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mercoledì 30 maggio 2018

Significati religiosi e storici della traslazione dei Santi Sossio e Severino


La traslazione dell’urna di un santo, da un luogo di originaria custodia ad un altro luogo che assume la funzione di nuovo santuario, per i credenti richiama il simbolo sacro del cammino biblico verso la terra promessa fatto al seguito dell’arca dell’alleanza trasportata dalla tribù sacerdotale: “Poi Giosuè disse ai sacerdoti: «Prendete in spalla l'arca del patto e passate davanti al popolo». Ed essi presero in spalla l'arca del patto e camminarono davanti al popolo” (Gs 3, 6).
Essa richiama pure le disposizioni spirituali che devono accompagnare il cammino del popolo, e la necessità di costruire un tempio al Signore: “Disponete dunque il vostro cuore e l'anima vostra a cercare il Signore vostro Dio; poi alzatevi e costruite il santuario di Dio, il Signore, per trasferire l'arca del patto del Signore” (1Cr 22,19). In questo cammino ed in queste disposizioni si ritrova il senso della contemplazione comunitaria e dell’epifania della potenza celeste: “Allora si aprì il tempio di Dio che è in cielo e apparve nel tempio l'arca dell'alleanza. Vi furono lampi e voci e tuoni e un terremoto e una forte grandinata” (Ap 11, 19).
E’ il luogo sacro che testimonia la presenza del Santo che guida, interviene ed assiste il suo popolo nel cammino della sua storia e della sua salvezza. E’ questo anche un segno del dono della Nuova Alleanza stipulata nel nome di Gesù Cristo, Figlio di Dio, e della sua presenza sacramentale nella sua Chiesa.
La comunità ecclesiale di Frattamaggiore, propaggine di un popolo ricco di fede e di storia, vede ed evidenzia innanzitutto questi significati religiosi e salvifici nella celebrazione della traslazione dei Santi Sossio e Severino che essa realizza nei giorni intorno al 31 Maggio di ogni anno.
Il 31 Maggio del 1807 il concittadino vescovo Michele Arcangelo Lupoli riuscì a realizzare la traslazione del santo patrono; ed oggi la comunità frattese è custode delle reliquie di San Sossio congiunte con quelle di San Severino abate. Si tratta di una eredità che lega spiritualmente la comunità locale all’antico monastero benedettino napoletano abolito nel periodo napoleonico e dal quale furono traslate le sacre spoglie.
Oggi la custodia del santuario, che accoglie le spoglie del diacono martire del paleocristianesimo campano e le spoglie dell’abate evangelizzatore nel V secolo delle genti germaniche dell’antica frontiera danubiana dell’impero romano, esprime una religiosità molto sentita che si commisura anche nei tratti spirituali proposti nel titolo di Città benedettina che l’Ordine di San Benedetto ha voluto concedere nel 1997 a Frattamaggiore come riconoscimento della comune ed antica devozione, e come progetto di vita cristiana e di diffusione del messaggio di preghiera e di missione del grande patriarca del monachesimo.
La commemorazione vede impegnata la Chiesa patronale di San Sossio insignita del titolo di Basilica Pontificia, nella connotazione delle celebrazioni con particolari significati pastorali e con particolari iniziative di riflessione religiosa, di ricerca storica, di studio agiografico, e di coinvolgimento etico del mondo laico e della istanze civili delle comunità che condividono la devozione dei due Santi.
La concessione del dono dell’Indulgenza Plenaria rimarca i significati religiosi di una millenaria devozione che portava i pellegrini a pregare sulla tomba dei Santi Sossio e Severino venerati un tempo nel monastero omonimo di Napoli. Oggi che i sacri resti dei due Santi riposano nella Basilica frattese la devozione legata alle indulgenze e al loro efficace intervento continua ad avere una pratica notevole.
La presenza delle urne dei due Santi si arricchisce di significati spirituali, religiosi e storici. Il popolo cerca nella presenza del Signore nel suo luogo santo anche il senso della sua identità e della sua storia. Nel luogo ove sono presenti i corpi di San Sossio e San Severino, amici del Signore e modelli esemplari della sua santità, le comunità devote, quella frattese con le altre italiane di area campana e laziale, e quella austriaca con le altre di area europea e germanica, ritrovano storie e sensi che appartengono alla loro identità culturale e ai loro valori religiosi: la narrazione e l’attualizzazione delle meraviglie operate dal Signore, attraverso i suoi santi, lungo il cammino dei popoli e delle civiltà che hanno seguito la loro ‘arca’, la traslazione delle loro urne.
Lo studio e la pubblicistica intorno alla traslazione, ovvero alle traslazioni, dei due santi venerati nella Basilica frattese, hanno fatto scoprire molte di queste meraviglie, molti antichi avvenimenti portentosi narrati dagli agiografi che hanno descritto le varie traslazioni di San Sossio e di San Severino, e ne hanno steso ufficialmente gli Acta latini per la futura memoria. L’Anomino altomedievale, Giovanni diacono dell’antico monastero benedettino napoletano, ed il frattese Michele Arcangelo Lupoli arcivescovo, per San Sossio; e poi Eugippo, e ancora Giovanni diacono e Michele Arcangelo Lupoli, per San Severino; hanno tutti arricchito la loro narrazione con il riporto di portenti e miracoli, quasi di “lampi voci e tuoni” alla maniera apocalittica.

San Sossio martire
La connotazione devozionale che ha caratterizzato fin dai primi secoli del cristianesimo la figura di san Sossio è la sua estrazione dal contesto locale e la luminosa proiezione negli ambiti della cultura e della ecclesialità più vasta e diffusa del cattolicesimo romano ed europeo.
Come ci viene descritto dai testi agiografici del IV-V secolo (Em. Mon., Leg. Graec.), la figura di Sossio, ancora vivente, era già attrattiva dell’ammirazione dei vescovi locali (Euphemius e Januarius) e dei cristiani e dei vescovi del Mediterraneo (es: Theodosius Thessalonicentium Episcopus) che a Miseno sostavano durante il loro percorso verso Roma.
La potenza spirituale del santo ci è testimoniata dalla cultura patristica alla metà del V secolo nell’opera del santo vescovo cartaginese Quodvultdeus, esiliato a Napoli, il quale, in piena lotta al manicheismo e al pelagianesimo in area campana, ebbe modo di rilevare la vicenda dell’eretico Floro che si attribuiva “virtutem et meritum sancti Sossii” (De Promiss. et Praedict. Dei).
Come appare dalle annotazioni al Martirologio Romano del Baronio, ricavate ex libro de Rom. Pontific. in Symmacho, San Sossio fu santo onoratissimo nella basilica del Vaticano ove all’inizio del VI secolo gli fu dedicato un altare dal papa Simmaco (498-514). La Storia ecclesiastica, la Storia locale e l’Archeologia (Panvinio, Duchesne, De Rossi, Silvagni, Ferro), indicarono il luogo dell’altare-oratorio sansossiano nella Rotonda di Sant’Andrea e riportarono il testo dell’iscrizione che Simmaco dedicò al diacono martire di Miseno.
Una particolare diffusione della figura e della devozione al santo martire di Miseno si deve alla cultura monastica benedettina alto-medievale. A partire dal monastero di Nisida, isoletta collocata a delimitazione dei golfi di Napoli e di Pozzuoli, la celebrazione della memoria di San Sossio, scritta nei codici dell’abate Adriano, pervenne nel VII secolo ai primi scriptoria monastici delle isole britanniche ove fu trascritta nei libri e nei codici che accompagnarono l’evangelizzazione degli Angli e la formazione degli episcopati e delle abbazie. Nel 668 l’abate Adriano era stato inviato da papa Vitaliano in Inghilterra, insieme con il vescovo Teodoro, proprio per curare la diffusione della cultura cristiana latina, ed una volta divenuto abate del monastero di San Pietro e Paolo di Canterbury aveva donato ai monaci dell’isola scozzese di Lindisfarne (oggi: Holy Island) un evangeliario con l’indicazione di celebrazioni liturgiche campane.


Qualche decennio dopo il venerabile Beda, monaco del monastero di Jarrow, e discepolo della seconda generazione di Adriano, testimoniò la presenza di questo tratto del cristianesimo campano sia nella sua Historia Ecclesiastica gentis Anglorum (Libro IV: il mandato missionario di Adriano che è abbate in monasterio Nisidano quod est non longe a Neapoli Campaniae) e sia in quello che viene considerato il primo Martirologio storico della cristianità, ricco delle annotazioni riguardanti San Sossio ed altri santi celebrati in area napoletana.
La traslazione nell’anno 906 del corpo di San Sossio dalla chiesa di Miseno, distrutta dai saraceni, al monastero benedettino napoletano dedicato a San Severino, costituì un avvenimento epocale per la cultura del ducato napoletano che fu registrato dal diacono Giovanni il quale, con la redazione degli Acta Translationis e con la narrazione della Vita Sancti Sossii recuperata dalla tradizione e dai codici ancora più antichi, offrì un modello brillante che ancora oggi pone l’Agiografia napoletana medievale a riferimento per gli studi contemporanei.
Le venerate spoglie di san Sossio furono poste nella cripta del monastero accanto a quelle di San Severino, evangelizzatore dell’Austria e dei popoli della frontiera danubiana del V secolo; ed i mille anni di permanenza, fino all’eversione napoleonica del 1807 che abolì il monastero napoletano, furono caratterizzati dalla diffusione della figura del Santo nei luoghi e nelle opere della cultura cassinese in Campania, nel Lazio e in altre parti d’Italia.
Oggi le spoglie del Santo, ancora congiunte con quelle di san Severino, sono custodite nella Chiesa di San Sossio di Frattamaggiore, la principale ed originaria chiesa del paese del quale il Santo è patrono e ove il culto sansossiano, originariamente diffuso nell’area dell’antica Atella dai monaci Volturnensi, è presente e documentato dal periodo longobardo e carolingio (VIII secolo).
Anche in Frattamaggiore il culto sansossiano assume particolari ed importanti connotazioni religiose e storico-antropologiche. Con la traslazione delle spoglie del Santo da Napoli, che fu operata nel 1807 dal prelato frattese arcivescovo Michele Arcangelo Lupoli, si compì in pratica il sogno della città, sorta proprio nel IX secolo con l’esodo nella fratta atellana della popolazione di Miseno scampata alle incursioni saracene: vedere ricongiunto un popolo con la memoria fisica del suo santo patrono dopo averne per secoli celebrato il ricordo ed esperita la presenza spirituale, per continuare la sua antica esperienza di fede e di devozione con spirito di vicinanza e con identità nuova. Un tratto importante di questa nuova identità è costituito dal titolo di Città Benedettina di cui Frattamaggiore si fregia, grazie al riconoscimento che l’Ordine di San Benedetto ha voluto concederle per la custodia delle spoglie dei due Santi, Sossio e Severino, titolari dell’antico monastero napoletano, e per il luogo che essa costituisce con il suo santuario come meta di un antico e devoto pellegrinaggio e come retaggio cristiano di un secolare incontro di popoli e culture.

San Severino abate
La motivazione storica e spirituale dell'evangelizzazione del Norico è alla base della considerazione di San Severino come uno dei Santi Patroni dell'Austria e della Baviera. La stessa motivazione, estesa alla sua opera sociale (defensor civitatis) e di soccorso alle popolazioni in difficoltà della frontiera danubiana dell'impero romano, in epoca recente lo ha fatto proclamare patrono particolare della Caritas austriaca.

La Via Severini, concettualmente legata al pellegrinaggio che oggi si fa verso la meta religiosa del santuario che custodisce le spoglie del monaco evangelizzatore, attraversa la storia e i luoghi che da Vienna a Frattamaggiore sono stati testimoni e custodi della sua opera e del suo culto.

Evangelizzazione del Norico – La Vita Sancti Severini fu scritta all'inizio del V secolo dall’abate Eugippo in 46 Capitula che ripercorrono le tappe della evangelizzazione dei popoli del Norico (Noricum: regione dell'impero romano alla frontiera danubiana corrispondente alle odierne Austria e Baviera), narrano la vicenda spirituale del santo monaco evangelizzatore fino alla sua morte, e descrivono la traslazione in Italia al seguito di Odoacre.
Da questa Vita si apprende che Severino nacque intorno al 410 e in giovinezza fu monaco contemplativo in oriente; si pensò che fosse di origine africana, ma la bontà del suo linguaggio latino lo fece ritenere figlio di nobile romano.
Nonostante la scarsità dei documenti circa l'origine e la giovinezza di Severino, la critica storica gli riconosce una formazione dottrinale ed ascetica realizzata al contatto con il pensiero dei Padri orientali e con il monachesimo basiliano.
Mentre era eremita Severino maturò la vocazione che lo portò a trasferirsi nel Norico e a svolgere opera di apostolato tra le genti di quella regione. Nel 454, ormai uomo maturo e “come nuovo Mosè”, egli raggiunse quelle terre che avevano subito le devastazioni di Attila, morto l'anno prima, e che vedevano il cristianesimo affermarsi con difficoltà tra le genti della frontiera del Danubio.
Nella Romania danubiana esisteva una vita religiosa cristiana basata su una rete di monasteri e chiese sparse che aspettavano una guida unificante. Severino si presentò dotato di grande fascino e con un potere profetico e carismatico che aveva del miracoloso. Fu riconosciuto come uomo di Dio dalle genti barbare ed avviò la sua predicazione ispirata alla dottrina di San Paolo e al desiderio del Regno di Dio; basò la sua opera soprattutto sulla carità verso i fedeli e verso gli stessi barbari.
La sua prima tappa fu Asturis (Klosterneuburg), la più orientale città del Norico. Di lì il suo impegno fu sempre più ampio e si diffuse per tutto il Norico occidentale, giungendo fino alla Rezia. A Favianes (Mautern) Severino fondò un monastero che elesse come sua sede principale, e a 5 miglia di distanza si costruì una celletta solitaria con la speranza di vivere in ritiro e contemplazione. Ma gli eventi lo costringevano ad agire nell'opera sociale e di soccorso alle popolazioni. Da Favianes la sua opera, sviluppata tra Vindobona (Vienna) e Passavia (Passau in Baviera), si estese con sistematicità per tutto il Norico e raggiunse la Drava.
Per realizzare la sua opera religiosa Severino pensò di fondare molti nuclei monastici, e cercò di dirigere la vita dei monaci con regole ben stabilite, basate sul consiglio sulla disciplina e sulla provvisorietà della dimora terrena; predilesse l'intervento colloquiale rispetto a quello formale e scritto proprio di altre Regole monastiche. Senza sosta egli ricordava ai suoi monaci che il distacco dalle cose del mondo era un bene irrinunciabile per la vita monastica.
La Regula Magistri precorritrice della Regula Benedicti fu sicuramente ispirata all'insegnamento di Severino e, nell'attribuzione all'abate Eugippo suo discepolo ed agiografo, fu scritta nell'ambito del monachesimo campano formatosi intorno al suo santuario napoletano.
Traslazione in Italia - Sei anni dopo la morte di Severino, nel 488, Odoacre ordinò l'evacuazione dei romani dalla Pannonia, regione contigua al Norico, e li fece trasferire in Italia per sfuggire le invasioni barbariche. I discepoli del santo, guidati dall'abate Lucillo suo successore e memori della sua volontà di far trasportare la sua reliquia in Italia, prepararono un'arca ed aprirono il suo sepolcro nel convento “juxta Fabiana”. Essi prelevarono il corpo ancora intatto e, tra il canto di salmi, lo posero nell'arca e si avviarono in Italia.
Si ebbe così la prima traslazione del corpo del santo, da Faviana al Montefeltro (altri dicono: Feltro, Monte Faletro o Feretro). Si narra che lungo la strada lo spirito di san Severino era di guida e di difesa per il seguito di monaci e di genti; e numerosi furono i miracoli che operò ad ogni tappa e lungo la via.
Il corpo sostò a Montefeltro fino al 492; quando il papa Gelasio propose che fosse traslato a Napoli e deposto nel Castro Lucullano. Si ebbe così la seconda traslazione della reliquia di San Severino, che fu curata dall'abate Marciano, successore di Lucillo, e con il beneplacito di San Vittore, vescovo di Napoli. Fino ad un ventennio prima il Lucullano era stata la prigione dell'ultimo imperatore, Romolo Augustolo, deposto da Odoacre. Poi si preferì dare una destinazione più significativa a quell’edificio. Il Castro Lucullano si trasformò così nella sede di una comunità monastica, in un complesso di edifici sacri intorno alla tomba di san Severino che fu predisposta da una nobildonna aristocratica, Barbaria, forse la madre del deposto ultimo imperatore.

Monastero di Napoli - Nel 599 il papa Gregorio Magno indirizzava una lettera al vescovo san Fortunato di Napoli, al quale chiedeva di donare alcune reliquie di santa Giuliana e di san Severino – “sanctuaria beatorum Severini Confessoris et Julianae martyris” - alla nobildonna Januaria, la quale intendeva erigere un oratorio ai due santi. In altra lettera a Pietro suddiacono, lo stesso papa Gregorio espresse la volontà di consacrare a san Severino una chiesa in Roma e di ricevervi alcune reliquie di lui.
Nel X secolo si ebbe la terza traslazione del corpo del santo, dal Castro Lucullano al monastero napoletano urbano che venne a lui dedicato. Il monastero urbano era stato voluto da Atanasio II, vescovo di Napoli, che raccolse un gruppo di 15 monaci benedettini in una chiesetta situata al Vicus Missi, poi divenuto Vicus monachorum, che era stata fondata tra l'845 e l'847 dal nobile napoletano Adriano. La cronaca della traslazione fu scritta da Giovanni diacono negli Acta translationis Sancti Severini Abbatis. I saraceni avevano imperversato per le coste meridionali ed i napoletani furono costretti a distruggere in 5 giorni ilCastro Lucullano, dove era venerato il corpo di san Severino. L'abate del monastero urbano chiese il corpo del santo al vescovo di Napoli Stefano III e al duca di Napoli Gregorio IV. La concessione di questi due personaggi consentì la traslazione che si realizzò il 10 settembre del 902 in pompa solenne con la presenza del Vescovo, dei Chierici, del Duca della nobiltà, e con grande concorso di popolo. Giovanni diacono nella sua cronaca narra anche del prodigio di una pioggia di stelle.
La cripta del convento benedettino napoletano accolse le spoglie di San Severino, ed i monaci le tennero in grandissima venerazione. Grazie ai benedettini la memoria del santo monaco fu celebrata prima nei martirologi antichi come quello del Venerabile Beda, ed estesa poi in ogni contrada italiana ed europea.
Per circa nove secoli fino al 1807, epoca della soppressione degli ordini religiosi nel periodo napoleonico, le spoglie di san Severino riposarono nella cripta accanto alle spoglie del martire san Sossio traslate dai monaci dalla basilica di Miseno nella seconda metà del X secolo. In questo lunghissimo tempo il culto e la devozione del santo Abate, considerato grande precursore dell'ordine di San Benedetto, non fu separato da quello di san Sossio, e seguì le vicende storiche del monastero napoletano.
La presenza e l'importanza del Monastero dei Santi Severino e Sossio nelle vicende del Regno di Napoli, dal periodo bizantino del X secolo al periodo borbonico del XIX secolo, sono testimoniate a vari livelli da privilegi ed influenze culturali notevoli. Il monastero fu ritenuto da regnanti e popolari come un centro di religiosità, di arte e di dignità civile. L'abate e i suoi monaci erano tenuti in gran conto dalle dinastie e presenziavano nei consigli della nobiltà e nella gestione di vasti territori, diffondendo in ogni luogo la fama la devozione e la toponomastica legate al culto dei due santi.
A lungo la devozione popolare napoletana ha attribuito alla preghiera fatta sulla tomba di San Sossio e di San Severino la possibilità di liberare le anime del Purgatorio; e per secoli lo stemma del monastero ha contenuto la palma del Martire e il bacolo pastorale dell'Abate. Oggi il monastero è sede dell'Archivio di Stato di Napoli.

Basilica di Frattamaggiore - L'ultima traslazione del corpo del Santo, quella da Napoli alla Parrocchiale di Frattamaggiore, fu voluta dal frattese arcivescovo Michele Arcangelo Lupoli, il quale intese sottrarre le reliquie alla spoliazione in atto nelle chiese napoletane durante il periodo napoleonico quando furono soppressi gli ordini religiosi.
Le vicende della ricognizione del corpo e della sua traslazione sono le stesse che si raccontano per la traslazione di San Sossio, patrono di Frattamaggiore. Esse sono raccontate negli Acta inventionis Sanctorum corporum Sosii Diaconi ac Martyris Misenati et Severini Noricorum Apostoli, scritti nel 1807 dall'illustre prelato.
Attualmente le sacre spoglie del Santo patrono dell'Austria e della Baviera riposano nella Basilica Pontificia di Frattamaggiore in una magnifica cappella, ancora accanto alle spoglie di San Sossio. Ogni anno in questa città della Campania gruppi di austriaci e di studiosi del medioevo rinnovano, con la loro visita alla reliquia di San Severino, la devozione a questo grande santo mai dimenticato.




sabato 5 ottobre 2013

San Francesco d'Assisi visto da Papa Francesco

L'Omelia di Papa Francesco del 4 ottobre 2013, detta durante la celebrazione della Santa Messa sulla Piazza del Portico dei Pellegrini della Basilica del Santo, contiene un grande ritratto di agiografia pastorale con preghiera di San Francesco d'Assisi.
Il “Pace e Bene” salutare del cammino francescano, che proviene dalla unione nell'animo del Santo dell' “amore per i poveri e dell'imitazione di Cristo povero”, si origina “dallo sguardo di Gesù sulla croce”. La Pace francescana “non è un sentimento sdolcinato” ed il Francesco ingenuamente associato a questo sentimento “non esiste”, come non esiste l'idea della pace legata ad una sorta di “armonia panteistica con le energie del cosmo”.
La pace di Francesco è quella di Cristo, e la trova colui che “prende su di sé” il “giogo” del comandamento della Carità - Amatevi gli uni gli altri come io vi ho amato (Gv13,34; 15,12) - e lo porta senza arroganza e presunzione, ma “con mitezza e umiltà di cuore”.
Propongo direttamente alla lettura l'omelia del Santo Padre raggiungibile sul portale del Vaticano.

OMELIA DEL SANTO PADRE FRANCESCO
Piazza San Francesco, Assisi
Venerdì, 4 ottobre 2013

«Ti rendo lode, Padre, Signore del cielo e della terra, perché hai nascosto queste cose ai sapienti e ai dotti e le hai rivelate ai piccoli» (Mt 11,25).
Pace e bene a tutti! Con questo saluto francescano vi ringrazio per essere venuti qui, in questa Piazza, carica di storia e di fede, a pregare insieme.
Oggi anch’io, come tanti pellegrini, sono venuto per rendere lode al Padre di tutto ciò che ha voluto rivelare a uno di questi “piccoli” di cui ci parla il Vangelo: Francesco, figlio di un ricco commerciante di Assisi. L’incontro con Gesù lo portò a spogliarsi di una vita agiata e spensierata, per sposare “Madonna Povertà” e vivere da vero figlio del Padre che è nei cieli. Questa scelta, da parte di san Francesco, rappresentava un modo radicale di imitare Cristo, di rivestirsi di Colui che, da ricco che era, si è fatto povero per arricchire noi per mezzo della sua povertà (cfr 2 Cor 8,9). In tutta la vita di Francesco l’amore per i poveri e l’imitazione di Cristo povero sono due elementi uniti in modo inscindibile, le due facce di una stessa medaglia.
Che cosa testimonia san Francesco a noi, oggi? Che cosa ci dice, non con le parole – questo è facile – ma con la vita?
1. La prima cosa che ci dice, la realtà fondamentale che ci testimonia è questa: essere cristiani è un rapporto vitale con la Persona di Gesù, è rivestirsi di Lui, è assimilazione a Lui.
Da dove parte il cammino di Francesco verso Cristo? Parte dallo sguardo di Gesù sulla croce. Lasciarsi guardare da Lui nel momento in cui dona la vita per noi e ci attira a Lui. Francesco ha fatto questa esperienza in modo particolare nella chiesetta di san Damiano, pregando davanti al crocifisso, che anch’io oggi potrò venerare. In quel crocifisso Gesù non appare morto, ma vivo! Il sangue scende dalle ferite delle mani, dei piedi e del costato, ma quel sangue esprime vita. Gesù non ha gli occhi chiusi, ma aperti, spalancati: uno sguardo che parla al cuore. E il Crocifisso non ci parla di sconfitta, di fallimento; paradossalmente ci parla di una morte che è vita, che genera vita, perché ci parla di amore, perché è l’Amore di Dio incarnato, e l’Amore non muore, anzi, sconfigge il male e la morte. Chi si lascia guardare da Gesù crocifisso viene ri-creato, diventa una «nuova creatura». Da qui parte tutto: è l’esperienza della Grazia che trasforma, l’essere amati senza merito, pur essendo peccatori. Per questo Francesco può dire, come san Paolo: «Quanto a me non ci sia altro vanto che nella croce del Signore nostro Gesù Cristo» (Gal 6,14).
Ci rivolgiamo a te, Francesco, e ti chiediamo: insegnaci a rimanere davanti al Crocifisso, a lasciarci guardare da Lui, a lasciarci perdonare, ricreare dal suo amore.
2. Nel Vangelo abbiamo ascoltato queste parole: «Venite a me, voi tutti, che siete stanchi e oppressi, e io vi darò ristoro. Prendete il mio giogo sopra di voi e imparate da me, che sono mite e umile di cuore» (Mt 11,28-29).
Questa è la seconda cosa che Francesco ci testimonia: chi segue Cristo, riceve la vera pace, quella che solo Lui, e non il mondo, ci può dare. San Francesco viene associato da molti alla pace, ed è giusto, ma pochi vanno in profondità. Qual è la pace che Francesco ha accolto e vissuto e ci trasmette? Quella di Cristo, passata attraverso l’amore più grande, quello della Croce. E’ la pace che Gesù Risorto donò ai discepoli quando apparve in mezzo a loro (cfr Gv20,19.20).
La pace francescana non è un sentimento sdolcinato. Per favore: questo san Francesco non esiste! E neppure è una specie di armonia panteistica con le energie del cosmo… Anche questo non è francescano! Anche questo non è francescano, ma è un’idea che alcuni hanno costruito! La pace di san Francesco è quella di Cristo, e la trova chi “prende su di sé” il suo “giogo”, cioè il suo comandamento: Amatevi gli uni gli altri come io vi ho amato (cfr Gv 13,34; 15,12). E questo giogo non si può portare con arroganza, con presunzione, con superbia, ma solo si può portare con mitezza e umiltà di cuore.
Ci rivolgiamo a te, Francesco, e ti chiediamo: insegnaci ad essere “strumenti della pace”, della pace che ha la sua sorgente in Dio, la pace che ci ha portato il Signore Gesù.
3. Francesco inizia il Cantico così: “Altissimo, onnipotente, bon Signore… Laudato sie… cun tutte le tue creature” (FF,1820). L’amore per tutta la creazione, per la sua armonia! Il Santo d’Assisi testimonia il rispetto per tutto ciò che Dio ha creato e come Lui lo ha creato, senza sperimentare sul creato per distruggerlo; aiutarlo a crescere, a essere più bello e più simile a quello che Dio ha creato. E soprattutto san Francesco testimonia il rispetto per tutto, testimonia che l’uomo è chiamato a custodire l’uomo, che l’uomo sia al centro della creazione, al posto dove Dio - il Creatore - lo ha voluto. Non strumento degli idoli che noi creiamo! L’armonia e la pace! Francesco è stato uomo di armonia, uomo di pace. Da questa Città della Pace, ripeto con la forza e la mitezza dell’amore: rispettiamo la creazione, non siamo strumenti di distruzione! Rispettiamo ogni essere umano: cessino i conflitti armati che insanguinano la terra, tacciano le armi e dovunque l’odio ceda il posto all’amore, l’offesa al perdono e la discordia all’unione. Sentiamo il grido di coloro che piangono, soffrono e muoiono a causa della violenza, del terrorismo o della guerra, in Terra Santa, tanto amata da san Francesco, in Siria, nell’intero Medio Oriente, in tutto il mondo.
Ci rivolgiamo a te, Francesco, e ti chiediamo: ottienici da Dio il dono che in questo nostro mondo ci sia armonia, pace e rispetto per il Creato!
Non posso dimenticare, infine, che oggi l’Italia celebra san Francesco quale suo Patrono. E do gli auguri a tutti gli italiani, nella persona del Capo del governo, qui presente. Lo esprime anche il tradizionale gesto dell’offerta dell’olio per la lampada votiva, che quest’anno spetta proprio alla Regione Umbria. Preghiamo per la Nazione italiana, perché ciascuno lavori sempre per il bene comune, guardando a ciò che unisce più che a ciò che divide.

Faccio mia la preghiera di san Francesco per Assisi, per l’Italia, per il mondo: «Ti prego dunque, o Signore Gesù Cristo, padre delle misericordie, di non voler guardare alla nostra ingratitudine, ma di ricordarti sempre della sovrabbondante pietà che in [questa città] hai mostrato, affinché sia sempre il luogo e la dimora di quelli che veramente ti conoscono e glorificano il tuo nome benedetto e gloriosissimo nei secoli dei secoli. Amen» (Specchio di perfezione, 124: FF, 1824).


lunedì 6 maggio 2013

La stanza del cardinale Baronio sulla Torre dei Venti


Alla fine del corso annuale di Archivistica alla Scuola Vaticana gli studenti svolgono con la guida dei docenti una visita nei vari ambienti dell'Archivio Segreto Vaticano: dalla Sala degli Indici alle Sale di Studio e Consultazione, dal Bunker ai Depositi, dal Piano Nobile alle Sale Ghigiane e alla Torre dei Venti. Si tratta di una esperienza didattica, fatta nel segno della globalità, che consente di recepire l'unitarietà e la sistematicità delle diversificate lezioni ed esercitazioni realizzate nel corso dell'anno accademico.
Le tematiche teoriche ed organizzative della disciplina studiata, insieme con l'interpretazione e la lettura degli antichi documenti considerati nelle esercitazioni pratiche, trovano modo di essere esperite e recepite con efficacia formativa e soddisfazione conoscitiva, verificate nella modernità di impostazioni innovative e nella consolidata tradizione conservativa dell'Archivio dei Papi.
Si aggiunge l'importanza dei valori culturali ed estetici che si legano alla visita che diviene anche storico-museale per le sale affrescate del Palazzo Apostolico, per gli ambiti architettonici ed artistici che accolgono, nella luce dei colori e nel silenzio dei secoli, le arche sontuose e gli armadi legnosi nei quali si conservano registri, libri, buste, fascicoli, pergamene e documenti che, i più antichi, datano dall'Alto Medioevo.
Una carrellata sul patrimonio storico e documentario si può avere navigando il sito di LUX IN ARCANA, una suggestiva mostra curata dallo stesso Archivio Segreto Vaticano che consente di recuperare nell'esperienza multimediale testimonianze e curiosità su avvenimenti e personaggi storici.

Ho partecipato alla visita nel gruppo degli studenti guidati dai docenti Luca Carboni e Giovanni Castaldo assistiti da Alfredo Tuzi segretario della Scuola. Insieme con le stimolazioni del sapere disciplinare della materia studiata durante l'anno, soprattutto attraversando le sale seicentesche del piano nobile e in salita verso la Torre dei Venti ho avuto occasione di percepire un senso religioso ed ecclesiale e di osservare segni tangibili della storia della Chiesa.
Questa è la stanza di Cesare Baronio” ha annunciato il docente ad un certo punto del cammino.
Il cardinale discepolo di san Filippo Neri, agiografo e storico eccelso della Chiesa, scrittore dei dodici volumi monumentali degli Annali Ecclesiastici, vi stette in qualità di Bibliotecario di Santa Romana Chiesa dal 1597 al 1607, anno della sua morte. L'Archivio Vaticano fu separato dalla Biblioteca Vaticana e fu istituito come entità autonoma 4 anni dopo, nel 1611, da papa Paolo V.
Con Cesare Baronio, seguendo gli Appunti di Diplomatica di Sergio Pagano, Prefetto dell'Archivio Segreto Vaticano, ci si porta ad un punto cruciale della storiografia ecclesiastica, alla considerazione rigorosa del patrimonio delle fonti documentali della Storia della Chiesa che in epoca post-tridentina viene religiosamente rivisitato e apologeticamente trattato con il metodo nuovo degli Annales cattolici che si contrappongono alle Centuriae Magdebughesi dei protestanti.
Per il Venerabile Cesare Baronio ho nutrito sempre un devoto ed ammirato sentimento, motivato sia religiosamente e sia per il suo lavoro di storico. Incominciai a consultare i suoi Annali nella Biblioteca di Fano per qualche ricerca agiografica e di storia locale e mi colpirono la vastità e la particolarità della sua opera; ed ho sempre collegato la sua figura ad una biblioteca, stimolato in ciò anche da qualche rappresentazione grafica che lo ritraeva intento allo studio in una stanza piena di libri e con la finestra aperta sulla campagna esterna. Un'ambientazione che ho personalmente riscontrato simile in alcune sale della Biblioteca Benedettina di Subiaco ed in altre biblioteche monastiche. D'altro canto l'ambientazione con lo studioso ecclesiastico trova anche riferimenti nell'iconografia artistica come quella del San Girolamo di Antonello da Messina (1474) e del Sant'Agostino di Vittore Carpaccio (1503).
La stanza di Cesare Baronio che si incontra visitando le Sale dell'Archivio Vaticano, e salendo verso l'alto della Torre dei Venti, si affaccia sui Giardini Vaticani e prelude la visione più ampia sull'intera Roma che si gode dal terrazzo della Torre.


martedì 2 aprile 2013

Cristo è risorto! L'annuncio pasquale di Papa Francesco


Sorgono dal profondo del cuore l'esigenza e la gioia di condividere le parole di Papa Francesco dette al Messaggio Urbi et Orbi la Domenica di Pasqua 2013 in Piazza San Pietro colma di popolo e di genti. Esse illuminano di luce evangelica gli anfratti dell'anima che è sempre in cerca del Signore e ne rintraccia la via per i sentieri spirituali della fede e per le strade del mondo.
Papa Francesco nella semplicità e profondità del suo magistero ci rilegge la pagina del Vangelo della Risurrezione e ce ne testimonia nuovamente, con l'ausilio della Scrittura e dei Padri, il significato attuale ricco di verità e speranza.

Cari fratelli e sorelle di Roma e del mondo intero, buona Pasqua! Buona Pasqua!
Che grande gioia per me potervi dare questo annuncio: Cristo è risorto! Vorrei che giungesse in ogni casa, in ogni famiglia, specialmente dove c’è più sofferenza, negli ospedali, nelle carceri…
Soprattutto vorrei che giungesse a tutti i cuori, perché è lì che Dio vuole seminare questa Buona Notizia: Gesù è risorto, c’è la speranza per te, non sei più sotto il dominio del peccato, del male! Ha vinto l’amore, ha vinto la misericordia! Sempre vince la misericordia di Dio!
Anche noi, come le donne discepole di Gesù, che andarono al sepolcro e lo trovarono vuoto, possiamo domandarci che senso abbia questo avvenimento (cfr Lc 24,4). Che cosa significa che Gesù è risorto? Significa che l’amore di Dio è più forte del male e della stessa morte; significa che l’amore di Dio può trasformare la nostra vita, far fiorire quelle zone di deserto che ci sono nel nostro cuore. E questo può farlo l’amore di Dio!
Questo stesso amore per cui il Figlio di Dio si è fatto uomo ed è andato fino in fondo nella via dell’umiltà e del dono di sé, fino agli inferi, all’abisso della separazione da Dio, questo stesso amore misericordioso ha inondato di luce il corpo morto di Gesù, lo ha trasfigurato, lo ha fatto passare nella vita eterna. Gesù non è tornato alla vita di prima, alla vita terrena, ma è entrato nella vita gloriosa di Dio e ci è entrato con la nostra umanità, ci ha aperto ad un futuro di speranza.
Ecco che cos’è la Pasqua: è l’esodo, il passaggio dell’uomo dalla schiavitù del peccato, del male alla libertà dell’amore, del bene. Perché Dio è vita, solo vita, e la sua gloria siamo noi: l’uomo vivente (cfr Ireneo, Adversus haereses, 4,20,5-7).
Cari fratelli e sorelle, Cristo è morto e risorto una volta per sempre e per tutti, ma la forza della Risurrezione, questo passaggio dalla schiavitù del male alla libertà del bene, deve attuarsi in ogni tempo, negli spazi concreti della nostra esistenza, nella nostra vita di ogni giorno. Quanti deserti, anche oggi, l’essere umano deve attraversare! Soprattutto il deserto che c’è dentro di lui, quando manca l’amore di Dio e per il prossimo, quando manca la consapevolezza di essere custode di tutto ciò che il Creatore ci ha donato e ci dona. Ma la misericordia di Dio può far fiorire anche la terra più arida, può ridare vita alle ossa inaridite (cfr Ez 37,1-14).
Allora, ecco l’invito che rivolgo a tutti: accogliamo la grazia della Risurrezione di Cristo! Lasciamoci rinnovare dalla misericordia di Dio, lasciamoci amare da Gesù, lasciamo che la potenza del suo amore trasformi anche la nostra vita; e diventiamo strumenti di questa misericordia, canali attraverso i quali Dio possa irrigare la terra, custodire tutto il creato e far fiorire la giustizia e la pace.
E così domandiamo a Gesù risorto, che trasforma la morte in vita, di mutare l’odio in amore, la vendetta in perdono, la guerra in pace. Sì, Cristo è la nostra pace e attraverso di Lui imploriamo pace per il mondo intero.
Iltesto intero sul portale del Vaticano


lunedì 18 marzo 2013

Fede e Carità nei messaggi quaresimali di papa Benedetto e papa Francesco


Ho letto il Messaggio di Quaresima 2013 di Benedetto XVI ed ho colto il suo proporre l'intimo legame tra la Fede e la Carità come spiritualità e vitalità irrinunciabile per i cristiani in cammino penitenziale verso la Pasqua:

La celebrazione della Quaresima, nel contesto dell’Anno della fede, ci offre una preziosa occasione per meditare sul rapporto tra fede e carità: tra il credere in Dio, nel Dio di Gesù Cristo, e l’amore, che è frutto dell’azione dello Spirito Santo e ci guida in un cammino di dedizione verso Dio e verso gli altri […] La fede, dono e risposta, ci fa conoscere la verità di Cristo come Amore incarnato e crocifisso […] Da parte sua, la carità ci fa entrare nell’amore di Dio manifestato in Cristo, ci fa aderire in modo personale ed esistenziale al donarsi totale e senza riserve di Gesù al Padre e ai fratelli. Infondendo in noi la carità, lo Spirito Santo ci rende partecipi della dedizione propria di Gesù: filiale verso Dio e fraterna verso ogni uomo (cfr. Rm 5,5) […] in questo tempo di Quaresima, in cui ci prepariamo a celebrare l’evento della Croce e della Risurrezione, nel quale l’Amore di Dio ha redento il mondo e illuminato la storia, auguro a tutti voi di vivere questo tempo prezioso ravvivando la fede in Gesù Cristo, per entrare nel suo stesso circuito di amore verso il Padre e verso ogni fratello e sorella che incontriamo nella nostra vita”.

Ho letto anche il Messaggio di Quaresima consegnato Mercoledì delle Ceneri 2013 dall'Arcivescovo Jorge Mario Bergoglio ai fedeli dell'Arcidiocesi di Buenos Aires, qualche giorno prima di essere eletto Papa in Conclave a Roma con il nome di Francesco.
Non ci sono differenze nel luminoso nucleo teologico e se ne colgono riverberi nuovi ed estesi ad una sintesi etica che si identifica con la Solidarietà. Dopo aver lanciato il monito d'ispirazione biblica di “strappare il cuore e non le vesti dinanzi al Signore lento all'ira e ricco di misericordia”, e dopo la descrizione della “lunga lista delle realtà distruttive” dell'etica e della società umana, il Cardinale Padre Bergoglio s.j. , oggi Papa Francesco, dice alla sua comunità diocesana: 

“Insieme con la preghiera e la penitenza, come segno della nostra fede nella potenza della Pasqua che trasforma tutto, dobbiamo anche cominciare un altro anno improntandolo al "gesto quaresimale della solidarietà". Come Chiesa di Buenos Aires in marcia verso la Pasqua attenta a ciò di cui il Regno di Dio può avere bisogno, dobbiamo tenere il nostro cuore lacerato dal desiderio di conversione e orientato al gesto d'amore, alla grazia efficace per alleviare il dolore di tanti fratelli che camminano accanto a noi”.

Il messaggio quaresimale di Benedetto XVI si può leggere sul portale della CEI; quello di Francesco si può leggere sul portale dell'Arcidiocesi di Buenos Aires. Si possono raggiungere mediante i link segnalati.