venerdì 5 ottobre 2018

Pastorale missionaria e vita buona del Vangelo


Sono le tematiche ispirative dell’Anno Pastorale 2018-19 della Diocesi di Aversa. Esse hanno avuto una importante elaborazione preparatoria negli anni pastorali precedenti, riferiti agli Orientamenti della CEI per il decennio 2010-2020, e sono state poste all’orizzonte delle iniziative del nuovo anno che è iniziato con il Convegno Pastorale del 29 settembre 2018 in Cattedrale, durante il quale Mons. Nunzio Galantino ha svolto una relazione sul tema della “Parrocchia, Chiesa missionaria in un mondo che cambia”. Questo tema ha inteso riproporre il senso degli argomenti della nota pastorale della CEI del 2004: Il volto missionario della Parrocchia in un mondo che cambia.
Nel documento del Vescovo Angelo Spinillo contenente le Indicazioni per il Convegno Pastorale 2018 si leggono in sintesi il percorso preparatorio e gli intendimenti generali:


Con la partecipazione di una amplissima assemblea il Convegno è iniziato con la preghiera dei Primi Vespri della XXVI Domenica del Tempo Ordinario. Il Vescovo Spinillo ha introdotto con una comunicazione puntuale circa il cammino pastorale della Diocesi. Il Vescovo Nunzio Galantino, Presidente del Patrimonio della Sede Apostolica, e relatore ospite centrale, ha sviluppato una riflessione approfondita rileggendo il tema del Convegno nello spirito del magistero del Santo Padre: “la Parrocchia Chiesa missionaria in un mondo che cambia – Il rinnovamento missionario della Chiesa italiana alla luce di Evangelii Gaudium. Con questa rilettura egli ha potuto arricchire il suo intervento e riferirlo efficacemente al discorso teologico e pastorale iniziato con il suo libro pubblicato dalle Paoline nel marzo scorso: Il rinnovamento missionario della Chiesa italianaL’intervento introduttivo del Vescovo Spinillo ha riguardato vari punti: i saluti alle realtà diocesane partecipanti al Convegno, la comunicazione circa l’istituzione dell’Istituto Teologico Superiore Interdiodiocesano di Scienze Religiose, il percorso pastorale della Diocesi fatto di dialogo e di testimonianza, il Sinodo dei Giovani, la partecipazione alle Giornate nazionali; l’indicazione della Parrocchia come “realtà concreta del Popolo di Dio in cammino verso la salvezza”; la Nota Pastorale della CEI del 2004 e i riferimenti alla “Gioia del Vangelo” che caratterizza il rinnovamento missionario nella rilettura tematica proposta da Mons. Galantino. Gli spunti del Vescovo Spinillo sono in parte rileggibili anche nella Scheda preparatoria della proposta del Convegno 2018:


La relazione di Mons. Nunzio Galantino, dopo i saluti all’assemblea e all’ “amico e confratello” vescovo Spinillo, ha assunto i toni di una serie di “riflessioni” sulla tematica proposta. Ha riguardato la considerazione della Nota Pastorale della CEI come il “documento più vicino, per linguaggio e prospettive alla Evangelii Gaudium di Papa Francesco”. Egli ha raccolto l’invito del Santo Padre a liberarsi dalle “prigioni mentali” che diventano “prigioni del cuore” ed impediscono di riscoprire il motivo fondamentale dell’azione missionaria ed evangelizzatrice: conoscere e far conoscere Gesù. Egli ha detto tra l’altro: “con tutto il rispetto per ciò che si fa - in termini di azione pastorale - se non viene fatto per Gesù non serve a niente”. E’ quindi importante “riportare al Centro del Vangelo la Parrocchia, annunciare la Parola, testimoniare la salvezza ricevuta”. L’azione pastorale si motiva e si identifica con “il desiderio di mantenere il Vangelo al centro della Vita ecclesiale”. “Ricalibrare tutto in base al Vangelo” ; “ritrovare l’amore abbandonato della Chiesa: la passione per la sua missione”; riscoprire il “cuore” e “imparare dal cuore”; “costruire il mondo con il Vangelo e con la ragione”. “Sviluppare il discepolato del cuore”, “fissare lo sguardo sul Cristo”, “imparando da Lui”, “toccando i lebbrosi, i malati”. “Divenire credenti adulti nella fede” , “avere ansia e desiderio e vita per la missione”. Essere “una Chiesa in uscita, con umiltà e docilità allo Spirito” che superi il dilemma “missione/autopreservazione” e “la routine”.
Per le sue coinvolgenti riflessioni Mons. Galantino ha fatto riferimento ad alcuni punti della EG, e tra questi riporto i seguenti riguardanti la spiritualità missionaria:

166. Un’altra caratteristica della catechesi, che si è sviluppata negli ultimi decenni, è quella dell’iniziazione mistagogica, che significa essenzialmente due cose: la necessaria progressività dell’esperienza formativa in cui interviene tutta la comunità ed una rinnovata valorizzazione dei segni liturgici dell’iniziazione cristiana. Molti manuali e molte pianificazioni non si sono ancora lasciati interpellare dalla necessità di un rinnovamento mistagogico, che potrebbe assumere forme molto diverse in accordo con il discernimento di ogni comunità educativa. L’incontro catechistico è un annuncio della Parola ed è centrato su di essa, ma ha sempre bisogno di un’adeguata ambientazione e di una motivazione attraente, dell’uso di simboli eloquenti, dell’inserimento in un ampio processo di crescita e dell’integrazione di tutte le dimensioni della persona in un cammino comunitario di ascolto e di risposta.

259. Evangelizzatori con Spirito vuol dire evangelizzatori che si aprono senza paura all’azione dello Spirito Santo. A Pentecoste, lo Spirito fa uscire gli Apostoli da se stessi e li trasforma in annunciatori delle grandezze di Dio, che ciascuno incomincia a comprendere nella propria lingua. Lo Spirito Santo, inoltre, infonde la forza per annunciare la novità del Vangelo con audacia (parresia), a voce alta e in ogni tempo e luogo, anche controcorrente. Invochiamolo oggi, ben fondati sulla preghiera, senza la quale ogni azione corre il rischio di rimanere vuota e l’annuncio alla fine è privo di anima. Gesù vuole evangelizzatori che annuncino la Buona Notizia non solo con le parole, ma soprattutto con una vita trasfigurata dalla presenza di Dio.

261. Quando si afferma che qualcosa ha “spirito”, questo indicare di solito qualche movente interiore che dà impulso, motiva, incoraggia e dà senso all’azione personale e comunitaria. Un’evangelizzazione con spirito è molto diversa da un insieme di compiti vissuti come un pesante obbligo che semplicemente si tollera, o si sopporta come qualcosa che contraddice le proprie inclinazioni e i propri desideri. Come vorrei trovare le parole per incoraggiare una stagione evangelizzatrice più fervorosa, gioiosa, generosa, audace, piena d’amore fino in fondo e di vita contagiosa! Ma so che nessuna motivazione sarà sufficiente se non arde nei cuori il fuoco dello Spirito. In definitiva, un’evangelizzazione con spirito è un’evangelizzazione con Spirito Santo, dal momento che Egli è l’anima della Chiesa evangelizzatrice. Prima di proporre alcune motivazioni e suggerimenti spirituali, invoco ancora una volta lo Spirito Santo, lo prego che venga a rinnovare, a scuotere, a dare impulso alla Chiesa in un’audace uscita fuori da sé per evangelizzare tutti i popoli.

262. Evangelizzatori con Spirito significa evangelizzatori che pregano e lavorano. Dal punto di vista dell’evangelizzazione, non servono né le proposte mistiche senza un forte impegno sociale e missionario, né i discorsi e le prassi sociali e pastorali senza una spiritualità che trasformi il cuore. Tali proposte parziali e disgreganti raggiungono solo piccoli gruppi e non hanno una forza di ampia penetrazione, perché mutilano il Vangelo. Occorre sempre coltivare uno spazio interiore che conferisca senso cristiano all’impegno e all’attività. Senza momenti prolungati di adorazione, di incontro orante con la Parola, di dialogo sincero con il Signore, facilmente i compiti si svuotano di significato, ci indeboliamo per la stanchezza e le difficoltà, e il fervore si spegne. La Chiesa non può fare a meno del polmone della preghiera, e mi rallegra immensamente che si moltiplichino in tutte le istituzioni ecclesiali i gruppi di preghiera, di intercessione, di lettura orante della Parola, le adorazioni perpetue dell’Eucaristia. Nello stesso tempo «si deve respingere la tentazione di una spiritualità intimistica e individualistica, che mal si comporrebbe con le esigenze della carità, oltre che con la logica dell’Incarnazione»C’è il rischio che alcuni momenti di preghiera diventino una scusa per evitare di donare la vita nella missione, perché la privatizzazione dello stile di vita può condurre i cristiani a rifugiarsi in qualche falsa spiritualità.

263. È salutare ricordarsi dei primi cristiani e di tanti fratelli lungo la storia che furono pieni di gioia, ricolmi di coraggio, instancabili nell’annuncio e capaci di una grande resistenza attiva. Vi è chi si consola dicendo che oggi è più difficile; tuttavia dobbiamo riconoscere che il contesto dell’Impero romano non era favorevole all’annuncio del Vangelo, né alla lotta per la giustizia, né alla difesa della dignità umana. In ogni momento della storia è presente la debolezza umana, la malsana ricerca di sé, l’egoismo comodo e, in definitiva, la concupiscenza che ci minaccia tutti. Tale realtà è sempre presente, sotto l’una o l’altra veste; deriva dal limite umano più che dalle circostanze. Dunque, non diciamo che oggi è più difficile; è diverso. Impariamo piuttosto dai santi che ci hanno preceduto ed hanno affrontato le difficoltà proprie della loro epoca. A tale scopo vi propongo di soffermarci a recuperare alcune motivazioni che ci aiutino a imitarli nei nostri giorni.

267. Uniti a Gesù, cerchiamo quello che Lui cerca, amiamo quello che Lui ama. In definitiva, quello che cerchiamo è la gloria del Padre, viviamo e agiamo «a lode dello splendore della sua grazia» (Ef 1,6). Se vogliamo donarci a fondo e con costanza, dobbiamo spingerci oltre ogni altra motivazione. Questo è il movente definitivo, il più profondo, il più grande, la ragione e il senso ultimo di tutto il resto. Si tratta della gloria del Padre, che Gesù ha cercato nel corso di tutta la sua esistenza. Egli è il Figlio eternamente felice con tutto il suo essere «nel seno del Padre» (Gv 1,18). Se siamo missionari è anzitutto perché Gesù ci ha detto: «In questo è glorificato il Padre mio: che portiate molto frutto» (Gv 15,8). Al di là del fatto che ci convenga o meno, che ci interessi o no, che ci serva oppure no, al di là dei piccoli limiti dei nostri desideri, della nostra comprensione e delle nostre motivazioni, noi evangelizziamo per la maggior gloria del Padre che ci ama.

276. La sua risurrezione non è una cosa del passato; contiene una forza di vita che ha penetrato il mondo. Dove sembra che tutto sia morto, da ogni parte tornano ad apparire i germogli della risurrezione. È una forza senza uguali. È vero che molte volte sembra che Dio non esista: vediamo ingiustizie, cattiverie, indifferenze e crudeltà che non diminuiscono. Però è altrettanto certo che nel mezzo dell’oscurità comincia sempre a sbocciare qualcosa di nuovo, che presto o tardi produce un frutto. In un campo spianato torna ad apparire la vita, ostinata e invincibile. Ci saranno molte cose brutte, tuttavia il bene tende sempre a ritornare a sbocciare ed a diffondersi. Ogni giorno nel mondo rinasce la bellezza, che risuscita trasformata attraverso i drammi della storia. I valori tendono sempre a riapparire in nuove forme, e di fatto l’essere umano è rinato molte volte da situazioni che sembravano irreversibili. Questa è la forza della risurrezione e ogni evangelizzatore è uno strumento di tale dinamismo.

Sul portale della Diocesi è stato divulgato un video relativo all’intervista di Mons. Galantino condotta dall’Ufficio Comunicazioni Sociali sul tema del Convegno Pastorale. Molti media hanno dato l’annuncio dell’evento diocesano e sui social si possono leggere commenti e alcune cronache interessanti. Tra queste riporto quella scritta da Mons. Angelo Crispino sulla sua pagina personale:








martedì 11 settembre 2018

Giuseppe Ratto parroco di San Rocco


La comunità parrocchiale di San Rocco di Frattamaggiore ha sempre manifestato nella sua storia, ormai secolare, una vitalità di iniziativa e di testimonianza ecclesiale esemplare ed attrattiva per la chiesa e la popolazione locale. La fede popolare si è sempre positivamente incrociata con la guida e le attività pastorali che hanno trovato nei parroci e nelle figure sacerdotali operanti in parrocchia riferimenti sicuri, zelanti ed onorati. La storia della Parrocchia è ricca di luoghi idenditari, di spunti formativi e di preziosa documentazione.
La figura di mons. Giuseppe Ratto, che ha guidato la Parrocchia per 36 anni dal 1963 al 1999, si orna particolarmente di queste caratteristiche della comunità parrocchiale di San Rocco, e si esprime inoltre nella singolarità di una ricerca teologica instancabile, sempre interessata allo studio della Storia della Chiesa, e nella silenziosa ed efficace animazione della Carità parrocchiale.
Opero una breve presentazione in occasione della celebrazione eucaristica presieduta dal Vescovo di Aversa, Mons. Angelo Spinillo, che si tiene il 14 settembre 2018 per il decennale della dipartita di don Ratto nella Basilica Pontificia di San Sossio. Utilizzo in primo luogo le parole del Parroco Ratto pronunciate la Vigilia di Natale del 1991 durante l’omelia in memoria del sacerdote don Pasqualino Costanzo. In secondo luogo propongo alcuni spunti della storia parrocchiale di San Rocco ricavati da: P. Saviano, Il culto di San Rocco a Frattamaggiore, Roma 2010. In terzo luogo propongo la lettura del testo da me preparato per la pagina diocesana di Avvenire riguardante il saluto del Parroco Ratto e l’accoglienza del nuovo Parroco don Armando Broccoletti.

Le parole di Mons. Giuseppe Ratto per don Pasqualino Costanzo:



Dalla storia parrocchiale di San Rocco


LA CHIESA DI SAN ROCCO
Fu fondata a recupero dell'antica funzione religiosa e devozionale dell’eremo di San Rocco connesso alla cappella medievale di Santa Giuliana, patrona di Fratta, situata alle propaggini campagnole del paese, sul percorso dell'antico acquedotto che da Arcopinto giungeva ad Atella.
Essa recuperò anche la tradizione della Congrega plateare dell'Arco che nel '700 aveva formata la Congrega di San Rocco come suo ramo giovanile.
Alla sua fondazione è intimamente connessa l'opera e la religiosità del Cav. Ignazio Muti, priore della Congrega di San Rocco, il quale con l'obolo popolare riuscì a far costruire la splendida chiesa che oggi si ammira. Alla sua storia è legata anche la cura delle anime dei funari di Piazza Miseno.
La prima pietra fu posta nel 1899, l‟edificazione fu completata nel 1912; la comunità del quartiere già fruiva delle celebrazioni liturgiche essenziali, quando fu istituita la parrocchia nel 1919. Il tempio eretto con l’obolo popolare, appassionatamente raccolto per decenni da Ignazio Muti, fu affidato al parroco Nicola Capasso, un sacerdote preparato ed entusiasta. Don Nicola, che divenne poi Rettore del Seminario di Aversa e Vescovo di Acerra, utilizzando tutti i mezzi che allora metteva a disposizione la metodologia pastorale più moderna (stampa, proiezioni, catechesi, attività associative, viaggi, contatti nazionali e internazionali), trasformò la chiesa di San Rocco in un santuario frequentatissimo e in un centro di attività vocazionale.
Con quei fondamenti anche la comunità parrocchiale, nel corso del tempo e degli eventi, con i diversi pastori, con le vocazioni, i ministeri e le attività legate alle emergenze delle varie epoche fino ad oggi, ha vissuto una storia ricca di significati religiosi, di esperienze intense della fede e di sincera testimonianza della carità e della vita cristiana.
Per mantenere la sua bellezza architettonica ed il suo decoro la chiesa nel corso del tempo ha richiesto interventi, restauri e aggiustamenti. I vari parroci si sono tutti impegnati per il consolidamento delle strutture e per arricchirla di opere artistiche e religiose.
Si sono così susseguiti i completamenti e i restauri del 1924–1927 con il parroco Nicola Capasso, gli interventi post-terremoto degli anni 30-40 e post-bellici degli anni 50-60 dei parroci Carlo Capasso e Luigi Ferrara, gli interventi per il consolidamento della statica e post-terremoto degli anni 70-80, insieme con la cura continua del decoro ecclesiale fino alla fine degli anni 90, del parroco mons. Giuseppe Ratto.


Con il parroco Armando Broccoletti la chiesa ha assunto il volto attuale con i vari aggiustamenti e restauri interni ed esterni, con il riconsolidamento della cupola e con l’apertura del parco San Rocco alle attività del territorio.


GIUSEPPE RATTO - I rilievi sui parroci di San Rocco redatti da P. Costanzo contengono anche notizie circa il parroco Giuseppe Ratto. Si apprende che questi fu ordinato sacerdote nel 1945, fu per qualche anno segretario del Vescovo di Policastro, il frattese Mons. Federico Pezzullo, e fu parroco per più di un decennio di Santa Eufemia di Carditello (dal 1953).
Fu nominato parroco di san Rocco nel 1964. Il popolo ne ebbe molta soddisfazione ed il Vescovo di Aversa, Antonio Cece, organizzò per lui, nel giorno solenne della presa di possesso, una splendida accoglienza. P. Costanzo mette anche in risalto la praticità e la sensibilità del parroco Ratto, sottolineando il suo zelo pastorale, l'impegno per la gioventù e gli sforzi fatti per il decoro e il restauro della chiesa.


Affidiamo la conclusione di questa cronaca storica al resoconto, preparato dall’autore per la pagina diocesana dell’Avvenire, dello storico momento del passaggio delle consegne dal parroco Ratto al parroco Broccoletti:


LA COMUNITA' PARROCCHIALE DI SAN ROCCO DI FRATTAMAGGIORE
SALUTA MONS. GIUSEPPE RATTO 
ED ACCOGLIE DON ARMANDO BROCCOLETTI
La nomina del nuovo parroco di San Rocco, celebrata nella messa vespertina del 12 c.m., è stata motivata dalla “età veneranda” del mons. Giuseppe Ratto, il quale rimane nella comunità come “parroco emerito” e come “primo tra i suoi filiani”; ed è stata motivata dalla necessità di dotare la guida della Parrocchia dell'apporto di nuove “energie fisiche”. I termini sono stati utilizzati nel dialogo pastorale che è stato proposto da S.E. l'Arcivescovo Mario Milano e che ha coinvolto la testimonianza del laico Vincenzo Vitale, l'intervento commosso di mons. Ratto e la presentazione di don Armando Broccoletti.
In una chiesa stracolma di fedeli, grazie pure alla presenza di una numerosa rappresentanza della comunità dello Spirito Santo di Casale di Principe presso la quale don Armando Broccoletti in precedenza aveva svolto il ministero di parroco, un solenne e particolare momento di riflessione si è vissuto quando sul finire della celebrazione ha preso la parola mons. Ratto.
Come appoggiandosi ad un bacolo spirituale egli ha intercalato il verso del salmo “Il Signore è il mio pastore e nulla mi manca”, e nel suo stile omiletico di sempre, che riverbera la grandezza teologica dei contenuti in un genere spontaneamente mutuato dall'arte antica della 'sacra eloquenza' e teso alla comunicazione di essenziali stimoli pastorali, ha narrato a grandi linee i suoi 36 anni di parroco di San Rocco ed ha prospettato importanti direzioni per il futuro della Parrocchia affidata al nuovo parroco. Il contesto storico più che trentennale ha rappresentato lo sfondo del suo ricordo, nel quale sono affiorate le figure di Vescovi come Teutonico e Gazza che hanno segnato, specialmente l'ultimo, la sua vita sacerdotale e spirituale. La comunione ecclesiale e la preghiera sono state quindi prospettate come i vincoli che legano il Parroco al suo Vescovo e alla sua Comunità, in una visione della Chiesa di Cristo che permane nei tempi che passano. Un grande insegnamento quello di mons. Ratto che, sempre attivissimo, opererà sicuramente per moltissimo tempo.


Accanto al nuovo parroco don Armando Broccoletti, nella guida spirituale dei fedeli della parrocchia, il cui territorio si estende nel moderno ambiente urbano della città, continuerà ad operare pure don Mimmo De Rosa, amatissimo e giovanile sacerdote, grande organizzatore
delle attività ecclesiali. In queste ultime sono impegnate pure le due Comunità religiose della parrocchia, le suore degli Istituti M. P. Brando e Cristo Re, ed altri gruppi laicali.
La cerimonia ha visto la presenza delle Autorità civili e militari, del Sindaco di Frattamaggiore che ha rivolto un saluto al neo-parroco, e di una schiera di sacerdoti, religiosi e laici provenienti da molte parti della Diocesi.


mercoledì 8 agosto 2018

Tarcisio uomo di Chiesa


L’altro giorno (6 agosto) il prof. Tarcisio Salvato ha concluso la sua vicenda terrena. Nel paese natio (Frattamaggiore) la notizia è stata commentata e vissuta con commozione dalla gente perché Tarcisio era conosciuto da tutti e da tutti stimato come uomo di chiesa e testimone della carità del Vangelo. Nonostante il periodo estivo la Basilica di San Sossio si è riempita di persone di tutte le età per onorare la sua memoria e partecipare alla celebrazione religiosa che è stata presieduta da Mons. Angelo Spinillo Vescovo di Aversa.
Molti sulla rete dei social hanno voluto ricordare con ammirazione i tratti fondamentali della personalità umana e cristiana di Tarcisio, che negli ultimi anni ha vissuto assistito dalla famiglia ed ha partecipato alle funzioni religiose accompagnato con una sedia a rotelle.
Il suo percorso quotidiano, prima della infermità, si svolgeva tra le parrocchie cittadine, soprattutto la Basilica di San Sossio, Sant’Antonio e San Rocco, impegnato nella catechesi giovanile, nell’aiuto ai poveri, nel canto corale e nella costante preghiera di adorazione al Santissimo. Era l’ultimo ad uscire alla chiusura dopo ore di orazione genuflessa nel silenzio della chiesa, e raggiungeva casa con una bicicletta sempre diversa, perché quasi sempre gliela portavano via.

Mons. Angelo Crispino, in pellegrinaggio a Lourdes con la comunità parrocchiale dell’Assunta, è stato il primo a divulgare sui social la notizia della dipartita di Tarcisio e a tratteggiarne la memoria in relazione alla esperienza ecclesiale frattese: “Sono in molti a scrivere che è una "persona per bene" ma è troppo poco ricordarlo così perché chi ha avuto la gioia e la consolazione di incontrarlo, di conoscerlo e di condividere con lui esperienze umane, culturali, professionali e pastorali non può chiudere bocca, tanta è la luce, la grazia e l'amore che promanava dalla sua persona e dalla sua testimonianza. Uomo dolce e mite, uomo di fede vera e di servizio, uomo di cultura ed educatore insigne, uomo di bontà e di carità sono solo alcuni aspetti della sua personalità incline al bene del prossimo e ad accogliere quanti vivevano condizioni di disagio sociale, di difficoltà esistenziali, di emarginazione culturale, di povertà materiale! Tarcisio è stato l'uomo di tutti, a servizio dei singoli ma ancora di più, esemplare e lodevole nelle istituzioni scolastiche agendo da educatore sapiente e generoso, e nelle varie comunità ecclesiali dove ha prestato la sua preziosa collaborazione quale ministrante, catechista, animatore dei ragazzi affidati alla protezione di S. Tarcisio, benemerita associazione fondata dalla cara mamma e ancora, quale esperto di canto nella corale parrocchiale. Una ricchezza carismatica che viene lasciata in eredità alla nostra città!”

Antonio Anatriello, in occasione degli auguri per il compleanno 2016 postati su fb, a lui si rivolse con queste parole: “In questo giorno: un solidale e affettuoso pensiero, ricordando la tua bontà, la tua fede, la tua sincera ma non chiusa fedeltà alla Chiesa, la tua semplicità, la tua signorilità e gentilezza, la tua riservatezza...”

Papa Francesco, da Cardinale nel 2002 commentando il Mistero dell’Assunzione di Maria, espresse l’interrogativo: “Non cerchiamo il nostro vero volto negli occhi degli altri? Non è vero che riposiamo da questa ricerca solo quando incontriamo il volto di un altro che ci ama e che vogliamo contemplare?”

Con questa ispirazione sicuramente qualche tratto del ‘volto’ di Tarcisio lo possiamo rilevare dalle sue stesse parole: quelle della commemorazione che egli fece nel 2003 della figura di don Pasqualino Costanzo, che scrisse con enfasi autobiografica per Il Nuovo Pellegrino della Parrocchia di San Rocco, e che leggiamo di seguito.


Personalmente penso che la figura di Tarcisio possa essere compresa bene nella dimensione della testimonianza storica ed ecclesiale di un laico impegnato nella vita della comunità locale; in maniera così intensa che non si può fare a meno di legarla al ministero del servizio e della pastorale nella Chiesa. La carità operante, la guida per i giovani, l’esemplare vita spirituale espressa nella testimonianza e nella preghiera, le condivise esperienze della ricerca di Dio, il chiaro riferimento alla guida dei Pastori e alla collaborazione con i sacerdoti, portano a comprendere Tarcisio nella schiera di quei laici esemplari che sono organicamente vicini ai parroci e ai loro collaboratori nel cammino e nel progetto pastorale. Esempi di questi laici ce ne sono sempre stati nella storia della chiesa locale, in particolare nella chiesa post-conciliare che ha vissuto la transizione della pastorale giovanile, fondata sulla Azione Cattolica sull’Oratorio e su nuovi percorsi comunitari e di volontariato, tra questi ricordo Michele Imbembo, Peppino Sessa, molti altri e lo stesso Tarcisio (per un approfondimento di questo argomento puoi leggere questo post).

In particolare per la conoscenza di Tarcisio posso far riferimento ad alcuni altri avvenimenti ed impegni che hanno caratterizzato la qualità della sua testimonianza cristiana.
Nell’attività della Caritas di San Rocco egli è stato il volontario della frontiera; l’ho visto immergersi senza mezze misure e/o ritrosie, e con grande spirito di servizio, nell’opera di misericordia corporale e spirituale svolta per qualche persona indigente che viveva in strada ai margini della parrocchia.
Amante della Parola di Dio, che spesso proclamava come lettore dall’ambone, egli ha partecipato nel 2008 a La Bibbia Notte e Giorno organizzata dalla CEI, leggendo, tra i tanti lettori che si alternarono nella Chiesa di Santa Groce di Gerusalemme a Roma, alcune pagine del Libro del Siracide, in particolare i brani da lui amati sull’amicizia.


Nel 2010, e poi anche negli anni successivi, fu impegnatissimo per far da guida di pastorale turistica a schiere di fedeli Frattesi, tra i quali il sottoscritto, che si recavano in pellegrinaggio alla Cattedrale di Policastro per vivere la grazia dell’apertura del processo di beatificazione del Vescovo Federico Pezzullo (1890-1979). Si comprende l’entusiasmo personale e coinvolgente di Tarcisio, nipote del vescovo Federico che era fratello di sua madre (per un approfondimento di questo argomento puoi leggere questo post).



In particolare nell’ottobre del 2010 un evento importante della cultura storica ecclesiatica della Diocesi di Aversa registrò il suo intervento ufficiale tra i relatori della presentazione del libro del prof. Luciano Orabona, scrittore e docente di Storia della Chiesa: Laici e Vangelo in terre del Mezzogiorno - L'Azione Cattolica di Aversa e della Campania tra cronaca e storia.


La presentazione si tenne nella Chiesa della Madonna dell Grazie e quello di Tarcisio fu un intervento ricco di riferimenti storici e spirituali.
Nel 2011 Tarcisio fece l’esperienza del pellegrinaggio in Terra Santa organizzato dalla Comunità della Basilica di San Sossio. Partecipai a quel pellegrinaggio anch’io e raccolsi la testimonianza di Ernesto che condivideva la stanza d’albergo circa la sua continua preghiera, per la quale si raccoglieva anche di notte.


Vissuto nella spiritualità eucaristica, in onore pure del Santo di cui porta il nome, Tarcisio volle ringraziare e lodare il Signore con intensità in tutte le circostanze. Nella chiesa di Sant’Anna a Gerusalemme, particolarmente nota per la sua acustica, volle partecipare al canto religioso e sublime dei tanti che si cimentavano con bravura e sentimento.

mercoledì 30 maggio 2018

Significati religiosi e storici della traslazione dei Santi Sossio e Severino


La traslazione dell’urna di un santo, da un luogo di originaria custodia ad un altro luogo che assume la funzione di nuovo santuario, per i credenti richiama il simbolo sacro del cammino biblico verso la terra promessa fatto al seguito dell’arca dell’alleanza trasportata dalla tribù sacerdotale: “Poi Giosuè disse ai sacerdoti: «Prendete in spalla l'arca del patto e passate davanti al popolo». Ed essi presero in spalla l'arca del patto e camminarono davanti al popolo” (Gs 3, 6).
Essa richiama pure le disposizioni spirituali che devono accompagnare il cammino del popolo, e la necessità di costruire un tempio al Signore: “Disponete dunque il vostro cuore e l'anima vostra a cercare il Signore vostro Dio; poi alzatevi e costruite il santuario di Dio, il Signore, per trasferire l'arca del patto del Signore” (1Cr 22,19). In questo cammino ed in queste disposizioni si ritrova il senso della contemplazione comunitaria e dell’epifania della potenza celeste: “Allora si aprì il tempio di Dio che è in cielo e apparve nel tempio l'arca dell'alleanza. Vi furono lampi e voci e tuoni e un terremoto e una forte grandinata” (Ap 11, 19).
E’ il luogo sacro che testimonia la presenza del Santo che guida, interviene ed assiste il suo popolo nel cammino della sua storia e della sua salvezza. E’ questo anche un segno del dono della Nuova Alleanza stipulata nel nome di Gesù Cristo, Figlio di Dio, e della sua presenza sacramentale nella sua Chiesa.
La comunità ecclesiale di Frattamaggiore, propaggine di un popolo ricco di fede e di storia, vede ed evidenzia innanzitutto questi significati religiosi e salvifici nella celebrazione della traslazione dei Santi Sossio e Severino che essa realizza nei giorni intorno al 31 Maggio di ogni anno.
Il 31 Maggio del 1807 il concittadino vescovo Michele Arcangelo Lupoli riuscì a realizzare la traslazione del santo patrono; ed oggi la comunità frattese è custode delle reliquie di San Sossio congiunte con quelle di San Severino abate. Si tratta di una eredità che lega spiritualmente la comunità locale all’antico monastero benedettino napoletano abolito nel periodo napoleonico e dal quale furono traslate le sacre spoglie.
Oggi la custodia del santuario, che accoglie le spoglie del diacono martire del paleocristianesimo campano e le spoglie dell’abate evangelizzatore nel V secolo delle genti germaniche dell’antica frontiera danubiana dell’impero romano, esprime una religiosità molto sentita che si commisura anche nei tratti spirituali proposti nel titolo di Città benedettina che l’Ordine di San Benedetto ha voluto concedere nel 1997 a Frattamaggiore come riconoscimento della comune ed antica devozione, e come progetto di vita cristiana e di diffusione del messaggio di preghiera e di missione del grande patriarca del monachesimo.
La commemorazione vede impegnata la Chiesa patronale di San Sossio insignita del titolo di Basilica Pontificia, nella connotazione delle celebrazioni con particolari significati pastorali e con particolari iniziative di riflessione religiosa, di ricerca storica, di studio agiografico, e di coinvolgimento etico del mondo laico e della istanze civili delle comunità che condividono la devozione dei due Santi.
La concessione del dono dell’Indulgenza Plenaria rimarca i significati religiosi di una millenaria devozione che portava i pellegrini a pregare sulla tomba dei Santi Sossio e Severino venerati un tempo nel monastero omonimo di Napoli. Oggi che i sacri resti dei due Santi riposano nella Basilica frattese la devozione legata alle indulgenze e al loro efficace intervento continua ad avere una pratica notevole.
La presenza delle urne dei due Santi si arricchisce di significati spirituali, religiosi e storici. Il popolo cerca nella presenza del Signore nel suo luogo santo anche il senso della sua identità e della sua storia. Nel luogo ove sono presenti i corpi di San Sossio e San Severino, amici del Signore e modelli esemplari della sua santità, le comunità devote, quella frattese con le altre italiane di area campana e laziale, e quella austriaca con le altre di area europea e germanica, ritrovano storie e sensi che appartengono alla loro identità culturale e ai loro valori religiosi: la narrazione e l’attualizzazione delle meraviglie operate dal Signore, attraverso i suoi santi, lungo il cammino dei popoli e delle civiltà che hanno seguito la loro ‘arca’, la traslazione delle loro urne.
Lo studio e la pubblicistica intorno alla traslazione, ovvero alle traslazioni, dei due santi venerati nella Basilica frattese, hanno fatto scoprire molte di queste meraviglie, molti antichi avvenimenti portentosi narrati dagli agiografi che hanno descritto le varie traslazioni di San Sossio e di San Severino, e ne hanno steso ufficialmente gli Acta latini per la futura memoria. L’Anomino altomedievale, Giovanni diacono dell’antico monastero benedettino napoletano, ed il frattese Michele Arcangelo Lupoli arcivescovo, per San Sossio; e poi Eugippo, e ancora Giovanni diacono e Michele Arcangelo Lupoli, per San Severino; hanno tutti arricchito la loro narrazione con il riporto di portenti e miracoli, quasi di “lampi voci e tuoni” alla maniera apocalittica.

San Sossio martire
La connotazione devozionale che ha caratterizzato fin dai primi secoli del cristianesimo la figura di san Sossio è la sua estrazione dal contesto locale e la luminosa proiezione negli ambiti della cultura e della ecclesialità più vasta e diffusa del cattolicesimo romano ed europeo.
Come ci viene descritto dai testi agiografici del IV-V secolo (Em. Mon., Leg. Graec.), la figura di Sossio, ancora vivente, era già attrattiva dell’ammirazione dei vescovi locali (Euphemius e Januarius) e dei cristiani e dei vescovi del Mediterraneo (es: Theodosius Thessalonicentium Episcopus) che a Miseno sostavano durante il loro percorso verso Roma.
La potenza spirituale del santo ci è testimoniata dalla cultura patristica alla metà del V secolo nell’opera del santo vescovo cartaginese Quodvultdeus, esiliato a Napoli, il quale, in piena lotta al manicheismo e al pelagianesimo in area campana, ebbe modo di rilevare la vicenda dell’eretico Floro che si attribuiva “virtutem et meritum sancti Sossii” (De Promiss. et Praedict. Dei).
Come appare dalle annotazioni al Martirologio Romano del Baronio, ricavate ex libro de Rom. Pontific. in Symmacho, San Sossio fu santo onoratissimo nella basilica del Vaticano ove all’inizio del VI secolo gli fu dedicato un altare dal papa Simmaco (498-514). La Storia ecclesiastica, la Storia locale e l’Archeologia (Panvinio, Duchesne, De Rossi, Silvagni, Ferro), indicarono il luogo dell’altare-oratorio sansossiano nella Rotonda di Sant’Andrea e riportarono il testo dell’iscrizione che Simmaco dedicò al diacono martire di Miseno.
Una particolare diffusione della figura e della devozione al santo martire di Miseno si deve alla cultura monastica benedettina alto-medievale. A partire dal monastero di Nisida, isoletta collocata a delimitazione dei golfi di Napoli e di Pozzuoli, la celebrazione della memoria di San Sossio, scritta nei codici dell’abate Adriano, pervenne nel VII secolo ai primi scriptoria monastici delle isole britanniche ove fu trascritta nei libri e nei codici che accompagnarono l’evangelizzazione degli Angli e la formazione degli episcopati e delle abbazie. Nel 668 l’abate Adriano era stato inviato da papa Vitaliano in Inghilterra, insieme con il vescovo Teodoro, proprio per curare la diffusione della cultura cristiana latina, ed una volta divenuto abate del monastero di San Pietro e Paolo di Canterbury aveva donato ai monaci dell’isola scozzese di Lindisfarne (oggi: Holy Island) un evangeliario con l’indicazione di celebrazioni liturgiche campane.


Qualche decennio dopo il venerabile Beda, monaco del monastero di Jarrow, e discepolo della seconda generazione di Adriano, testimoniò la presenza di questo tratto del cristianesimo campano sia nella sua Historia Ecclesiastica gentis Anglorum (Libro IV: il mandato missionario di Adriano che è abbate in monasterio Nisidano quod est non longe a Neapoli Campaniae) e sia in quello che viene considerato il primo Martirologio storico della cristianità, ricco delle annotazioni riguardanti San Sossio ed altri santi celebrati in area napoletana.
La traslazione nell’anno 906 del corpo di San Sossio dalla chiesa di Miseno, distrutta dai saraceni, al monastero benedettino napoletano dedicato a San Severino, costituì un avvenimento epocale per la cultura del ducato napoletano che fu registrato dal diacono Giovanni il quale, con la redazione degli Acta Translationis e con la narrazione della Vita Sancti Sossii recuperata dalla tradizione e dai codici ancora più antichi, offrì un modello brillante che ancora oggi pone l’Agiografia napoletana medievale a riferimento per gli studi contemporanei.
Le venerate spoglie di san Sossio furono poste nella cripta del monastero accanto a quelle di San Severino, evangelizzatore dell’Austria e dei popoli della frontiera danubiana del V secolo; ed i mille anni di permanenza, fino all’eversione napoleonica del 1807 che abolì il monastero napoletano, furono caratterizzati dalla diffusione della figura del Santo nei luoghi e nelle opere della cultura cassinese in Campania, nel Lazio e in altre parti d’Italia.
Oggi le spoglie del Santo, ancora congiunte con quelle di san Severino, sono custodite nella Chiesa di San Sossio di Frattamaggiore, la principale ed originaria chiesa del paese del quale il Santo è patrono e ove il culto sansossiano, originariamente diffuso nell’area dell’antica Atella dai monaci Volturnensi, è presente e documentato dal periodo longobardo e carolingio (VIII secolo).
Anche in Frattamaggiore il culto sansossiano assume particolari ed importanti connotazioni religiose e storico-antropologiche. Con la traslazione delle spoglie del Santo da Napoli, che fu operata nel 1807 dal prelato frattese arcivescovo Michele Arcangelo Lupoli, si compì in pratica il sogno della città, sorta proprio nel IX secolo con l’esodo nella fratta atellana della popolazione di Miseno scampata alle incursioni saracene: vedere ricongiunto un popolo con la memoria fisica del suo santo patrono dopo averne per secoli celebrato il ricordo ed esperita la presenza spirituale, per continuare la sua antica esperienza di fede e di devozione con spirito di vicinanza e con identità nuova. Un tratto importante di questa nuova identità è costituito dal titolo di Città Benedettina di cui Frattamaggiore si fregia, grazie al riconoscimento che l’Ordine di San Benedetto ha voluto concederle per la custodia delle spoglie dei due Santi, Sossio e Severino, titolari dell’antico monastero napoletano, e per il luogo che essa costituisce con il suo santuario come meta di un antico e devoto pellegrinaggio e come retaggio cristiano di un secolare incontro di popoli e culture.

San Severino abate
La motivazione storica e spirituale dell'evangelizzazione del Norico è alla base della considerazione di San Severino come uno dei Santi Patroni dell'Austria e della Baviera. La stessa motivazione, estesa alla sua opera sociale (defensor civitatis) e di soccorso alle popolazioni in difficoltà della frontiera danubiana dell'impero romano, in epoca recente lo ha fatto proclamare patrono particolare della Caritas austriaca.

La Via Severini, concettualmente legata al pellegrinaggio che oggi si fa verso la meta religiosa del santuario che custodisce le spoglie del monaco evangelizzatore, attraversa la storia e i luoghi che da Vienna a Frattamaggiore sono stati testimoni e custodi della sua opera e del suo culto.

Evangelizzazione del Norico – La Vita Sancti Severini fu scritta all'inizio del V secolo dall’abate Eugippo in 46 Capitula che ripercorrono le tappe della evangelizzazione dei popoli del Norico (Noricum: regione dell'impero romano alla frontiera danubiana corrispondente alle odierne Austria e Baviera), narrano la vicenda spirituale del santo monaco evangelizzatore fino alla sua morte, e descrivono la traslazione in Italia al seguito di Odoacre.
Da questa Vita si apprende che Severino nacque intorno al 410 e in giovinezza fu monaco contemplativo in oriente; si pensò che fosse di origine africana, ma la bontà del suo linguaggio latino lo fece ritenere figlio di nobile romano.
Nonostante la scarsità dei documenti circa l'origine e la giovinezza di Severino, la critica storica gli riconosce una formazione dottrinale ed ascetica realizzata al contatto con il pensiero dei Padri orientali e con il monachesimo basiliano.
Mentre era eremita Severino maturò la vocazione che lo portò a trasferirsi nel Norico e a svolgere opera di apostolato tra le genti di quella regione. Nel 454, ormai uomo maturo e “come nuovo Mosè”, egli raggiunse quelle terre che avevano subito le devastazioni di Attila, morto l'anno prima, e che vedevano il cristianesimo affermarsi con difficoltà tra le genti della frontiera del Danubio.
Nella Romania danubiana esisteva una vita religiosa cristiana basata su una rete di monasteri e chiese sparse che aspettavano una guida unificante. Severino si presentò dotato di grande fascino e con un potere profetico e carismatico che aveva del miracoloso. Fu riconosciuto come uomo di Dio dalle genti barbare ed avviò la sua predicazione ispirata alla dottrina di San Paolo e al desiderio del Regno di Dio; basò la sua opera soprattutto sulla carità verso i fedeli e verso gli stessi barbari.
La sua prima tappa fu Asturis (Klosterneuburg), la più orientale città del Norico. Di lì il suo impegno fu sempre più ampio e si diffuse per tutto il Norico occidentale, giungendo fino alla Rezia. A Favianes (Mautern) Severino fondò un monastero che elesse come sua sede principale, e a 5 miglia di distanza si costruì una celletta solitaria con la speranza di vivere in ritiro e contemplazione. Ma gli eventi lo costringevano ad agire nell'opera sociale e di soccorso alle popolazioni. Da Favianes la sua opera, sviluppata tra Vindobona (Vienna) e Passavia (Passau in Baviera), si estese con sistematicità per tutto il Norico e raggiunse la Drava.
Per realizzare la sua opera religiosa Severino pensò di fondare molti nuclei monastici, e cercò di dirigere la vita dei monaci con regole ben stabilite, basate sul consiglio sulla disciplina e sulla provvisorietà della dimora terrena; predilesse l'intervento colloquiale rispetto a quello formale e scritto proprio di altre Regole monastiche. Senza sosta egli ricordava ai suoi monaci che il distacco dalle cose del mondo era un bene irrinunciabile per la vita monastica.
La Regula Magistri precorritrice della Regula Benedicti fu sicuramente ispirata all'insegnamento di Severino e, nell'attribuzione all'abate Eugippo suo discepolo ed agiografo, fu scritta nell'ambito del monachesimo campano formatosi intorno al suo santuario napoletano.
Traslazione in Italia - Sei anni dopo la morte di Severino, nel 488, Odoacre ordinò l'evacuazione dei romani dalla Pannonia, regione contigua al Norico, e li fece trasferire in Italia per sfuggire le invasioni barbariche. I discepoli del santo, guidati dall'abate Lucillo suo successore e memori della sua volontà di far trasportare la sua reliquia in Italia, prepararono un'arca ed aprirono il suo sepolcro nel convento “juxta Fabiana”. Essi prelevarono il corpo ancora intatto e, tra il canto di salmi, lo posero nell'arca e si avviarono in Italia.
Si ebbe così la prima traslazione del corpo del santo, da Faviana al Montefeltro (altri dicono: Feltro, Monte Faletro o Feretro). Si narra che lungo la strada lo spirito di san Severino era di guida e di difesa per il seguito di monaci e di genti; e numerosi furono i miracoli che operò ad ogni tappa e lungo la via.
Il corpo sostò a Montefeltro fino al 492; quando il papa Gelasio propose che fosse traslato a Napoli e deposto nel Castro Lucullano. Si ebbe così la seconda traslazione della reliquia di San Severino, che fu curata dall'abate Marciano, successore di Lucillo, e con il beneplacito di San Vittore, vescovo di Napoli. Fino ad un ventennio prima il Lucullano era stata la prigione dell'ultimo imperatore, Romolo Augustolo, deposto da Odoacre. Poi si preferì dare una destinazione più significativa a quell’edificio. Il Castro Lucullano si trasformò così nella sede di una comunità monastica, in un complesso di edifici sacri intorno alla tomba di san Severino che fu predisposta da una nobildonna aristocratica, Barbaria, forse la madre del deposto ultimo imperatore.

Monastero di Napoli - Nel 599 il papa Gregorio Magno indirizzava una lettera al vescovo san Fortunato di Napoli, al quale chiedeva di donare alcune reliquie di santa Giuliana e di san Severino – “sanctuaria beatorum Severini Confessoris et Julianae martyris” - alla nobildonna Januaria, la quale intendeva erigere un oratorio ai due santi. In altra lettera a Pietro suddiacono, lo stesso papa Gregorio espresse la volontà di consacrare a san Severino una chiesa in Roma e di ricevervi alcune reliquie di lui.
Nel X secolo si ebbe la terza traslazione del corpo del santo, dal Castro Lucullano al monastero napoletano urbano che venne a lui dedicato. Il monastero urbano era stato voluto da Atanasio II, vescovo di Napoli, che raccolse un gruppo di 15 monaci benedettini in una chiesetta situata al Vicus Missi, poi divenuto Vicus monachorum, che era stata fondata tra l'845 e l'847 dal nobile napoletano Adriano. La cronaca della traslazione fu scritta da Giovanni diacono negli Acta translationis Sancti Severini Abbatis. I saraceni avevano imperversato per le coste meridionali ed i napoletani furono costretti a distruggere in 5 giorni ilCastro Lucullano, dove era venerato il corpo di san Severino. L'abate del monastero urbano chiese il corpo del santo al vescovo di Napoli Stefano III e al duca di Napoli Gregorio IV. La concessione di questi due personaggi consentì la traslazione che si realizzò il 10 settembre del 902 in pompa solenne con la presenza del Vescovo, dei Chierici, del Duca della nobiltà, e con grande concorso di popolo. Giovanni diacono nella sua cronaca narra anche del prodigio di una pioggia di stelle.
La cripta del convento benedettino napoletano accolse le spoglie di San Severino, ed i monaci le tennero in grandissima venerazione. Grazie ai benedettini la memoria del santo monaco fu celebrata prima nei martirologi antichi come quello del Venerabile Beda, ed estesa poi in ogni contrada italiana ed europea.
Per circa nove secoli fino al 1807, epoca della soppressione degli ordini religiosi nel periodo napoleonico, le spoglie di san Severino riposarono nella cripta accanto alle spoglie del martire san Sossio traslate dai monaci dalla basilica di Miseno nella seconda metà del X secolo. In questo lunghissimo tempo il culto e la devozione del santo Abate, considerato grande precursore dell'ordine di San Benedetto, non fu separato da quello di san Sossio, e seguì le vicende storiche del monastero napoletano.
La presenza e l'importanza del Monastero dei Santi Severino e Sossio nelle vicende del Regno di Napoli, dal periodo bizantino del X secolo al periodo borbonico del XIX secolo, sono testimoniate a vari livelli da privilegi ed influenze culturali notevoli. Il monastero fu ritenuto da regnanti e popolari come un centro di religiosità, di arte e di dignità civile. L'abate e i suoi monaci erano tenuti in gran conto dalle dinastie e presenziavano nei consigli della nobiltà e nella gestione di vasti territori, diffondendo in ogni luogo la fama la devozione e la toponomastica legate al culto dei due santi.
A lungo la devozione popolare napoletana ha attribuito alla preghiera fatta sulla tomba di San Sossio e di San Severino la possibilità di liberare le anime del Purgatorio; e per secoli lo stemma del monastero ha contenuto la palma del Martire e il bacolo pastorale dell'Abate. Oggi il monastero è sede dell'Archivio di Stato di Napoli.

Basilica di Frattamaggiore - L'ultima traslazione del corpo del Santo, quella da Napoli alla Parrocchiale di Frattamaggiore, fu voluta dal frattese arcivescovo Michele Arcangelo Lupoli, il quale intese sottrarre le reliquie alla spoliazione in atto nelle chiese napoletane durante il periodo napoleonico quando furono soppressi gli ordini religiosi.
Le vicende della ricognizione del corpo e della sua traslazione sono le stesse che si raccontano per la traslazione di San Sossio, patrono di Frattamaggiore. Esse sono raccontate negli Acta inventionis Sanctorum corporum Sosii Diaconi ac Martyris Misenati et Severini Noricorum Apostoli, scritti nel 1807 dall'illustre prelato.
Attualmente le sacre spoglie del Santo patrono dell'Austria e della Baviera riposano nella Basilica Pontificia di Frattamaggiore in una magnifica cappella, ancora accanto alle spoglie di San Sossio. Ogni anno in questa città della Campania gruppi di austriaci e di studiosi del medioevo rinnovano, con la loro visita alla reliquia di San Severino, la devozione a questo grande santo mai dimenticato.