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martedì 29 aprile 2025
mercoledì 30 maggio 2018
Significati religiosi e storici della traslazione dei Santi Sossio e Severino
La
traslazione dell’urna di un santo, da un luogo di originaria
custodia ad un altro luogo che assume la funzione di nuovo santuario,
per i credenti richiama il simbolo sacro del cammino biblico verso la
terra promessa fatto al seguito dell’arca dell’alleanza
trasportata dalla tribù sacerdotale: “Poi Giosuè disse ai
sacerdoti: «Prendete in spalla l'arca del patto e passate davanti al
popolo». Ed essi presero in spalla l'arca del patto e
camminarono davanti al popolo” (Gs 3, 6).
Essa
richiama pure le disposizioni spirituali che devono accompagnare il
cammino del popolo, e la necessità di costruire un tempio al
Signore: “Disponete dunque il vostro cuore e l'anima vostra a
cercare il Signore vostro Dio; poi alzatevi e costruite il santuario
di Dio, il Signore, per trasferire l'arca del patto del Signore”
(1Cr 22,19). In questo cammino ed in queste disposizioni si ritrova
il senso della contemplazione comunitaria e dell’epifania della
potenza celeste: “Allora si aprì il tempio di Dio che è in
cielo e apparve nel tempio l'arca dell'alleanza. Vi furono lampi e
voci e tuoni e un terremoto e una forte grandinata” (Ap 11,
19).
E’
il luogo sacro che testimonia la presenza del Santo che guida,
interviene ed assiste il suo popolo nel cammino della sua storia e
della sua salvezza. E’ questo anche un segno del dono della Nuova
Alleanza stipulata nel nome di Gesù Cristo, Figlio di Dio, e della
sua presenza sacramentale nella sua Chiesa.
La
comunità ecclesiale di Frattamaggiore, propaggine di un popolo ricco
di fede e di storia, vede ed evidenzia innanzitutto questi
significati religiosi e salvifici nella celebrazione della
traslazione dei Santi Sossio e Severino che essa realizza nei giorni
intorno al 31 Maggio di ogni anno.
Il
31 Maggio del 1807 il concittadino vescovo Michele Arcangelo Lupoli
riuscì a realizzare la traslazione del santo patrono; ed oggi la
comunità frattese è custode delle reliquie di San Sossio congiunte
con quelle di San Severino abate. Si tratta di una eredità che lega
spiritualmente la comunità locale all’antico monastero benedettino
napoletano abolito nel periodo napoleonico e dal quale furono
traslate le sacre spoglie.
Oggi
la custodia del santuario, che accoglie le spoglie del diacono
martire del paleocristianesimo campano e le spoglie dell’abate
evangelizzatore nel V secolo delle genti germaniche dell’antica
frontiera danubiana dell’impero romano, esprime una religiosità
molto sentita che si commisura anche nei tratti spirituali proposti
nel titolo di Città benedettina che l’Ordine di San
Benedetto ha voluto concedere nel 1997 a Frattamaggiore come
riconoscimento della comune ed antica devozione, e come progetto di
vita cristiana e di diffusione del messaggio di preghiera e di
missione del grande patriarca del monachesimo.
La
commemorazione vede impegnata la Chiesa patronale di San Sossio
insignita del titolo di Basilica Pontificia, nella
connotazione delle celebrazioni con particolari significati pastorali
e con particolari iniziative di riflessione religiosa, di ricerca
storica, di studio agiografico, e di coinvolgimento etico del mondo
laico e della istanze civili delle comunità che condividono la
devozione dei due Santi.
La
concessione del dono dell’Indulgenza Plenaria rimarca i
significati religiosi di una millenaria devozione che portava i
pellegrini a pregare sulla tomba dei Santi Sossio e Severino venerati
un tempo nel monastero omonimo di Napoli. Oggi che i sacri resti dei
due Santi riposano nella Basilica frattese la devozione legata alle
indulgenze e al loro efficace intervento continua ad avere una
pratica notevole.
La
presenza delle urne dei due Santi si arricchisce di significati
spirituali, religiosi e storici. Il popolo cerca nella presenza del
Signore nel suo luogo santo anche il senso della sua identità e
della sua storia. Nel luogo ove sono presenti i corpi di San Sossio e
San Severino, amici del Signore e modelli esemplari della sua
santità, le comunità devote, quella frattese con le altre italiane
di area campana e laziale, e quella austriaca con le altre di area
europea e germanica, ritrovano storie e sensi che appartengono alla
loro identità culturale e ai loro valori religiosi: la narrazione e
l’attualizzazione delle meraviglie operate dal Signore, attraverso
i suoi santi, lungo il cammino dei popoli e delle civiltà che hanno
seguito la loro ‘arca’, la traslazione delle loro urne.
Lo
studio e la pubblicistica intorno alla traslazione, ovvero alle
traslazioni, dei due santi venerati nella Basilica frattese, hanno
fatto scoprire molte di queste meraviglie, molti antichi avvenimenti
portentosi narrati dagli agiografi che hanno descritto le varie
traslazioni di San Sossio e di San Severino, e ne hanno steso
ufficialmente gli Acta latini per la futura memoria. L’Anomino
altomedievale, Giovanni diacono dell’antico monastero
benedettino napoletano, ed il frattese Michele Arcangelo Lupoli
arcivescovo, per San Sossio; e poi Eugippo, e ancora Giovanni
diacono e Michele Arcangelo Lupoli, per San Severino;
hanno tutti arricchito la loro narrazione con il riporto di portenti
e miracoli, quasi di “lampi voci e tuoni” alla maniera
apocalittica.
San
Sossio martire
La
connotazione devozionale che ha caratterizzato fin dai primi secoli
del cristianesimo la figura di san Sossio è la sua estrazione dal
contesto locale e la luminosa proiezione negli ambiti della cultura e
della ecclesialità più vasta e diffusa del cattolicesimo romano ed
europeo.
Come
ci viene descritto dai testi agiografici del IV-V secolo (Em. Mon.,
Leg. Graec.), la figura di Sossio, ancora vivente, era già
attrattiva dell’ammirazione dei vescovi locali (Euphemius e
Januarius) e dei cristiani e dei vescovi del Mediterraneo (es:
Theodosius Thessalonicentium Episcopus) che a Miseno sostavano
durante il loro percorso verso Roma.
La
potenza spirituale del santo ci è testimoniata dalla cultura
patristica alla metà del V secolo nell’opera del santo vescovo
cartaginese Quodvultdeus,
esiliato a Napoli, il quale, in piena lotta al manicheismo e al
pelagianesimo in area campana, ebbe modo di rilevare la vicenda
dell’eretico Floro
che si attribuiva “virtutem et meritum
sancti Sossii” (De
Promiss. et Praedict. Dei).
Come
appare dalle annotazioni al Martirologio
Romano del Baronio, ricavate ex
libro de Rom. Pontific. in Symmacho, San
Sossio fu santo onoratissimo nella basilica del Vaticano ove
all’inizio del VI secolo gli fu dedicato un altare dal papa Simmaco
(498-514). La Storia ecclesiastica, la
Storia locale e l’Archeologia
(Panvinio, Duchesne, De Rossi, Silvagni, Ferro), indicarono
il luogo dell’altare-oratorio sansossiano nella Rotonda
di Sant’Andrea e riportarono
il testo dell’iscrizione che Simmaco dedicò al diacono martire di
Miseno.
Una
particolare diffusione della figura e della devozione al santo
martire di Miseno si deve alla cultura monastica benedettina
alto-medievale. A partire dal monastero di Nisida,
isoletta collocata a delimitazione dei golfi di Napoli e di Pozzuoli,
la celebrazione della memoria di San Sossio, scritta nei codici
dell’abate Adriano,
pervenne nel VII secolo ai primi scriptoria
monastici delle isole britanniche ove fu trascritta nei libri e nei
codici che accompagnarono l’evangelizzazione degli Angli e la
formazione degli episcopati e delle abbazie. Nel 668 l’abate
Adriano
era stato inviato da papa Vitaliano
in Inghilterra, insieme con il vescovo Teodoro,
proprio per curare la diffusione della cultura cristiana latina, ed
una volta divenuto abate del monastero
di San Pietro e Paolo di Canterbury
aveva donato ai monaci dell’isola scozzese di Lindisfarne
(oggi: Holy Island) un evangeliario con l’indicazione di
celebrazioni liturgiche campane.
Qualche
decennio dopo il venerabile Beda, monaco del monastero di
Jarrow, e discepolo della seconda generazione di Adriano,
testimoniò la presenza di questo tratto del cristianesimo campano
sia nella sua Historia Ecclesiastica gentis Anglorum (Libro
IV: il mandato missionario di Adriano che è abbate in monasterio
Nisidano quod est non longe a Neapoli Campaniae) e sia in quello
che viene considerato il primo Martirologio storico della
cristianità, ricco delle annotazioni riguardanti San Sossio ed altri
santi celebrati in area napoletana.
La
traslazione nell’anno 906 del corpo di San Sossio dalla chiesa di
Miseno, distrutta dai saraceni, al monastero benedettino napoletano
dedicato a San Severino, costituì un avvenimento epocale per la
cultura del ducato napoletano che fu registrato dal diacono
Giovanni il quale, con la redazione
degli Acta Translationis
e con la narrazione della Vita Sancti
Sossii recuperata dalla tradizione e
dai codici ancora più antichi, offrì un modello brillante che
ancora oggi pone l’Agiografia
napoletana medievale a riferimento per
gli studi contemporanei.
Le
venerate spoglie di san Sossio furono poste nella cripta del
monastero accanto a quelle di San Severino, evangelizzatore
dell’Austria e dei popoli della frontiera danubiana del V secolo;
ed i mille anni di permanenza, fino all’eversione napoleonica del
1807 che abolì il monastero napoletano, furono caratterizzati dalla
diffusione della figura del Santo nei luoghi e nelle opere della
cultura cassinese in Campania, nel Lazio e in altre parti d’Italia.
Oggi
le spoglie del Santo, ancora congiunte con quelle di san Severino,
sono custodite nella Chiesa di San Sossio di Frattamaggiore, la
principale ed originaria chiesa del paese del quale il Santo è
patrono e ove il culto sansossiano, originariamente diffuso nell’area
dell’antica Atella dai monaci Volturnensi, è presente e
documentato dal periodo longobardo e carolingio (VIII secolo).
Anche
in Frattamaggiore il culto sansossiano assume particolari ed
importanti connotazioni religiose e storico-antropologiche. Con la
traslazione delle spoglie del Santo da Napoli, che fu operata nel
1807 dal prelato frattese arcivescovo Michele Arcangelo Lupoli, si
compì in pratica il sogno della città, sorta proprio nel IX secolo
con l’esodo nella fratta atellana della popolazione di Miseno
scampata alle incursioni saracene: vedere ricongiunto un popolo con
la memoria fisica del suo santo patrono dopo averne per secoli
celebrato il ricordo ed esperita la presenza spirituale, per
continuare la sua antica esperienza di fede e di devozione con
spirito di vicinanza e con identità nuova. Un tratto importante di
questa nuova identità è costituito dal titolo di Città
Benedettina di cui Frattamaggiore si fregia, grazie al
riconoscimento che l’Ordine di San Benedetto ha voluto
concederle per la custodia delle spoglie dei due Santi, Sossio e
Severino, titolari dell’antico monastero napoletano, e per il luogo
che essa costituisce con il suo santuario come meta di un antico e
devoto pellegrinaggio e come retaggio cristiano di un secolare
incontro di popoli e culture.
San
Severino abate
La
motivazione storica e spirituale dell'evangelizzazione del Norico è
alla base della considerazione di San Severino come uno dei
Santi Patroni dell'Austria e della Baviera. La stessa motivazione,
estesa alla sua opera sociale (defensor civitatis) e di
soccorso alle popolazioni in difficoltà della frontiera danubiana
dell'impero romano, in epoca recente lo ha fatto proclamare patrono
particolare della Caritas austriaca.
La Via Severini,
concettualmente legata al pellegrinaggio che oggi si fa verso la meta
religiosa del santuario che custodisce le spoglie del monaco
evangelizzatore, attraversa la storia e i luoghi che da Vienna a
Frattamaggiore sono stati testimoni e custodi della sua opera e del
suo culto.
Evangelizzazione
del Norico – La Vita Sancti Severini fu scritta all'inizio
del V secolo dall’abate Eugippo in 46 Capitula che
ripercorrono le tappe della evangelizzazione dei popoli del Norico
(Noricum: regione dell'impero romano alla frontiera danubiana
corrispondente alle odierne Austria e Baviera), narrano la vicenda
spirituale del santo monaco evangelizzatore fino alla sua morte, e
descrivono la traslazione in Italia al seguito di Odoacre.
Da
questa Vita si apprende che Severino nacque intorno al 410 e
in giovinezza fu monaco contemplativo in oriente; si pensò che fosse
di origine africana, ma la bontà del suo linguaggio latino lo fece
ritenere figlio di nobile romano.
Nonostante
la scarsità dei documenti circa l'origine e la giovinezza di
Severino, la critica storica gli riconosce una formazione dottrinale
ed ascetica realizzata al contatto con il pensiero dei Padri
orientali e con il monachesimo basiliano.
Mentre
era eremita Severino maturò la vocazione che lo portò a trasferirsi
nel Norico e a svolgere opera di apostolato tra le genti di quella
regione. Nel 454, ormai uomo maturo e “come nuovo Mosè”,
egli raggiunse quelle terre che avevano subito le devastazioni di
Attila, morto l'anno prima, e che vedevano il cristianesimo
affermarsi con difficoltà tra le genti della frontiera del Danubio.
Nella
Romania danubiana esisteva una vita religiosa cristiana basata
su una rete di monasteri e chiese sparse che aspettavano una guida
unificante. Severino si presentò dotato di grande fascino e con un
potere profetico e carismatico che aveva del miracoloso. Fu
riconosciuto come uomo di Dio dalle genti barbare ed avviò la sua
predicazione ispirata alla dottrina di San Paolo e al desiderio del
Regno di Dio; basò la sua opera soprattutto sulla carità verso i
fedeli e verso gli stessi barbari.
La
sua prima tappa fu Asturis (Klosterneuburg), la più orientale
città del Norico. Di lì il suo impegno fu sempre più ampio e si
diffuse per tutto il Norico occidentale, giungendo fino alla Rezia. A
Favianes (Mautern) Severino fondò un monastero che elesse
come sua sede principale, e a 5 miglia di distanza si costruì una
celletta solitaria con la speranza di vivere in ritiro e
contemplazione. Ma gli eventi lo costringevano ad agire nell'opera
sociale e di soccorso alle popolazioni. Da Favianes la sua
opera, sviluppata tra Vindobona (Vienna) e Passavia (Passau
in Baviera), si estese con sistematicità per tutto il Norico e
raggiunse la Drava.
Per
realizzare la sua opera religiosa Severino pensò di fondare molti
nuclei monastici, e cercò di dirigere la vita dei monaci con regole
ben stabilite, basate sul consiglio sulla disciplina e sulla
provvisorietà della dimora terrena; predilesse l'intervento
colloquiale rispetto a quello formale e scritto proprio di altre
Regole monastiche. Senza sosta egli ricordava ai suoi monaci
che il distacco dalle cose del mondo era un bene irrinunciabile per
la vita monastica.
La
Regula Magistri precorritrice della Regula Benedicti fu
sicuramente ispirata all'insegnamento di Severino e,
nell'attribuzione all'abate Eugippo suo discepolo ed agiografo, fu
scritta nell'ambito del monachesimo campano formatosi intorno al suo
santuario napoletano.
Traslazione
in Italia - Sei anni dopo la morte di Severino, nel 488, Odoacre
ordinò l'evacuazione dei romani dalla Pannonia, regione contigua al
Norico, e li fece trasferire in Italia per sfuggire le invasioni
barbariche. I discepoli del santo, guidati dall'abate Lucillo suo
successore e memori della sua volontà di far trasportare la sua
reliquia in Italia, prepararono un'arca ed aprirono il suo sepolcro
nel convento “juxta Fabiana”. Essi prelevarono il corpo
ancora intatto e, tra il canto di salmi, lo posero nell'arca e si
avviarono in Italia.
Si
ebbe così la prima traslazione del corpo del santo, da Faviana al
Montefeltro (altri dicono: Feltro, Monte Faletro o
Feretro). Si narra che lungo la strada lo spirito di san
Severino era di guida e di difesa per il seguito di monaci e di
genti; e numerosi furono i miracoli che operò ad ogni tappa e lungo
la via.
Il
corpo sostò a Montefeltro fino al 492; quando il papa Gelasio
propose che fosse traslato a Napoli e deposto nel Castro
Lucullano. Si ebbe così la seconda traslazione della reliquia di
San Severino, che fu curata dall'abate Marciano, successore di
Lucillo, e con il beneplacito di San Vittore, vescovo di Napoli. Fino
ad un ventennio prima il Lucullano era stata la prigione
dell'ultimo imperatore, Romolo Augustolo, deposto da Odoacre. Poi si
preferì dare una destinazione più significativa a quell’edificio.
Il Castro Lucullano si trasformò così nella sede di una
comunità monastica, in un complesso di edifici sacri intorno alla
tomba di san Severino che fu predisposta da una nobildonna
aristocratica, Barbaria, forse la madre del deposto ultimo
imperatore.
Monastero
di Napoli - Nel 599 il papa Gregorio Magno indirizzava una lettera al
vescovo san Fortunato di Napoli, al quale chiedeva di donare alcune
reliquie di santa Giuliana e di san Severino – “sanctuaria
beatorum Severini Confessoris et Julianae martyris” - alla
nobildonna Januaria, la quale intendeva erigere un oratorio ai due
santi. In altra lettera a Pietro suddiacono, lo stesso papa Gregorio
espresse la volontà di consacrare a san Severino una chiesa in Roma
e di ricevervi alcune reliquie di lui.
Nel
X secolo si ebbe la terza traslazione del corpo del santo, dal Castro
Lucullano al monastero napoletano urbano che venne a lui
dedicato. Il monastero urbano era stato voluto da Atanasio II,
vescovo di Napoli, che raccolse un gruppo di 15 monaci benedettini in
una chiesetta situata al Vicus Missi, poi divenuto Vicus
monachorum, che era stata fondata tra l'845 e l'847 dal nobile
napoletano Adriano. La cronaca della traslazione fu scritta da
Giovanni diacono negli Acta translationis Sancti Severini Abbatis.
I saraceni avevano imperversato per le coste meridionali ed i
napoletani furono costretti a distruggere in 5 giorni ilCastro
Lucullano, dove era venerato il corpo di san Severino. L'abate
del monastero urbano chiese il corpo del santo al vescovo di Napoli
Stefano III e al duca di Napoli Gregorio IV. La concessione di questi
due personaggi consentì la traslazione che si realizzò il 10
settembre del 902 in pompa solenne con la presenza del Vescovo, dei
Chierici, del Duca della nobiltà, e con grande concorso di popolo.
Giovanni diacono nella sua cronaca narra anche del prodigio di
una pioggia di stelle.
La
cripta del convento benedettino napoletano accolse le spoglie di San
Severino, ed i monaci le tennero in grandissima venerazione. Grazie
ai benedettini la memoria del santo monaco fu celebrata prima nei
martirologi antichi come quello del Venerabile Beda, ed estesa poi in
ogni contrada italiana ed europea.
Per
circa nove secoli fino al 1807, epoca della soppressione degli ordini
religiosi nel periodo napoleonico, le spoglie di san Severino
riposarono nella cripta accanto alle spoglie del martire san Sossio
traslate dai monaci dalla basilica di Miseno nella seconda metà del
X secolo. In questo lunghissimo tempo il culto e la devozione del
santo Abate, considerato grande precursore dell'ordine di San
Benedetto, non fu separato da quello di san Sossio, e seguì le
vicende storiche del monastero napoletano.
La
presenza e l'importanza del Monastero dei Santi Severino e Sossio
nelle vicende del Regno di Napoli, dal periodo bizantino del X
secolo al periodo borbonico del XIX secolo, sono testimoniate a vari
livelli da privilegi ed influenze culturali notevoli. Il monastero fu
ritenuto da regnanti e popolari come un centro di religiosità, di
arte e di dignità civile. L'abate e i suoi monaci erano tenuti in
gran conto dalle dinastie e presenziavano nei consigli della nobiltà
e nella gestione di vasti territori, diffondendo in ogni luogo la
fama la devozione e la toponomastica legate al culto dei due santi.
A
lungo la devozione popolare napoletana ha attribuito alla preghiera
fatta sulla tomba di San Sossio e di San Severino la possibilità di
liberare le anime del Purgatorio; e per secoli lo stemma del
monastero ha contenuto la palma del Martire e il bacolo pastorale
dell'Abate. Oggi il monastero è sede dell'Archivio di Stato di
Napoli.
Basilica
di Frattamaggiore - L'ultima traslazione del corpo del Santo, quella
da Napoli alla Parrocchiale di Frattamaggiore, fu voluta dal frattese
arcivescovo Michele Arcangelo Lupoli, il quale intese sottrarre le
reliquie alla spoliazione in atto nelle chiese napoletane durante il
periodo napoleonico quando furono soppressi gli ordini religiosi.
Le
vicende della ricognizione del corpo e della sua traslazione sono le
stesse che si raccontano per la traslazione di San Sossio, patrono di
Frattamaggiore. Esse sono raccontate negli Acta inventionis
Sanctorum corporum Sosii Diaconi ac Martyris Misenati et Severini
Noricorum Apostoli, scritti nel 1807 dall'illustre prelato.
Attualmente
le sacre spoglie del Santo patrono dell'Austria e della Baviera
riposano nella Basilica Pontificia di Frattamaggiore in una magnifica
cappella, ancora accanto alle spoglie di San Sossio. Ogni anno in
questa città della Campania gruppi di austriaci e di studiosi del
medioevo rinnovano, con la loro visita alla reliquia di San Severino,
la devozione a questo grande santo mai dimenticato.
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Vaticano
sabato 5 ottobre 2013
San Francesco d'Assisi visto da Papa Francesco
L'Omelia
di Papa Francesco del 4 ottobre 2013, detta durante la celebrazione
della Santa Messa sulla Piazza del Portico dei Pellegrini della
Basilica del Santo, contiene un grande ritratto di agiografia
pastorale con preghiera di San Francesco d'Assisi.
Il
“Pace e Bene” salutare del cammino francescano, che proviene
dalla unione nell'animo del Santo dell' “amore per i poveri e
dell'imitazione di Cristo povero”, si origina “dallo sguardo di
Gesù sulla croce”. La Pace francescana “non è un sentimento
sdolcinato” ed il Francesco ingenuamente associato a questo
sentimento “non esiste”, come non esiste l'idea della pace legata
ad una sorta di “armonia panteistica con le energie del cosmo”.
La
pace di Francesco è quella di Cristo, e la trova colui che “prende
su di sé” il “giogo” del comandamento della Carità - Amatevi
gli uni gli altri come io vi ho amato (Gv13,34;
15,12) - e lo porta senza arroganza e presunzione, ma “con mitezza
e umiltà di cuore”.
Propongo
direttamente alla lettura l'omelia del Santo Padre raggiungibile sul
portale del Vaticano.
OMELIA
DEL SANTO PADRE FRANCESCO
Piazza
San Francesco, Assisi
Venerdì, 4 ottobre 2013
Venerdì, 4 ottobre 2013
«Ti
rendo lode, Padre, Signore del cielo e della terra, perché hai
nascosto queste cose ai sapienti e ai dotti e le hai rivelate ai
piccoli» (Mt 11,25).
Pace
e bene a tutti! Con questo saluto francescano vi ringrazio per essere
venuti qui, in questa Piazza, carica di storia e di fede, a pregare
insieme.
Oggi
anch’io, come tanti pellegrini, sono venuto per rendere lode al
Padre di tutto ciò che ha voluto rivelare a uno di questi “piccoli”
di cui ci parla il Vangelo: Francesco, figlio di un ricco
commerciante di Assisi. L’incontro con Gesù lo portò a spogliarsi
di una vita agiata e spensierata, per sposare “Madonna Povertà”
e vivere da vero figlio del Padre che è nei cieli. Questa scelta, da
parte di san Francesco, rappresentava un modo radicale di imitare
Cristo, di rivestirsi di Colui che, da ricco che era, si è fatto
povero per arricchire noi per mezzo della sua povertà (cfr 2
Cor 8,9). In tutta la vita di Francesco l’amore per i
poveri e l’imitazione di Cristo povero sono due elementi
uniti in modo inscindibile, le due facce di una stessa medaglia.
Che
cosa testimonia san Francesco a noi, oggi? Che cosa ci dice, non con
le parole – questo è facile – ma con la vita?
1.
La prima cosa che ci dice, la realtà fondamentale che ci testimonia
è questa: essere cristiani è un rapporto vitale con la Persona
di Gesù, è rivestirsi di Lui, è assimilazione a Lui.
Da
dove parte il cammino di Francesco verso Cristo? Parte dallo sguardo
di Gesù sulla croce. Lasciarsi guardare da Lui nel momento in
cui dona la vita per noi e ci attira a Lui. Francesco ha fatto questa
esperienza in modo particolare nella chiesetta di san Damiano,
pregando davanti al crocifisso, che anch’io oggi potrò venerare.
In quel crocifisso Gesù non appare morto, ma vivo! Il sangue scende
dalle ferite delle mani, dei piedi e del costato, ma quel sangue
esprime vita. Gesù non ha gli occhi chiusi, ma aperti, spalancati:
uno sguardo che parla al cuore. E il Crocifisso non ci parla di
sconfitta, di fallimento; paradossalmente ci parla di una morte che è
vita, che genera vita, perché ci parla di amore, perché è l’Amore
di Dio incarnato, e l’Amore non muore, anzi, sconfigge il male e la
morte. Chi si lascia guardare da Gesù crocifisso viene ri-creato,
diventa una «nuova creatura». Da qui parte tutto: è l’esperienza
della Grazia che trasforma, l’essere amati senza merito, pur
essendo peccatori. Per questo Francesco può dire, come san Paolo:
«Quanto a me non ci sia altro vanto che nella croce del Signore
nostro Gesù Cristo» (Gal 6,14).
Ci
rivolgiamo a te, Francesco, e ti chiediamo: insegnaci a rimanere
davanti al Crocifisso, a lasciarci guardare da Lui, a lasciarci
perdonare, ricreare dal suo amore.
2.
Nel Vangelo abbiamo ascoltato queste parole: «Venite a me, voi
tutti, che siete stanchi e oppressi, e io vi darò ristoro. Prendete
il mio giogo sopra di voi e imparate da me, che sono mite e umile di
cuore» (Mt 11,28-29).
Questa
è la seconda cosa che Francesco ci testimonia: chi segue Cristo,
riceve la vera pace, quella che solo Lui, e non il mondo, ci può
dare. San Francesco viene associato da molti alla pace, ed è
giusto, ma pochi vanno in profondità. Qual è la pace che Francesco
ha accolto e vissuto e ci trasmette? Quella di Cristo, passata
attraverso l’amore più grande, quello della Croce. E’ la pace
che Gesù Risorto donò ai discepoli quando apparve in mezzo a loro
(cfr Gv20,19.20).
La
pace francescana non è un sentimento sdolcinato. Per favore: questo
san Francesco non esiste! E neppure è una specie di armonia
panteistica con le energie del cosmo… Anche questo non è
francescano! Anche questo non è francescano, ma è un’idea che
alcuni hanno costruito! La pace di san Francesco è quella di Cristo,
e la trova chi “prende su di sé” il suo “giogo”, cioè il
suo comandamento: Amatevi gli uni gli altri come io vi ho amato (cfr
Gv 13,34; 15,12). E questo giogo non si può portare con
arroganza, con presunzione, con superbia, ma solo si può portare con
mitezza e umiltà di cuore.
Ci
rivolgiamo a te, Francesco, e ti chiediamo: insegnaci ad essere
“strumenti della pace”, della pace che ha la sua sorgente in Dio,
la pace che ci ha portato il Signore Gesù.
3.
Francesco inizia il Cantico così: “Altissimo, onnipotente, bon
Signore… Laudato sie… cun tutte le tue creature” (FF,1820).
L’amore per tutta la creazione, per la sua armonia! Il Santo
d’Assisi testimonia il rispetto per tutto ciò che Dio ha creato
e come Lui lo ha creato, senza sperimentare sul creato per
distruggerlo; aiutarlo a crescere, a essere più bello e più simile
a quello che Dio ha creato. E soprattutto san Francesco testimonia il
rispetto per tutto, testimonia che l’uomo è chiamato a custodire
l’uomo, che l’uomo sia al centro della creazione, al posto dove
Dio - il Creatore - lo ha voluto. Non strumento degli idoli che noi
creiamo! L’armonia e la pace! Francesco è stato uomo di armonia,
uomo di pace. Da questa Città della Pace, ripeto con la forza e la
mitezza dell’amore: rispettiamo la creazione, non siamo strumenti
di distruzione! Rispettiamo ogni essere umano: cessino i conflitti
armati che insanguinano la terra, tacciano le armi e dovunque l’odio
ceda il posto all’amore, l’offesa al perdono e la discordia
all’unione. Sentiamo il grido di coloro che piangono, soffrono e
muoiono a causa della violenza, del terrorismo o della guerra, in
Terra Santa, tanto amata da san Francesco, in Siria, nell’intero
Medio Oriente, in tutto il mondo.
Ci
rivolgiamo a te, Francesco, e ti chiediamo: ottienici da Dio il dono
che in questo nostro mondo ci sia armonia, pace e rispetto per il
Creato!
Non
posso dimenticare, infine, che oggi l’Italia celebra san
Francesco quale suo Patrono. E do gli auguri a tutti gli
italiani, nella persona del Capo del governo, qui presente. Lo
esprime anche il tradizionale gesto dell’offerta dell’olio per la
lampada votiva, che quest’anno spetta proprio alla Regione Umbria.
Preghiamo per la Nazione italiana, perché ciascuno lavori sempre per
il bene comune, guardando a ciò che unisce più che a ciò che
divide.
Faccio
mia la preghiera di san Francesco per Assisi, per l’Italia, per il
mondo: «Ti prego dunque, o Signore Gesù Cristo, padre delle
misericordie, di non voler guardare alla nostra ingratitudine, ma di
ricordarti sempre della sovrabbondante pietà che in [questa città]
hai mostrato, affinché sia sempre il luogo e la dimora di quelli che
veramente ti conoscono e glorificano il tuo nome benedetto e
gloriosissimo nei secoli dei secoli. Amen» (Specchio di
perfezione, 124: FF, 1824).
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lunedì 6 maggio 2013
La stanza del cardinale Baronio sulla Torre dei Venti
Alla
fine del corso annuale di Archivistica alla Scuola Vaticana gli
studenti svolgono con la guida dei docenti una visita nei vari
ambienti dell'Archivio Segreto Vaticano: dalla Sala
degli Indici alle Sale di Studio e Consultazione, dal
Bunker ai Depositi, dal Piano Nobile alle Sale
Ghigiane e alla Torre dei Venti. Si tratta di una
esperienza didattica, fatta nel segno della globalità, che consente
di recepire l'unitarietà e la sistematicità delle diversificate
lezioni ed esercitazioni realizzate nel corso dell'anno accademico.
Le
tematiche teoriche ed organizzative della disciplina studiata,
insieme con l'interpretazione e la lettura degli antichi documenti
considerati nelle esercitazioni pratiche, trovano modo di essere
esperite e recepite con efficacia formativa e soddisfazione
conoscitiva, verificate nella modernità di impostazioni innovative e
nella consolidata tradizione conservativa dell'Archivio dei Papi.
Si
aggiunge l'importanza dei valori culturali ed estetici che si legano
alla visita che diviene anche storico-museale per le sale affrescate
del Palazzo Apostolico, per gli ambiti architettonici ed
artistici che accolgono, nella luce dei colori e nel silenzio dei
secoli, le arche sontuose e gli armadi legnosi nei quali si
conservano registri, libri, buste, fascicoli, pergamene e documenti
che, i più antichi, datano dall'Alto Medioevo.
Una
carrellata sul patrimonio storico e documentario si può avere
navigando il sito di LUX IN ARCANA, una suggestiva mostra
curata dallo stesso Archivio Segreto Vaticano che consente di
recuperare nell'esperienza multimediale testimonianze e curiosità su
avvenimenti e personaggi storici.
Ho
partecipato alla visita nel gruppo degli studenti guidati dai docenti
Luca Carboni e Giovanni Castaldo assistiti da Alfredo Tuzi segretario
della Scuola. Insieme con le stimolazioni del sapere disciplinare
della materia studiata durante l'anno, soprattutto attraversando le
sale seicentesche del piano nobile e in salita verso la Torre dei
Venti ho avuto occasione di percepire un senso religioso ed
ecclesiale e di osservare segni tangibili della storia della Chiesa.
“Questa
è la stanza di Cesare Baronio” ha annunciato il docente ad un
certo punto del cammino.
Il
cardinale discepolo di san Filippo Neri, agiografo e storico eccelso
della Chiesa, scrittore dei dodici volumi monumentali degli Annali
Ecclesiastici, vi stette in qualità di Bibliotecario di Santa
Romana Chiesa dal 1597 al 1607, anno della sua morte. L'Archivio
Vaticano fu separato dalla Biblioteca Vaticana e fu
istituito come entità autonoma 4 anni dopo, nel 1611, da papa Paolo
V.
Con
Cesare Baronio, seguendo gli Appunti di Diplomatica di
Sergio Pagano, Prefetto dell'Archivio Segreto Vaticano, ci si
porta ad un punto cruciale della storiografia ecclesiastica, alla
considerazione rigorosa del patrimonio delle fonti documentali della
Storia della Chiesa che in epoca post-tridentina viene
religiosamente rivisitato e apologeticamente trattato con il metodo
nuovo degli Annales cattolici che si contrappongono
alle Centuriae Magdebughesi dei protestanti.
Per
il Venerabile Cesare Baronio ho nutrito sempre un devoto ed ammirato
sentimento, motivato sia religiosamente e sia per il suo lavoro di
storico. Incominciai a consultare i suoi Annali nella
Biblioteca di Fano per qualche ricerca agiografica e di storia
locale e mi colpirono la vastità e la particolarità della sua
opera; ed ho sempre collegato la sua figura ad una biblioteca,
stimolato in ciò anche da qualche rappresentazione grafica che lo
ritraeva intento allo studio in una stanza piena di libri e con la
finestra aperta sulla campagna esterna. Un'ambientazione che ho
personalmente riscontrato simile in alcune sale della Biblioteca
Benedettina di Subiaco ed in altre biblioteche monastiche.
D'altro canto l'ambientazione con lo studioso ecclesiastico trova
anche riferimenti nell'iconografia artistica come quella del San
Girolamo di Antonello da Messina (1474) e del Sant'Agostino di
Vittore Carpaccio (1503).
La
stanza di Cesare Baronio che si incontra visitando le Sale
dell'Archivio Vaticano, e salendo verso l'alto della Torre dei Venti,
si affaccia sui Giardini Vaticani e prelude la visione più ampia
sull'intera Roma che si gode dal terrazzo della Torre.
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martedì 2 aprile 2013
Cristo è risorto! L'annuncio pasquale di Papa Francesco
Sorgono
dal profondo del cuore l'esigenza e la gioia di condividere le parole
di Papa Francesco dette al Messaggio Urbi et Orbi la Domenica
di Pasqua 2013 in Piazza San Pietro colma di popolo e di genti. Esse
illuminano di luce evangelica gli anfratti dell'anima che è sempre
in cerca del Signore e ne rintraccia la via per i sentieri spirituali
della fede e per le strade del mondo.
Papa
Francesco nella semplicità e profondità del suo magistero ci
rilegge la pagina del Vangelo della Risurrezione e ce ne testimonia
nuovamente, con l'ausilio della Scrittura e dei Padri, il significato
attuale ricco di verità e speranza.
Cari
fratelli e sorelle di Roma e del mondo intero, buona Pasqua! Buona
Pasqua!
Che
grande gioia per me potervi dare questo annuncio: Cristo è risorto!
Vorrei che giungesse in ogni casa, in ogni famiglia, specialmente
dove c’è più sofferenza, negli ospedali, nelle carceri…
Soprattutto
vorrei che giungesse a tutti i cuori, perché è lì che Dio vuole
seminare questa Buona Notizia: Gesù è risorto, c’è la speranza
per te, non sei più sotto il dominio del peccato, del male! Ha vinto
l’amore, ha vinto la misericordia! Sempre vince la misericordia di
Dio!
Anche
noi, come le donne discepole di Gesù, che andarono al sepolcro e lo
trovarono vuoto, possiamo domandarci che senso abbia questo
avvenimento (cfr Lc 24,4). Che cosa significa che Gesù è
risorto? Significa che l’amore di Dio è più forte del male e
della stessa morte; significa che l’amore di Dio può trasformare
la nostra vita, far fiorire quelle zone di deserto che ci sono nel
nostro cuore. E questo può farlo l’amore di Dio!
Questo
stesso amore per cui il Figlio di Dio si è fatto uomo ed è andato
fino in fondo nella via dell’umiltà e del dono di sé, fino agli
inferi, all’abisso della separazione da Dio, questo stesso amore
misericordioso ha inondato di luce il corpo morto di Gesù, lo ha
trasfigurato, lo ha fatto passare nella vita eterna. Gesù non è
tornato alla vita di prima, alla vita terrena, ma è entrato nella
vita gloriosa di Dio e ci è entrato con la nostra umanità, ci ha
aperto ad un futuro di speranza.
Ecco
che cos’è la Pasqua: è l’esodo, il passaggio dell’uomo dalla
schiavitù del peccato, del male alla libertà dell’amore, del
bene. Perché Dio è vita, solo vita, e la sua gloria siamo noi:
l’uomo vivente (cfr Ireneo, Adversus haereses, 4,20,5-7).
Cari
fratelli e sorelle, Cristo è morto e risorto una volta per sempre e
per tutti, ma la forza della Risurrezione, questo passaggio dalla
schiavitù del male alla libertà del bene, deve attuarsi in ogni
tempo, negli spazi concreti della nostra esistenza, nella nostra vita
di ogni giorno. Quanti deserti, anche oggi, l’essere umano deve
attraversare! Soprattutto il deserto che c’è dentro di lui, quando
manca l’amore di Dio e per il prossimo, quando manca la
consapevolezza di essere custode di tutto ciò che il Creatore ci ha
donato e ci dona. Ma la misericordia di Dio può far fiorire anche la
terra più arida, può ridare vita alle ossa inaridite (cfr Ez
37,1-14).
Allora,
ecco l’invito che rivolgo a tutti: accogliamo la grazia della
Risurrezione di Cristo! Lasciamoci rinnovare dalla misericordia di
Dio, lasciamoci amare da Gesù, lasciamo che la potenza del suo amore
trasformi anche la nostra vita; e diventiamo strumenti di questa
misericordia, canali attraverso i quali Dio possa irrigare la terra,
custodire tutto il creato e far fiorire la giustizia e la pace.
E
così domandiamo a Gesù risorto, che trasforma la morte in vita, di
mutare l’odio in amore, la vendetta in perdono, la guerra in pace.
Sì, Cristo è la nostra pace e attraverso di Lui imploriamo pace per
il mondo intero.
Iltesto intero sul portale del Vaticano
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lunedì 18 marzo 2013
Fede e Carità nei messaggi quaresimali di papa Benedetto e papa Francesco
Ho
letto il Messaggio di Quaresima 2013 di Benedetto XVI ed ho colto il
suo proporre l'intimo legame tra la Fede e la Carità come
spiritualità e vitalità irrinunciabile per i cristiani in cammino
penitenziale verso la Pasqua:
“La
celebrazione della Quaresima, nel contesto dell’Anno
della fede,
ci offre una preziosa occasione per meditare sul rapporto tra fede e
carità: tra il credere in Dio, nel Dio di Gesù Cristo, e l’amore,
che è frutto dell’azione dello Spirito Santo e ci guida in un
cammino di dedizione verso Dio e verso gli altri […]
La
fede, dono e risposta, ci fa conoscere la verità di Cristo come
Amore incarnato e crocifisso
[…] Da
parte sua, la carità ci fa entrare nell’amore di Dio manifestato
in Cristo, ci fa aderire in modo personale ed esistenziale al donarsi
totale e senza riserve di Gesù al Padre e ai fratelli. Infondendo in
noi la carità, lo Spirito Santo ci rende partecipi della dedizione
propria di Gesù: filiale verso Dio e fraterna verso ogni uomo (cfr. Rm
5,5)
[…] in questo tempo di Quaresima, in cui ci prepariamo a celebrare
l’evento della Croce e della Risurrezione, nel quale l’Amore di
Dio ha redento il mondo e illuminato la storia, auguro a tutti voi di
vivere questo tempo prezioso ravvivando la fede in Gesù Cristo, per
entrare nel suo stesso circuito di amore verso il Padre e verso ogni
fratello e sorella che incontriamo nella nostra vita”.
Ho
letto anche il Messaggio di Quaresima consegnato Mercoledì delle
Ceneri 2013 dall'Arcivescovo Jorge Mario Bergoglio ai fedeli
dell'Arcidiocesi di Buenos Aires, qualche giorno prima di essere
eletto Papa in Conclave a Roma con il nome di Francesco.
Non
ci sono differenze nel luminoso nucleo teologico e se ne colgono
riverberi nuovi ed estesi ad una sintesi etica che si identifica con
la Solidarietà. Dopo aver lanciato il monito d'ispirazione biblica
di “strappare il cuore e non le vesti dinanzi al Signore lento
all'ira e ricco di misericordia”, e dopo la descrizione della
“lunga lista delle realtà distruttive” dell'etica e della
società umana, il Cardinale Padre Bergoglio s.j. , oggi Papa
Francesco, dice alla sua comunità diocesana:
“Insieme con la
preghiera e la penitenza, come segno della nostra fede nella potenza
della Pasqua che trasforma tutto, dobbiamo anche cominciare un altro
anno improntandolo al "gesto quaresimale della solidarietà".
Come Chiesa di Buenos Aires in marcia verso la Pasqua attenta a ciò
di cui il Regno di Dio può avere bisogno, dobbiamo tenere il nostro
cuore lacerato dal desiderio di conversione e orientato al gesto
d'amore, alla grazia efficace per alleviare il dolore di tanti
fratelli che camminano accanto a noi”.
Il
messaggio quaresimale di Benedetto XVI si può leggere sul portale
della CEI; quello di Francesco si può leggere sul portale
dell'Arcidiocesi di Buenos Aires. Si possono raggiungere mediante i
link segnalati.
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