giovedì 12 luglio 2012

Tradizione e pellegrinaggio nella festa della seconda domenica di luglio a Pascarola


Mons. Sossio Rossi, rettore della Basilica Pontificia di San Sossio di Frattamaggiore, ha motivato la ricerca nell'Archivio della Basilica per trovare notizie riguardanti la tradizione della festa della seconda Domenica di Luglio a Pascarola. La comune appartenenza di Fratta e Caivano, di cui Pascarola è frazione, all'antica area atellana della diocesi di Aversa, è stato il punto di partenza della ricerca che ha analizzato i dati che si leggono nelle Rationes Decimarum delle Chiese e delle Cappelle del territorio tra la fine del XIII e l'inizio del XIV secolo. Altri dati si evincono dalla notevole storiografia realizzata negli ultimi anni dalla Rassegna Storica dei Comuni – Istituto di Studi Atellani che ha messo a disposizione in rete l'intero archivio delle sue pubblicazioni di storia locale. Dalla Storia Ecclesiastica e dall'Archivio Diocesano di Aversa sono stati ricavati altri dati riguardanti la devotio medievale, le Santa Visite dei vescovi e il censimento storico delle chiese e cappelle della diocesi. Grazie a questa ricerca si è potuto stendere un'interessante relazione che funge anche da riferimento storico per una catechesi ecclesiale sulla festa a Pascarola comunicata dal monsignore. 

Nella Seconda Domenica di Luglio a Pascarola si realizza la festa di Sant'Antonio da Padova e con essa si celebra anche la devozione alla Madonna del Buon Consiglio, la cui effige per l'occasione viene portata in processione e solennemente intronizzata sull'altare maggiore della Chiesa patronale di San Giorgio martire.

La tradizione e la religiosità di un paese sono fatti importantissimi perchè esprimono tratti importanti della sua identità storica e culturale. La fede diviene catalizzatrice della memoria, della fatica e delle speranze di un popolo che procede con dignità e con valori etici antichi attraverso i cambiamenti e le criticità dei tempi moderni.
E così la festa della Seconda Domenica di Luglio, celebrata in una liturgia estemporanea (la Madonna del Buon Consiglio e Sant'Antonio si celebrano ufficialmente in aprile e giugno), diviene il simbolo di una devozione e di un comportamento che hanno motivi antichi e che si ripropongono oggi come segni della tradizione religiosa di un popolo che ha inteso santificare il duro lavoro dei campi e della mietitura nell'orizzonte della festa ricca e gioiosa di una memorabile domenica d'estate.
Lo fa sicuramente celebrando l'Eucaristia, il rendimento di grazie al Signore, e lo fa in particolare onorando la Madonna del Buon Consiglio e Sant'Antonio.

C'è sicuramente una ragione percui il popolo di Pascarola da vita a questa particolare modalità della festa. Provo a definire questa ragione con due dimensioni della devozione cristiana: quella del pellegrinaggio e quella tradizione trasmessa dai padri.

Vediamo il pellegrinaggio. Dagli Archivi della Basilica di San Sossio, in un libro del '500 si legge che era tradizione molto consolidata nel popolo frattese quella di realizzare per un'intera giornata di primavera un pellegrinaggio per i luoghi religiosi e le cappelle degli antichi casali e delle campagne che facevano parte dell'area atellana della Diocesi di Aversa. Il pellegrinaggio si svolgeva a partire da San Sossio e toccava la chiesa di San Biagio a Cardito, poi il Convento dei Cappuccini e la chiesa di Santa Maria di Campiglione (tenuta dai Domenicani e poi dai Carmelitani) a Caivano; si procedeva per le cappelle della campagna di Pascarola e di Crispano; si ritornava per la chiesa di San Maurizio a Frattaminore e per il Monastero degli Agostiniani di Pardinola. Come si vede si tratta di un tipo di pellegrinaggio che può essere inquadrato tra quelli che si sono da secoli realizzati nelle aree rurali napoletane e campane, come quello della Madonna dell'Arco e dello stesso Sant'Antonio d'Afragola, che si svolgono avendo per meta santuari e monasteri.
Pascarola si trova all'apice di un itinerario religioso che può prendere sia la direzione del cammino di san Michele Arcangelo (Maddaloni, Gualdo San'Arcangelo, Pascarola, Casapozzano), sia la direzione del cammino di Sant'Antonio (Pascarola, Caivano, Carditello, Fratta, Afragola).
La devozione di Pascarola a Sant'Antonio sicuramente s'inquadra nello spirito del pellegrinaggio rurale che trova una sede importante nella chiesa locale ed un importante riverbero foraniale.
Per la Madonna del Buon Consiglio, venerata a Genazzano nel Lazio, vale la forza di una devozione mariana che dal XV secolo è estesa su scala interregionale e che si integra e si alterna con la devozione ai titoli locali della Madonna. Sicuramente nell'area della diocesi di Aversa un punto di partenza, tra fine del '700 e inizio dell'800, della diffusione della devozione alla Madonna del Buon Consiglio lo si trova nell'opera dei Prelati di casa Lupoli a Frattamaggiore i quali istituirono l'opera del Ritiro e fondarono la Chiesa dedicata alla Madonna che essi appresero a venerare nei collegi laziali redentoristi della diocesi di Veroli. All'inizio dell'800 la devozione al Buon Consiglio era diffusa in tutte le chiese di Fratta, e fu portata dal giovane beato Modestino di Gesù e Maria anche nell'area dei conventi francescani napoletani. Oggi la devozione campana ha il suo punto di riferimento principale nella Basilica di Capodimonte, ed è presente in molte chiese e cappelle della diocesi di Aversa, tra queste anche quella di Pascarola.

Vediamo la tradizione trasmessa dai padri. La storiografia diocesana che analizza i documenti delle Rationes Decimarum, ci riferisce che in Pascarola nel XIV secolo esisteva una Cappella dedicata a Santa Maria che aveva una funzione vicaria rispetto alla principale Ecclesia di San Giorgio; dopo qualche decennio la situazione si presentava ribaltata: la Cappella era quella di San Giorgio e la Ecclesia era quella di Santa Maria. Si tratta di patronati medievali che vengono poi ridefiniti nel corso del tempo e soprattutto durante la formazione delle Parrocchie e delle Cappellanie stabilite dal Concilio di Trento. Pascarola consolidò così il patronato della chiesa parrocchiale di San Giorgio. La questione ci viene ben presentata dal canonico Francesco Di Virgilio che analizzò le Sante Visite dei Vescovi del '500 e del '600 e negli anni '90 del secolo scorso pubblicò in due tomi il censimento storico di tutte le chiese della diocesi di Aversa.
Secondo il canonico aversano la Chiesa antica di San Giorgio aveva una ubicazione diversa da quella attuale che sarebbe sorta sul luogo ove nel 1943 fu abbattuta un'altra antica cappella pericolante.
La lezione dei padri ci segnala così l'onore di un patronato antico scomparso, che almeno la seconda domenica di Luglio viene ricordato e celebrato con l'effige della Madonna sull'Altare Maggiore.

Dal pellegrinaggio e dalla devozione tradizionale dei padri ricaviamo due insegnamenti per la nostra vita cristiana di oggi. Il primo è quello di mettere sempre come meta del nostro percorso spirituale la santità che il Signore ci fa apprezzare nell'esempio di sant'Antonio che oggi Pascarola celebra per riempire delle grazie e dei doni del Signore la fatica dei campi e la letizia della festa.
Il secondo è quello di dare sempre un giusto peso alle tradizioni che i padri ci hanno tramandato per vivere, anche nelle difficoltà e nei mutamenti del presente, nello spirito della fede e dell'umiltà di Maria, le verità perenni della Parola nel Signore. 


mercoledì 4 luglio 2012

52° dell'ordinazione sacerdotale del vescovo Milano


Il 3 Luglio del 1960 Il giovane Mario Milano, in veste di Diacono stretto dalla sua Comunità, si avviò per essere ordinato Sacerdote. Sono 52 anni. Quel giorno egli lo rivede nel ricordo e nella consapevolezza della pienezza sacerdotale del Vescovo.
Allora la Santa Messa si celebrava ancora in latino e l'avvicinarsi all'altare del Signore era accompagnato dall' Introibo ad Altare Dei, ad Deum qui laetificat iuventutem meam: Vado all'Altare di Dio, a Dio che allieta la mia giovinezza.
Oggi, insieme con tutti i significati profondi dell'anniversario del sacerdozio, don Mario, padre Mario, S. E. l'arcivescovo Milano, celebra dunque un ricordo di giovinezza, di giovinezza perenne allietata e santificata dal Signore.
Mi piace annotare questo aspetto della giovinezza e della santificazione e collegarlo al vescovo Mario. Nella primavera del 1990, durante un pellegrinaggio a Montevergine, mi ritrovai a dialogare con una suora che parlava entusiasticamente del giovane vescovo che il papa aveva mandato a Sant'Angelo dei Lombardi, nell'Irpinia più profonda ancora ferita dal terremoto. Poi una mattina di qualche anno dopo, appena giunto ala sede di Aversa, lo incontrai a passeggiare in piazza San Pietro, giovanilmente elegante con il suo cappello borsalino in compagnia di don Francesco il suo giovane segretario.
Quel camminare per salire all'Altare del Signore che allieta la giovinezza e santifica le speranze dell'uomo credo che sia stato sempre presente nel suo cuore.

Sue parole: 
Dall’intima unione con Dio scaturisce la comunione come dono dello Spirito alla Sua Chiesa, come segno e strumento dell’unità di tutto il genere umano. Quanto bisogno ci sia di comunione nella nostra Chiesa è noto a tutti. Tutti lamentiamo divisioni, lacerazioni, contrapposizioni, chiusure, mancanza di dialogo e di apertura. Non possiamo negare che è diffusa una cultura individualistica, che fa fatica ad aprirsi alla cultura comunionale promossa dal Vaticano II. Da quanto sono in mezzo a voi, sono impegnato a favorire in tutti i modi la comunione fraterna tra il clero, i religiosi ed i laici, promovendo incontri di studio, di lavoro, di preghiera e anche di gioiosa convivialità. Non c’è altra scuola di comunione, da cui si possa imparare la grande lezione dell’amore fraterno, che il Cuore di Cristo Signore sempre attento agli altri fino alla dimenticanza di sè. La stessa pietà Mariana, vissuta nella sua autenticità di scuola di spiritualità, ci aiuterà tanto a coltivare la vera comunione nella nostra Chiesa.
La Chiesa è santa perché partecipa della santità del Suo Signore, il solo Santo. Pur sperimentando infatti la triste realtà del peccato nei suoi membri perché comunità di peccatori, è chiamata tutta ad essere santa. È quanto ci ricorda il capitolo V della costituzione Conciliare “Lumen Gentium”. Tutti nella Chiesa sono chiamati ad essere santi secondo il proprio stato di vita ed i propri doni di grazia e di natura. Dobbiamo prendere ogni giorno coscienza dì questa chiamata divina alla santità, ogni giorno è dono di grazia che il Signore ci elargisce per realizzare il Suo disegno su di noi: la nostra santificazione”.


40° dell'ordinazione sacerdotale di don Armando Broccoletti


La sera del 1 Luglio 2012 nella chiesa di San Rocco di Frattamaggiore in diocesi di Aversa, il parroco don Armando Broccoletti ha celebrato il 40° dell'ordinazione sacerdotale. E' stato a lungo parroco della chiesa dello Spirito Santo di Casale di Principe, dal 1977 al 2000, prima di esserlo di San Rocco, ove ha portato l’esperienza di una lunga attività pastorale e comunitaria vissuta come testimonianza di fede e di vita cristiana in un contesto sociale e culturale caratteristico e complesso. Oggi egli è stato scelto dal vescovo Angelo Spinillo ad essere direttore della Caritas diocesana.
La celebrazione è iniziata con un fitto corteo di sacerdoti e ministri che ha accompaganto don Armando ed ha attraversato la chiesa stracolma di fedeli. All'inizio e alla conclusione della solenne liturgia, l'opera e la figura di don Armando sono state brevemente presentate dal lettore Enzo Vitale e dal sottoscritto. Don Armando è il prete della semplicità e della carità, tratti che si corroborano con la cultura rurale e comunitaria dell'ambiente d'origine; egli opera nel contesto della chiesa particolare della parrocchia e della diocesi e la sua fama è estesa anche negli ambiti della chiesa universale. Da questi ambiti gli sono pervenuti un elogio ed un saluto per l'occasione del 40°.
   L'elogio è quello che si legge in una lettera del 2009 del teologo calabrese Giovanni Mazzillo dall'Eremo delle Sarre. Con don Armando il teologo Mazzillo ha costituito un gruppo di amici formatosi tra il 1968 e il 1972 nel Seminario Teologico Interregionale 'San Luigi' di Posillipo. Un gruppo che periodicamente s'incontra ed annovera tra le sue file Giovanni D'Alise vescovo di Ariano Irpino; esso ha anche un riferimento in rete nel sito puntopace.net gestito dell'Eremo delle Sarre. Giovanni Mazzillo definisce l'incontro con la Comunità di San Rocco come una esperienza positiva e rigenerante:
Ero stato invitato da un mio collega di studi di teologia, don Armando Broccoletti (sì, il cognome vi farà sorridere, ma non è affatto consono alla persona di Armando, che con broccoli e derivati non centra proprio niente, visto che è volitivo, impegnato, amato dalla sua gente) e sono stato nella sua parrocchia di “San Rocco” a Frattamaggiore (provincia di Napoli), a guidare due incontri sulla teologia di San Paolo. Ci sono stato lunedì e martedì, organizzando e semplificando il materiale complesso e difficile del pensiero di San Paolo su Cristo e sulla Chiesa. Ho toccato con mano quanto sia importante e costruttivo il clima di comunità, di voglia di sapere di più e di capire di più. I partecipanti sono stati numerosi e attenti e mi hanno anche rivolto domande interessanti. Il clima di famiglia, dai rapporti semplici e diretti (siamo stati sempre invitati a pranzo e a cena, con un senso di grande accoglienza e ospitalità) mi ha riconfermato nel valore su uno stile di vita e di pastorale che va in questa direzione e che da parte nostra cerchiamo di seguire anche noi, con don Benjamin e gli altri della nostra comunità delle Sarre. A questa esperienza positiva e “rigenerante” si è aggiunta la gioia di aver rivisto e/o sentito alcuni colleghi più o meno nostri coetanei, tra i quali Pasquale Capasso, Fiorelmo, Carlo de Laurentis, Pasquale Gentile”.
   Il saluto è stato quello letto in una lettera dalla Nunziatura Apostolica di Bosnia- Erzegovina, datata la sera del 30 Giugno 2012, con la quale S. E. Alessandro D'Errico, che inizia proprio in questi giorni la sua nuova missione di Nunzio Apostolico in Croazia, si unisce al presbiterio aversano per ringraziare il Signore del dono del Sacerdozio di don Armando e per il bene dispensato in questi anni. 








domenica 17 giugno 2012

Amici dei poveri a convegno a Napoli


Sabato 16 Giugno 2012 alle ore 8.20 sono partito in bicicletta per Napoli. Alle ore 9.10 stavo già sull'atrio della basilica di San Lorenzo ove si teneva il Convegno Chiesa di tutti e particolarmente dei poveri. Il titolo è una frase del beato papa Giovanni XXIII. E' stata una passeggiata di 15 chilometri tutti in pianura e discesa. Il Convegno è stato organizzato dalla Comunità di Sant'Egidio in collaborazione con l'Arcidiocesi di Napoli e la Comunità Papa Giovanni XXIII, ed ha coinvolto oltre un centinaio di raggruppamenti 'amici dei poveri' provenienti da tutta l'Italia. Non son mancate testimonianze di confessioni e gruppi stranieri, in particolare gli ortodossi greci di Apostoli. L'amplissima chiesa gotica era gremitissima. Ho faticato un poco ad individuare tra la folla la collega Anastasia che, operante nell'ambito dei progetti napoletani della Comunità di Sant'Egidio, mi ha spesso proposto di partecipare a qualche incontro. Prima di intravederla, ho potuto scambiare qualche parola con il prete ortodosso seduto in prima fila, interprete dell'intervento previsto in greco, e ho potuto salutare l'amico Giorgio, prete della diocesi di Aversa e mio compaesano, impegnatissimo nell'assistenza al volontariato sociale e appassionato pure lui della bicicletta. La collega mi ha presentato ad Alfano, impegnato nella Caritas di Nola. Qualche foto prima dell'arrivo puntuale del cardinale Sepe e subito le parole del Convegno. Alcune le ho fissato sulla brochure ricevuta all'entrata, scaricabile in PDF.
Molto bella e significativa l'icona del convegno in stile 'paleocristiano': due fratelli, uno con l'albero rigoglioso e l'altro con l'albero impoverito, che condividono il cesto con i frutti colti dall'albero pieno.
Alcune parole della moderatrice Gabriella Pugliese sono per la chiesa dei francescani e per Napoli che ospita l'incontro: “una città segnata da profonde povertà ma allo stesso tempo capace di grandi slanci di generosità”.
Altre parole sono di Antonio di Donna, Vescovo ausiliare di Napoli, che riferisce lo spirito del Concilio Vaticano II a riguardo delle povertà, rileggendo il N. 8 della Lumen Gentium. Importante nella sua lettura critica e teologica il riporto del concetto di don Milani: “fare strada ai poveri, senza farsi strada”.
Le parole di Francesco Soddu, Direttore della Caritas nazionale, sono preliminarmente rivolte alle sette diocesi recentemente terremotate dell'Emilia e della Lombardia; poi esprimono l'opzione e i servizi che la Chiesa realizza per i poveri.
Le parole del cardinale Crescenzio Sepe appaiono ricche di riferimenti umani e teologici, intrecciate con la narrazione personale. Egli accoglie i convenuti come Città e come Chiesa, come Cittadino Onorario e come Vescovo. La sua comunicazione sulla realtà dei poveri è ricca di aspetti antropologici, cristologici, sacerdotali ed ecclesiologici. La sua verve accompagna verità e concetti profondi; anche con ironia, quando elenca i vescovi presenti quasi a rappresentare l'intera Conferenza Episcopale Campana da lui convocata sul tema delle povertà. Non manca il ricordo di Giovanni Paolo II, il suo “grande maestro” che invitava a “spalancare le porte a Cristo”, e le sue parole ispirate dal papa beato sono state : Questo è un tempo in cui tutto si chiude. Perciò, mentre tutto si chiude, la Chiesa deve aprire: aprire ogni giorno una nuova porta, che sia quella di una chiesa, di un centro di ascolto, di una casa che accoglie. Soprattutto deve aprire le porte del cuore. Solo così sarà possibile vincere anche battaglie impossibili. Chi è amico dei poveri è amico di Cristo e chi è amico dei poveri di Cristo, è amico della Chiesa. Ha salutato tutti con il solito “E 'a Maronna v'accumpagna.”
Le parole di Marco Impagliazzo, Presidente della Comunità di Sant'Egidio, chiaro e profondo nel suo discorso di Storia ecclesiastica e di Storia contemporanea, nell'orizzonte dell'insegnamento del Concilio Vaticano II, hanno viaggiato per la casistica, la statistica e la problematica delle povertà assolute e relative, descrivendo quadri storici ed attuali, evidenziando criticità e proponendo prospettive di servizio, di impegno e di speranza. L'esempio del francescanesimo, fare storia a partire dai poveri e vivere la gratuità sono stati i concetti chiave della sua relazione che è stata la fondamentale del Convegno. Alcune sue frasi:
Si può fare storia a partire dai poveri, perché c’è una forza attrattiva e diffusiva del bene. Ogni incontro con il povero suscita energie di amore, che non si trovano in una vita individualista ed egoista. La solidarietà con i poveri è una straordinaria energia di cambiamento”;
La gratuità libera l’uomo di oggi dal sentimento di estraneità all’altro, di paura e di diffidenza. Mostra la comunanza di destini ed indica un futuro assieme. Emancipa dalla solitudine delle proprie sofferenze e crea un sentimento più largo”.
Qualche minuto prima di mezzogiorno vi è stato un intervallo con uno stacco musicale. Ho avuto occasione di scambiare qualche parola con il cardinale Sepe e con Marco Impagliazzo sulla gratuità. Abbiamo ricordato che la gratuità ha un riferimento evangelico ed è anche il motto contenuto nello stemma del vescovo di Aversa mons. Angelo Spinillo: gratis accepistis, gratis date (Mt 10,8).
Sono ritornato a Fratta passando prima per le bancarelle di Port'Alba, dove ho acquistato qualche vecchio libro agiografico, e risalendo sotto un bel sole per la via della 'Doganella'.


Diocesi di Aversa: il Convegno conclusivo dell'anno pastorale 2011-2012


Con la preghiera dei Vespri in Cattedrale si è chiuso venerdì 8 giugno 2012 il Convegno conclusivo dell'anno pastorale 2011-2012. Il Convegno Pastorale Diocesano iniziale si era tenuto il 24 settembre 2011 nella chiesa abbaziale di san Lorenzo fuori le mura. Leggiamo dalla lettera del Vescovo Mons. Angelo Spinillo i significati, i momenti salienti e le iniziative avutisi nel corso dell'anno pastorale.

"L'anno pastorale 2011-2012 volge al termine. Per grazia di Dio lo abbiamo vissuto con intensità in tanti momenti caratterizzati da un sempre impegnato ed attento dialogo fraterno e formativo. Insieme ci siamo preoccupati di curare l'educazione di tutti i membri della comunità cristiana al vivere la fede nella realtà delle situazioni della vita e negli ambiti della storia personale e sociale di ogni credente. Ci siamo preoccupati di educarci all'ascolto della presenza e della parola di Dio che sempre risuona nei diversi ambiti del vivere quotidiano e sempre chiama ad aderire alla volontà del Padre e ad assumere atteggiamenti e scelte nuove, feconde di vita e di carità.
Abbiamo vissuto:
il 24 settembre 2011, il Convegno di inizio anno pastorale, con S. E. Mons. A. Staglianò;
il 24 novembre 2011, l'incontro sull'educarci alla fede nell'ambito" tradizione", con il Rev. P. Pino Stancari;
il 23 febbraio 2012, l'incontro sull'educarci alla fede nell'ambito "fragilità e affettività umana", con il Rev. Prof. Carlo Rocchetta;
il 15 marzo 2012, l'incontro sull'educarci alla fede nell'ambito "cittadinanza" con il Magistrato Dott. Raffaele Cantone.
A conclusione di questo tempo, ci sembra importante, come già fu detto in settembre, vivere un momento di verifica e di sintesi della strada percorsa."

Il convegno conclusivo si è svolto in due momenti: il primo ha visto i vari gruppi convocati nelle varie sedi indicate per la discussione delle tematiche dalle 17.30 alle 19.00; il secondo si è vissuto dalle 19.15 nell'assemblea in cattedrale con le sintesi dei relatori dei gruppi e le indicazioni pastorali del Vescovo.
Personalmente ho partecipato nella pinacoteca del seminario vescovile alle riflessioni del primo gruppo sul tema: educarsi all'ascolto, all'annuncio e alla trasmissione. Si è trattato di una discussione molto partecipata sul fondamentale argomento della testimonianza della fede. Ho sviluppato nel mio intervento la proposta di contemperare la fede con il sentimento antropologico della 'fiducia' che bisogna avere nella libertà, nella dignità e nella capacità dell'uomo, e/o dell' "altro", di essere disponibile all'accoglienza del dono della fede e alla comprensione del messaggio evangelico. Ho proposto di considerare l'ascolto, l'annuncio e la trasmissione come le tre parole di un dialogo che coinvolge credenti, non credenti, e le generazioni. L'ascolto presuppone la volontà, cioè che si abbia la disposizione interiore ad accogliere le parole della fede; l'annuncio presuppone la ricerca, cioè che si abbia la disposizione a recepire la bellezza della novità, e che si sia animati dal desiderio della salvezza; la trasmissione presuppone una sapienza impegnata, una capacità ed una esperienza tese ad 'educare alla vita buona del Vangelo'.
Che poi sia sempre possibile rivolgere le parole della fede a chiunque nel dialogo, mi è parso esemplare riferirmi al Maestro che con il linguaggio delle parabole insegna la verità e ne adatta le dinamiche per la comprensione in ogni situazione ed esperienza esistenziale ed umana.



martedì 22 maggio 2012

DEVOZIONI MARIANE DI MAGGIO


La tradizione cristiana ha collocato nel mese di Maggio le devozioni più popolari e la riflessione spirituale più partecipata del culto di Maria. In vero la Madre di Dio è ampiamente celebrata nel corso dell'anno e varie pratiche sono realizzate per onorarla esaltarla e pregarla. E' a Maggio, però, che si pone la  devozione maggiore: un appuntamento ormai secolare, che appare talvolta nostalgico e sentimentale ma sempre pieno di significati. Personalmente rammemoro con letizia i momenti della devozione giovanile vissuta nei pomeriggi di maggio in preghiera nella cripta della Madonna delle Grazie di Taranto, dinanzi all’altare che una suora ornava di fiori. Il 'Maggio a Maria' rivendica certamente un posto d'onore nella spiritualità e nella pienezza della vita ecclesiale di cui Maria è un simbolo.
 Quando il cielo delle elevazioni a Maria era già stato raggiunto con gli inni liturgici, con le orazioni ritmiche, con la teologia e con l'arte, nelle comunità antiche, nelle chiese orientali, nei monasteri medievali e nelle liturgie pontificali; nel XIV secolo fu il domenicano Enrico Susone ad istituire la prima devozione mariana maggese dopo la diffusione del rosario voluta da San Domenico. Si trattava di portare omaggi floreali nel primo giorno di Maggio agli altari della Vergine per esaltarne la regalità celeste. Nello stesso secolo a Mantova si celebrò Maria nelle domeniche di Maggio.
Nella Roma del XVII secolo i Gesuiti furono autori dei MESI MARIANI: libretti contenenti esempi, preghiere e fioretti. Questi libretti nelle successive formulazioni settecentesche ed ottocentesche ebbero una presentazione giornaliera con l’opera di P. Alfonso Muzzarelli e con la lezione del canonico napoletano Francesco Di Domenico divennero DISCORSI SACRI. La pratica solenne del maggio mariano fu istituita nel 1784 dai Camillini nella Chiesa della Madonnina a Ferrara.
Le apparizioni della Vergine hanno dato ancora più importanza a queste devozioni. Ed oggi, con il culto in chiesa, si accompagnano pure le infiorate alle edicole votive e l'allestimento di altarini domestici dove viene posta una statua itinerante della Vergine.
Un particolare impulso alla devozione mariana in tempi recenti è stato dato dal beato Giovanni Paolo II, che durante il suo pontificato ha arricchito la recita del Rosario antico con la meditazione dei Misteri della Luce.
Ad Aversa particolare importanza devozionale riveste l'esistenza in Cattedrale di un modello della Casa di Loreto voluta nel '600 dal Vescovo Carlo I Carafa. Nel '700, il Vescovo Nicolò Spinelli, rivolgendosi ad un peccatore, mitigava gli eccessi devozionali nel suo CATECHISMO: 
"Se con questa divozione intende continuare nel peccato più francamente; non è divoto della Madonna, ma nemico: Se intende venire a penitenza, e si sforza di farlo; piace molto alla Vergine, la quale gode d'esser rifugio ed Avvocata di tali peccatori".

mercoledì 25 aprile 2012

Un libro per il Nunzio Apostolico in Bosnia-Erzegovina


Mostar 21 marzo 2012

In onore di un uomo che è tra gli amici più grandi della Bosnia-Erzegovina e della Croazia”: tale è il senso della pubblicazione e della presentazione del libro che parla dell'opera del Nunzio Apostolico Alessandro D'Errico. E' un riconoscimento che proviene direttamente dalla cultura e dalla comunicazione ufficiale dei Balcani e si aggiunge ai due precedenti riconoscimenti che già lo avevano indicato come uomo dell'anno nel 2007 e nel 2010; per il suo essere uomo del dialogo umanistico ed interreligioso in un'area che rammemora i disastri della guerra trascorsa e vive le speranze di una pace fraterna e duratura tra popoli, religioni ed etnie.
Al vescovo Alessandro e alla sua opera avevano conferiti riconoscimenti altissimi anche la International League of Humanists con la consegna della Golden Charter (settembre 2011), e l'Accademia Bonifaciana di Anagni con l'attribuzione del Premio Bonifacio VIII (dicembre 2011).
E nel 2009 anche L'Istituto di Studi Atellani, espressione della cultura locale del suo paese natio, aveva curato la pubblicazione di un libro a celebrazione del decennale del suo episcopato e del suo lavoro apostolico e diplomatico a servizio della Santa Sede.
La sera del 21 Marzo 2012 durante la presentazione del libro a Mostar, città-simbolo del dialogo e della cultura di Bosnia-Erzegovina, è intervenuto direttamente Mons. D'Errico ed ha rivolto all'assemblea e ai relatori i suoi saluti e suoi ringranziamenti. Egli ha spiegato di aver favovorevolmente accolto l'idea della pubblicazione per l'opportunità e per la grazia di Dio che gli si offriva nel contribuire con la sua persona e con la sua opera di rappresentante della Santa Sede al dialogo tra le civiltà e le nazioni, all'armonia sociale e alla tolleranza, al rendere più bella la vita ecclesiale. All'iniziale trepidazione legata alla nomina alla Nunziatura di Bosnia-Erzegovina ricevuta da Benedetto XVI nel 2005, e che lo avrebbe visto operare nella situazione complessa di questo paese, è subentrata la serenità e la convinzione di agire in un luogo che riceve dal Papa una grandissima attenzione e per realizzare un Concordato che avrebbe migliorato e costruito rapporti nuovi tra la Santa Sede e le realtà sociali culturali e religiose.
Ha così inquadrato la sua opera nella recente storia dei rapporti tra il Vaticano e l'area della Bosnia-Erzegovina e del Montenegro, a partire dalla visita di Giovanni Paolo II a Sarajevo (1997) che aveva prefigurato l'importanza del Concordato. Ha poi descritto le tappe e le relazioni diplomatiche che hanno caratterizzato la formazione di Commissioni, gli Scambi accademici e le visite ufficiali, le Nomine episcopali, la formulazione di Accordi. Ha messo in risalto l'importanza delle relazioni umane, dei i rapporti di conoscenza e di dialogo con le persone e con gli esponenti della vita pubblica e sociale del paese. Ha spiegato che la sua prospettiva fondamentale è sempre rimasta quella della Santa Sede e che nelle difficoltà delle aspettative diverse dei suoi interlocutori ha sempre fatto ricorso all'illuminazione del motto del suo stemma episcopale, rivolgendosi nella preghiera alla Spirito Santo: “Veni Sancte Spiritus”, e rincuorandosi col vecchio detto: “Ambasciator non porta pena”.
Una motivazione particolare dell'accoglienza favorevole della pubblicazione del libro egli l'ha posta anche come occasione che gli si è offerta per contribuire, con la sua esperienza più che trentennale nell'ambito del lavoro di nunziatura, a definire con maggiore attenzione la figura del Nunzio Apostolico e della sua specifica opera di rappresentante della Santa Sede presso i popoli ove si svolge la sua attività. Nella sua prospettiva Diplomazia e Chiesa non sono esperienze distinte ma ricche di rimandi e di valori reciproci. Così anche legati sono i significati teologici dell'attività propria del Nunzio che continua a vivere il suo sacerdozio e la sua pastorale nella vita ecclesiale e nella rappresentanza del Pontefice nei luoghi della sua opera.
Le sue considerazioni conclusive sono state sviluppate con i ringranziamenti delle personalità che hanno voluto onorarlo offrendo le loro testimonianze nel libro e con il riconoscimento del grande lavoro svolto dagli editori per la stampa e la presentazione, e per la devoluzione dei ricavi all'aiuto dei bambini del Burundi.

Approfondimenti:

venerdì 30 marzo 2012

Origini medievali dell'abbazia di San Lorenzo di Aversa

Tra VIII e X secolo nei territori dei principati longobardi di Benevento e di Capua si sviluppò il monachesimo nato con l'esperienza dell'abbazia di San Vincenzo al Volturno che era stata fondata da tre monaci, Paldone Tatone e Tasone, provenienti dalla nobiltà beneventana. Quell'abbazia favorita dai pricipi longobardi, in concorrenza con la più famosa abbazia di Montecassino che si avvaleva dell'amicizia carolingia, divenne un centro irradiante della cultura monastica benedettina nell'area molisana e campana. In particolare i monaci Volturnensi, grazie alle donazioni del 703 concesse da Gisulfo duca di Benevento e documentate nel Chronicon Volturnenese, ebbero monasteri grancie e priorati diffusi in tutta la Liburia (attuale Terra di Lavoro), in un territorio che si estendeva dalle colline capuane attraverso l'agro atellano-aversano fino al litorale di Literno e Cuma. In quel territorio prima dell'anno mille fu fondata l'abbazia di San Lorenzo nel luogo detto ad septimum, sul punto ove la strada da Capua si diramava verso Atella e Napoli e verso il litorale flegreo in direzione di Pozzuoli. 
Una tradizione storica vuole che i monaci Volturnensi si fossero insediati nel IX secolo per qualche decennio nel monastero di San Lorenzo già esistente nell'area capuana, all'epoca comprensiva anche del territorio aversano, per sfuggire alle incursioni dei saraceni contro la loro abbazia maggiore situata alle sorgenti del Volturno. Un'altra tradizione vuole che il monastero di San Lorenzo sia sorto verso la fine del X secolo con le donazioni della principessa capuana Aloara e di suo figlio Landenulfo. Comunque sia sorto sicuramente il complesso monastico intitolato a San Lorenzo raggiunse la sua fama maggiore nel periodo normanno ed è stato sempre identificato come luogo “fuori le mura” di Aversa. 
In epoca normanna (XI-XII secolo) l'abbazia di San Lorenzo assunse un rilievo importante nel rappresentare il polo monastico nella proto-contea di Aversa che nel 1054 era stata elevata a sede episcopale da papa Leone IX. Sia l'abbazia e sia la cattedrale, dedicata a San Paolo, condivisero i tratti del monachesimo benedettino. Alla fine dell' XI secolo i normanni Guitmondo e Guarino, fratelli e monaci benedettini, si ritrovarono rispettivamente vescovo di Aversa e abate di San Lorenzo. Guitmondo era stato monaco al monastero di Bec in Normandia con sant’Anselmo e con Lanfranco di Pavia; egli alle lusinghe di un episcopato anglo-normanno aveva preferito il cammino del pellegrino che lo aveva portato prima a Roma e poi ad Aversa (1088-1094) a rappresentare nella diocesi normanna la riforma ecclesiastica voluta da Gregorio VII. Dalla sua Cattedrale eretta in stile borgognone Guitmondo ispirò la vita dei locali monasteri benedettini, San Biagio delle monache e soprattutto San Lorenzo, che si organizzarono secondo i dettami dello spirito di Cluny. Il monaco vescovo normanno non aveva vissuto una esperienza isolata del pellegrinaggio; egli, in effetti, si ritrovò in una scia più antica percorsa fin dall'anno mille dai militi normanni che a gruppi numerosi si recavano pellegrini lungo la via micaelica, da Mont Saint Michael ad duas tumbas in Normandia a Monte San Michele al Gargano, per venerare il luogo dell'apparizione dell'Arcangelo. Di uno di quei gruppi di guerrieri penitenti faceva parte Rainulfo Drengot che era rimasto con le sue schiere sul territorio e aveva fondato in Aversa (1030) la prima contea normanna dell’Italia Meridionale riconosciuta dall'imperatore Corrado II. Con la politica del suo intervento militare negli equilibri del potere contrapposto tra longobardi e bizantini, Rainulfo era riuscito ad estendere il dominio della contea aversana dal Gargano a Gaeta, costituendo per i Normanni, che sempre più numerosi si portavano in Campania, la base per una inarrestabile espansione e per la conquista dell’Italia meridionale fino a Palermo. 
Nell'epoca della espansione normanna il monastero di San Lorenzo di Aversa, grazie alle donazioni signorili (vedi Codice Diplomatico Normanno di Alfonso Gallo), ebbe la disponibilità di possedimenti estesi e dislocati lungo la via sacra tra Campania e Puglia, dal Lago di Patria fino al santuario di Monte San Michele al Gargano. L'abbazia ebbe altresì privilegi importanti, anche papali, che la rendevano indipendente dall'episcopio aversano e detentrice di vasti possedimenti di terre e di chiese dislocate nella diocesi aversana e in aree extra-diocesane. 
Tra le sue mura fu tenuto relegato a vita l'antipapa Alberto Atellano eletto nel 1101 in opposizione al papa Pasquale II. Nel XII secolo la chiesa abbaziale, configurata nel vasto impianto basilicale, raggiunse i livelli più alti del sua grandezza e del suo decoro architettonico. Negli anni del governo dell'abate Matteo fu realizzato lo splendido portale marmoreo dal maestro Berardo, i nomi si leggono incisi sull'architrave, ed il pavimento fu fatto con un mosaico in marmo ricco di artistici motivi. 
Nella vicenda storica del monastero di San Lorenzo di Aversa dal medioevo ai tempi recenti si evidenziano aspetti significativi ed originali della cultura benedettina europea. Recentemente nell'antica chiesa abbaziale si è discussa e trattata proprio questa cultura con la presentazione di un libro di dom. Mariano dell'Omo in un importante e gremito convegno sul monachesimo occidentale.

Bibliografia: Chronicon Volturnense; Codice Diplomatico Normanno

domenica 25 marzo 2012

Larino: memoria molisana di un vescovo frattese dell'800


Cattedrale di Larino           Vescovo Raffaele Lupoli
Larino (Cb) è un luogo interessantissimo che sembrerebbe oggi isolato dalle grandi direttrici di viaggio e raggiungibile solo con una precisa motivazione. Si trova invece sull'antica strada per l'Adriatico che congiungeva Benevento Campobasso e Termoli, all'incrocio delle vie dei commerci della fede e della transumanza che portavano le genti, i pellegrini e i pastori dall’Abruzzo, dal Lazio e dalle Marche ai porti della Puglia al Santuario Micaelico del Gargano e ai pascoli della Capitanata.
La città, che all'inizio dell’800 fu sede vescovile del frattese Raffaele Lupoli, redentorista discepolo di Sant’Alfonso e vescovo per obbedienza al Papa, non si trova più sulla direttrice principale che invece oggi si dipana agevolmente sul fondo valle del Biferno ed è per questo detta bifernina, sulla quale a pochi chilometri da Termoli s’innesta il risalente percorso antico tra gli uliveti nello splendido panorama.
Per gli storici, per i Frattesi, per gli appassionati di storia dell'arte, per gli escursionisti attenti, Larino rappresenta una meta eccezionale e sorprendente, ricca di coinvolgenti stimoli di riflessione e di lapidarie testimonianze. Per i Frattesi, in particolare, sarà piacevole la scoperta dell’ospitalità e della disponibilità delle persone del luogo, come quella del personale di custodia della Cattedrale. Questo atteggiamento è espressione di un vivo e sentito onore per il Vescovo concittadino, per il quale Larino nutre una devozione come per un santo e per la celebrazione del quale la cultura locale, con l'impegno dello storico G. Mammarella e del Lyon’s Club, ha prodotto una bella monografia ricca di riferimenti riguardanti Frattamaggiore. 
Sicuramente non secondari per la storia della Chiesa meridionale tra ‘700 ed ‘800 possono essere considerati i temi espressi nell’esperienza episcopale di Raffaele Lupoli, uno dei tre vescovi che la casa Lupoli di Frattamaggiore aveva a quell'epoca dato alla Chiesa. L'esperienza del vescovo di Larino fu espressione precipua della spiritualità del nascente Ordine Redentorista fondato da Sant’Alfonso, influenzata dalla scuola di Vincenzo Lupoli vescovo di Cerreto e Telese e dello zio padre Sossio Lupoli amico della prima ora dello stesso Sant’Alfonso, intimamente legata al consiglio del fratello Michele Arcangelo arcivescovo di Conza e di Salerno. In tanta religiosità non secondarie risultano essere le iniziative e le numerose opere di Teologia Morale, di Pastorale e di Storia della Chiesa che i Vescovi di casa Lupoli hanno offerto alla cultura, alla riforma dei Seminari Diocesani meridionali e all'attività ecclesiastica del tempo.
Per l'interesse storico ed archeologico Larino si presenta con una vicenda ragguardevole. La zona archeologica della città romana si estende nella contrada di San Leonardo, ed in essa sono visibili oltre i resti dell'anfiteatro (II-I secolo a.C.) anche residuati ellenistici del III sec. a.C., resti di terme, di pozzi, di un tempio e della cosiddetta ara frentana. Nel periodo barbarico Larino divenne punto di riferimento importante sulla via della diffusione del cristianesimo e dello sviluppo delle abbazie monastiche benedettine.
La Larino odierna conserva l'aspetto medievale che è esaltato dalla presenza della Cattedrale, dedicata a san Pardo e risalente al 1319, e dai palazzi signorili che costeggiano l'antico sistema viario. La cattedrale è patrimonio notevole dell'arte molisana; la sua facciata si offre alla vista con un portale gotico-ogivale di notevole bellezza, e con un rosone a tredici raggi. L'interno contiene affreschi trecenteschi ed altre opere notevoli. Nella sala capitolare si notano un altare marmoreo ed una cattedra scolpita. Altra chiesa del centro storico larinense è quella dedicata a San Francesco, di stile barocco e con varie opere ed affreschi del settecento.

Bibliografia: 
Pasquale Saviano, Larino; in: Rassegna Storica dei Comuni N.106-107 2001

http://www.comunelarino.it/

mercoledì 21 marzo 2012

Regola e vita di San Benedetto alle origini del monachesimo europeo


San Benedetto
Sacro Speco di Subiaco
Generalmente alla Regula Sancti Benedicti si da il merito di essere il riferimento fondativo del monachesimo occidentale. In effetti il periodo storico della sua formulazione fu caratterizzato da riforme e codificazioni giuridiche che avevano investito la cultura romana e bizantina, ed avevano prodotto con l'imperatore Giustiniano (527-565) il riordinamento della legislazione romana mediante il Corpus Iuris Civilis. In quel tempo San Benedetto ebbe il merito di unificare in una sorta di Corpus le varie Regole sulla vita monastica circolanti in Oriente e in Occidente. La Regula benedettina, coeva alle Institutiones di Cassiodoro e ad una Regula Magistri sorta negli ambienti monastici campani, andò recuperando nella bella sintesi spirituale del suo autore anche norme e stimoli provenienti da S. Agostino, da S. Basilio, da Cassiano e dalle Vitae Patrum.
Nella sua opera del 1912 L'ordre monastique des origines au XII siecle lo storico benedettino belga D. Ursmer Berlière mise a confronto l'opera di Benedetto da Norcia (480-547), fondatore dei monasteri di Subiaco e di Montecassino, e quella del contemporaneo Cassiodoro (490-580), ministro del re Teodorico, che scelse la vita religiosa ed avviò una esperienza monastica comunitaria a Vivario in Calabria. Le differenze annotate dallo storico indicavano i due come fondatori di due monachesimi diversi, e ponevano l’opera di San Benedetto su un piano più spirituale e l'opera di Cassiodoro su un piano più intellettuale. 
I riferimenti comuni tra Benedetto e Cassiodoro sono storicamente posti negli ambienti culturali ed ecclesiastici romani della prima metà del VI secolo, e in particolare sono legati all'opera del papa S. Ormisda (514-523), il quale procurò il riavvicinamento a Roma delle comunità orientali ed avviò una riformulazione delle esperienze spirituali e comunitarie della vita cristiana. In questo modo il medioevo europeo al suo sorgere trovò nei due Padri fondatori dei cenobi e degli scriptoria i rappresentanti primari della spiritualità e della cultura.
Per queste ragioni all’opera scritta di Benedetto si attribuisce grande peso nella fondazione del monachesimo occidentale. Più correttamente il monachesimo appare come il frutto della santità personale di Benedetto e del suo essere uomo di Dio, come dice di lui il papa S. Gregorio Magno, suo primo biografo e monaco della prima generazione benedettina. Il santo papa, infatti, rivolgendosi al diacono Pietro nel Libro II dei suoi Dialoghi così parla di Benedetto e della sua opera:
"Mi piacerebbe, Pietro, di narrare ancora molto di questo Venerabile Padre, ma è necessario che io tralasci volutamente alcune cose per affrettarmi a ricordare la vita di altri. Però non ti sia nascosto che l'uomo di Dio, tra tanti miracoli che lo resero popolare, rifulse anche per non mediocre opera dottrinale. Egli scrisse la regola dei monaci, insigne per discrezione, chiara per esposizione. Veramente se alcuno vuol conoscere i costumi e la vita del santo con più accuratezza, può scoprire nell'insegnamento della regola tutti i documenti del suo magistero, perché l'uomo di Dio non ha affatto insegnato diversamente da quello che è vissuto".
Il Venerabile Padre San Benedetto che aveva insegnato la Regola ai Monaci, così come l'aveva vissuta, andò concependola e realizzandola a partire dalle sue prime esperienze nella Roma dell'inizio del VI secolo, nei cui ambienti culturali e religiosi egli si mosse criticamente come giovane intellettuale alla ricerca di Dio, preceduto sulla via religiosa dalla sorella Scolastica. Egli si inoltrò per la vita monastica, prima eremitica e poi cenobitica, vissuta all’eremo dello Speco e ai primi monasteri di Subiaco, e poi continuata come abate nel cenobio di Montecassino. Da quel luogo veramente la Regula Sancti Benedicti si diffuse dappertutto e fu considerata la Regula Sancta.

Bibliografia dell'autore in: Il Sacro Speco, rivista dei Benedettini di Subiaco.

sabato 17 marzo 2012

Pellegrinaggio quaresimale in Campania


La geografia religiosa del cristianesimo in Campania è costellata di luoghi e di santuari che stimolano la conversione quaresimale ed incoraggiano il pellegrinaggio penitenziale. Soprattutto i santuari extra-urbani, numerosi nella regione, si propongono come mete verso cui recarsi in cammino, nel tempo e nello spazio, per la riscoperta della esperienza del sacro, della solitudine, del silenzio, della riflessione e della preghiera. Il contesto del tempo quaresimale valorizza, più che in altro tempo, questi luoghi e la loro attesa del pellegrino penitente che si pone in cammino verso la Pasqua. Essi sono situati intorno al 'deserto' che è oltre le mura del paese e alle propaggini della grande città; inseriti nelle verdi campagne, contornati da cittadelle religiose, o arroccati sui cigli montani, a testimoniare la presenza di Dio, e dei padri spirituali confessori dei vari ordini religiosi e monacali che accolgono i tanti figliuoli prodighi che intendono onorare il precetto sacramentale "almeno una volta all'anno", e che sciolgono il loro voto preferibilmente in ambiti esterni a quelli parrocchiali.
E' la voglia di grazia supplementare che spinge spesso il pellegrino a muoversi verso il santuario lontano e rinomato, nel tentativo di ricostruire il personale equilibrio spirituale, e di vivere in maniera mirabile lo scambio dei doni della fede con l'aiuto alle iniziative caritative e con il recupero delle forti benedizioni che ne derivano. E' il convincimento di dover compiere un atto eccezionale e meritorio, al di fuori del quotidiano e del ricorrente domenicale, per ristabilire e rinnovare il dialogo con Dio, con Cristo e con la Chiesa; alla maniera biblica ed antica, nel percorso solitario e faticoso verso i luoghi e verso i templi dove, più che altrove, la presenza del divino sembra far crescere i frutti della conversione. La pastorale locale ed urbana dovrebbe tener moltissimo conto di questa realtà e di questo comportamento che è comune a tanti fedeli, che è atavicamente consolidato nelle coscienze, e che è facilmente esperibile in questi tempi di facile locomozione.
Santuari come quelli di Montevergine, della Madonna dell'Arco, di Materdomini e di Pompei, sono mete di pellegrinaggi antichi e moderni e caratterizzano fortemente il panorama della religiosità in Campania, rappresentando una estensione, e talvolta un'alternativa più o meno utile, della pratica ufficiale. Essi rappresentano sicuramente luoghi significativi da raggiungere nello spirito quaresimale. Molto opportuno sarebbe anche il recupero cosciente di un loro significato come riferimenti spaziali e storici della testimonianza e della vita cristiana nella regione. Lo scenario di diffusa sacralizzazione di luoghi e di opere che essi compongono, insieme con tantissimi altri santuari diffusi per la nostra terra, è una sollecitazione importante per chi intende andare, anche se pellegrino di un giorno, alla ricerca di Dio e della santità, e del suo storico manifestarsi anche nei siti nostrani. Si scopriranno così strutture templari, vocazioni e mistiche diversificate; esempi e benedizioni variegate; modelli molteplici della santità, delle opere sante, della vita religiosa e secolare, delle tradizioni popolari. 
I riferimenti benedettini medievali si possono incontrare nell'antica Materdomini nocerina, nella Trinità di Cava, in Montevergine, in Sant'Angelo in Formis. Quelli francescani, dal medievale al rinascimentale, dall'antico al moderno, si evincono in Santa Maria Occorrevole a Piedimonte Matese, in Santa Maria della Vigna a Pietravairano, in Sant'Antonio a Teano, in Santa Maria dei Lattani a Roccamonfina, in Santa Croce a Pignataro, in Sant'Antonio ad Afragola, in Santa Caterina e San Pasquale a Grumo Nevano, nella Madre del Buon Consiglio a Frigento. 
La spiritualità domenicana è presente nella Madonna dell'Arco e, unita con quella pontificia e diocesana, nella Beata Vergine del Rosario a Pompei. Quella alfonsiana e redentorista è presente in Materdomini di Caposele, più conosciuta come San Gerardo, a Scala, a Pagani e sul Colle Sant'Alfonso al Vesuvio. Altre spiritualità, laiche, religiose, secolari, diocesane, sono presenti nel Tempio di Casapesenna, nel Santuario di Capaccio, in Santa Maria di Carpignano, in Maria SS. Del Taburno, in Santa Maria della Neve a Casaluce, in Santa Maria della Ruota dei Monti a Leporano, nella Madonna del Carpinello, in Santa Filomena del Cardinale, in San Guglielmo al Goleto; nel San Michele di Casertavecchia e in quelli di origine longobarda dei colli della regione.
I santuari extra-urbani, quindi, possono considerarsi come possibili punti di arrivo delle molteplici direzioni che si presentano sul cammino di chi intende dare al moto interiore, e spirituale, della ricerca di Dio anche una corrispondenza esteriore, efficacemente localizzabile e rintracciabile sul territorio.

Approfondimento:
http://www.storialocale.it/luoghi/santuaricampani/santuari_campani.pdf




venerdì 2 marzo 2012

Versanti di profonda umanità al centro di Napoli


E' il senso del messaggio scritto nella lettera della collega  A.M. Anastasia inviata a la Repubblica a fine febbraio. Riguarda il vivere di emarginati che si incontrano accampati sulle soglie e negli atri cancellati di antiche chiese, o ai piedi di monumenti e tra le siepi dei giardini circostanti. Su questo vivere, generato da una molteplicità di cause (scacco relazionale, sbandamento, abbandono, migrazione, disoccupazione, povertà...), si confrontano e confliggono culture del pregiudizio e culture dell'accoglienza. La problematica permane nella sua drammaticità ed interpella la ricerca, la comunicazione, l'etica, la politica, la religione; invoca liberazione, solidarietà, servizio, volontariato e cooperazione. La lettera è maturata nell'atteggiamento di una persona che partecipa e sostiene le iniziative della Comunità di Sant'Egidio; è stata scritta in risposta ad un'analisi pregiudiziale che si era andata affermando circa i segni del degrado civile presente a Napoli. La discussione sui contenuti della lettera ha rappresentato un'occasione offerta al dialogo educativo e didattico in una classe liceale e ne sono sortiti interessanti riflessioni e commenti. Riporto la lettera e qualche commento studentesco.
“Anche i cani randagi ricevono cibo e sopravvivono così, con i cartocci lasciati dove sostano: non dovrebbero sopravvivere anche esseri umani, nostri simili che per disgrazia e sfortuna incrociamo in angoli di strada come cuccioli abbandonati? Certo che si... Questa domanda dovremmo porcela ognuno di noi e cercare di arrivare in fondo ai nostri cuori. I senzatetto sono 'Persone' che più di altri hanno bisogno di affetto, cura, attenzioni, e non devono essere lasciati abbandonati a se stessi;  non sono sacchi di immondizia da portare via nelle discariche. Cacciando via loro dalle strade non si pulirebbe la città, ma si sporcherebbe la nostra coscienza per un atto di non solidarietà. Un complimento andrebbe, invece, fatto a loro che nonostante tutto non hanno mollato, hanno deciso di combattere contro il freddo, il gelo, il caldo torrido, ma più di tutto contro la loro stessa vita non sicuramente felice e tranquilla. A Napoli il degrado da anni è a causa dell'inciviltà e dell'icapacità, e non certo a causa di persone che dovrebbero essere aiutate con amore a superare il loro dolore e la loro afflizione.” (Samantha Riemma)
“Napoli come tantissime altre città ospita da anni povere persone che sostano in alcuni posti per sopravvivere. Ci sono molti che ritengono ciò un degrado della città, un qualcosa che la svalorizza. Secondo me il vero degrado della città si trova nella mancanza di solidarietà verso queste persone, perchè è facile parlare quando non si vive veramente in una situazione così drammatica. Molti pensano che non ci sono soluzioni, non esistono vie d'uscita per salvare chi si trova in queste condizioni. Ma io sono fiduciosa e penso che sia il Comune di Napoli e sia i Comuni di altre città possono trovare soluzioni innovative, come la fondazione di case di accoglienza, mense, ecc...” (Maria Grazia Russo).