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giovedì 14 settembre 2023

RATTOPPI FRANCESCANI DELLA SOCIOLOGIA DI DE MASI


Con Peppe, Alessio ed Elio, fui tra i 500 studenti che negli anni ‘70 del secolo scorso seguirono le lezioni del professore Domenico De Masi alla Facoltà di Sociologia dell’Università ‘Federico II’ di Napoli. L’esercizio dell’apprendimento dei Metodi e tecniche della Ricerca Sociale, disciplina allora da lui insegnata, prevedeva la realizzazione di una ricerca svolta da vari gruppi sul tema della marginalità sociale nella città di Napoli. Noi quattro frattesi riuscimmo a formare un gruppo locale e a svolgere il compito realizzando la ricerca sul territorio della nostra Frattamaggiore, città dell’interland napoletano. Piacque al Professore la nostra ricerca ritenendola molto valida e valutandola con lode nella sua unicità, ma sottraendo un punto al 30 che che ognuno di noi avrebbe meritato singolarmente. Volle farci seraficamente capire la maggiore importanza del lavoro comunitario rispetto a quella delle aspettative personali.

Il professor De Masi è recentemente scomparso, a 85 anni, e i tratti della sua personalità, della sua storia e della sua cultura, sono stati evidenziati dalle numerose commemorazioni che ne hanno evidenziato il ruolo di sociologo esperto e di intellettuale attento; profetico conoscitore delle dinamiche della società, storica e contemporanea, nei suoi orientamenti e nei suoi disorientamenti. 

Un pensiero umanistico scientifico, teorico ed operativo, il suo, capace di illuminare, di spiegare e di rendere comprensibile la complessità delle vicende sociali, economiche politiche e culturali; ancorché capace di proporre interventi intelligenti e risolutivi per le problematiche più cogenti dell’umanità (lavoro, povertà, felicità). 

Una conoscenza della biografia e dell’opera sociologica di Domenico De Masi è resa possibile da testimonianze molteplici di persone e dalla comunicazione delle sue ricerche affidata all’università, ai media, al portale personale in rete (domenicodemasi.it) e ai libri numerosi da lui scritti. 

Il fondamentale approccio storico-antropologico allo studio della sociologia trova una significativa sistemazione nei suoi libri che riguardano i modelli di vita dei vari popoli e delle varie culture (Mappa Mundi), e le modalità del lavoro nella società post-industriale (Ozio Creativo). 



Il professore De Masi si professava non credente ma era profondamente interessato alla problematica dell’umanesimo religioso. Durante la sua esperienza di Presidente organizzatore del Festival della Musica di Ravello aveva allacciato un rapporto di amicizia con l’architetto brasiliano Oscar Niemeyer, il quale gli fece dono del progetto dell’Auditorium-Belvedere; ed aveva stabilito un dialogo profondo con Padre Enzo Fortunato, di stanza a Scala, attuale direttore della Sala Stampa del Sacro Convento di Assisi. 

In particolare l’amicizia con il padre francescano è stato il contesto che ha caratterizzato una certa collaborazione giornalistica di De Masi con il portale del Convento di Assisi (sanfrancescopatronoditalia.it).

Nella sua commemorazione di De Masi padre Enzo Fortunato parla dell’amore per gli ultimi che porta il sociologo ad avvicinarsi spiritualmente alla figura di San Francesco e ad amare Papa Francesco: a commuoversi dinanzi a i rattoppi della tonaca del Santo e a condividere il pensiero del Papa sulla cultura dello scarto.

Insieme con gli spunti della commemorazione di padre Enzo propongo una spigolatura sugli assunti sociologici di un non credente che ritiene di condividere fortemente il modello cattolico.

LA COMMEMORAZIONE DI PADRE ENZO. Un intellettuale marxista e ateo, che ha sempre riflettuto sui cambiamenti epocali nel mondo del lavoro tardocapitalista. E qui fu il nostro punto di incontro. Ci sono amicizie che nascono da una contingenza, ma si rivelano con il tempo necessarie. È, questa, la storia della mia amicizia con Domenico De Masi, il grande sociologo che conobbi oltre vent’anni fa a Scala in Costiera Amalfitana. Viveva infatti tra Roma e Ravello, paese che gli deve tantissimo: "Mimmo", come lo chiamavano gli amici, è stato un instancabile organizzatore culturale, anima dello storico Festival della Musica, che contribuì a rafforzare e a rilanciare su piani diversi (l’auditorium Niemeyer ne è uno degli esiti più significativi). Ma grande era il suo debito verso Ravello, che lo ispirò certamente nel suo libro sull’ozio creativo. Un intellettuale marxista e ateo, De Masi, che ha sempre riflettuto sui cambiamenti epocali nel mondo del lavoro tardocapitalista. E qui fu il nostro punto di incontro. In quei cambiamenti, da studioso, evidenziava lo sfruttamento degli ultimi; ma, da politico, nel senso più nobile del termine, provava a immaginare proposte concrete e, a volte, rivoluzionarie per combatterli. È stato l’ispiratore del reddito di cittadinanza e lo ha difeso strenuamente anche mentre lo cancellavano. L’amore per gli ultimi ha reso necessaria la nostra amicizia e lo ha portato a scoprire prima San Francesco e poi il nostro Papa, che amava moltissimo. Era tra gli ospiti più affezionati del convento di Assisi, e amava pranzare alla mensa con i frati. Insieme all’altro grande amico scomparso, Philippe Daverio, li ricordo incantati fino a tarda notte dinanzi agli affreschi di Giotto e Cimabue. È lì, in quell’atmosfera di spiritualità unica, che si apriva a quelle domande sulla fede che ho avuto l’onore di accogliere. Domande ravvivate dalla passione per Papa Francesco, dalla sua provenienza, quell’America Latina, dove le diseguaglianze sociali sono più scandalose che in Europa (di qui la sua stretta amicizia con il presidente Lula). E se il comunismo sapeva distribuire la ricchezza, ma non produrla, e il capitalismo sa produrre la ricchezza, ma non distribuirla, la sfida consapevole del Papa cominciava proprio nel luogo della crisi delle ideologie. La sfida di condurre "inflessibilmente il popolo cristiano sulla via della giusta redistribuzione della ricchezza, del lavoro, del sapere, del potere, delle opportunità e delle tutele". Sono alcune delle parole che De Masi ha scritto per noi francescani, in una delle innumerevoli occasioni di collaborazione. La più intensa? Dinanzi alla tonaca di san Francesco, quando si commosse scrutando i tanti rattoppi che ne mantenevano unito il tessuto. "Abbiamo perso la capacità di rattoppare, buttiamo via tutto e ricompriamo oggetti nuovi", questo il suo amaro commento. Così il mio caro amico ateo ritrovava nei gesti del Santo di Assisi il suo pensiero e insieme l’intuizione del passo e del cammino di un’umanità a venire. 



De Masi: Dirsi Cattolici



De Masi: Dalle interviste francescane


PREGHIERA. Anche basiliche e parrocchie hanno dovuto chiudere le loro porte ai fedeli. Qual è il ruolo della Chiesa in questo periodo di fragilità collettiva e come può essere presente a distanza di sicurezza? 

Si può anche"telepregare"! Ognuno è solo con Dio in qualsiasi momento, alla preghiera corale si può supplire con momenti di raccogliemento individuale e il fedele può agire in nome di Dio con buone azioni rivolte ai più fragili e agli anziani: in questo periodo ce n’è particolare bisogno. Non ripetiamo l’errore del Cardinale Borromeo nei Promessi sposi, che per scongiurare la peste organizzò una processione e si rivelò fatale per il contagio. 


BENEFICENZA. Nel messaggio di Bergoglio per la V Giornata Mondiale dei Poveri, leggiamo: “[...] un gesto di beneficenza presuppone un benefattore e un beneficato, mentre la condivisione genera fratellanza. L’elemosina, è occasionale; la condivisione invece è duratura. La prima rischia di gratificare chi la compie e di umiliare chi la riceve; la seconda rafforza la solidarietà e pone le premesse necessarie per raggiungere la giustizia”. 

Questo testo rappresenta una svolta straordinaria, epocale. Supera il concetto di carità che ha dominato la società, soprattutto nel medioevo, dove l’elemosina era il modo in cui il ricco si assicurava un posto in paradiso. In questa ottica il povero aveva un ruolo cruciale, necessario: come faceva il ricco ad andare in paradiso senza un povero a cui dare l’elemosina? Devo dire che è una svolta epocale anche nell’azione della Chiesa attuale. L'Italia ha introdotto nel 2019 il Reddito di Cittadinanza. Ad ogni nucleo familiare lo Stato assicura un reddito, non molto, ma un qualcosa che ti permette di avere un minimo di sicurezza. Ecco, mi sarei immaginato una crociata, soprattutto da parte dei cattolici, affinché questa manovra fosse applicata per bene. Per esempio le associazioni potrebbero aiutare i senzatetto ad ottenere un domicilio simbolico, come ha fatto l’ex Sindaco di Roma, senza di esso non è possibile ottenere il Reddito di Cittadinanza. Al contrario ho visto troppo spesso che viene preferito portare una “minestra calda”, che rischia di diventare elemosina fine a se stessa. Tempo fa parlavo con un Parroco della mia zona, gli ho proposto di aiutare i senza fissa dimora ad ottenere il Reddito di Cittadinanza, mi ha risposto che «non crede a questi aiuti statali». Perché portare solo una minestra calda quando potresti aiutare un bisognoso ad ottenere un’entrata mensile che gli permetterà di emancipazzarsi? Questo modo di agire non rappresenta il volere di papa Francesco che vuole la condivisione. Il Reddito di Cittadinanza va in questa direzione: lo Stato utilizza le tasse dei “ricchi” per aiutare i poveri, questa è condivisione. Dobbiamo passare dalla carità alla condivisione. L’elemosina rischia di essere umiliante per chi la chiede, con il reddito ricevere un aiuto diventa un diritto e non più umiliazione. Ad oggi ci sono milioni di persone che non hanno un reddito, nonostante i mezzi ci siano. Poco tempo fa parlavo con il presidente dell’INPS, Pasquale Tridico, il quale mi ha riferito di un possibile accordo con la Comunità di Sant’Egidio, che conosce molto bene la povertà, per riuscire a intercettare questi senzatetto. Dal mio canto gli ho proposto di mettere in strada una roulotte che vada in giro la notte e intercetti i barboni per fargli fare le pratiche per ottenere il Reddito di Cittadinanza. 

L’antropologo Marcel Mauss nel suo “Saggio sul dono”, ci dice che il dono non obbliga il donatore alla restituzione di un qualcosa, ma c’è al massimo un obbligo morale alla restituzione... 

Quando un dono è festoso, senza doppio fine, per esempio ad un amico, un nipote, è un conto. Quando invece è rivolto verso un indigente allora diventa carità, elemosina. Quest’ultima, come ci ricorda papa Francesco, rischia di gratificare chi la compie e di umiliare chi la riceve, per me è sempre umiliante. 


MODELLO CATTOLICO. Qual è il problema dal mio punto di vista? È molto più generale: noi viviamo in una società postindustriale. Tutte le società precedenti, il Sacro Romano Impero, i grandi Paesi protestanti e cattolici del ‘600, i Paesi liberali dell’800, la Russia sovietica e i Paesi comunisti, tutte le società precedenti a questa nostra sono nate su un preesistente modello teorico. Il Sacro Romano Impero è nato sulle idee del Vangelo e dei Padri della Chiesa, gli Stati Protestanti dell’Europa Centrale si sono basati sulle idee di Lutero; gli Stati liberali su quelle di Smith e Montesquieu, la Russia e i Paesi comunisti sulle idee di Marx e Engels. 

La nostra attuale società non ha un modello teorico di riferimento, è nata per germinazione spontanea sotto la spinta del progresso tecnologico, della globalizzazione, dei mass media e della scolarizzazione diffusa; sono elementi che hanno contribuito alla nostra società postindustriale, che però non ha un modello di riferimento. Quando manca un modello a cui riferirsi non sappiamo cosa fare, come distinguere il bello dal brutto, il vero dal falso, il buono dal cattivo; non abbiamo elementi di discrimine e come dice Seneca: “nessun vento è favorevole per il marinaio che non sa dove vuole andare.” Anche noi non sappiamo dove vogliamo andare, non lo sa l’Europa, ed è per questo che Conte ha convocato questi Stati generali da cui si possono avere dei tasselli del mosaico che manca, non c’è un disegno complessivo del mosaico. Questo disegno non lo ha Conte, non lo ha Mattarella, Putin o Trump, la Merkel. L’unico capo di Stato che in questo momento ha un modello di riferimento è papa Francesco, però si tratta di un modello che, naturalmente non tutti condividono: lo condividono i cattolici e alcuni, che come me, non sono credenti, ma apprezzano tale modello. 


PERDONO. Il credente è convinto che, dopo la morte, lo attende la vita eterna; invece il non credente pensa che, dopo la morte, non ci sia altra vita. Dunque, un credente che perdona lo fa sapendo che il suo atto di generosità sarà premiato nella vita eterna con un trattamento di riguardo; nel suo perdono c’è un do ut des. 

Nel Nuovo Testamento la parola “aphiemi” (rimettere i debiti e i peccati) è usato 142 volte. Dice il Padre nostro (Matteo, 6,12): “Rimetti a noi i nostri debiti come noi li rimettiamo ai nostri debitori”. In altri termini, il credente perdona chi gli ha fatto del male sperando che, a suo tempo, anche Dio diventi generoso con lui. 

Il non credente, invece, perdona per pura generosità, senza attendersi nessun corrispettivo. Per il non credente il perdono è un atto d’amore fine a se stesso. Ma, allora, perché perdona? Lo fa perché convinto che entrambi – debitore e creditore – sono partecipi della medesima natura umana, fallibile e sublime al tempo stesso. 

A volte il perdono è una forma sottile e presuntuosa di disprezzo verso il perdonato: il non credente rifugge da un simile atteggiamento. Il credente Kennedy diceva “Perdona i tuoi nemici, ma non scordare mai i loro nomi”. 

Il non credente, invece, ritiene che l’unico modo per perdonare pienamente non consiste nel rimettere il debito ma nel dimenticarlo del tutto, pur persistendo nell’umana fratellanza con il debitore. 


LAVORO. De Masi sul lavoro al Cortile di Francesco 

Il tema è più che mai importante, proprio nel mondo di oggi: “Il lavoro nel XXI secolo”. L’incontro tra il sociologo Domenico De Masi e Giulia Tasca, direttore marketing del “Cortile dei Gentili”, ha affrontato le tematiche legate al lavoro. 

De Masi si è soffermato sul processo storico-antropologico del lavoro, nei secoli. Tanti gli autori citati. Si è soffermato soprattutto sulla Enciclica "Popolorum progressio" di Papa Paolo VI, ribadendo il concetto:"Il lavoro non è lavoro, se non è libero". 


PURGATORIO. Per comprendere l’origine dei Monti di Pietà bisogna risalire all’idea di Purgatorio, che si diffuse intorno al XII secolo. E’ questo il secolo delle crociate, delle esplorazioni geografiche, del riassetto giuridico, economico e urbano, dell’inquadramento delle confraternite, dell’industria edile e tessile; è il secolo del rinnovamento monastico, delle università, della scolastica.
E, come si è detto, del Purgatorio, che in poco tempo riuscì a conquistare l’immaginario collettivo e a moltiplicare il proprio successo.
Oggi possiamo ricostruirne agevolmente la storia grazie a La nascita del Purgatorio, un libro molto documentato e di grande interesse, scritto dallo storico medievalista Jacques Le Goff.
Prima della Chiesa, nessun’altra religione aveva concepito l’esistenza di un luogo transitorio, non eterno, predisposto per accogliere le anime purganti nello spazio temporale compreso tra la morte del singolo e il giudizio universale, allo scopo di consentirgli l’accesso, sia pure dilazionato, nel regno dei cieli, dopo un’opportuna purga dei suoi peccati. Tutte le altre religioni occidentali riservavano ai morti un luogo unico, grigio e indistinto come l’Averno dei Romani; oppure due luoghi diametralmente opposti, uno eternamente felice per le anime beate e uno eternamente infelice per le anime dannate.
La Chiesa, invece, introdusse una terza possibilità: chi non è compiutamente virtuoso (e, quindi, meritevole dell’immediata ascesa in Paradiso); chi non è irrimediabilmente dannato (e, quindi, subito punibile con l’immediata discesa nell’inferno), cioè, la maggioranza dei morti secondo la speranza dei loro sopravvissuti, deve scontare in Purgatorio una serie di pene severissime ma transitorie, commisurate alle sue colpe non ancora del tutto mondate.
Così, per la prima volta nella storia delle religioni occidentali, tra l’Inferno e il Paradiso si situa anche il Purgatorio: nuovo spazio, nuova area negoziale, capace di mantenere un ponte tra le anime purganti dei morti e il soccorso che ad esse possono procurare i vivi. I quali, per questo soccorso, debbono guadagnare o acquistare indulgenze, partecipando attivamente ai riti religiosi, frequentando i sacramenti, pagando e facendo donazioni.
La paura del Purgatorio rese più generose le elemosine e più ricchi gli ordini religiosi. Furono i frati degli Ordini mendicanti, e particolarmente i Frati Minori Osservanti, a inventare e diffondere i Monti di Pietà.
Grazie ad essi, le ricchezze accumulate tramite donazioni, beneficenze, indulgenze e penitenze, anziché essere accumulate come facevano gli ordini cavallereschi, venivano prestate in piccole somme ai bisognosi – un poco come oggi il microcredito del premio Nobel Muhammad Junus – chiedendo in cambio un interesse molto minore di quello praticato dai banchieri ebrei.
Poi, via via, alcuni Monti si trasformarono in Casse di Risparmio e altre in Opere Pie, mentre il fascino delle idee capitaliste andava prendendo il sopravvento.



martedì 21 aprile 2020

La lectio sociologica del professor Pellicani

Fonte: Wikipedia
La recente dipartita del prof. Luciano Pellicani (1939 - 2020), morto a Roma nel giorno di Sabato Santo a 81 anni durante la epidemia del coronavirus, mi ha fatto ritornare il ricordo degli anni di studio fatti dal 1973 al 1977 alla Facoltà di Sociologia della Università di Napoli. E il ricordo del dialogo serio e impegnativo che con lui si instaurò per lo studio e la conoscenza sociologica sviluppata nell’ottica storico-filosofica e politica. Il suo era appunto il Corso di Sociologia Politica.
All’indomani  della sua morte molteplici e autorevoli commenti (di accademici, giornalisti e politici) si sono avuti per commemorare il professore emerito della LUISS, che aveva percorso un lungo cammino come autore, docente, giornalista e ideologo del partito socialista quando questo era al governo del centrosinistra in Italia. 
Il mio ricordo del professore è giovanile, e riguarda la comunicazione elegante e rigorosa con cui riusciva ad appassionare gli studenti agli argomenti della sua disciplina d’insegnamento alla quale dava una particolare caratterizzazione di ricerca sapienziale.
Luciano Pellicani non ancora quarantenne faceva parte del corpo docente della facoltà napoletana che allora annoverava tra i professori dei corsi fondamentali Gino Germani, Aldo Fabris, Domenico De Masi, Luigi Lombardi Satriani, Aldo Masullo, Raffaello Franchini, Giuseppe Galasso. I quali insieme producevano un orientamento eclettico degli studi sociologici a Napoli. Un orientamento che si esprimeva nell’intreccio istituzionale storico-filosofico e scientifico-metodologico, e si confrontava con le dimensioni reali della cultura, dell’economia e del potere. 
La Sociologia Politica insegnata da Pellicani rispecchiava quell'orientamento da una prospettiva critica fortemente motivata ed offriva interessanti chiavi di lettura e di approfondimento della materia studiata, soprattutto in relazione alla comprensione delle ideologie politiche in Italia e nel mondo contemporaneo. 
Ricordo che al colloquio d’esame, che mi sembrava interminabile, egli verificava sia la preparazione generale fatta sui testi istituzionali consigliati e sia la capacità di ragionamento su argomenti e idee che presupponevano punti vista e giudizi personali. Si parlò di Autori, di Teorie e di Storia della Sociologia, di istituzioni e rivoluzioni; della realtà storica italiana, di liberalismo, di socialismo, di comunismo, di fascismo, di democrazia; di cattolici e laici. Non era facile avere un buon voto con il prof. Pellicani, ma egli intese valutare l’esame con un 30, senza lode. I miei interessi di studio si orientarono poi verso la tesi finale in Sociologia del Lavoro, che si avvalse anche dei notevoli contributi conoscitivi recuperati dalle piste di ricerca della disciplina di Pellicani.

Università di Napoli

Nella settimana dopo Pasqua di quest’anno, trascorsa in casa e nel distanziamento sociale imposto dall’epidemia del coronavirus, ho avuto occasione di rivedere il significato del rapporto formativo vissuto con la buonanima del prof. Pellicani. Fin da giovane sono stato esistenzialmente motivato testimone dalla fede cristiana, e per questo nel 2006 sono stato ordinato diacono di Santa Madre Chiesa dal Vescovo della mia diocesi. Nella sede dell’esame con Pellicani ebbi l’impressione che questa testimonianza era stata percepita dal professore che colse, da laico convinto, l’opportunità di un dialogo epistemologico liberato da riferimenti ideologici, ovvero religiosi, e basato sulla stima dell’interlocutore.
Corrispettivamente mi perviene da alcuni testi di Pellicani una impressione ineffabile che riguarda una certa lettura del sociale, che appare talvolta una vera lectio (sulla Storia della Salvezza) con spunti meditativi di carattere biblico e religioso. Questi testi hanno evidentemente valore descrittivo e di spiegazione di dinamiche umane e relazionali complesse, che attengono la motivazione ideologica del comportamento di popoli movimenti e leaders.
Il pensiero di fondo della sociologia di Pellicani, espresso in maniera vasta ed articolata nelle molteplici opere scritte sia per motivi trattatistici e sia a fini divulgativi, è di una semplicità sorprendente. Esso parte dall’essere dell’uomo, inteso come persona e comunità, che diviene nel tempo cultura e storia, percorrendo le vie della tradizione e del progresso, realizzando istituzioni e cambiamenti, conflitto e modernizzazione, mantenendo una certa tensione escatologica. 
Ad onorare il dialogo — che Pellicani alla maniera di Weber ritiene capace di mantenere viva la nostra cultura quando si esprime “sul conflitto dei valori piuttosto che sulla loro armonia” — recupero alcuni brani pubblicati in rete ed utilizzabili nel contesto di un dibattito tra il pensiero laico e la fede cristiana. 

La vocazione del Sociologo
Tenuta nell’inverno 1917-18, la conferenza Wissenschaft als Beruf può essere considerata il testamento spirituale di Max Weber. In essa, egli ha tracciato in maniera magistrale la sua concezione del ruolo dello scienziato sociale: un ruolo che, come indica il duplice valore semantico della parola Beruf, è sia una “professione” che una “vocazione”. Una professione poiché, nel modo moderno, lo scienziato sociale non può non essere uno specialista: lo impone la legge della divisione del lavoro, che domina sovrana lo sviluppo della società industriale, i cui imperativi funzionali hanno reso del tutto obsoleta la figura del dilettante. Nello stesso tempo, però, lo scienziato sociale deve essere vissuto da una sorta di “ebbrezza mistica” poiché nulla ha veramente valore per l’uomo se non suscita una dedizione appassionata. Solo se serve disinteressatamente il proprio oggetto, facendosi completamente assorbire da esso, lo studioso di professione può rimanere fedele alla sua vocazione, che è quella di servire il “Dio della scienza”. Il quale è un Dio esclusivo, geloso, persino tirannico. Egli non può tollerare che i suoi fedeli compiano sacrifici davanti all’altare di altre divinità. 
(da: L. Pellicani, Il dramma della morte di Dio – Sull’idea di sociologia di Max Weber, 2016).

Cultura e Storia 
La società prima di essere una realtà politica o economica, è una realtà culturale, il sociale […] è quel complesso di credenze, di miti, di valori, di norme, di aspettative che operano nell’individuo, ma che non sono, propriamente parlando, dell’individuo, bensì della collettività anonima: sono di tutti e di nessuno e costituiscono il quadro istituzionale entro cui si svolgono le relazioni sociali.
Dalla scoperta della dimensione culturale della società […] deriva un arricchimento della definizione aristotelica di uomo: l’uomo, per la tradizione sociologica, è un essere sociale non solo e non tanto perché vive a nativitate in una società, ma anche e soprattutto perché la società vive in lui sotto forma di cultura interiorizzata.
La cultura — vale dire tutto ciò che, pur essendo stato creato dagli uomini, attraverso il processo di istituzionalizzazione si è reso indipendente dalla loro volontà e ha acquistato il carattere di impersonale norma agendi — imbeve l’individuo come l’acqua la spugna. Essa, avvolgendo l’uomo in una rete di simboli, di rappresentazioni, di ideali, di valori e di disvalori, socializza persino la parte più intima della sua personalità.
[…] Si può quindi affermare che l’uomo è un animale culturale, plasmato, educato, orientato, disciplinato dalla società in cui è stato socializzato. E poiché la cultura ha una storia — anzi: è storia —, si può affermare parimenti che l’uomo è un animale storico che vive in e di una particolare tradizione. Donde il principio metodologico secondo cui per spiegare e comprendere l’agire di un uomo non è sufficiente utilizzare variabili biologiche e psicologiche; occorre anche fare uso di variabili sociologiche, quali le credenze, i valori collettivi, le norme istituzionalizzate, le aspettative di ruolo, tutti elementi che la società ha iniettato nell’individuo operando nei suoi confronti come una gigantesca macchina pedagogica. 
(da: L. Pellicani, La sociologia, coscienza critica della Modernità, 1988 – Testo utilizzato per motivi pedagogici da: I. Cantoni, La civiltà cristiana come atto d’amore verso i «poveri» e i «piccoli», Cristianità n. 386 - 2017).

Secolarizzazione
Certo, grazie alla secolarizzazione, gli europei sono usciti dallo stato minorile, si sono emancipati dalla tutela del sacerdotium (il potere spirituale del clero) e del regnum (il potere temporale dei principi) e sono riusciti a istituzionalizzare lo Stato costituzionale, la democrazia rappresentativa e quel sistema di libertà e di diritti che ha permesso la nascita della figura del cittadino. Ma può la secolarizzazione espandersi illimitatamente senza intaccare la base ideologica che sostiene e alimenta la solidarietà sociale? La teoria sociologica ci insegna che la piena vigenza di un sistema di credenze e di valori vissuti acriticamente è il cemento spirituale di ogni società, ciò che trasforma un aggregato di individui in una comunità morale animata da un idem sentire
(da: L. Pellicani. Modernizzazione e secolarizzazione, 1997)

La credenza messianica
Strettamente legata alla visione millenaristica della storia e al tema escatologico della “fine dei tempi” è la credenza messianica. Questa non si limita a profetare l’avvento di una nuova era; essa indica anche l’”unto del Signore” – il Messia, per l’appunto – inviato ad annunciare e a realizzare la liberazione di coloro che soffrono sotto il giogo dei malvagi. Nella figura del messia si trovano concentrati, e con la massima purezza, i tratti tipici del portatore di carisma, così come sono stati magistralmente descritti da Max Weber. Straordinarie sono la sua personalità e la sua autorità morale poiché straordinaria è la sua missione. Egli sente di essere chiamato a rovesciare il “mondo rovesciato” affinché la promessa di salvezza si materializzi e la realtà si conformi alla volontà divina. Il suo ruolo escatologico, pertanto, non è solo religioso, ma anche politico-sociale. Egli è l’impersonale strumento di cui Dio si serve per porre fine allo stato di cose esistente, nel quale i giusti vivono con la dolorosa coscienza — e con il risentimento che tale coscienza genera spontaneamente — di essere vittime di intollerabili soprusi. La redenzione che egli promette, sulla base di una precisa diagnosi-terapia dei mali che infestano il mondo, è una liberazione terrena oltre che una rigenerazione spirituale. 
(da: L. Pellicani, Dall’Apocalisse alla Rivoluzione, in: Le rivoluzioni: miti e realtà, 2019).

Radici pagane e speranza cristiana
Per Ratzinger, l’essenza del pensiero cristiano si cristallizza nell’idea che «non sono gli elementi del cosmo, le leggi della materia che in definitiva governano il mondo e l’uomo, ma un Dio personale governa le stelle, cioè l’universo; non le leggi della materia e dell’evoluzione sono l’ultima istanza, ma ragione, volontà, amore – una Persona. E se conosciamo questa Persona e Lei conosce noi, allora veramente l’inesorabile potere degli elementi materiali non è più l’ultima istanza; allora non siamo schiavi dell'universo e delle sue leggi, allora siamo liberi».
Poiché il presupposto della scienza è che tutti i fenomeni osservabili debbono essere spiegati proprio in termini di leggi naturali ed elementi materiali, senza alcun riferimento ad esseri soprannaturali, questa interpretazione del cristianesimo si palesa come intrinsecamente antiscientifica. 
[…] Non è una posizione nuova, ma perché ribadirla proprio ora con la forza di un’enciclica? La lettera papale deve essere interpretata con un occhio ai temi scottanti del momento. In particolare, al dibattito sulla laicità degli Stati, sulle radici culturali dell’Europa e sulle biotecnologie. Leggendo la Spe Salvi ho avuto la forte impressione che il Pontefice stesse rispondendo innanzitutto al libro di Luciano Pellicani, Le radici pagane dell’Europa. Impressione avvalorata dalla dichiarazione rilasciata alla stampa da Ratzinger il giorno successivo alla pubblicazione dell’enciclica: «Contro il paganesimo dei nostri giorni riscopriamo la bellezza e la profondità della speranza cristiana». Con questa frase, intendeva illustrarne il messaggio centrale. 
(da: R. Campa, Ratzinger contro Bacone, MondOperaio 3/4 2008). 

Tra i molti e autorevoli commenti scritti in memoria di Luciano Pellicani ho potuto leggere testimonianze riferite a tratti etici della sua personalità, alla speranza laica ed umanitaria, alla disposizione alla convivialità, al dialogo, alla solidarietà e all’aiuto alle persone in difficoltà; tratti che hanno portato qualche suo amico, anche negli ambienti ecclesiali, a considerarlo praticamente cristiano. A questo proposito si può leggere su L’Opinione la testimonianza di L. Leante posta a conclusione di una lunga scheda commemorativa della figura e dell’opera del professore:

Voglio concludere testimoniando un aspetto umano – ma anche culturale – di Luciano Pellicani. Nonostante il suo anticlericalismo e anticristianesimo ideologico, erano fortemente cristiani sia il suo socialismo, sia il suo liberalismo, sia le sue stesse critiche – di carattere soprattutto etico – al cristianesimo teologico e all’azione pratica della Chiesa (si veda per esempio il suo pamphlet Le radici pagane dell’Europa). Essi grondavano tutti di etica cristiana e di carità cristiana che tra l’altro praticava con i fatti. Quando, per esempio, Luciano veniva a sapere che un suo amico era ammalato o necessitava di un qualche sostegno, ne diveniva un assiduo e quasi quotidiano visitatore e si prodigava in tutti i modi. Era molto più cristiano di tanti “cristiani”. Ma quando glielo facevo notare si arrabbiava.

Sui portali della LUISS e di RAINEWS 24 si possono leggere altre testimonianze ufficiali. 
Una buona disamina dei libri scritti da Luciano Pellicani si può fare sui portali di IBS e di Rubbettino Editore, oltre che nel Catalogo delle Biblioteche Universitarie.

domenica 5 febbraio 2017

Il sacro significato del lavoro e dell’attività umana

Rileggendo qualche capitolo della tesi di laurea in Sociologia del Lavoro, a distanza di un quarantennio dalla sua discussione accademica, ho rivissuto con un certo compiacimento i ragionamenti fatti per delineare il quadro teorico dei concetti utilizzati per la trattazione dell’argomento: una disamina sociologica delle problematiche scientifiche ed ideologiche legate al lavoro dell’uomo nella società contemporanea e una ricerca sul suo senso storico.


In questo pomeriggio domenicale mi sono quindi inoltrato ancora un poco, con qualche lettura di approfondimento di carattere teologico, sul percorso iniziato con quella giovanile ricerca, ed ho rinvenuto così il brano sull’attività umana leggibile ai numeri 35-36 della Gaudium et spes, la Costituzione pastorale del Vaticano II sulla Chiesa nel mondo contemporaneo. Il dono ecclesiale di un orizzonte di sacro significato del lavoro e dell’attività umana. 


Da Gs 35-36

L’attività umana, come deriva dall’uomo, così è ordinata all’uomo. L’uomo, infatti, quando lavora, non soltanto modifica le cose e la società, ma anche perfeziona se stesso. Apprende molte cose, sviluppa le sue facoltà, è portato a uscire da sé e a superarsi. Tale sviluppo, se è ben compreso, vale più delle ricchezze esteriori che si possono accumulare. L’uomo vale più per quello che è che per quello che ha.
Parimenti tutto ciò che gli uomini compiono allo scopo di conseguire una maggiore giustizia, una più estesa fraternità e un ordine più umano nei rapporti sociali, ha più valore dei progressi in campo tecnico. Questi, infatti, possono fornire, per così dire, la materia alla promozione umana, ma da soli non valgono in nessun modo ad effettuarla.

Ecco dunque qual è la norma dell’attività umana. Secondo il disegno di Dio e la sua volontà l’attività dell’uomo deve corrispondere al vero bene dell’umanità, e permettere agli individui, sia in quanto singoli che quali membri della collettività, di coltivare e di attuare la loro integrale vocazione.
Molti nostri contemporanei, però, sembrano temere che, se si fanno troppo stretti i legami tra attività umana e religione, venga impedita l’autonomia degli uomini, delle società, delle scienze. Ora se per autonomia delle realtà terrene intendiamo che le cose create e le stesse società hanno leggi e valori propri, che l’uomo gradatamente deve scoprire, usare e ordinare, allora si tratta di una esigenza legittima, che non solo è postulata dagli uomini del nostro tempo, ma anche è conforme al volere del Creatore. Infatti è dalla stessa loro condizione di creature che le cose tutte ricavano la loro propria consistenza, verità, bontà, le loro leggi proprie e il loro ordine; e tutto ciò l’uomo è tenuto a rispettare, riconoscendo le esigenze di metodo proprie di ogni singola scienza o arte. Perciò se la ricerca metodica di ogni disciplina procede in maniera veramente scientifica e secondo le norme morali, non sarà mai in reale contrasto con la fede, perché le realtà profane e le realtà della fede hanno origine dal medesimo Dio. Anzi, chi si sforza con umiltà e con perseveranza di scandagliare i segreti della realtà, anche senza che egli se ne avveda, viene come condotto dalla mano di Dio, il quale, mantenendo in esistenza tutte le cose, fa che siano quello che sono. A questo punto, ci sia concesso di deplorare certi atteggiamenti mentali, che talvolta non mancano nemmeno tra i cristiani. Alcuni per non avere sufficientemente percepito la legittima autonomia della scienza, suscitano contese e controversie e pervertono molti spiriti a tal punto da farli ritenere che scienza e fede si oppongano tra loro.
Se però con l’espressione «autonomia delle realtà temporali» si intende che le cose create non dipendono da Dio, che l’uomo può adoperarle senza riferirle al Creatore, allora tutti quelli che credono in Dio avvertono quanto false siano tali opinioni. La creatura, infatti, senza il Creatore svanisce.

La Gaudium et spes sul portale del Vaticano

martedì 28 luglio 2015

Ricordo del professore Aldo Fabris

Una domenica mattina della primavera del 1977 ci recammo, Peppe ed io, all'appuntamento con il prof. Aldo Fabris per rifinire contenuti e forma delle nostre tesi di laurea in Sociologia del Lavoro, che avremmo poi discusso, con lui Relatore, laureandoci con votazione eccellente il 4 luglio successivo. Il ricordo di quella domenica, sempre caro, è riaffiorato una di queste sere mentre svolgevo una ricerca in rete e ho letto di sfuggita il link che portava al portale del Premio Aldo Fabris – Premio Italiano per la Formazione e Valorizzazione del Capitale Umano (premiofabris.it).
Il prof. Aldo Fabris quella mattina ci attendeva nella sua stanza al 24° piano dell'Hotel Ambassador (ex Jolly Hotel) il grattacielo situato al centro di Napoli a pochi passi da Piazza Municipio. Ricordo le emozioni per l'incontro con il nostro Docente e per l'alta prospettiva che il luogo proponeva sul panorama napoletano. Il sentimento dell' “altezza” della situazione fu per me predominante: con l'animo dello studente recepivo la grande importanza di quel colloquio diretto con il Professore, peraltro molto alto fisicamente, che ci accolse con familiarità e subito presentò l'elenco dei suoi rilievi e dei suoi suggerimenti per le nostre tesi che aveva letto con attenzione e grande interesse. Credo che quell'incontro con noi due suoi studenti fosse per lui uno dei motivi più importanti per la sua venuta a Napoli, in aereo da Parigi dove, come egli stesso ci disse, aveva accompagnato la sua Signora per una Mostra d'Arte. Un incontro sapienziale e di grande gentilezza che mai ho dimenticato, come credo sia capitato anche a Peppe. Non ho mai dimenticato neppure il particolare della raccomandazione che mi rivolse salutandoci: “Mi raccomando: soprattutto con due t.

Il pensiero circa l'esistenza di un Premio Aldo Fabris per gli studi del Management e delle Risorse Umane mi ha fatto temere che il nostro Professore fosse ormai defunto e che il premio fosse stato istituito in sua memoria. E così ho letto un poco dai comunicati del Premio:
si ispira alla figura de prof. Aldo Fabris, ed ha lo scopo di promuovere tra i giovani attivita' di studio e ricerca sulle organizzazioni per lo sviluppo della cultura manageriale intesa come fattore fondamentale di crescita economica nazionale. Fabris, un caposcuola nella formazione e nell'organizzazione aziendale, era stato per numerosi anni direttore dell'Ifap Istituto di formazione dell'Iri, docente presso l'Universita' di Bari e autore di numerosi libri e pubblicazioni sul tema degli studi organizzativi degli ultimi trenta anni”.

Il mio ricordo del Professore, e credo anche quello di Peppe, ha le connotazioni contestuali della nostra relazione formativa ed universitaria. Ma dopo tanti anni ho avvertito l'esigenza di approfondire la conoscenza della sua figura umana. Non ho trovato molto nel corso della mia ricerca che ho provato a fare con l'ausilio della rete, ma il poco è significativo. Nel 1996 si è celebrato il quinto anniversario della sua dipartita con un Mostra fotografica organizzata nella sede di Roma dell' IRI Management. Dal portale del Premio Aldo Fabris, con notizie e bibliografia, è possibile recuperare una foto del volto del Professore. Dalla lettura on line di alcune pagine di un libro edito da Franco Angeli editore (U. Morelli - G. Varchetta, Cronaca della formazione manageriale in Italia: 1946-1996), e specificamente dalla memoria scritta da U. Morelli è possibile ricavare interessantissimi tratti della figura umana del Prof. Aldo Fabris. Li leggiamo volentieri: