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sabato 19 marzo 2022

PADRE NELL'OMBRA


Patris corde
(Con cuore di Padre) è il titolo della Lettera Apostolica che il Santo Padre Francesco scrisse sul finire del 2020 in onore di San Giuseppe per celebrarne il patrocinio sulla Chiesa Universale. 
Durante la Quaresima dell’anno successivo (2021), in piena pandemia di covid19, si tennero una serie di conferenze serotine nella Basilica Pontificia di San Sossio in Frattamaggiore (Diocesi di Aversa) per trattare singolarmente i 7 capitoli del documento pontificio. 
Ogni capitolo venne presentato a cura di una delle 7 comunità parrocchiali del paese. Alla Parrocchia dell’Assunta toccò di trattare l’ultimo capitolo (Padre nell’ombra appunto) insieme con una sintesi della Lettera Apostolica.
Come diacono ebbi l’incarico di coordinare l’intervento della comunità parrocchiale dell’Assunta, che fu realizzato con la collaborazione di tutte le sue componenti, ministri gruppi e giovani. 
A distanza di un anno, oggi 19 Marzo 2022, in occasione della solennità di San Giuseppe e della ricorrenza del XVI anniversario della ordinazione diaconale, che ricevetti dal Vescovo Mario Milano proprio nella Basilica di San Sossio insieme con il confratello Lorenzo Costanzo, rileggo alcuni spunti del testo che preparai per la presentazione multimediale in 7 diapositive affidata alla Parrocchia dell’Assunta.

1

I – CON CUORE DI PADRE 

Con la Lettera Apostolica Patris Corde e con l’indizione di un Anno speciale, Papa Francesco rinnova l’affidamento della Chiesa al patrocinio di San Giuseppe. (Dichiarato Patrono della Chiesa Cattolica da Pio IX l’8 dicembre 1870).

La riflessione di Papa Francesco inizia con il riferimento ai tempi difficili e luttuosi che motivano il ricorso al patrocinio di San Giuseppe; e si sviluppa con un approccio sia biblico e sia pastorale, descrivendo i tratti della paternità di Giuseppe.

2

Le parole dell’esordio. Con cuore di padre: così Giuseppe ha amato Gesù, chiamato nei quattro Vangeli “il figlio di Giuseppe”.

I quattro Vangeli. Non è costui il falegname, il figlio di Maria (Mc 6,3) … il figlio del falegname (Mt 13,55) … il figlio di Giuseppe (Lc 4,22) … Costui non è forse Gesù, il figlio di Giuseppe (Gv 6,42)?

Il significato della paternità di Giuseppe è intrecciato da Papa Francesco con il racconto dei Vangeli, dalla nascita al ministero pubblico di Gesù. Giuseppe è l’uomo giusto, lo sposo casto e provvidente che accoglie Maria e il figlio, che si tiene in ascolto della parola che gli viene da Dio. Egli è così figura esemplare del credente che a lui fa riferimento nelle scelte fondamentali della vita.

3

Questo significato è anche intrecciato con le indicazioni del Magistero Pontificio sul ruolo di Giuseppe nella Storia della Salvezza. Egli è Patrono della Chiesa Cattolica (Pio IX), Patrono dei Lavoratori (Pio XII), Custode del Redentore (Giovanni Paolo II), Patrono della buona morte (CCC). 

Papa Francesco, Patris corde. Dopo Maria, Madre di Dio, nessun Santo occupa tanto spazio nel Magistero pontificio quanto Giuseppe, suo sposo”. 

Lo scopo di questa Lettera Apostolica è quello di accrescere l’amore verso questo grande Santo, per essere spinti a implorare la sua intercessione e per imitare le sue virtù e il suo slancio”.

Tutti possono trovare in San Giuseppe, l’uomo che passa inosservato, l’uomo della presenza quotidiana, discreta e nascosta, un intercessore, un sostegno e una guida nei momenti di difficoltà”.

4

Il Santo Padre con la sua riflessione sull’esempio di San Giuseppe intende riportare al centro dell’attenzione una paternità vissuta con spirito di servizio e di adesione alla volontà di Dio. 

San Giuseppe è il Padre Amato, il Padre della Tenerezza, il Padre dell’Obbedienza, il Padre dell’Accoglienza, il Padre del Coraggio Creativo, il Padre Lavoratore, il Padre nell’Ombra. 

Sono i sette tratti proposti da Papa Francesco che le Parrocchie frattesi hanno voluto insieme approfondire nei lunedì quaresimali di quest’anno.




II – PADRE NELL’OMBRA

5

Padre nell’ombra. E’ il tratto conclusivo di stasera affidato all’approfondimento della Parrocchia dell’Assunta. 

Anche nella riflessione su questo tratto, arricchita con metafore suggestive, il Santo Padre opera un approccio sia biblico e sia pastorale; richiamando esplicitamete ed implicitamente i passi e i luoghi della Sacra Scrittura, ed ispirandosi al Magistero dei suoi predecessori, soprattutto alla Redemptoris Custos di San Giovanni Paolo II.

Dalla tradizione ecclesiale il Santo Padre recupera l’acclamazione “Benedetto San Giuseppe suo castissimo Sposo”, per connotare una paternità basata sull’amore e sulla libertà. Della immagine letteraria dell’Ombra del Padre, romanzo dello scrittore poloacco Dobraczynski, egli si serve per delineare il ruolo della particolare e sacra paternità di Giuseppe. 

6

Ne emerge il senso di una paternità, relazionata a Gesù, che è segno e funzione della misteriosa e sacramentale presenza di Dio nella storia, nelle generazioni e nella famiglia umana. E’ sottinteso in questa visione il mistico racconto della Storia Sacra e della Rivelazione Cristiana, che giustifica San Giuseppe come colui che “coopera nella pienezza dei tempi al grande mistero della Redenzione ed è veramente ministro della salvezza [...] mediante l’esercizio della sua paternità”. (Giovanni Paolo II,Redemptoris Custos).

Agli Apostoli, ai Profeti, e alla Chiesa è stato rivelato il mistero nascosto da secoli in Dio, creatore dell'universo” (Ef 1,9); ovvero che le genti sono chiamate, in Cristo Gesù, a condividere la stessa eredità, a formare lo stesso corpo e ad essere partecipi della stessa promessa per mezzo del Vangelo” (Ef 1,6). E “quando venne la pienezza del tempo, Dio mandò il suo Figlio, nato da donna, nato sotto la Legge, per riscattare quelli che erano sotto la Legge, perché ricevessimo l'adozione a figli”. (Gal 4, 4-5).Avvenne che l'angelo Gabriele fu mandato da Dio in una città della Galilea, chiamata Nàzaret, a una vergine, promessa sposa di un uomo della casa di Davide, di nome Giuseppe. La vergine si chiamava Maria.” (Lc 1,26-27).

Così fu generato Gesù Cristo: sua madre Maria, essendo promessa sposa di Giuseppe, prima che andassero a vivere insieme si trovò incinta per opera dello Spirito Santo. Giuseppe suo sposo, poiché era uomo giusto e non voleva accusarla pubblicamente, pensò di ripudiarla in segreto. Mentre però stava considerando queste cose, ecco, gli apparve in sogno un angelo del Signore e gli disse: "Giuseppe, figlio di Davide, non temere di prendere con te Maria, tua sposa. Infatti il bambino che è generato in lei viene dallo Spirito Santo; ella darà alla luce un figlio e tu lo chiamerai Gesù: egli infatti salverà il suo popolo dai suoi peccati". (Mt 1, 18-21)

Quando si destò dal sonno, Giuseppe fece come gli aveva ordinato l'angelo del Signore e prese con sé la sua sposa; senza che egli la conoscesse, ella diede alla luce un figlio ed egli lo chiamò Gesù”. (Mt 1, 24-25)

I Vangeli dell’infanzia narrano le vicende che evidenziano il ruolo avuto da Giuseppe dalla nascita di Gesù a Betlemme fino al suo ritrovamento tra gli anziani del Tempio di Gerusalemme. Il padre itinerante in ascolto della volontà di Dio, che attraversa il deserto per portare in salvo la sua famiglia in Egitto, e che al tempo opportuno decide di ricondurla in patria a Nazaret; dove Gesù  “cresceva e si fortificava, pieno di sapienza, e la grazia di Dio era su di lui”. (Lc 2,40)

Giuseppe l’uomo giusto nella tradizione del suo popolo, che nella sua famiglia, nella relazione sponsale con Maria e nella relazione educativa con Gesù, diviene il segno della paternità di Dio.

I suoi genitori si recavano ogni anno a Gerusalemme per la festa di Pasqua. Quando egli ebbe dodici anni, vi salirono secondo la consuetudine della festa. Ma, trascorsi i giorni, mentre riprendevano la via del ritorno, il fanciullo Gesù rimase a Gerusalemme, senza che i genitori se ne accorgessero. Credendo che egli fosse nella comitiva, fecero una giornata di viaggio e poi si misero a cercarlo tra i parenti e i conoscenti; non avendolo trovato, tornarono in cerca di lui a Gerusalemme. Dopo tre giorni lo trovarono nel tempio, seduto in mezzo ai maestri, mentre li ascoltava e li interrogava. E tutti quelli che l'udivano erano pieni di stupore per la sua intelligenza e le sue risposte. Al vederlo restarono stupiti, e sua madre gli disse: "Figlio, perché ci hai fatto questo? Ecco, tuo padre e io, angosciati, ti cercavamo". Ed egli rispose loro: "Perché mi cercavate? Non sapevate che io devo occuparmi delle cose del Padre mio?". Ma essi non compresero ciò che aveva detto loro. Scese dunque con loro e venne a Nàzaret e stava loro sottomesso. Sua madre custodiva tutte queste cose nel suo cuore. E Gesù cresceva in sapienza, età e grazia davanti a Dio e agli uomini.” (Lc 2, 41-52)

La riflessione di Papa Francesco su Giuseppe si propone con un orizzonte etico e pedagogico: “La paternità che rinuncia alla tentazione di vivere la vita dei figli spalanca sempre spazi all’inedito. Ogni figlio porta sempre con sé un mistero, un inedito che può essere rivelato solo con l’aiuto di un padre che rispetta la sua libertà”.

La riflessione del Santo Padre si dipana tra l’Ombra e il Segno del Padre, tra la Custodia e la Castità. L’ispirazione è ancora biblica e pastorale. 

Mosè ricorda a Israele: “Nel deserto [...] hai visto come il Signore, tuo Dio, ti ha portato, come un uomo porta il proprio figlio, per tutto il cammino” (Dt 1,31). Così Giuseppe ha esercitato la paternità per tutta la sua vita. [25 Redemptoris custos]

Il Signore è il tuo custode, il Signore è la tua ombra e sta alla tua destra. Sal 121,5

Quanto è prezioso il tuo amore, o Dio! Si rifugiano gli uomini all'ombra delle tue ali. Sal 36,8

Chi abita al riparo dell'Altissimo passerà la notte all'ombra dell'Onnipotente. Sal 91,1

Le rispose l'angelo: "Lo Spirito Santo scenderà su di te e la potenza dell'Altissimo ti coprirà con la sua ombra. Perciò colui che nascerà sarà santo e sarà chiamato Figlio di Dio. Lc 1,35

Venne una nube che li coprì con la sua ombra e dalla nube uscì una voce: "Questi è il Figlio mio, l'amato: ascoltatelo!". Mc 4,7

Non chiamate “padre” nessuno di voi sulla terra, perché uno solo è il Padre vostro, quello celeste. Mt 23,9

Il Padre celeste, che «fa sorgere il sole sui cattivi e sui buoni, e fa piovere sui giusti e sugli ingiusti”. Mt 5,45 

7

Laudato sie mi’ Signore, cum tucte le tue creature, spetialmente messor lo frate sole, lo qual è iorno, et allumini noi per lui. Et ellu è bellu e radiante cum grande splendore, de te, Altissimo, porta significatione. (S. Francesco, Cantico delle creature)

La Parola del Padre celeste dona luce di santità alla paternità casta di Giuseppe, al suo dono d’amore e alla sua libertà. 

Papa Francesco (Patris Corde). Forse per questo, accanto all’appellativo di padre, a Giuseppe la tradizione ha messo anche quello di “castissimo”. Non è un’indicazione meramente affettiva, ma la sintesi di un atteggiamento che esprime il contrario del possesso. La castità è la libertà dal possesso in tutti gli ambiti della vita. Solo quando un amore è casto, è veramente amore. L’amore che vuole possedere, alla fine diventa sempre pericoloso, imprigiona, soffoca, rende infelici. Dio stesso ha amato l’uomo con amore casto, lasciandolo libero anche di sbagliare e di mettersi contro di Lui. La logica dell’amore è sempre una logica di libertà, e Giuseppe ha saputo amare in maniera straordinariamente libera. Non ha mai messo sé stesso al centro. Ha saputo decentrarsi, mettere al centro della sua vita Maria e Gesù. La felicità di Giuseppe non è nella logica del sacrificio di sé, ma del dono di sé.”

La santità, come quella di Giuseppe, diviene così esemplare per tutti i fedeli che per vocazione perseguono “la perfezione del proprio stato”. Infatti ogni vera vocazione, matrimoniale o religiosa e consacrata, “nasce dal dono di sé che è la maturazione del semplice sacrificio”. E così diviene “segno della bellezza e della gioia dell’amore”.


ICONE


Caravaggio – San Giuseppe padre nell’ombra alla luce della Sacra Scrittura

De Ribera – San Giuseppe padre nell’ombra Casto, Custode e Guida

Assunta – San Giuseppe padre educatore nella paideia familiare

Basilica – San Giuseppe padre casto nella sintesi cultuale


San Giuseppe dormiente: Il sonno del fedele nella tradizione popolare

Mi cocco e m’addormo sotto ‘o manto r’a Maronna

Mi cocco e m’addirizzo sotto ‘o manto di Gesù Cristo.


 LA LETTERA APOSTOLICA DI PAPA FRANCESCO


lunedì 27 aprile 2020

Ad aram: cammino di solitudine in tempo di epidemia, memoria e preghiera


Due immagini romane racchiudono i giorni primaverili dal 27 marzo al 25 aprile di quest’anno vissuti nel mondo e in Italia. La prima è l’immagine vespertina di papa Francesco, che cammina solitario al centro di Piazza San Pietro verso il sagrato della Basilica per recarsi a pregare il Signore che liberi il mondo dalla pandemia e stia accanto all’umanità sofferente. La seconda è quella mattutina del Presidente della Repubblica Sergio Mattarella che si introduce solitario all’Altare della Patria, per porgere a nome di tutti gli Italiani l’omaggio alla tomba del Milite Ignoto, nel giorno celebrativo della Liberazione che viene vissuto nel distanziamento sanitario dei cittadini per arginare l’epidemia imperversante. Il gesto della solitudine ha avuto un valore altamente simbolico e comunitario, rappresentativo sia dell’universalità dei credenti per papa Francesco e sia di tutti gli italiani per il presidente Mattarella.

Nel giro di qualche mese, dalla metà di dicembre 2019, il contagio di coronavirus (COVID-19) che sembrava avere il focolaio circoscritto alla Cina ha assunto i caratteri di una letale pandemia mondiale che ha coinvolto in modo drammatico l’Italia a partire dalle sue regioni settentrionali. Il sistema nazionale della Sanità e della Protezione Civile è stato sottoposto ad un severo impegno per far fronte ad una influenza imprevista che ha procurato decine di migliaia di contagi e alte percentuali di ricoveri e di morti. Si sono dovute adottare misure di controllo e di contenimento del contagio che hanno fatto leva sul “rimanere a casa“ della popolazione (Decreto #IORESTOACASA), sul “distanziamento sociale” con divieto di assembramenti, e sull’utilizzo di dispositivi di sicurezza sanitaria come tamponi, mascherine e sanificazioni.


La reazione all’epidemia messa in atto dall’Italia ha avuto effetti dimostrativi anche per i comportamenti e le soluzioni adottate nelle altre nazioni europee e mondiali, che nel prosieguo del tempo si sono trovate coinvolte nel contagio divenuto pandemico. L’OMS (Organizzazione Mondiale della Sanità) ha dato pieno sostegno alle misure adottate dall’Italia; la comunità scientifica internazionale si è prodotta in uno sforzo continuo di ricerca operativa e di conoscenza statistica e previsionale del fenomeno virale, al fine di preparare vaccini e fornire le istituzioni governative di elementi utili alla gestione delle relazioni produttive e degli interventi sanitari.


Notevole è apparsa in questi frangenti di restrizioni fisiche la variazione della dinamica comportamentale e motivazionale della popolazione, sia a livello personale e sia a livello comunitario. Si è fatto sentire acutamente lo stimolo di una consapevolezza più attenta dei limiti e dei significati dell’esistenza umana, l’esigenza di una comunicazione basata sulla reciprocità e sulla speranza; di un pensiero e di una religiosità che ripropongano e testimonino il senso sacro della Vita e del Creato.
   Riporto stralci testuali della preghiera del Papa e del messaggio del Presidente per il 25 aprile.


MEDITAZIONE DEL SANTO PADRE
momento straordinario di preghiera in tempo di epidemia
presieduto da papa Francesco
Sagrato della Basilica di San Pietro
Venerdì, 27 Marzo 2020


«Venuta la sera» (Mc 4,35). Così inizia il Vangelo che abbiamo ascoltato. Da settimane sembra che sia scesa la sera. Fitte tenebre si sono addensate sulle nostre piazze, strade e città; si sono impadronite delle nostre vite riempiendo tutto di un silenzio assordante e di un vuoto desolante, che paralizza ogni cosa al suo passaggio: si sente nell’aria, si avverte nei gesti, lo dicono gli sguardi. Ci siamo trovati impauriti e smarriti. Come i discepoli del Vangelo siamo stati presi alla sprovvista da una tempesta inaspettata e furiosa. Ci siamo resi conto di trovarci sulla stessa barca, tutti fragili e disorientati, ma nello stesso tempo importanti e necessari, tutti chiamati a remare insieme, tutti bisognosi di confortarci a vicenda. Su questa barca… ci siamo tutti. Come quei discepoli, che parlano a una sola voce e nell’angoscia dicono: «Siamo perduti» (v. 38), così anche noi ci siamo accorti che non possiamo andare avanti ciascuno per conto suo, ma solo insieme.
È facile ritrovarci in questo racconto. Quello che risulta difficile è capire l’atteggiamento di Gesù. Mentre i discepoli sono naturalmente allarmati e disperati, Egli sta a poppa, proprio nella parte della barca che per prima va a fondo. E che cosa fa? Nonostante il trambusto, dorme sereno, fiducioso nel Padre – è l’unica volta in cui nel Vangelo vediamo Gesù che dorme –. Quando poi viene svegliato, dopo aver calmato il vento e le acque, si rivolge ai discepoli in tono di rimprovero: «Perché avete paura? Non avete ancora fede?» (v. 40).
Cerchiamo di comprendere. In che cosa consiste la mancanza di fede dei discepoli, che si contrappone alla fiducia di Gesù? Essi non avevano smesso di credere in Lui, infatti lo invocano. Ma vediamo come lo invocano: «Maestro, non t’importa che siamo perduti?» (v. 38). Non t’importa: pensano che Gesù si disinteressi di loro, che non si curi di loro. Tra di noi, nelle nostre famiglie, una delle cose che fa più male è quando ci sentiamo dire: “Non t’importa di me?”. È una frase che ferisce e scatena tempeste nel cuore. Avrà scosso anche Gesù. Perché a nessuno più che a Lui importa di noi. Infatti, una volta invocato, salva i suoi discepoli sfiduciati.
La tempesta smaschera la nostra vulnerabilità e lascia scoperte quelle false e superflue sicurezze con cui abbiamo costruito le nostre agende, i nostri progetti, le nostre abitudini e priorità. Ci dimostra come abbiamo lasciato addormentato e abbandonato ciò che alimenta, sostiene e dà forza alla nostra vita e alla nostra comunità. La tempesta pone allo scoperto tutti i propositi di “imballare” e dimenticare ciò che ha nutrito l’anima dei nostri popoli; tutti quei tentativi di anestetizzare con abitudini apparentemente “salvatrici”, incapaci di fare appello alle nostre radici e di evocare la memoria dei nostri anziani, privandoci così dell’immunità necessaria per far fronte all’avversità.
Con la tempesta, è caduto il trucco di quegli stereotipi con cui mascheravamo i nostri “ego” sempre preoccupati della propria immagine; ed è rimasta scoperta, ancora una volta, quella (benedetta) appartenenza comune alla quale non possiamo sottrarci: l’appartenenza come fratelli.
«Perché avete paura? Non avete ancora fede?». Signore, la tua Parola stasera ci colpisce e ci riguarda, tutti. In questo nostro mondo, che Tu ami più di noi, siamo andati avanti a tutta velocità, sentendoci forti e capaci in tutto. Avidi di guadagno, ci siamo lasciati assorbire dalle cose e frastornare dalla fretta. Non ci siamo fermati davanti ai tuoi richiami, non ci siamo ridestati di fronte a guerre e ingiustizie planetarie, non abbiamo ascoltato il grido dei poveri, e del nostro pianeta gravemente malato. Abbiamo proseguito imperterriti, pensando di rimanere sempre sani in un mondo malato. Ora, mentre stiamo in mare agitato, ti imploriamo: “Svegliati Signore!”.
«Perché avete paura? Non avete ancora fede?». Signore, ci rivolgi un appello, un appello alla fede. Che non è tanto credere che Tu esista, ma venire a Te e fidarsi di Te. In questa Quaresima risuona il tuo appello urgente: “Convertitevi”, «ritornate a me con tutto il cuore» (Gl 2,12). Ci chiami a cogliere questo tempo di prova come un tempo di scelta. Non è il tempo del tuo giudizio, ma del nostro giudizio: il tempo di scegliere che cosa conta e che cosa passa, di separare ciò che è necessario da ciò che non lo è. È il tempo di reimpostare la rotta della vita verso di Te, Signore, e verso gli altri. E possiamo guardare a tanti compagni di viaggio esemplari, che, nella paura, hanno reagito donando la propria vita. È la forza operante dello Spirito riversata e plasmata in coraggiose e generose dedizioni. È la vita dello Spirito capace di riscattare, di valorizzare e di mostrare come le nostre vite sono tessute e sostenute da persone comuni – solitamente dimenticate – che non compaiono nei titoli dei giornali e delle riviste né nelle grandi passerelle dell’ultimo show ma, senza dubbio, stanno scrivendo oggi gli avvenimenti decisivi della nostra storia: medici, infermiere e infermieri, addetti dei supermercati, addetti alle pulizie, badanti, trasportatori, forze dell’ordine, volontari, sacerdoti, religiose e tanti ma tanti altri che hanno compreso che nessuno si salva da solo. Davanti alla sofferenza, dove si misura il vero sviluppo dei nostri popoli, scopriamo e sperimentiamo la preghiera sacerdotale di Gesù: «che tutti siano una cosa sola» (Gv 17,21). Quanta gente esercita ogni giorno pazienza e infonde speranza, avendo cura di non seminare panico ma corresponsabilità. Quanti padri, madri, nonni e nonne, insegnanti mostrano ai nostri bambini, con gesti piccoli e quotidiani, come affrontare e attraversare una crisi riadattando abitudini, alzando gli sguardi e stimolando la preghiera. Quante persone pregano, offrono e intercedono per il bene di tutti. La preghiera e il servizio silenzioso: sono le nostre armi vincenti.
«Perché avete paura? Non avete ancora fede?». L’inizio della fede è saperci bisognosi di salvezza. Non siamo autosufficienti, da soli; da soli affondiamo: abbiamo bisogno del Signore come gli antichi naviganti delle stelle. Invitiamo Gesù nelle barche delle nostre vite. Consegniamogli le nostre paure, perché Lui le vinca. Come i discepoli sperimenteremo che, con Lui a bordo, non si fa naufragio. Perché questa è la forza di Dio: volgere al bene tutto quello che ci capita, anche le cose brutte. Egli porta il sereno nelle nostre tempeste, perché con Dio la vita non muore mai.
Il Signore ci interpella e, in mezzo alla nostra tempesta, ci invita a risvegliare e attivare la solidarietà e la speranza capaci di dare solidità, sostegno e significato a queste ore in cui tutto sembra naufragare. Il Signore si risveglia per risvegliare e ravvivare la nostra fede pasquale. Abbiamo un’ancora: nella sua croce siamo stati salvati. Abbiamo un timone: nella sua croce siamo stati riscattati. Abbiamo una speranza: nella sua croce siamo stati risanati e abbracciati affinché niente e nessuno ci separi dal suo amore redentore. In mezzo all’isolamento nel quale stiamo patendo la mancanza degli affetti e degli incontri, sperimentando la mancanza di tante cose, ascoltiamo ancora una volta l’annuncio che ci salva: è risorto e vive accanto a noi. Il Signore ci interpella dalla sua croce a ritrovare la vita che ci attende, a guardare verso coloro che ci reclamano, a rafforzare, riconoscere e incentivare la grazia che ci abita. Non spegniamo la fiammella smorta (cfr Is 42,3), che mai si ammala, e lasciamo che riaccenda la speranza.
Abbracciare la sua croce significa trovare il coraggio di abbracciare tutte le contrarietà del tempo presente, abbandonando per un momento il nostro affanno di onnipotenza e di possesso per dare spazio alla creatività che solo lo Spirito è capace di suscitare. Significa trovare il coraggio di aprire spazi dove tutti possano sentirsi chiamati e permettere nuove forme di ospitalità, di fraternità, di solidarietà. Nella sua croce siamo stati salvati per accogliere la speranza e lasciare che sia essa a rafforzare e sostenere tutte le misure e le strade possibili che ci possono aiutare a custodirci e custodire. Abbracciare il Signore per abbracciare la speranza: ecco la forza della fede, che libera dalla paura e dà speranza.
«Perché avete paura? Non avete ancora fede?». Cari fratelli e sorelle, da questo luogo, che racconta la fede rocciosa di Pietro, stasera vorrei affidarvi tutti al Signore, per l’intercessione della Madonna, salute del suo popolo, stella del mare in tempesta. Da questo colonnato che abbraccia Roma e il mondo scenda su di voi, come un abbraccio consolante, la benedizione di Dio. Signore, benedici il mondo, dona salute ai corpi e conforto ai cuori. Ci chiedi di non avere paura. Ma la nostra fede è debole e siamo timorosi. Però Tu, Signore, non lasciarci in balia della tempesta. Ripeti ancora: «Voi non abbiate paura» (Mt 28,5). E noi, insieme a Pietro, “gettiamo in Te ogni preoccupazione, perché Tu hai cura di noi” (cfr 1 Pt 5,7).


MESSAGGIO DEL PRESIDENTE DELL REPUBBLICA
in occasione del 25 aprile

Il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella, in occasione del 75° anniversario della Liberazione, si è recato all'Altare della Patria dove ha deposto una corona d'alloro sulla Tomba del Milite Ignoto. La deposizione della corona è avvenuta al di fuori di ogni cerimonia e senza la presenza di autorità.
Il Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, in occasione del 25 aprile ha inviato il seguente messaggio:

«Nella primavera del 1945 l’Europa vide la sconfitta del nazifascismo e dei suoi seguaci.
L’idea di potenza, di superiorità di razza, di sopraffazione di un popolo contro l’altro, all’origine della seconda guerra mondiale, lasciò il posto a quella di cooperazione nella libertà e nella pace e, in coerenza con quella scelta, pochi anni dopo è nata la Comunità Europea.
Oggi celebriamo il settantacinquesimo anniversario della Liberazione, data fondatrice della nostra esperienza democratica di cui la Repubblica è presidio con la sua Costituzione.
La pandemia del virus che ha colpito i popoli del mondo ci costringe a celebrare questa giornata nelle nostre case.
Ai familiari di ciascuna delle vittime vanno i sentimenti di partecipazione al lutto da parte della nostra comunità nazionale, così come va espressa riconoscenza a tutti coloro che si trovano in prima linea per combattere il virus e a quanti permettono il funzionamento di filiere produttive e di servizi essenziali.
Manifestano uno spirito che onora la Repubblica e rafforza la solidarietà della nostra convivenza, nel segno della continuità dei valori che hanno reso straordinario il nostro Paese.
In questo giorno richiamiamo con determinazione questi valori. Fare memoria della Resistenza, della lotta di Liberazione, di quelle pagine decisive della nostra storia, dei coraggiosi che vi ebbero parte, resistendo all’oppressione, rischiando per la libertà di tutti, significa ribadire i valori di libertà, giustizia e coesione sociale, che ne furono alla base, sentendoci uniti intorno al Tricolore.
Nasceva allora una nuova Italia e il nostro popolo, a partire da una condizione di grande sofferenza, unito intorno a valori morali e civili di portata universale, ha saputo costruire il proprio futuro.
Con tenacia, con spirito di sacrificio e senso di appartenenza alla comunità nazionale, l’Italia ha superato ostacoli che sembravano insormontabili.
Le energie positive che seppero sprigionarsi in quel momento portarono alla rinascita. Il popolo italiano riprese in mano il proprio destino. La ricostruzione cambiò il volto del nostro Paese e lo rese moderno, più giusto, conquistando rispetto e considerazione nel contesto internazionale, dotandosi di antidoti contro il rigenerarsi di quei germi di odio e follia che avevano nutrito la scellerata avventura nazifascista.
Nella nostra democrazia la dialettica e il contrasto delle opinioni non hanno mai, nei decenni, incrinato l’esigenza di unità del popolo italiano, divenuta essa stessa prerogativa della nostra identità. E dunque avvertiamo la consapevolezza di un comune destino come una riserva etica, di straordinario valore civile e istituzionale. L’abbiamo vista manifestarsi, nel sentirsi responsabili verso la propria comunità, ogni volta che eventi dolorosi hanno messo alla prova la capacità e la volontà di ripresa dei nostri territori.
Cari concittadini, la nostra peculiarità nel saper superare le avversità deve accompagnarci anche oggi, nella dura prova di una malattia che ha spezzato tante vite. Per dedicarci al recupero di una piena sicurezza per la salute e a una azione di rilancio e di rinnovata capacità di progettazione economica e sociale. A questa impresa siamo chiamati tutti, istituzioni e cittadini, forze politiche, forze sociali ed economiche, professionisti, intellettuali, operatori di ogni settore.
Insieme possiamo farcela e lo stiamo dimostrando.
Viva l’Italia! Viva la Liberazione! Viva la Repubblica!»  




Fonti: ministeriali, ufficiali e di pubblico dominio