venerdì 20 gennaio 2023

Guardare al domani con uno sguardo nuovo

E’ in sintesi l’esortazione augurale del Presidente della Repubblica Sergio Mattarella per il nuovo anno 2023; e la leggiamo dal Portale del Quirinale nel Messaggio di fine anno.



Palazzo del Quirinale, 31/12/2022 (II mandato)

Care concittadine e cari concittadini,

un anno addietro, rivolgendomi a voi in questa occasione, definivo i sette anni precedenti come impegnativi e complessi.

Lo è stato anche l’anno trascorso, così denso di eventi politici e istituzionali di rilievo.

L’elezione del Presidente della Repubblica, con la scelta del Parlamento e dei delegati delle Regioni che, in modo per me inatteso, mi impegna per un secondo mandato.

Lo scioglimento anticipato delle Camere e le elezioni politiche, tenutesi, per la prima volta, in autunno.

Il chiaro risultato elettorale ha consentito la veloce nascita del nuovo governo, guidato, per la prima volta, da una donna.

È questa una novità di grande significato sociale e culturale, che era da tempo matura nel nostro Paese, oggi divenuta realtà.

Nell’arco di pochi anni si sono alternate al governo pressoché tutte le forze politiche presenti in Parlamento, in diverse coalizioni parlamentari.

Quanto avvenuto le ha poste, tutte, in tempi diversi, di fronte alla necessità di misurarsi con le difficoltà del governare.

Riconoscere la complessità, esercitare la responsabilità delle scelte, confrontarsi con i limiti imposti da una realtà sempre più caratterizzata da fenomeni globali: dalla pandemia alla guerra, dalla crisi energetica a quella alimentare, dai cambiamenti climatici ai fenomeni migratori.

La concretezza della realtà ha così convocato ciascuno alla responsabilità.

Sollecita tutti ad applicarsi all’urgenza di problemi che attendono risposte.

La nostra democrazia si è dimostrata dunque, ancora una volta, una democrazia matura, compiuta, anche per questa esperienza, da tutti acquisita, di rappresentare e governare un grande Paese.

È questa consapevolezza, nel rispetto della dialettica tra maggioranza e opposizione, che induce a una comune visione del nostro sistema democratico, al rispetto di regole che non possono essere disattese, del ruolo di ciascuno nella vita politica della Repubblica.

Questo corrisponde allo spirito della Costituzione.

Domani, primo gennaio, sarà il settantacinquesimo anniversario della sua entrata in vigore.

La Costituzione resta la nostra bussola, il suo rispetto il nostro primario dovere; anche il mio.  

Siamo in attesa di accogliere il nuovo anno ma anche in queste ore il pensiero non riesce a distogliersi dalla guerra che sta insanguinando il nostro Continente.

Il 2022 è stato l’anno della folle guerra scatenata dalla Federazione russa. La risposta dell’Italia, dell’Europa e dell’Occidente è stata un pieno sostegno al Paese aggredito e al popolo ucraino, il quale con coraggio sta difendendo la propria libertà e i propri diritti.

Se questo è stato l’anno della guerra, dobbiamo concentrare gli sforzi affinché il 2023 sia l’anno della fine delle ostilità, del silenzio delle armi, del fermarsi di questa disumana scia di sangue, di morti, di sofferenze.

La pace è parte fondativa dell’identità europea e, fin dall’inizio del conflitto, l’Europa cerca spiragli per raggiungerla nella giustizia e nella libertà.

Alla pace esorta costantemente Papa Francesco, cui rivolgo, con grande affetto, un saluto riconoscente, esprimendogli il sentito cordoglio dell’Italia per la morte del Papa emerito Benedetto XVI.

Si prova profonda tristezza per le tante vite umane perdute e perché, ogni giorno, vengono distrutte case, ospedali, scuole, teatri, trasformando città e paesi in un cumulo di rovine.  Vengono bruciate, per armamenti, immani quantità di risorse finanziarie che, se destinate alla fame nel mondo, alla lotta alle malattie o alla povertà, sarebbero di sollievo per l’umanità.

Di questi ulteriori gravi danni, la responsabilità ricade interamente su chi ha aggredito e non su chi si difende o su chi lo aiuta a difendersi.

Pensiamoci: se l’aggressione avesse successo, altre la seguirebbero, con altre guerre, dai confini imprevedibili.

Non ci rassegniamo a questo presente.

Il futuro non può essere questo.

La speranza di pace è fondata anche sul rifiuto di una visione che fa tornare indietro la storia, di un oscurantismo fuori dal tempo e dalla ragione. Si basa soprattutto sulla forza della libertà. Sulla volontà di affermare la civiltà dei diritti.

Qualcosa che è radicato nel cuore delle donne e degli uomini. Ancor più forte nelle nuove generazioni.

Lo testimoniano le giovani dell’Iran, con il loro coraggio. Le donne afghane che lottano per la loro libertà. Quei ragazzi russi, che sfidano la repressione per dire il loro no alla guerra.  

Gli ultimi anni sono stati duri. Ciò che abbiamo vissuto ha provocato o ha aggravato tensioni sociali, fratture, povertà.

Dal Covid - purtroppo non ancora sconfitto definitivamente – abbiamo tratto insegnamenti da non dimenticare.

Abbiamo compreso che la scienza, le istituzioni civili, la solidarietà concreta sono risorse preziose di una comunità, e tanto più sono efficaci quanto più sono capaci di integrarsi, di sostenersi a vicenda. Quanto più producono fiducia e responsabilità nelle persone.

Occorre operare affinché quel presidio insostituibile di unità del Paese rappresentato dal Servizio sanitario nazionale si rafforzi, ponendo sempre più al centro la persona e i suoi bisogni concreti, nel territorio in cui vive.

So bene quanti italiani affrontano questi mesi con grandi preoccupazioni. L’inflazione, i costi dell’energia, le difficoltà di tante famiglie e imprese, l’aumento della povertà e del bisogno.

La carenza di lavoro sottrae diritti e dignità: ancora troppo alto è il prezzo che paghiamo alla disoccupazione e alla precarietà.

Allarma soprattutto la condizione di tanti ragazzi in difficoltà. La povertà minorile, dall’inizio della crisi globale del 2008 a oggi, è quadruplicata.

Le differenze legate a fattori sociali, economici, organizzativi, sanitari tra i diversi territori del nostro Paese – tra Nord e Meridione, per le isole minori, per le zone interne - creano ingiustizie, feriscono il diritto all’uguaglianza.

Ci guida ancora la Costituzione, laddove prescrive che la Repubblica deve rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale che ledono i diritti delle persone, la loro piena realizzazione. Senza distinzioni.

La Repubblica siamo tutti noi. Insieme.

Lo Stato nelle sue articolazioni, le Regioni, i Comuni, le Province. Le istituzioni, il Governo, il Parlamento. Le donne e gli uomini che lavorano nella pubblica amministrazione. I corpi intermedi, le associazioni. La vitalità del terzo settore, la generosità del volontariato.

La Repubblica – la nostra Patria – è costituita dalle donne e dagli uomini che si impegnano per le loro famiglie.

La Repubblica è nel senso civico di chi paga le imposte perché questo serve a far funzionare l’Italia e quindi al bene comune.

La Repubblica è nel sacrificio di chi, indossando una divisa, rischia per garantire la sicurezza di tutti. In Italia come in tante missioni internazionali.

La Repubblica è nella fatica di chi lavora e nell’ansia di chi cerca il lavoro. Nell’impegno di chi studia. Nello spirito di solidarietà di chi si cura del prossimo. Nell’iniziativa di chi fa impresa e crea occupazione.

Rimuovere gli ostacoli è un impegno da condividere, che richiede unità di intenti, coesione, forza morale.

È grazie a tutto questo che l’Italia ha resistito e ha ottenuto risultati che inducono alla fiducia.

La nostra capacità di reagire alla crisi generata dalla pandemia è dimostrata dall’importante crescita economica che si è avuta nel 2021 e nel 2022.  

Le nostre imprese, a ogni livello, sono state in grado, appena possibile, di ripartire con slancio: hanno avuto la forza di reagire e, spesso, di rinnovarsi.

Le esportazioni dei nostri prodotti hanno tenuto e sono anzi aumentate.

L’Italia è tornata in brevissimo tempo a essere meta di migliaia di persone da ogni parte del mondo. La bellezza dei nostri luoghi e della nostra natura ha ripreso a esercitare una formidabile capacità attrattiva.

Dunque ci sono ragioni concrete che nutrono la nostra speranza ma è necessario uno sguardo d’orizzonte, una visione del futuro.

Pensiamo alle nuove tecnologie, ai risultati straordinari della ricerca scientifica, della medicina, alle nuove frontiere dello spazio, alle esplorazioni sottomarine. Scenari impensabili fino a pochi anni fa e ora davanti a noi.

Sfide globali, sempre.

Perché è la modernità, con il suo continuo cambiamento, a essere globale.

Ed è in questo scenario, per larghi versi inedito, che misuriamo il valore e l’attualità delle nostre scelte strategiche: l’Europa, la scelta occidentale, le nostre alleanze. La nostra primaria responsabilità nell’area che definiamo Mediterraneo allargato. Il nostro rapporto privilegiato con l’Africa.

Dobbiamo stare dentro il nostro tempo, non in quello passato, con intelligenza e passione.

Per farlo dobbiamo cambiare lo sguardo con cui interpretiamo la realtà. Dobbiamo imparare a leggere il presente con gli occhi di domani.

Pensare di rigettare il cambiamento, di rinunciare alla modernità non è soltanto un errore: è anche un’illusione. Il cambiamento va guidato, l’innovazione va interpretata per migliorare la nostra condizione di vita, ma non può essere rimossa.

La sfida, piuttosto, è progettare il domani con coraggio.

Mettere al sicuro il pianeta, e quindi il nostro futuro, il futuro dell’umanità, significa affrontare anzitutto con concretezza la questione della transizione energetica.

L’energia è ciò che permette alle nostre società di vivere e progredire. Il complesso lavoro che occorre per passare dalle fonti tradizionali, inquinanti e dannose per salute e ambiente, alle energie rinnovabili, rappresenta la nuova frontiera dei nostri sistemi economici.

Non è un caso se su questi temi, e in particolare per l’affermazione di una nuova cultura ecologista, registriamo la mobilitazione e la partecipazione da parte di tanti giovani.

L’altro cambiamento che stiamo vivendo, e di cui probabilmente fatichiamo tuttora a comprendere la portata, riguarda la trasformazione digitale.

L’uso delle tecnologie digitali ha già modificato le nostre vite, le nostre abitudini e probabilmente i modi di pensare e vivere le relazioni interpersonali. Le nuove generazioni vivono già pienamente questa nuova dimensione.

La quantità e la qualità dei dati, la loro velocità possono essere elementi posti al servizio della crescita delle persone e delle comunità. Possono consentire di superare arretratezze e divari, semplificare la vita dei cittadini e modernizzare la nostra società.

Occorre compiere scelte adeguate, promuovendo una cultura digitale che garantisca le libertà dei cittadini.

Il terzo grande investimento sul futuro è quello sulla scuola, l’università, la ricerca scientifica. E’ lì che prepariamo i protagonisti del mondo di domani. Lì che formiamo le ragazze e i ragazzi che dovranno misurarsi con la complessità di quei fenomeni globali che richiederanno competenze adeguate, che oggi non sempre riusciamo a garantire.

Il Piano nazionale di ripresa e resilienza spinge l’Italia verso questi traguardi. Non possiamo permetterci di perdere questa occasione.

Lo dobbiamo ai nostri giovani e al loro futuro.

Parlando dei giovani vorrei – per un momento - rivolgermi direttamente a loro:

siamo tutti colpiti dalla tragedia dei tanti morti sulle strade.

Troppi ragazzi perdono la vita di notte per incidenti d’auto, a causa della velocità, della leggerezza, del consumo di alcol o di stupefacenti.

Quando guidate avete nelle vostre mani la vostra vita e quella degli altri. Non distruggetela per un momento di imprudenza.

Non cancellate il vostro futuro.

 

Care concittadine e cari concittadini,

guardiamo al domani con uno sguardo nuovo. Guardiamo al domani con gli occhi dei giovani. Guardiamo i loro volti, raccogliamo le loro speranze. Facciamole nostre.

Facciamo sì che il futuro delle giovani generazioni non sia soltanto quel che resta del presente ma sia il frutto di un esercizio di coscienza da parte nostra. Sfuggendo la pretesa di scegliere per loro, di condizionarne il percorso.

La Repubblica vive della partecipazione di tutti.

È questo il senso della libertà garantita dalla nostra democrazia.

È anzitutto questa la ragione per cui abbiamo fiducia.

Auguri !


Il Messaggio sul Portale del Quirinale

sabato 8 ottobre 2022

Gerardo Margarita, in memoria


GERARDO MARGARITA

1 giugno 1940 – 16 dicembre 1983 

In memoria

Il cammino di Gerardo Margarita è stato il cammino di un giovane. Era nato nel 1940 ed era poco più che quarantenne quando pochi giorni prima del Natale del 1983 egli lasciò questo mondo. Con la sua dipartita ha lasciato a quanti lo hanno conosciuto il ricordo ed il tratto della giovinezza, e dell'impegno entusiasta nella vita professionale e sociale, costruttivamente orientata ai valori della verità, della giustizia, dell’amicizia e della fede.

E’ il ricordo che diviene memoria, un segno importantissimo ed esemplare, di un percorso che ha assunto valore non solo a livello personale e familiare, ma soprattutto a rappresentazione di un cammino storico che ha interessato una intera comunità, sia quella paesana e meridionale del luogo natio, Frattamaggiore, e sia quella nazionale dell’Italia del secondo dopoguerra che intraprende la via della ricostruzione economica e dello sviluppo democratico, procedendo con l’impegno e la fatica di quanti hanno contribuito con lo studio, con il lavoro e con spirito di servizio.

In questo cammino storico Gerardo ha vissuto i sogni del ragazzo, frequentante la scuola primaria negli anni che seguirono la II Guerra Mondiale, e le speranze progettuali del giovane che si prepara alla vita e alla professione frequentando la scuola secondaria e l’università tra glia anni ‘50 e ‘60 del secolo scorso.

Gerardo Margarita si laureò in Ingegneria Chimica con estensioni di studio delle Scienze delle Costruzioni. Iniziò a lavorare con l'insegnamento nell'Istituto Tecnico di Caivano. Proseguì con il lavoro di ingegnere per alcuni anni all'ENI, di cui fino ad allora era stato Presidente Enrico Mattei, prima al petrolchimico di Ravenna e poi a quello di Gela in Sicilia. Rinunciando alle prospettive dirigenziali volle poi ritornare alla sua terra; e all'insegnamento che ebbe opportunità di svolgere nella Media Superiore di Aversa e per classi di studenti che lo seguivano con gratitudine.

A metà degli anni ‘70 lo si vide molto presente nelle dinamiche della vita sociale del suo paese, nel confronto politico e culturale locale frattese, portatore di una notevole spinta alla partecipazione, al rinnovamento e al dialogo per il bene comune. La città viveva una profonda trasformazione derivante dall’abbandono delle tradizionali strutture rurali, legate alle coltivazioni e alle produzioni canapiere, e caratterizzata dalla scolarizzazione di massa e dai nuovi utilizzi del territorio per lo sviluppo urbano e residenziale.

Nel clima culturale della modernizzazione frattese, Gerardo Margarita fu candidato alle elezioni comunali con notevoli consensi e tenne discorsi pubblici dalla prospettiva del lavoro e delle politiche giovanili. Egli collaborò poi in maniera esemplare con le istituzioni pubbliche, nelle iniziative per il rinnovamento e la partecipazione dei cittadini alla vita pubblica, e partecipò generosamente con la sua competenza e con la sua professionalità alla ricostruzione e alla progettualita' che seguì il terremoto del 1980.

La morte improvvisa avvenuta una decina di giorni prima del Natale del 1983, fissò questa immagine giovanile di Gerardo, lasciandone il ricordo del cammino di una vita esemplare e ricca di speranza.


Il ricordo del cammino di fede di Gerardo Margarita ha avuto una prima celebrazione di carattere religioso nel 2019, con il dono, operato dalla sorella Carmelina, di restauri del patrimonio artistico e della dotazione di quattro grandi pannelli in sanguigna ritraenti momenti della storia di San Rocco dipinti nella chiesa frattese dedicata al Santo pellegrino.

Il ricordo del suo esemplare cammino civile e professionale di giovane frattese è sicuramente meritevole anche di un riconoscimento pubblico delle generazioni della sua Città.


Via ing. Gerardo Margarita


Nel senso del riconoscimento pubblico si è mossa l’Autorità Comunale di Frattamaggiore che il 20 Febbraio del 2021 ha intitolato a Gerardo Margarita una via cittadina. Leggiamo di seguito la scheda descrittiva preparata per la motivazione.

Alle ore 12.00 di sabato 20 febbraio 2021, il Sindaco di Frattamaggiore (NA), il dott. Marco Del Prete, inaugura una nuova via cittadina. La via è intitolata all’Ing. Gerardo Margarita, e si diparte dalla principale strada a sud della città, la Via Padre Mario Vergara, per congiungere il percorso urbano con l’area del Mercato Rionale e della moderna periferia residenziale.

Sarà una via frequentatissima per la sua collocazione nel contesto civile ed economico-produttivo del paese, tra Scuole, Servizi sanitari, Negozi, Supermercati, Stazioni delle Forze dell’Ordine e Parchi urbani attrezzati ed in espansione. 

L’inaugurazione della Via propone qualche riflessione sul nome scelto e sul significato toponomastico ad esso attribuito.

L’indicazione stradale ha sempre il significato di un ‘orientamento’; sia attraverso il luogo (topos) e sia nel tempo (nome); ovvero nella storia memorabile ed esemplare di una Persona (Via Mazzini, Via Giordano) di un Avvenimento (Via Vittoria, Piazza Risorgimento, Via Riscatto) di un luogo (Via Miseno, Via Arena). Essa assume così un particolare valore comunicativo, utile immediato e presente, insieme con un valore indentitario per la storia e la cultura della città che dal passato si proietta anche nel futuro.

Questo è il caso di Via Padre Mario Vergara, la quale, oltre alle attività e al grande traffico cittadino, ricorda alla città intera la storia personale e la benedizione religiosa del Beato Missionario frattese martire in Birmania.

Questo è anche il caso di Via Ing. Gerardo Margarita, la quale ricorderà anche la storia personale ed esemplare di un giovane professionista e studioso che ha molto amato il suo paese, ed ha precorso ed annunciato, con la sua esperienza di vita e con il suo impegno professionale e civile, l’avvento di una città moderna, produttiva, giusta e solidale, a misura d’uomo e desiderabile alle aspettative delle giovani generazioni. 


Il segno dell’amore fraterno 



Nella celebrazione della memoria di Gerardo Margarita ciò che è fortemente rimarchevole è l’impegno personale ed inestinguibile della sorella Carmelina. 

Carmelina Margarita ha del fratello Gerardo un ricordo sacro ed è spontaneamente portata a condividerlo nella dimensione ecclesiale e comunitaria. Questo ella lo fa mediante il dono ed il supporto di iniziative che portino il duplice segno del valore religioso comunitario e dell’amore fraterno.

La sua più recente iniziativa è il dono del nuovo organo a canne per il tempio del Volto Santo di Napoli. L’organo viene benedetto ed inaugurato durante la solenne celebrazione liturgica presieduta il 15 ottobre 2022 da S.E. Mons. Francesco Beneduce, vescovo ausiliare di Napoli, con l’accompagnamento musicale di mons. Vincenzo De Gregorio.    

sabato 19 marzo 2022

PADRE NELL'OMBRA


Patris corde
(Con cuore di Padre) è il titolo della Lettera Apostolica che il Santo Padre Francesco scrisse sul finire del 2020 in onore di San Giuseppe per celebrarne il patrocinio sulla Chiesa Universale. 
Durante la Quaresima dell’anno successivo (2021), in piena pandemia di covid19, si tennero una serie di conferenze serotine nella Basilica Pontificia di San Sossio in Frattamaggiore (Diocesi di Aversa) per trattare singolarmente i 7 capitoli del documento pontificio. 
Ogni capitolo venne presentato a cura di una delle 7 comunità parrocchiali del paese. Alla Parrocchia dell’Assunta toccò di trattare l’ultimo capitolo (Padre nell’ombra appunto) insieme con una sintesi della Lettera Apostolica.
Come diacono ebbi l’incarico di coordinare l’intervento della comunità parrocchiale dell’Assunta, che fu realizzato con la collaborazione di tutte le sue componenti, ministri gruppi e giovani. 
A distanza di un anno, oggi 19 Marzo 2022, in occasione della solennità di San Giuseppe e della ricorrenza del XVI anniversario della ordinazione diaconale, che ricevetti dal Vescovo Mario Milano proprio nella Basilica di San Sossio insieme con il confratello Lorenzo Costanzo, rileggo alcuni spunti del testo che preparai per la presentazione multimediale in 7 diapositive affidata alla Parrocchia dell’Assunta.

1

I – CON CUORE DI PADRE 

Con la Lettera Apostolica Patris Corde e con l’indizione di un Anno speciale, Papa Francesco rinnova l’affidamento della Chiesa al patrocinio di San Giuseppe. (Dichiarato Patrono della Chiesa Cattolica da Pio IX l’8 dicembre 1870).

La riflessione di Papa Francesco inizia con il riferimento ai tempi difficili e luttuosi che motivano il ricorso al patrocinio di San Giuseppe; e si sviluppa con un approccio sia biblico e sia pastorale, descrivendo i tratti della paternità di Giuseppe.

2

Le parole dell’esordio. Con cuore di padre: così Giuseppe ha amato Gesù, chiamato nei quattro Vangeli “il figlio di Giuseppe”.

I quattro Vangeli. Non è costui il falegname, il figlio di Maria (Mc 6,3) … il figlio del falegname (Mt 13,55) … il figlio di Giuseppe (Lc 4,22) … Costui non è forse Gesù, il figlio di Giuseppe (Gv 6,42)?

Il significato della paternità di Giuseppe è intrecciato da Papa Francesco con il racconto dei Vangeli, dalla nascita al ministero pubblico di Gesù. Giuseppe è l’uomo giusto, lo sposo casto e provvidente che accoglie Maria e il figlio, che si tiene in ascolto della parola che gli viene da Dio. Egli è così figura esemplare del credente che a lui fa riferimento nelle scelte fondamentali della vita.

3

Questo significato è anche intrecciato con le indicazioni del Magistero Pontificio sul ruolo di Giuseppe nella Storia della Salvezza. Egli è Patrono della Chiesa Cattolica (Pio IX), Patrono dei Lavoratori (Pio XII), Custode del Redentore (Giovanni Paolo II), Patrono della buona morte (CCC). 

Papa Francesco, Patris corde. Dopo Maria, Madre di Dio, nessun Santo occupa tanto spazio nel Magistero pontificio quanto Giuseppe, suo sposo”. 

Lo scopo di questa Lettera Apostolica è quello di accrescere l’amore verso questo grande Santo, per essere spinti a implorare la sua intercessione e per imitare le sue virtù e il suo slancio”.

Tutti possono trovare in San Giuseppe, l’uomo che passa inosservato, l’uomo della presenza quotidiana, discreta e nascosta, un intercessore, un sostegno e una guida nei momenti di difficoltà”.

4

Il Santo Padre con la sua riflessione sull’esempio di San Giuseppe intende riportare al centro dell’attenzione una paternità vissuta con spirito di servizio e di adesione alla volontà di Dio. 

San Giuseppe è il Padre Amato, il Padre della Tenerezza, il Padre dell’Obbedienza, il Padre dell’Accoglienza, il Padre del Coraggio Creativo, il Padre Lavoratore, il Padre nell’Ombra. 

Sono i sette tratti proposti da Papa Francesco che le Parrocchie frattesi hanno voluto insieme approfondire nei lunedì quaresimali di quest’anno.




II – PADRE NELL’OMBRA

5

Padre nell’ombra. E’ il tratto conclusivo di stasera affidato all’approfondimento della Parrocchia dell’Assunta. 

Anche nella riflessione su questo tratto, arricchita con metafore suggestive, il Santo Padre opera un approccio sia biblico e sia pastorale; richiamando esplicitamete ed implicitamente i passi e i luoghi della Sacra Scrittura, ed ispirandosi al Magistero dei suoi predecessori, soprattutto alla Redemptoris Custos di San Giovanni Paolo II.

Dalla tradizione ecclesiale il Santo Padre recupera l’acclamazione “Benedetto San Giuseppe suo castissimo Sposo”, per connotare una paternità basata sull’amore e sulla libertà. Della immagine letteraria dell’Ombra del Padre, romanzo dello scrittore poloacco Dobraczynski, egli si serve per delineare il ruolo della particolare e sacra paternità di Giuseppe. 

6

Ne emerge il senso di una paternità, relazionata a Gesù, che è segno e funzione della misteriosa e sacramentale presenza di Dio nella storia, nelle generazioni e nella famiglia umana. E’ sottinteso in questa visione il mistico racconto della Storia Sacra e della Rivelazione Cristiana, che giustifica San Giuseppe come colui che “coopera nella pienezza dei tempi al grande mistero della Redenzione ed è veramente ministro della salvezza [...] mediante l’esercizio della sua paternità”. (Giovanni Paolo II,Redemptoris Custos).

Agli Apostoli, ai Profeti, e alla Chiesa è stato rivelato il mistero nascosto da secoli in Dio, creatore dell'universo” (Ef 1,9); ovvero che le genti sono chiamate, in Cristo Gesù, a condividere la stessa eredità, a formare lo stesso corpo e ad essere partecipi della stessa promessa per mezzo del Vangelo” (Ef 1,6). E “quando venne la pienezza del tempo, Dio mandò il suo Figlio, nato da donna, nato sotto la Legge, per riscattare quelli che erano sotto la Legge, perché ricevessimo l'adozione a figli”. (Gal 4, 4-5).Avvenne che l'angelo Gabriele fu mandato da Dio in una città della Galilea, chiamata Nàzaret, a una vergine, promessa sposa di un uomo della casa di Davide, di nome Giuseppe. La vergine si chiamava Maria.” (Lc 1,26-27).

Così fu generato Gesù Cristo: sua madre Maria, essendo promessa sposa di Giuseppe, prima che andassero a vivere insieme si trovò incinta per opera dello Spirito Santo. Giuseppe suo sposo, poiché era uomo giusto e non voleva accusarla pubblicamente, pensò di ripudiarla in segreto. Mentre però stava considerando queste cose, ecco, gli apparve in sogno un angelo del Signore e gli disse: "Giuseppe, figlio di Davide, non temere di prendere con te Maria, tua sposa. Infatti il bambino che è generato in lei viene dallo Spirito Santo; ella darà alla luce un figlio e tu lo chiamerai Gesù: egli infatti salverà il suo popolo dai suoi peccati". (Mt 1, 18-21)

Quando si destò dal sonno, Giuseppe fece come gli aveva ordinato l'angelo del Signore e prese con sé la sua sposa; senza che egli la conoscesse, ella diede alla luce un figlio ed egli lo chiamò Gesù”. (Mt 1, 24-25)

I Vangeli dell’infanzia narrano le vicende che evidenziano il ruolo avuto da Giuseppe dalla nascita di Gesù a Betlemme fino al suo ritrovamento tra gli anziani del Tempio di Gerusalemme. Il padre itinerante in ascolto della volontà di Dio, che attraversa il deserto per portare in salvo la sua famiglia in Egitto, e che al tempo opportuno decide di ricondurla in patria a Nazaret; dove Gesù  “cresceva e si fortificava, pieno di sapienza, e la grazia di Dio era su di lui”. (Lc 2,40)

Giuseppe l’uomo giusto nella tradizione del suo popolo, che nella sua famiglia, nella relazione sponsale con Maria e nella relazione educativa con Gesù, diviene il segno della paternità di Dio.

I suoi genitori si recavano ogni anno a Gerusalemme per la festa di Pasqua. Quando egli ebbe dodici anni, vi salirono secondo la consuetudine della festa. Ma, trascorsi i giorni, mentre riprendevano la via del ritorno, il fanciullo Gesù rimase a Gerusalemme, senza che i genitori se ne accorgessero. Credendo che egli fosse nella comitiva, fecero una giornata di viaggio e poi si misero a cercarlo tra i parenti e i conoscenti; non avendolo trovato, tornarono in cerca di lui a Gerusalemme. Dopo tre giorni lo trovarono nel tempio, seduto in mezzo ai maestri, mentre li ascoltava e li interrogava. E tutti quelli che l'udivano erano pieni di stupore per la sua intelligenza e le sue risposte. Al vederlo restarono stupiti, e sua madre gli disse: "Figlio, perché ci hai fatto questo? Ecco, tuo padre e io, angosciati, ti cercavamo". Ed egli rispose loro: "Perché mi cercavate? Non sapevate che io devo occuparmi delle cose del Padre mio?". Ma essi non compresero ciò che aveva detto loro. Scese dunque con loro e venne a Nàzaret e stava loro sottomesso. Sua madre custodiva tutte queste cose nel suo cuore. E Gesù cresceva in sapienza, età e grazia davanti a Dio e agli uomini.” (Lc 2, 41-52)

La riflessione di Papa Francesco su Giuseppe si propone con un orizzonte etico e pedagogico: “La paternità che rinuncia alla tentazione di vivere la vita dei figli spalanca sempre spazi all’inedito. Ogni figlio porta sempre con sé un mistero, un inedito che può essere rivelato solo con l’aiuto di un padre che rispetta la sua libertà”.

La riflessione del Santo Padre si dipana tra l’Ombra e il Segno del Padre, tra la Custodia e la Castità. L’ispirazione è ancora biblica e pastorale. 

Mosè ricorda a Israele: “Nel deserto [...] hai visto come il Signore, tuo Dio, ti ha portato, come un uomo porta il proprio figlio, per tutto il cammino” (Dt 1,31). Così Giuseppe ha esercitato la paternità per tutta la sua vita. [25 Redemptoris custos]

Il Signore è il tuo custode, il Signore è la tua ombra e sta alla tua destra. Sal 121,5

Quanto è prezioso il tuo amore, o Dio! Si rifugiano gli uomini all'ombra delle tue ali. Sal 36,8

Chi abita al riparo dell'Altissimo passerà la notte all'ombra dell'Onnipotente. Sal 91,1

Le rispose l'angelo: "Lo Spirito Santo scenderà su di te e la potenza dell'Altissimo ti coprirà con la sua ombra. Perciò colui che nascerà sarà santo e sarà chiamato Figlio di Dio. Lc 1,35

Venne una nube che li coprì con la sua ombra e dalla nube uscì una voce: "Questi è il Figlio mio, l'amato: ascoltatelo!". Mc 4,7

Non chiamate “padre” nessuno di voi sulla terra, perché uno solo è il Padre vostro, quello celeste. Mt 23,9

Il Padre celeste, che «fa sorgere il sole sui cattivi e sui buoni, e fa piovere sui giusti e sugli ingiusti”. Mt 5,45 

7

Laudato sie mi’ Signore, cum tucte le tue creature, spetialmente messor lo frate sole, lo qual è iorno, et allumini noi per lui. Et ellu è bellu e radiante cum grande splendore, de te, Altissimo, porta significatione. (S. Francesco, Cantico delle creature)

La Parola del Padre celeste dona luce di santità alla paternità casta di Giuseppe, al suo dono d’amore e alla sua libertà. 

Papa Francesco (Patris Corde). Forse per questo, accanto all’appellativo di padre, a Giuseppe la tradizione ha messo anche quello di “castissimo”. Non è un’indicazione meramente affettiva, ma la sintesi di un atteggiamento che esprime il contrario del possesso. La castità è la libertà dal possesso in tutti gli ambiti della vita. Solo quando un amore è casto, è veramente amore. L’amore che vuole possedere, alla fine diventa sempre pericoloso, imprigiona, soffoca, rende infelici. Dio stesso ha amato l’uomo con amore casto, lasciandolo libero anche di sbagliare e di mettersi contro di Lui. La logica dell’amore è sempre una logica di libertà, e Giuseppe ha saputo amare in maniera straordinariamente libera. Non ha mai messo sé stesso al centro. Ha saputo decentrarsi, mettere al centro della sua vita Maria e Gesù. La felicità di Giuseppe non è nella logica del sacrificio di sé, ma del dono di sé.”

La santità, come quella di Giuseppe, diviene così esemplare per tutti i fedeli che per vocazione perseguono “la perfezione del proprio stato”. Infatti ogni vera vocazione, matrimoniale o religiosa e consacrata, “nasce dal dono di sé che è la maturazione del semplice sacrificio”. E così diviene “segno della bellezza e della gioia dell’amore”.


ICONE


Caravaggio – San Giuseppe padre nell’ombra alla luce della Sacra Scrittura

De Ribera – San Giuseppe padre nell’ombra Casto, Custode e Guida

Assunta – San Giuseppe padre educatore nella paideia familiare

Basilica – San Giuseppe padre casto nella sintesi cultuale


San Giuseppe dormiente: Il sonno del fedele nella tradizione popolare

Mi cocco e m’addormo sotto ‘o manto r’a Maronna

Mi cocco e m’addirizzo sotto ‘o manto di Gesù Cristo.


 LA LETTERA APOSTOLICA DI PAPA FRANCESCO