterizzato da riforme e codificazioni giuridiche che avevano investito la cultura romana e bizantina, ed avevano prodotto con l'imperatore Giustiniano (527-565) il riordinamento della legislazione romana mediante il Corpus Iuris Civilis. In quel tempo San Benedetto ebbe il merito di unificare in una sorta di Corpus le varie Regole sulla vita monastica circolanti in Oriente e in Occidente. La Regula benedettina, coeva alle Institutiones di Cassiodoro e ad una Regula Magistri sorta negli ambienti monastici campani, andò recuperando nella bella sintesi spirituale del suo autore anche norme e stimoli provenienti da S. Agostino, da S. Basilio, da Cassiano e dalle Vitae Patrum.
Nella sua opera del 1912 L'ordre monastique des origines au XII siecle lo storico benedettino belga D. Ursmer Berlière mise a confronto l'opera di Benedetto da Norcia (480-547), fondatore dei monasteri di Subiaco e di Montecassino, e quella del contemporaneo Cassiodoro (490-580), ministro del re Teodorico, che scelse la vita religiosa ed avviò una esperienza monastica comunitaria a Vivario in Calabria. Le differenze annotate dallo storico indicavano i due come fondatori di due monachesimi diversi, e ponevano l’opera di San Benedetto su un piano più spirituale e l'opera di Cassiodoro su un piano più intellettuale. 
I riferimenti comuni tra Benedetto e Cassiodoro sono storicamente posti negli ambienti culturali ed ecclesiastici romani della prima metà del VI secolo, e in particolare sono legati all'opera del papa S. Ormisda (514-523), il quale procurò il riavvicinamento a Roma delle comunità orientali ed avviò una riformulazione delle esperienze spirituali e comunitarie della vita cristiana. In questo modo il medioevo europeo al suo sorgere trovò nei due Padri fondatori dei cenobi e degli scriptoria i rappresentanti primari della spiritualità e della cultura.
Per queste ragioni all’opera scritta di Benedetto si attribuisce grande peso nella fondazione del monachesimo occidentale. Più correttamente il monachesimo appare come il frutto della santità personale di Benedetto e del suo essere uomo di Dio, come dice di lui il papa S. Gregorio Magno, suo primo biografo e monaco della prima generazione benedettina. Il santo papa, infatti, rivolgendosi al diacono Pietro nel Libro II dei suoi Dialoghi così parla di Benedetto e della sua opera:
"Mi piacerebbe, Pietro, di narrare ancora molto di questo Venerabile Padre, ma è necessario che io tralasci volutamente alcune cose per affrettarmi a ricordare la vita di altri. Però non ti sia nascosto che l'uomo di Dio, tra tanti miracoli che lo resero popolare, rifulse anche per non mediocre opera dottrinale. Egli scrisse la regola dei monaci, insigne per discrezione, chiara per esposizione. Veramente se alcuno vuol conoscere i costumi e la vita del santo con più accuratezza, può scoprire nell'insegnamento della regola tutti i documenti del suo magistero, perché l'uomo di Dio non ha affatto insegnato diversamente da quello che è vissuto".
Il Venerabile Padre San Benedetto che aveva insegnato la Regola ai Monaci, così come l'aveva vissuta, andò concependola e realizzandola a partire dalle sue prime esperienze nella Roma dell'inizio del VI secolo, nei cui ambienti culturali e religiosi egli si mosse criticamente come giovane intellettuale alla ricerca di Dio, preceduto sulla via religiosa dalla sorella Scolastica. Egli si inoltrò per la vita monastica, prima eremitica e poi cenobitica, vissuta all’eremo dello Speco e ai primi monasteri di Subiaco, e poi continuata come abate nel cenobio di Montecassino. Da quel luogo veramente la Regula Sancti Benedicti si diffuse dappertutto e fu considerata la Regula Sancta.

Bibliografia dell'autore in: Il Sacro Speco, rivista dei Benedettini di Subiaco.

sabato 17 marzo 2012

Pellegrinaggio quaresimale in Campania


La geografia religiosa del cristianesimo in Campania è costellata di luoghi e di santuari che stimolano la conversione quaresimale ed incoraggiano il pellegrinaggio penitenziale. Soprattutto i santuari extra-urbani, numerosi nella regione, si propongono come mete verso cui recarsi in cammino, nel tempo e nello spazio, per la riscoperta della esperienza del sacro, della solitudine, del silenzio, della riflessione e della preghiera. Il contesto del tempo quaresimale valorizza, più che in altro tempo, questi luoghi e la loro attesa del pellegrino penitente che si pone in cammino verso la Pasqua. Essi sono situati intorno al 'deserto' che è oltre le mura del paese e alle propaggini della grande città; inseriti nelle verdi campagne, contornati da cittadelle religiose, o arroccati sui cigli montani, a testimoniare la presenza di Dio, e dei padri spirituali confessori dei vari ordini religiosi e monacali che accolgono i tanti figliuoli prodighi che intendono onorare il precetto sacramentale "almeno una volta all'anno", e che sciolgono il loro voto preferibilmente in ambiti esterni a quelli parrocchiali.
E' la voglia di grazia supplementare che spinge spesso il pellegrino a muoversi verso il santuario lontano e rinomato, nel tentativo di ricostruire il personale equilibrio spirituale, e di vivere in maniera mirabile lo scambio dei doni della fede con l'aiuto alle iniziative caritative e con il recupero delle forti benedizioni che ne derivano. E' il convincimento di dover compiere un atto eccezionale e meritorio, al di fuori del quotidiano e del ricorrente domenicale, per ristabilire e rinnovare il dialogo con Dio, con Cristo e con la Chiesa; alla maniera biblica ed antica, nel percorso solitario e faticoso verso i luoghi e verso i templi dove, più che altrove, la presenza del divino sembra far crescere i frutti della conversione. La pastorale locale ed urbana dovrebbe tener moltissimo conto di questa realtà e di questo comportamento che è comune a tanti fedeli, che è atavicamente consolidato nelle coscienze, e che è facilmente esperibile in questi tempi di facile locomozione.
Santuari come quelli di Montevergine, della Madonna dell'Arco, di Materdomini e di Pompei, sono mete di pellegrinaggi antichi e moderni e caratterizzano fortemente il panorama della religiosità in Campania, rappresentando una estensione, e talvolta un'alternativa più o meno utile, della pratica ufficiale. Essi rappresentano sicuramente luoghi significativi da raggiungere nello spirito quaresimale. Molto opportuno sarebbe anche il recupero cosciente di un loro significato come riferimenti spaziali e storici della testimonianza e della vita cristiana nella regione. Lo scenario di diffusa sacralizzazione di luoghi e di opere che essi compongono, insieme con tantissimi altri santuari diffusi per la nostra terra, è una sollecitazione importante per chi intende andare, anche se pellegrino di un giorno, alla ricerca di Dio e della santità, e del suo storico manifestarsi anche nei siti nostrani. Si scopriranno così strutture templari, vocazioni e mistiche diversificate; esempi e benedizioni variegate; modelli molteplici della santità, delle opere sante, della vita religiosa e secolare, delle tradizioni popolari. 
I riferimenti benedettini medievali si possono incontrare nell'antica Materdomini nocerina, nella Trinità di Cava, in Montevergine, in Sant'Angelo in Formis. Quelli francescani, dal medievale al rinascimentale, dall'antico al moderno, si evincono in Santa Maria Occorrevole a Piedimonte Matese, in Santa Maria della Vigna a Pietravairano, in Sant'Antonio a Teano, in Santa Maria dei Lattani a Roccamonfina, in Santa Croce a Pignataro, in Sant'Antonio ad Afragola, in Santa Caterina e San Pasquale a Grumo Nevano, nella Madre del Buon Consiglio a Frigento. 
La spiritualità domenicana è presente nella Madonna dell'Arco e, unita con quella pontificia e diocesana, nella Beata Vergine del Rosario a Pompei. Quella alfonsiana e redentorista è presente in Materdomini di Caposele, più conosciuta come San Gerardo, a Scala, a Pagani e sul Colle Sant'Alfonso al Vesuvio. Altre spiritualità, laiche, religiose, secolari, diocesane, sono presenti nel Tempio di Casapesenna, nel Santuario di Capaccio, in Santa Maria di Carpignano, in Maria SS. Del Taburno, in Santa Maria della Neve a Casaluce, in Santa Maria della Ruota dei Monti a Leporano, nella Madonna del Carpinello, in Santa Filomena del Cardinale, in San Guglielmo al Goleto; nel San Michele di Casertavecchia e in quelli di origine longobarda dei colli della regione.
I santuari extra-urbani, quindi, possono considerarsi come possibili punti di arrivo delle molteplici direzioni che si presentano sul cammino di chi intende dare al moto interiore, e spirituale, della ricerca di Dio anche una corrispondenza esteriore, efficacemente localizzabile e rintracciabile sul territorio.

Approfondimento:
http://www.storialocale.it/luoghi/santuaricampani/santuari_campani.pdf




venerdì 2 marzo 2012

Versanti di profonda umanità al centro di Napoli


E' il senso del messaggio scritto nella lettera della collega  A.M. Anastasia inviata a la Repubblica a fine febbraio. Riguarda il vivere di emarginati che si incontrano accampati sulle soglie e negli atri cancellati di antiche chiese, o ai piedi di monumenti e tra le siepi dei giardini circostanti. Su questo vivere, generato da una molteplicità di cause (scacco relazionale, sbandamento, abbandono, migrazione, disoccupazione, povertà...), si confrontano e confliggono culture del pregiudizio e culture dell'accoglienza. La problematica permane nella sua drammaticità ed interpella la ricerca, la comunicazione, l'etica, la politica, la religione; invoca liberazione, solidarietà, servizio, volontariato e cooperazione. La lettera è maturata nell'atteggiamento di una persona che partecipa e sostiene le iniziative della Comunità di Sant'Egidio; è stata scritta in risposta ad un'analisi pregiudiziale che si era andata affermando circa i segni del degrado civile presente a Napoli. La discussione sui contenuti della lettera ha rappresentato un'occasione offerta al dialogo educativo e didattico in una classe liceale e ne sono sortiti interessanti riflessioni e commenti. Riporto la lettera e qualche commento studentesco.
“Anche i cani randagi ricevono cibo e sopravvivono così, con i cartocci lasciati dove sostano: non dovrebbero sopravvivere anche esseri umani, nostri simili che per disgrazia e sfortuna incrociamo in angoli di strada come cuccioli abbandonati? Certo che si... Questa domanda dovremmo porcela ognuno di noi e cercare di arrivare in fondo ai nostri cuori. I senzatetto sono 'Persone' che più di altri hanno bisogno di affetto, cura, attenzioni, e non devono essere lasciati abbandonati a se stessi;  non sono sacchi di immondizia da portare via nelle discariche. Cacciando via loro dalle strade non si pulirebbe la città, ma si sporcherebbe la nostra coscienza per un atto di non solidarietà. Un complimento andrebbe, invece, fatto a loro che nonostante tutto non hanno mollato, hanno deciso di combattere contro il freddo, il gelo, il caldo torrido, ma più di tutto contro la loro stessa vita non sicuramente felice e tranquilla. A Napoli il degrado da anni è a causa dell'inciviltà e dell'icapacità, e non certo a causa di persone che dovrebbero essere aiutate con amore a superare il loro dolore e la loro afflizione.” (Samantha Riemma)
“Napoli come tantissime altre città ospita da anni povere persone che sostano in alcuni posti per sopravvivere. Ci sono molti che ritengono ciò un degrado della città, un qualcosa che la svalorizza. Secondo me il vero degrado della città si trova nella mancanza di solidarietà verso queste persone, perchè è facile parlare quando non si vive veramente in una situazione così drammatica. Molti pensano che non ci sono soluzioni, non esistono vie d'uscita per salvare chi si trova in queste condizioni. Ma io sono fiduciosa e penso che sia il Comune di Napoli e sia i Comuni di altre città possono trovare soluzioni innovative, come la fondazione di case di accoglienza, mense, ecc...” (Maria Grazia Russo). 



mercoledì 22 febbraio 2012

Pier Damiani tra l'eremo e la riforma della Chiesa


Pier Damiani (1007-1072) visse nel XI secolo, nel clima del millennio nuovo del Cristianesimo. In quel tempo, ricco di fermenti ideologici, assunse particolare importanza il rinnovamento della vita religiosa che interessò i principali monasteri europei. La Chiesa si trovò a combattere l'ingerenza laica dell'Impero nell'attribuzione delle cariche ecclesiastiche, e le pratiche che determinavano la rilassatezza dei costumi di molta parte del clero. Essa riuscì a riaffermare la limpidezza della sua originaria ispirazione evangelica e a difendere la sua giustificazione spirituale, grazie ad una profonda opera di riforma, che viene oggi indicata come riforma gregoriana dal nome di Gregorio VII pontefice promotore. 
La storiografia della Chiesa medievale identifica Pier Damiani come un personaggio-chiave dell'epoca, rappresentante della spiritualità e della politica ecclesiastica. Egli è identificato come monaco romualdino rinnovatore dell'eremo e della vita monastica, fustigatore dei costumi del clero corrotto, e come cardinale-vescovo di Ostia consigliere di diversi papi, pacificatore efficace nelle controversie politiche e difensore intelligente dell'autonomia della  Chiesa rispetto all'Impero. Egli nacque a Ravenna nel 1007 in una famiglia numerosa. Rimasto  presto orfano, provò prima la pena di una faticosa obbedienza nel duro lavoro di garzone di campagna, e poi fu accanto al fratello Damiano, arciprete della cattedrale di Ravenna. Dal fratello ricevette la prima formazione intellettuale e, in segno di gratitudine egli ne volle portare il nome (Pietro di Damiano = Petrus Damiani).
Dopo l'esperienza di Ravenna, Pier Damiani proseguì gli studi a Faenza a Padova e a Parma, dove giovanissimo, all'età di 25 anni, insegnò eloquenza e retorica. Nel 1035, spinto dall'esigenza di vincere le passioni del mondo e di vivere più intensamente la vita spirituale, chiese di essere accolto nell'eremo umbro di Fonte Avellana che si ispirava alla regola di San Romualdo, fondatore dell'ordine monastico dei Camaldolesi. Dopo 8 anni di esemplare vita ascetica e contemplativa fu nominato Priore. Con la sua guida l'eremo divenne il centro irradiante della Congregazione Avellanita, della quale divenne poi Priore Generale, dotandola di regole e diffondendola per il territorio marchigiano. Già nel 1042 prima di essere nominato Priore, nell'eremo di San Vincenzo al Furlo aveva scritto la Vita di San Romualdo.
Con la sua guida il monastero avellanita divenne un luogo di santificazione e di intensa vita spirituale; fu dotato di una biblioteca ricca di codici e di uno scriptorium attivato da monaci pazienti ed operosi. Da quella sede egli non tralasciò di intervenire con scritti ed esortazioni per il rinnovamento della vita religiosa della Chiesa. Nel 1045 indirizzò al papa Gregorio VI due lettere che lo incoraggiavano ad agire contro la vendita delle cariche ecclesiastiche e contro il concubinato. Con gli stessi intendimenti si era mosso pure con uno scritto all'imperatore Enrico. Quest'ultimo ne fu così impressionato che lo pregò di impegnarsi come consigliere del papa Clemente II eletto nel 1046. Pur essendo divenuto una voce importante nel dibattito del tempo Pier Damiani preferiva la solitudine dell'eremo; ed infatti, durante il papato di Leone IX (1051-1054) che si trovò a contrastare l'ascesa dei Normanni in Italia meridionale, egli si trattenne nel suo amato monastero. Richiamato dalle necessità della riforma della Chiesa, nel 1055 partecipò al Sinodo di Firenze riunito dal papa Vittore II; nel 1057 il papa Stefano IX lo nominò cardinale-vescovo di Ostia. Per la nomina ricevuta contro la sua volontà prevalsero le insistenze di Ildebrando di Soana, monaco suo amico, che fu poi eletto papa col nome di  Gregorio VII, il pontefice che più di ogni altro legò il suo nome alla riforma della Chiesa in quello scorcio dell'XI secolo.
Pier Damiani amministrò pure la diocesi di Gubbio e, durante il  pontificato di Nicolò II, nel 1059 sottoscrisse il decreto che ancora oggi determina la forma di elezione dei papi da parte del collegio cardinalizio. Compì varie missioni, avendo modo di esercitare la sua grande capacità di mediazione; fu a Milano, a Francoforte, a Montecassino, a Benevento, a Roma. Nel 1063, durante il pontificato di Alessandro II, in Francia fu ospite dell'abbazia di Cluny, centro della riforma monastica benedettina, e ne rimase fortemente edificato. In una situazione ecclesiastica generale che per quasi un decennio, fino al 1072, venne attraversata dalle tensioni scismatiche procurate dall'antipapa Onorio II, Pier Damiani, sempre sostenuto da Ildebrando di Soana, svolse un ruolo di continua rappresentanza della Chiesa in varie parti d'Europa, pur ritornando sempre, appena gli era  possibile, alla sua vita di eremita.
Nel 1067 in Firenze egli riuscì a dirimere una difficile controversia tra il vescovo e i monaci Vallombrosiani; nel 1069 fu in Germania per impedire ad Enrico IV di ripudiare la legittima consorte; e  nel 1072 fu a Ravenna per riconciliare quella città con la Santa Sede. Fu proprio al termine di quella missione che, sulla via del ritorno all'eremo, Pier Damiani il 22 febbraio morì a Faenza, ove ancora oggi riposano le sue spoglie. L'anno dopo il suo amico Ildebrando fu acclamato papa, quasi a coronare lo sforzo riformistico della Chiesa che pure egli da grande protagonista aveva sostenuto. In quello sforzo, contrariamente all'attivismo del grande papa, egli aveva confidato maggiormente nell'efficacia della preghiera dell'eremo. Pier Damiani fu acclamato subito santo. La sua memoria è celebrata il 21 Febbraio perchè il giorno successivo nella liturgia romana è dedicato alla festa della Cattedra di San Pietro. Per i suoi numerosi scritti teologici ed ascetici, prodotti nel corso della sua vita monastica, il papa Leone XII nel 1828 lo proclamò Dottore della Chiesa. Nel modello di San Pietro Damiani la Chiesa propone sia il magistero operato nella presentazione di un "Vangelo che non deve subire compromessi" sia  la  sua "dedizione al servizio della Chiesa"; cosa quest'ultima che a volte lo portava lontano dall'amato eremo di Fonte Avellana.
La Patrologia Latina del Migne dedica all'opera di San Pier Damiani i volumi CXLIV e CXLV. Si tratta di numerose Lettere scritte a diverse personalità della sua epoca; di Sermoni predisposti  ad uso dei suoi monaci per la celebrazione della principali feste liturgiche; di Vite di alcuni  santi, di San Romualdo fondatore dell'ordine dei monaci Camaldolesi, di Sant'Odilone e di San Mauro di Cesena, di Rodolfo vescovo di Gubbio e di Domenico Loricato eremita avellanita; di 60 Opuscoli a vario argomento morale, teologico, biblico, esortativo.
Ho avuto occasione di leggere e di tradurre dal latino La Santa Semplicità (De sancta simplicitate scientiae inflanti anteponenda) un opuscolo esortativo rivolto al giovane monaco Ariprando. Ho potuto convincermi che il magistero e la dedizione, espressione congiunta della sapienza e della carità, consentono sempre un buon incontro al lettore che percorre le vie del dialogo spirituale con sincerità di cuore onestà di mente ed umiltà di vita, in santa semplicità.

Approfondimenti:
http://www.storialocale.it/agiografia/pierdamiani/Pier_Damiani.pdf

domenica 19 febbraio 2012

Storia del monachesimo occidentale. Presentazione ad Aversa


La chiesa abbaziale di San Lorenzo fuori le mura è l'edificio centrale del più antico complesso monastico di Aversa. Essa fu fondata prima dell'anno mille ad septimum, nelle propaggini del territorio della Capua longobarda, sulla diramazione stradale che conduceva verso Napoli e verso il litorale flegreo. In epoca normanna (XI-XII secolo) essa assunse un'importante rilievo nel rappresentare il polo monastico nella proto-contea di Aversa che nel 1054 era stata elevata a sede episcopale da papa Leone IX. Sia l'abbazia e sia la cattedrale, dedicata a San Paolo, condivisero i tratti del monachesimo. Alla fine dell' XI secolo i normanni Guitmondo e Guarino, fratelli e monaci benedettini, si ritrovarono rispettivamente vescovo di Aversa e abate di san Lorenzo. Nell'epoca della espansione normanna il monastero aversano ebbe la disponibilità di possedimenti estesi e dislocati lungo la via sacra tra Campania e Puglia fino al santuario micaelico del Gargano.  Nella vicenda storica del monastero, dal medioevo ai tempi recenti, si evidenziano aspetti significativi ed originali della cultura benedettina. 
La scelta della chiesa di San Lorenzo per la presentazione (17 febbraio 2012) del libro di d. Mariano Dell'Omo monaco di Montecassino, paleografo storico e docente, è stata definita “irrinunciabile” da mons. Ernesto Rascato parroco-rettore dell'abbazia. Irrinunciabile per le specificità monastiche della storia di Aversa, per i natali aversani dell'autore, per l'intrinseca valorizzazione del bene culturale dello studio e della ricerca accademica locali.
Il libro (M. Dell'Omo, Storia del monachesimo occidentale dal Medioevo all'età contemporanea. Il carisma di San Benedetto tra VI e XX secolo, Jaca Book, Milano 2011) è un volume ponderoso di oltre 600 pagine ricco di bibliografia e diviso in due parti: I- Da Benedetto a Bernardo e II- Dall'Autunno del medioevo alle soglie del terzo millennio. La presentazione è stata organizzata congiuntamente dall'Associazione Amici dell'Abbazia di San Lorenzo, dal Monastero delle Benedettine di San Biagio e dall'Istituto Superiore di Scienze Religiose San Paolo, predisponendo per l'evento un taglio culturale religioso ed accademico. La Cappella Lauretana, diretta da mons. Francesco Grammatico ed il Coro delle monache hanno eseguito un repertorio di canti gregoriani. 
Hanno rivolto saluti: Mons Angelo Spinillo vescovo di Aversa, Madre Cecilia M. Farina abbadessa di San Biagio, Mons. Ernesto Rascato rettore di San Lorenzo, Prof. D. Emilio Nappa direttore dell'ISSR S. Paolo. Ha moderato Claudio Coluzzi de “Il Mattino”.  Hanno relazionato: Mons. Mario Iadanza docente universitario, Prof. Ulderico Parente docente universitario, Mons. Lorenzo Chiarinelli vescovo emerito di Viterbo e già vescovo di Aversa. Tra le personalità presenti: Mons. Mario Milano arcivescovo emerito di Aversa, Mons. Francesco Marino vescovo di Avellino, Mons. Paolo Dell'Aversana vicario generale della diocesi, Prof. Luciano Orabona storico della Chiesa. La vastità dell'argomento ha dato occasione a ricezioni e riflessioni molteplici sviluppate e comunicate dai diversi intervenuti. 
Il vescovo di Aversa ha rimarcato il valore spirituale della storia del monachesimo evidenziando un legame simbolico con la natura e le funzioni del canto gregoriano. Come il canto celebra nella varietà dei temi e dei tempi la liturgia e la preghiera monastica riattualizzando una memoria antica ed una speranza nuova, così nella storia si ripropone e si riverifica la tensione originaria che ha animato l'opera del santo patriarca; doni ambedue di Dio alla civiltà dell'uomo: il monachesimo ed il suo santo fondatore. Il concetto espresso dal vescovo attraverso il simbolismo ha riguardato l'esplicitazione di due caratteristiche del monachesimo benedettino: persistente “identità dello spirito” originario impresso da Benedetto e “flessibilità del corpo” che ha assunto variazioni ed adattamenti nel corso del tempo. 
Madre Cecilia ha sottolineato aspetti spirituali e vocazionali del monachesimo benedettino ancora oggi teso a realizzare un'opera di preghiera, parafrasando la regula, affinchè “nulla si anteponga all'amore di Cristo”.   
D.E. Nappa ha rilevato il contributo di ricerca e di approfondimento della cultura benedettina dato dall'opera di Dell'Omo, ed ha rimarcato l'impegno dell'ISSR S. Paolo nel valorizzarla come strumento di studio per le discipline storico-ecclesiastiche locali.
Mons. Iadanza ha salutato il libro com una “nascita gioiosa”, compimento di un lungo percorso di ricerca e di insegnamento dell'autore nell'ambito della storia del monachesimo benedettino.
Ha voluto rimarcarne l'importanza per la storia ecclesiastica e per la storia d'Europa, esemplicando documenti personaggi e vicende significativi; ad esempio le Lettere di papa Gregorio Magno riferite a san Colombano e alla missione dei monaci benedettini nelle isole britanniche. Ha sottolineato gli aspetti storico-teologici legati al carisma di san Benedetto. 
U. Parente ha evidenziato alcune caratteristiche del libro: la sua “utilità” come strumento di studio e di ricerca grazie alla sistematicità e all'abbondanza della bibliografia intercettata; ed il suo  porsi come “opera interessante” per la sobrietà e l'equilibrio delle parti e dei contenuti non riferiti a visioni e periodizzazioni precostituite ed eurocentriche. Ha colto l'euristicità di tematiche ulteriori presenti “al di là dei titoli” predisposti. Ha segnalato l'importanza  della relazione tra il carisma di Benedetto e le istituzioni da esso suscitato.
La relazione del vescovo Chiarinelli è stata molto ampia, comunicata con verve chiarezza e profondità, armoniosamente sviluppata su diversi piani concettuali (estetico, storico, culturale, teologico, simbolico, biblico, magisteriale, politico, pastorale). Ha iniziato con l'esplicitazione dei sentimenti personali sul “tema” monastico (ispirazione ed aspirazione della sua vita); sul “luogo” dell'abbazia di san Lorenzo (da lui riaperta e restituita alla cultura storica e religiosa locale quando era vescovo di Aversa); sul “libro” (opera 'temeraria' imponente e sintetica che spazia negli ambiti diversificati della storiografia e delle istituzioni monastiche benedettine). Ha realizzato uno splendido percorso discorsivo aperto con la chiave di lettura del 'carisma', recuperata dal sottotitolo ed utilzzata preliminarmente per significare la 'mens benedettina' che permea l'intera opera di dell'Omo. Ha lanciato uno sguardo generale ai contenuti: “radici e missione”, “continuità ed innovazione”, riferite alla presenza dello Spirito nel dinamismo della storia. La I parte del libro riguarda l' 'autenticazione' delle radici: regola, pedagogia e progetto di vita monastica. La II parte riguarda l' 'arborizzazione': espressione e tensione delle istituzioni monastiche dall'eurocentrismo alla mondialità. E' uno sguardo richiamante la necessità di una comprensione in chiave simbolica e di un riferimento biblico allo sguardo di Mosè dall'alto del monte Nebo sulla terra promessa da lui non raggiunta. Ed il vescovo utilizza la 'metafora del monte' per cogliere lo spirito ed il carisma del cammino benedettino nella storia: il 'monte della  preghiera', (nihil Operi Dei praeponatur (R.B. 43,3), niente si anteponga all'opera di Dio); il 'monte della trasfigurazione' (conversio); il 'monte della sofferenza' (fino ad entrare nel Mistero); il 'monte delle beatitudini'. Una comprensione retrospettiva sulla storia monastica, grazie a questi approcci, ci rimanda la visione di “una omologhia della fede e di una sinfonia delle culture”; uno sguardo in prospettiva teologica ci inoltra verso “una nuova frontiera: spiritualità monastica in dimensione domestica e dimensione domestica in spiritualità monastica”. Le implicazioni che attualizzano lo spirito benedettino nella contemporaneità riguardano l'opportunità di vivere ecclesialmente i suoi riferimenti nella vita di relazione (politeia), nella vita religiosa (ecumenismo), nella riflessione spirituale (teologia).
La presentazione del libro si è conclusa con l'intervento dell'Autore che ha voluto, tra l'altro, informare il pubblico della estesa documentazione riguardante la storia dell'abbazia di San Lorenzo e della cultura monastica in Aversa.

Approfondimenti:







sabato 18 febbraio 2012

Il percorso in Campania del culto di santa Giuliana


1. La santità al femminile riceve in Febbraio belle celebrazioni. Sante come Agata, Apollonia e Giuliana rimandano il ricordo delle Vergini Cristiane, martiri dei primi secoli, accomunate nella coraggiosa testimonianza di fede ed esprimenti patrocini particolari. 
Santa Scolastica, sorella di san Benedetto e patrona femminile del più importante ordine monastico, ci propone il fascino di una presenza discreta e potentissima capace di ottenere dal cielo il fragore della tempesta in onore dell'amore fraterno. La Madonna di Lourdes anima le lodi popolari pre-quaresimali e dona le anticipazioni spirituali delle aure primaverili e del soprannaturale. In questa santità al femminile che riceve vario onore nel territorio della diocesi di Aversa, una particolare menzione può farsi per Santa Giuliana. Ella è considerata una santa 'diocesana' dal momento che Cuma, la cui sede episcopale fu incorporata da quella aversana, per tutto il medioevo ne ha conservato le spoglie e la memoria devozionale.
2. La Santa fu martire a Nicomedia, città della odierna Turchia, nel 304-305. Ella, diciottenne, per amore della fede cristiana rinunciò al matrimonio con il prefetto Eleusio, e subì il martirio con il vescovo Antimo, con santa Barbara ed altri santi. Le sue spoglie furono venerate nella cattedrale di Cuma, oggi diruta, che le accolse dopo il naufragio della nave che le conduceva verso Roma. Giuliana venne subito venerata tra i santi e le sante più note del paleo-cristianesimo in Campania. 
La sua bella icona fu dipinta nel V secolo in una edicola a lei intitolata nelle catacombe di San Gennaro extra moenia a Napoli. Nella Napoli bizantina, Santa Giuliana, figura giovanile bella e brillante ed esemplare modello di Vergine Cristiana, suscitò una grande devozione popolare che fu sostenuta dalla monache del monastero di Donnaromita, le quali vivevano secondo i dettami della Regola di san Basilio. Quelle monache seguirono poi la Regola di san Benedetto e, custodendo il corpo della santa dopo la distruzione di Cuma, estesero ancora più la devozione in tutti i luoghi della cristianità europea ove viveva la testimonianza benedettina. Testimonianze del culto della santa si ritrovano così a Vallepietra e in Inghilterra, e sue reliquie a Perugia e a Verona. Il suo corpo, dopo una traslazione al monastero delle Clarisse di santa Chiara, si trova ora nella cripta di san Guglielmo del monastero benedettino di Montevergine. La devozione per questa Santa, che è patrona delle partorienti, è valorizzata oggi da riferimenti molteplici che attengono la spiritualità giovanile, l'ecumenismo, la storia del cristianesimo europeo, la storia locale e l’agiografia.
3. La cattedrale di Cuma, basilica cristiana dedicata ai santi martiri Massimo e Giuliana, i cui resti diroccati si osservano ancora sull’alto del colle prospiciente il litorale flegreo che guarda verso l’isola di Ischia, fu eretta nell’alto medioevo sulle vestigia di un antico tempio dedicato a Giove. Oggi il sito è considerato un luogo importantissimo nel panorama dell’archeologia campana perché rappresenta una testimonianza notevole sia dell’arte classica che dell’arte cristiana. Come principale luogo della devozione giulianea, la basilica cumana fu frequentata fino al primo decennio del XIII secolo, epoca in cui la città, contesa dalle contrapposte forze sveve e napoletane, fu teatro di battaglie e di distruzioni. Nel 1207 Cuma fu lasciata all’abbandono e le reliquie dei santi patroni Massimo e Giuliana furono traslate a Napoli. La popolazione si disperse per i territori della Liburia, e si trasferì in gran parte nell’agro di Giugliano, di Aversa, e nella Fratta atellana ove era già insediata dal IX secolo una componente proveniente da Miseno, città flegrea distrutta dai saraceni, e devota a San Sossio. In quella data l’episcopato cumano fu abolito, i beni ecclesiatici furono trasferiti alla sede metropolita di Napoli, e gran parte della giurisdizione territoriale rientrò nelle competenze della sede episcopale di Aversa.
Da quel tempo la città di Frattamaggiore celebra la Santa come sua patrona principale insieme con San Sossio, a testimonianza della sua leggenda d'origine che la vuole fondata da una componente di Miseno sfuggita alle incursioni saracene, e da una componente di Cuma portatrice della devozione giulianea. In realtà il culto della santa nell’area frattese era già documentato nel XI secolo (Regii Neapilitani Archivii Monumenta), e si consolidò con la provenienza da Cuma di quelle popolazioni che cercavano un nuovo e più sicuro insediamento. Di fatti nella documentazione storico-agiografica si evidenzia che la devozione giulianea nell’area frattese è menzionata prima di quella sossiana, la cui testimonianza più antica è ancorata al documento architettonico altomedievale costituito dal tempio patronale situato al centro della città.
La figura di santa Giuliana venne subito celebrata in quel tempio, nel santorale e nella principale iconografia religiosa frattese. Essa fu sicuramente presente nella grande raffigurazione absidale, in quella più antica che fu ripresa nel ciclo delle pale lignee medievali, poi nel grande quadro settecentesco del De Mura, e quindi nell’attuale grande mosaico della Scuola Vaticana.
In Fratta la Santa fu rappresentata anche nei quadri di G.B. Lama (1570) e di Luca Giordano; nell’affresco quattrocentesco e nella statua lignea del ‘500 della chiesa rurale a lei dedicata; in un busto reliquario argenteo del 600; nell’iconografia popolare delle cappelle e delle edicole votive, e nel lapidario del paese. L’Università frattese, ovvero l’antica municipalità, istituì per santa Giuliana, al pari di san Sossio, iniziative sociali, celebrazioni e festeggiamenti che ne evidenziavano il sentito patronato e la forte devozione popolare. La devozione frattese per santa Giuliana ha avuto modo di esprimersi così nei secoli con varie manifestazioni; e l’immaginario popolare frattese si è arricchito rispetto alla santa anche di una leggenda medievale (riportata da Pasquale Ferro) posta all’origine della fondazione della chiesetta rurale scomparsa da qualche decennio a causa dello sviluppo urbano: si tratta del sogno di una fanciulla a cui appare la santa che la incarica di farle costruire una chiesa.

Approfondimenti:
P. Saviano, Santa Giuliana vergine e martire, Frattamaggiore 1997
Alfredo Di Landa, Le reliquie di S. Giuliana V. e M. nel culto della storia. Quaderni del XVII Centenario del Martirio di S. Sossio, n. 2, Tip. Cav. Mattia Cirillo - Frattamaggiore 2006
Recensione di Fernando Angelino in Rassegna storica dei comuni



martedì 14 febbraio 2012

Santi patroni d'Europa

Tre santi e tre sante. Due monaci: Benedetto e Cirillo; un ecclesiastico: Metodio; tre donne mistiche impegnate nel sociale: la nobile Brigida di Svezia, francescana e fondatrice dell’Ordine del Santo Salvatore, la domenicana Caterina da Siena e la filosofa, ebrea e carmelitana, Edith Stein; sono i Santi dichiarati compatroni d’Europa dal papa Giovanni Paolo II con la lettera apostolica Spes aedificandi del 1 ottobre 1999.
San Benedetto è il primo patrono nominato nel 1964 da Paolo VI, a riconoscimento dell’opera originaria e fondamentale svolta dal monachesimo benedettino nello sviluppo della civiltà e della cultura europea (Ora et Labora et Lege: monasteri, contadi, scriptoria e scolae), a partire dall’alto medioevo (V-VI secolo) e dalla evangelizzazione degli antichi popoli barbarici.
Metodio e Cirillo, per gli stessi motivi di civiltà cristiana istituzionalmente estesa ai popoli slavi (Scrittura ed alfabeto cirillico del IX secolo) sono i compatroni indicati da Giovanni Paolo II, alle soglie del terzo millennio, a riconoscimento di una integrazione europea antica e consistente, storicamente significativa e coinvolgente i paesi del cristianesimo ortodosso e dell’area bizantina ed orientale.
Brigida, Caterina ed Edith sono state indicate da Giovanni Paolo II come compatrone d’Europa per la loro specificità di donne (la Chiesa onora da sempre la santità al femminile a cominciare da Maria) e per il forte significato spirituale e storico della loro testimonianza cristiana.
Con Brigida si tratta di una santa del XIV secolo che s’impegna nella vita di corte, nel pellegrinaggio ai santuari cristiani d’Europa e di Terra Santa, e nella istituzione di opere di carità. E tutto ciò ella lo fa nello spirito della profezia, dell’ammonimento morale, e della visione di Cristo che le svela i disegni di Dio sulla storia.
Per Caterina da Siena, domenicana del XIV secolo e Patrona d’Italia, dichiarata dottore della Chiesa da Paolo VI, si tratta di una santa famosissima che ha legato la sua opera al ritorno del papato a Roma dopo il periodo francese di Avignone, e alla sua comunicazione, rivolta alla pari a tutti i regnanti del suo tempo, per rinnovare il volto della Chiesa e riformare i costumi del clero.
Con Edith Stein (Teresa Benedetta della Croce) si tratta di una santa martire, cattolica ed ebrea, morta in un campo di sterminio nazista durante l’ultima guerra mondiale. E’ per lei riconosciuta una santità significativamente legata al pensiero, alla civiltà, e alle esperienze storiche vissute nell’Europa del secolo scorso.

Approfondimenti su: storialocale.it:

domenica 12 febbraio 2012

CULTO MARIANO E APPARIZIONI

La riflessione teologica individua le basi evangeliche, patristiche e tradizionali del culto di Maria. 
Nei Vangeli Maria appare inserita nel misterioso piano di Dio con il concepimento verginale di Gesù, con il suo dialogo di fede con Dio, con la sequela del Figlio fino alla croce, e con la sua condivisione con la Comunità degli apostoli. 
La riflessione dei Padri della Chiesa, in epoca antica, individua per Maria le caratterizzazioni principali che fondano la dogmatica cattolica: Theotòkos (Madre di Dio) al Concilio di Efeso del 431; sempre Vergine al Concilio Laterano del 649; culto delle Icone e della venerazione al Concilio di Nicea del 787. 
La tradizione rimarca i tratti della devozione mariana che si consolidano nelle varie epoche.
Nel Medioevo della preghiera monastica e dello schema feudale, Maria è Regina, Madre di Misericordia; è Mediatrice della riconciliazione tra Cristo e la Chiesa; ed è Madre dei Miracoli a favore dei peccatori. 
Nell’Età Moderna Maria è la Serva del Signore partecipe alla sua redenzione (Concilio di Trento); la devozione mariana diviene molto diffusa e popolare e, con il Rosario si incentra sulla comprensione del Mistero di Cristo 
Nell’Età Contemporanea le apparizioni della Madonna a Caterina Labourè (1830) e a Bernadette Soubirous a Lourdes (1858) accompagnano la formulazione del Dogma della Immacolata Concezione (1854) stabilito da Pio IX con tutti i Vescovi del mondo. La grande diffusione del culto mariano culmina nel Dogma dell’Assunzione di Maria stabilito da Pio XII nel 1950.
Oggi la Dottrina Mariana si basa soprattutto sulla Lumen Gentium, costituzione del Concilio Vaticano II, che indica la figura di Maria come Madre del Salvatore inserita nel mistero di Cristo, della Chiesa e della Salvezza. Essa ha trovato anche un grande sostenitore in Giovanni Paolo II, papa mariano, che nel 2003 ha scritto la Lettera Apostolica ROSARIUM VIRGINIS MARIAE.
I teologi contemporanei riconoscono nella persona e nella funzione di Maria “l’icona del mistero” (B. Forte), la “microstoria della salvezza” (S. De Flores), la “chiave del mistero cristiano” (R. Laurentin). La recente celebrazione del 150° delle apparizioni della Vergine, Immacolata Concezione, a Lourdes si è caricata di grandissimi significati, biblici, teologici e devozionali, per i milioni di credenti e di pellegrini. 
L’8 dicembre 1854 Pio IX definì in questi termini la concezione immacolata di Maria: 
"la dottrina che sostiene che la beatissima Vergine Maria nel primo istante della sua concezione, per singolare grazia e privilegio di Dio onnipotente, in vista dei meriti di Gesù Cristo, salvatore del genere umano, è stata preservata immune da ogni macchia di peccato originale, è stata rivelata da Dio e perciò si deve credere fermamente e inviolabilmente da tutti i fedeli".
La Chiesa riconosce nell’Immacolata la realizzazione del progetto di Dio sul nuovo popolo messianico, nella sua espressione più alta che è quella sponsale, di cui è il prototipo. La liturgia dell’8 dicembre, infatti, pone sulle labbra di Maria le parole del Cantico: "Esulto e gioisco nel Signore [...] perché mi ha avvolto con il manto della giustizia, come una sposa adorna di gioielli", perché la sua concezione immacolata ha segnato l’inizio della Chiesa, sposa di Cristo, senza macchia e senza ruga, splendente di bellezza.
Le apparizioni di Lourdes e le altre apparizioni della Vergine hanno dato grande importanza alle devozioni mariane. Oggi, con il culto in chiesa, non è raro che si accompagnino le infiorate alle edicole votive, e l'allestimento di altarini domestici dove viene posta una statua itinerante della Vergine.
Per Maria, apparsa alla umanità contemporanea ed in attesa nelle mete del pellegrinaggio, ci si muove sempre e si è sempre impegnati, nella semplicità della preghiera personale e nel fasto della preghiera comunitaria. Il pensiero dei credenti si inoltra nelle favolose considerazioni del suo mistero, corre alle ardite riflessioni teologiche che riguardano gli avvenimenti testimoniati e creduti e la fede stessa: il Rosario e il Dogma. Il Dogma dell’Immacolata Concezione, della creazione nuova, che trova un riverbero nella Vergine apparsa a Lourdes. Il Rosario nella cui recita si ritrova la sintesi delle apparizioni di Fatima e l’aggiunta della stessa preghiera voluta dalla Vergine:
"O Gesù perdonate le nostre colpe, preservateci dal fuoco dell'inferno; portate in Cielo tutte le anime, e soccorrete specialmente le più bisognose della vostra misericordia".
L'avvenimento mariano più importante del secolo scorso è stato senza dubbio il Concilio Vaticano II, perché da esso è scaturita una prospettiva mariana che investe il campo dottrinale, liturgico, pastorale e devozionale. Il Concilio ha voluto risituare Maria al punto di partenza e al centro stesso del mistero di salvezza. L'inserimento di Maria nella Costituzione Dogmatica sulla Chiesa può considerarsi un segno del rapporto di esemplarità che intercorre fra Maria e la Chiesa: la Vergine è tipo e compimento della Chiesa.
Inoltre, la Vergine è Madre della Chiesa, giacché è Madre di Cristo e di tutto il Popolo di Dio, sia dei fedeli che dei Pastori. Paolo VI ebbe a cuore il proclamarlo solennemente a conclusione della terza sessione del Concilio, offrendo in tale titolo una sintesi della mariologia del Concilio (cfr. DC, 6.XII.64, col 1544).
Benedetto XVI nell'omelia dell'Assunzione del 2005 disse queste parole: "Maria è assunta in cielo in corpo e anima: anche per il corpo c’è posto in Dio. Il cielo non è più per noi una sfera molto lontana e sconosciuta. Nel cielo abbiamo una madre. E la Madre di Dio, la Madre del Figlio di Dio, è la nostra Madre. Egli stesso lo ha detto. Ne ha fatto la nostra Madre, quando ha detto al discepolo e a tutti noi: “Ecco la tua Madre!” Nel cielo abbiamo una Madre. Il cielo è aperto, il cielo ha un cuore".

Una nota di storia locale. Alcuni dati storiografici ci inducono a dare una importanza singolare alla devozione per l’Immacolata nella nostra terra, che appare riconnessa al dibattito teologico svoltosi in Campania intorno all’anno mille. Si può notare, nello sviluppo della devozione mariana del nostro territorio diocesano (diocesi di Aversa) un riferimento storico-teologico che pone l'area culturale locale tra quelle che per prime, a partire dal medioevo, hanno riconosciuto alla Madre di Dio l'onore del titolo dell' Immacolata Concezione. Questo riferimento, come viene rilevato in uno studio sulla teologia medievale (L. Orabona, La societa cristiana del Medioevo), rimanda al trattato mariano di Eadmero, monaco benedettino nel monastero di San Salvatore Telesino, vissuto nell'XI secolo al seguito di Sant'Anselmo, Arcivescovo di Canterbury, che lo conobbe durante un suo viaggio in Campania. L’importanza di tale riferimento si coglie ancor più in considerazione del fatto che il santuario mariano di Frattamaggiore è il principale luogo diocesano dedicato all’Immacolata, costruito all’epoca della proclamazione del dogma sul sito di una preesistente chiesa medievale.

Approfondimenti su storialocale.it:

In diretta dalla Grotta di Massabielle:
http://it.lourdes-france.org/tv-lourdes/