Visualizzazione post con etichetta Roma. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Roma. Mostra tutti i post

venerdì 6 novembre 2020

RISVOLTI DI RELIGIOSITA' PER GIGI PROIETTI


Frattamaggiore - Oratorio San Filippo Neri- Effige maiolicata
 

Da circa un decennio è funzionante nel quartiere di Chiazzanova di Frattamaggiore l’Oratorio parrocchiale di San Filippo Neri. Un antico palazzo rurale con piano nobile che è stato trasformato in una struttura complessa con ampie sale, salotti, ballatoi e cappella, dislocati su due piani; che circondano a modo di gallerie di teatro il grande cortile a platea, che funge da luogo di aggregazione per assemblee numerose che partecipano a celebrazioni religiose e ad eventi di comunicazione.

Campeggia sulla pedana della corte una notevole rappresentazione artistica moderna: una grande effige maiolicata di San Filippo Neri con i suoi ragazzi disegnati sullo sfondo della campagna romana.

Lo mission dell’Oratorio ed il significato della rappresentazione furono specificati dal parroco fondatore, ora emerito, don Nicola Giallaurito:

All’ombra dell’Oratorio, i giovani, ma anche gli adulti, troveranno il gusto dello stare insieme uscendo dall’anonimato, condivideranno esperienze, scopriranno di avere difficoltà e problemi comuni, troveranno risposte adeguate ai tanti “perché” dell’esistenza. L’Oratorio vincerà la sfida che la società odierna lancia a voi giovani, spesso confusi e disorientati, se saprà diventare palestra di idee, finestra aperta sul mondo, luogo di riflessione e di conoscenza, in un clima di sana e non vuota allegria, tipico del modello primitivo di Oratorio voluto dal nostro Patrono e Protettore della gioventù: San Filippo Neri.

Nella effige posta sul muro dell’Oratorio frattese il volto di San Filippo è rappresentato dalle sembianze di Gigi Proietti, che all’epoca della inaugurazione aveva interpretato con intensità e bravura il ruolo del santo nella fiction televisiva Preferisco il Paradiso. L’ispirazione alla fiction, alla sua ambientazione e ai suoi personaggi, fu allora palese dal momento che l’artista volle sottolineare anche con la parola Paradiso… lo scenario disegnato nella effige.

Si trattò sicuramente di un omaggio a ciò che apparve subito al parroco don Nicola come un tratto importante della personalità dell’attore: un sentimento non ostentato della religiosità umile e nobile.

Alla dipartita di Gigi Proietti, defunto ottantenne il due novembre scorso, Il suo ricordo è stato onorato a tutti i livelli civili, professionali, artistici con gli omaggi particolari che l’intera città di Roma, le istituzioni, ed il mondo della cultura e della comunicazioni hanno voluto porgergli.

Il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella lo ha voluto ricordare come:

intellettuale lucido e appassionato, sempre attento e sensibile alle istanze delle fasce più deboli e al rinnovamento della società.

Tra l’altro, su Vatican News è stata pubblicato l’audio di una intervista a Proietti che narra la sua esperienza, anche religiosa, di interprete di San Filippo Neri.

La celebrazione esequiale si è tenuta nella Basilica di Santa Maria in Montesanto (Chiesa degli Artisti a Piazza del Popolo), dopo che il corteo si era portato dal Campidoglio a Villa Borghese (al Globe Theatre) per la commemorazione fatta da Virginia Raggi sindaco di Roma, da Walter Veltroni e dagli attori suoi allievi.

Da don Walter Insero, Rettore della Chiesa degli Artisti e amico personale di Gigi Proietti, si sono avute parole importanti sulla religiosità dell’attore:

"Gigi era un uomo mite, paziente, colto, raffinato, un uomo pacifico, per nulla vendicativo… ha messo a frutto la sua intelligenza dopo aver fatto un teatro d'avanguardia, a favore di una spettacolarità più popolare, ha voluto essere un artista popolare, sempre con uno sguardo leggero e affettuoso. Una scelta rischiosa. Ma si rivedeva nella fragilità degli uomini, ne sapeva sorridere, esaltandola […] Era fiero della messa in latino affascinato dal sacro e da Dio, dal senso del mistico. Da piccolo aveva fatto il chierichetto e della sua Tosca amava profondamente il Te Deum e sul suo palcoscenico si ripeteva la profondità poetica della liturgia".

Il Rettore ha ricordato la devozione di Proietti per Padre Pio e:

il grande e profondo l'affetto nei confronti di Papa Francesco, la sua scelta di prediligere i poveri, gli ultimi […] Non sopportava le bestemmie. Lo inorridivano. Aiutava i poveri e spesso trascorreva il Natale, accanto alla moglie, con i carcerati di Rebibbia e di Regina Coeli. Fino all'ultimo con i suoi collaboratori pensava di poter continuare a lavorare -ha concluso- faceva progetti soprattutto per aiutare tante famiglie in questo momento di pandemia.

In rete si sicorda la sua preghiera come attore:

Signore preservami dai contenuti, salvami dal significato, fulminami all’istante qualora fossi preso dalla tentazione del messaggio.

E si ricorda anche il suo concetto espresso nella Lectio per il titolo di Professore emerito Honoris causa all’Università di Tor Vergata:

La comicità è un grande mistero. Si sa solo che fa ridere.

Ugo Pagliai alla celebrazione esequiale lo ha commossamente accompagnato con la Preghiera dell’Artista, che evoca nei concetti il pensiero del Magistero della Chiesa:

O Signore della bellezza, Onnipotente Creatore di ogni cosa,

Tu che hai plasmato le creature imprimendo in loro l’impronta mirabile della tua gloria, Tu che hai illuminato l’intimo di ogni uomo con la luce del tuo volto, volgi su noi lo sguardo e abbi pietà di noi, della nostra debolezza, della nostra povertà, volgi i tuoi occhi sul nostro lavoro, sulle nostre fatiche di ogni giorno,guardaci, siamo gli artisti, i tuoi artisti. Siamo pittori, scultori, musicisti, attori, poeti, danzatori, siamo i tuoi piccoli che amano vivere sulle ali della poesia per poterti stare più vicino, e per aiutare i fratelli a guardare più in alto nel tuo cielo e più in profondità, nel loro cuore. Perdonaci se siamo fragili e incostanti, ma siano uomini, donaci la tua forza, quella che scopriamo nella tua Parola, quella che sentiamo nella tua grazia, quella che riceviamo dalla tua Eucaristia, da quel pane spezzato che è comunione, fraternità e gioia. Ti preghiamo per noi, per tutti gli artisti, per il mondo distratto, fa’ che possiamo aiutare tutti gli uomini a scoprire qualcosa di Te, attraverso la nostra arte. La nostra vita sia un canto di lode alla tua bellezza e le nostre opere i raggi luminosi che illuminano le strade degli uomini. Donaci il tuo perdono e la tua benevolenza, donaci il tuo Spirito di sapienza e di bellezza, ispiraci con il tuo amore e la tua grazia, e donaci ali stupende affinché con l’arte ci innalziamo fino a te. Te lo chiediamo per Gesù Cristo, Signore e fratello nostro. Amen


Trailer del film Preferisco il Paradiso

martedì 12 novembre 2013

In memoria dei caduti di Nassirya

In quella occasione mi fu donato una copia del Calendario Storico dei Carabinieri 2004. Ci eravamo recati, docenti ed alunni del Liceo Scientifico e delle Scienze Sociali di Mondragone, alla locale Caserma dell'Arma per consegnare il segno della partecipazione della Scuola al lutto per i 19 caduti nella strage causata da un attacco terroristico suicida alla base militare italiana di Nassirya in Irak. Tra i caduti, insieme con 5 militari e 2 civili, si contarono 12 carabinieri.


Rileggo nella presentazione di quel calendario i tratti essenziali della storia italiana dell'Arma, bicentenaria nel prossimo anno 2014, ed il suo impegno esteso “per la pace e la sicurezza di tutta la comunità internazionale”.
Il valore comunitario della pace emerse subito nella riflessione che si avviò tra gli studenti che vollero dedicare al tragico avvenimento ricerche, approfondimenti, pensieri e parole che scrissero singolarmente, affissero in strisce cartacee alla bandiera italiana, e riunirono in un file multimediale che vollero personalmente consegnare ai Carabinieri operanti in città. Fu una esperienza commossa e partecipata con sinceri sentimenti di fraternità e vicinanza.

Ho riguardato nel mio archivio didattico multimediale anche le pagine predisposte dagli studenti per il laboratorio giornalistico scolastico 'Galileo' che si cimentava con la pubblicazione del periodico 'News delle Scienze Sociali'. Oggi che si conta un numero più alto di caduti italiani nelle missioni di pace in varie parti del mondo, e che in Italia e nella Capitale si celebra ufficialmente il decennale dei caduti di Nassirya, queste pagine assumono un meritevole valore educativo e di memoria nell'ottica giovanile.



Le ripropongo alla lettura odierna contestualmente alle pagine istituzionali che riguardano le espressioni dei due Presidenti della Repubblica, Carlo Azeglio Ciampi e Giorgio Napolitano, riferite ai caduti di Nassirya e alla celebrazione della loro memoria. 



12-11-2003


Dichiarazione del Presidente Ciampi appena appresa la notizia dell'atto terroristico alla base dei carabinieri italiani a Nassyria, in Irak
                                C o m u n i c a t o
Il Presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi, appena appresa la notizia dal Comandante Generale dell'Arma dei Carabinieri Gen. Guido Bellini, dell'atto terroristico alla base dei carabinieri italiani di stanza a Nassyria, in Irak, ha rilasciato la seguente dichiarazione:


"Il mio primo pensiero va alle famiglie dei carabinieri uccisi da un ignobile atto di terrorismo.
Sono loro vicino nel dolore.
Esprimo all'Arma dei Carabinieri tutta la mia solidarietà.
Sono militari caduti mentre facevano il loro dovere, per aiutare il popolo iracheno a ritrovare la pace, l'ordine, la sicurezza.
I nostri carabinieri, le nostre Forze Armate sono in Irak su mandato e per volontà del Parlamento.
Tutta l'Italia si stringe attorno a loro e li sostiene in questo momento, in questa dura prova.
Parto per gli Stati Uniti con animo profondamente commosso.
Incontrerò il Presidente Bush e il segretario generale dell'ONU Kofi Annan.
Ho la coscienza di rappresentare un Paese unito e forte. Continueremo a svolgere, insieme con i nostri alleati e con le Nazioni Unite, il nostro ruolo nella lotta al terrorismo internazionale."



Strage di Nassirya: commosso pensiero alle vittime di una inaccettabile e vile barbarie

"Rivolgo il mio deferente omaggio a tutti coloro che hanno perso la vita adempiendo con onore al proprio dovere, al servizio dell'Italia e della comunità internazionale". Lo ha scritto il Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, in un messaggio inviato, in occasione della celebrazione della Giornata dedicata al ricordo dei caduti, militari e civili, nelle missioni internazionali per la pace, al Ministro della Difesa, Mario Mauro.

"Rivolgo - ha continuato il Capo dello Stato - il mio deferente omaggio a tutti coloro che hanno perso la vita adempiendo con onore al proprio dovere, al servizio dell'Italia e della comunità internazionale. Nel 10° anniversario della strage di Nassirya, che oggi ricorre, un commosso pensiero va, in particolare, ai 19 italiani tragicamente caduti in quell'efferato, gravissimo attentato ed agli iracheni che con essi perirono, vittime di una stessa inaccettabile e vile barbarie. I militari ed i civili che, anche a rischio della vita, operano nelle aree di crisi, in tante travagliate regioni del mondo, sono l'espressione di un paese che crede nella necessità di uno sforzo comune per la sicurezza e la stabilità. Sono il simbolo di un impegno forte a tutela dei diritti fondamentali dell'uomo e per la cooperazione pacifica tra i popoli. I caduti che commemoriamo in questa giornata sono stati interpreti coraggiosi e sfortunati di questo grande impegno italiano. Dobbiamo esserne orgogliosi e tributare loro la nostra riconoscenza per quanto hanno dato".
"Con questi sentimenti - ha concluso il Presidente Napolitano - sono oggi affettuosamente vicino ai familiari di quegli uomini e di quelle donne e partecipo al loro dolore".


Nell'ottica della fede cristiana ripropongo anche le parole dette il 12 novembre 2008 dal Vescovo Vincenzo Pelvi, Ordinario Militare d'Italia, nell' Omelia per la S. Messa in suffragio delle vittime di Nassirya celebrata nella Basilica Santa Maria degli Angeli.


Nella nostra preghiera ci rivolgiamo a Dio Padre e gli affidiamo uno per uno i nostri militari defunti, le loro famiglie, tutti gli italiani che sono in altri Paesi per una nobile missione. Con loro affidiamo al Signore la nostra Patria, il rispetto per la vita umana, la pace nel mondo. La pace: è il grande tesoro che non dobbiamo lasciar strappare dalle nostre coscienze e dai nostri cuori, neppure da parte di terroristi, che vanno fronteggiati con il coraggio e la determinazione di cui siamo capaci; ma che non odieremo, anzi, non ci stancheremo di far loro capire che l’impegno dell’Italia, compreso il suo coinvolgimento militare, è orientato a promuovere una convivenza umana in cui ci siano libertà e diritto per ogni popolo, cultura e religione.
Il diritto e la libertà sono essenziali per evitare ricadute non rispettose dell’uomo. Un diritto, però, che si fondi su un alto senso della dignità e della giustizia. Salvaguardare la dignità dell’uomo non significa soltanto non ucciderlo o non torturarlo. Significa anche dare alla fame e sete di giustizia e libertà che è in lui la possibilità di essere saziate, impegnandoci, ciascuno secondo le proprie capacità, a raddoppiare gli sforzi per liberare la persona da ogni forma di esclusione ed emarginazione. Il ricordo del dramma di Nassirya, l’omaggio alle vittime esige il dovere della memoria, che scuota cuore e mente a portare la ragione a riconoscere il male e a rifiutarlo, suscitando in ciascuno il coraggio del bene e della resistenza contro il male.
Siamo qui non per odiare insieme, ma per insieme amare. L’insegnamento della memoria contribuirà a rendere sempre più umano l’uomo. Un uomo che possa essere di più e non solo avere di più, che impari non solo a vivere con gli altri, ma per gli altri, come i nostri amati militari caduti a Nassirya.

Sito di News delle Scienze Sociali
Omaggio degli studenti ai caduti di Nassirya
Portale dei Carabinieri

giovedì 3 ottobre 2013

San Francesco d'Assisi diacono

Assisi - Basilica inferiore
dipinto del XIV secolo
Le Fonti Francescane (FF), in particolare la Vita Prima di Tommaso da Celano, portano la testimonianza scritta che San Francesco era diacono. Vi sono anche fonti iconografiche in cui Francesco appare con il segno proprio e la veste liturgica del diacono: Il libro del Vangelo e la dalmatica.
La testimonianza scritta del Celano si riferisce alla notte di Natale del 1223 quando Francesco si trovava all'eremo di Greccio e volle realizzare con la gente del luogo una rappresentazione viva della Natività di Betlemme, il primo presepe vivente della tradizione popolare natalizia italiana.
Leggiamo di seguito la narrazione.

E giunge il giorno della letizia, il tempo dell’esultanza! Per l’occasione sono qui convocati molti frati da varie parti; uomini e donne arrivano festanti dai casolari della regione, portando ciascuno secondo le sue possibilità, ceri e fiaccole per illuminare quella notte, nella quale s’accese splendida nel cielo la Stella che illuminò tutti i giorni e i tempi. Arriva alla fine Francesco: vede che tutto è predisposto secondo il suo desiderio, ed è raggiante di letizia. 
Ora si accomoda la greppia, vi si pone il fieno e si introducono il bue e l’asinello. 
In quella scena commovente risplende la semplicità evangelica, si loda la povertà, si raccomanda l’umiltà. Greccio è divenuto come una nuova Betlemme.
Questa notte è chiara come pieno giorno e dolce agli uomini e agli animali! La gente accorre e si allieta di un gaudio mai assaporato prima, davanti al nuovo mistero. La selva risuona di voci e le rupi imponenti echeggiano i cori festosi. I frati cantano scelte lodi al Signore, e la notte sembra tutta un sussulto di gioia.
Il Santo è lì estatico di fronte al presepio, lo spirito vibrante di compunzione e di gaudio ineffabile. Poi il sacerdote celebra solennemente l’Eucaristia sul presepio e lui stesso assapora una consolazione mai gustata prima.

Assisi - Basilica superiore
Giotto - Presepe di Greccio
Francesco si è rivestito dei paramenti diaconali perché era diacono, e canta con voce sonora il santo Vangelo: quella voce forte e dolce, limpida e sonora rapisce tutti in desideri di cielo. 
Poi parla al popolo e con parole dolcissime rievoca il neonato Re povero e la piccola città di Betlemme. 
Spesso, quando voleva nominare Cristo Gesù infervorato di amore celeste lo chiamava «il Bambino di Betlemme», e quel nome «Betlemme» lo pronunciava riempiendosi la bocca di voce e ancor più di tenero affetto, producendo un suono come belato di pecora. 
E ogni volta che diceva «Bambino di Betlemme» o «Gesù», passava la lingua sulle labbra, quasi a gustare e trattenere tutta la dolcezza di quelle parole.
Vi si manifestano con abbondanza i doni dell’Onnipotente, e uno dei presenti, uomo virtuoso, ha una mirabile visione. Gli sembra che il Bambinello giaccia privo di vita nella mangiatoia, e Francesco gli si avvicina e lo desta da quella specie di sonno profondo. 
Né la visione prodigiosa discordava dai fatti, perché, per i meriti del Santo, il fanciullo Gesù veniva risuscitato nei cuori di molti, che l’avevano dimenticato, e il ricordo di lui rimaneva impresso profondamente nella loro memoria. Terminata quella veglia solenne, ciascuno tornò a casa sua pieno di ineffabile gioia. (FF 469-470)

Assisi - Basilica superiore
Giotto - Innocenzo III approva la Regola
Francesco era diacono”: il Celano rimanda ad un tempo più remoto di quella notte del 1223 il contesto dell'ordinazione diaconale del santo della quale non si legge in altra fonte.
Grazie ad altri luoghi delle fonti francescane si possono avere indicazioni per giustamente collocare l'ordinazione diaconale nel decennio precedente ed ancorarla all'approvazione verbale della Vita (Regola) che Francesco ebbe nel 1209 per la sua fraternità da Papa Innocenzo III insieme con l'Autorizzazione Apostolica alla predicazione del Vangelo. Il Papa impose a Francesco e ai suoi Frati di prendere la tonsura; così rendendoli chierici li pose al servizio religioso della Chiesa ed evitò la dispersione ereticale della loro originale esperienza di radicale povertà evangelica. Il cardinale Ugolino che appoggiò moltissimo le istanze francescane presso il Papa, anche del successore Onorio III eletto nel 1216, assunse poi il ruolo di protettore del nascente ordine francescano.
Nel profondo legame con il Vescovo di Assisi, che venerava come un padre, e con la Gerarchia di Roma, si ritrova il contesto originario dell'ordinazione di frate Francesco diacono, prima chierico e predicatore itinerante, il quale non volle accedere al presbiterato per umiltà e persistente spirito di servizio ai fratelli e al Signore.
La scelta di Francesco di rimanere permanentemente diacono assume oggi un particolare significato storico-teologico che attiene l'ordine e la funzione del diaconato in quanto tale nella Chiesa.
Dalla sua istituzione nella Chiesa apostolica del I secolo fino all'epoca altomedievale (VI-VII secolo) il diaconato ha avuto sempre una sua dimensione caratterizzante all'interno dell'ordine ecclesiale (diacono, presbitero, vescovo); poi per i secoli successivi, fino al Concilio Vaticano II nel XX secolo, esso è stato vissuto nella pratica soprattutto come una fase del cammino verso l'ordinazione sacerdotale. Il Concilio di Trento (XVI secolo) riconobbe e ripropose il carattere permanente del diaconato, ma esso fu ancora essenzialmente vissuto come transito per il sacerdozio.
Il diaconato permanente, che oggi è tornato ad essere vissuto in maniera significativa nell'ambito dell'ordine ecclesiale, ha poi ricevuto la sua definizione dal magistero del Vaticano II nella Lumen Gentium (LG), la costituzione dogmatica sulla Chiesa del 1964.
La scelta 'minore' di Francesco di rimanere diacono, profetica per l'esperienza ecclesiale e per la spiritualità del suo tempo, era in linea con le dimensioni ecclesiali del diaconato delle origini e ridonava ad esso l'antica forma spirituale della vocazione al servizio e della carità operante:
In un grado inferiore della gerarchia stanno i diaconi, ai quali sono imposte le mani non per il sacerdozio, ma per il servizio. Infatti, sostenuti dalla grazia sacramentale, nella diaconia della liturgia, della predicazione e della carità servono il popolo di Dio, in comunione col vescovo e col suo presbiterio” (LG III, 29). 

giovedì 15 agosto 2013

Una settimana di preghiera e di vangelo agli Altipiani

Una settimana di preghiera e di vangelo dal 6 al 13 Agosto 2013. E' il percorso spirituale estivo proposto dalla Parrocchia degli Altipiani di Arcinazzo, dedicata alla Beata Vergine Maria 'Refugium peccatorum', che celebra quest'anno il 50° della fondazione. Da qualche anno la Parrocchia, che prima era situata nella giurisdizione territoriale dell'Abbazia Benedettina di Subiaco, fa parte della Diocesi di Anagni ed è retta Padre Mario Fucà, frate cappuccino del Convento di Fiuggi. Durante l'estate di ogni anno la piccola comunità parrocchiale degli Altipiani si espande in maniera notevole coinvolgendo la partecipazione dei numerosi fedeli e famiglie che trascorrono in questo luogo di montagna, a pochi chilometri da Roma, le loro vacanze occasionali e la loro villeggiatura. La settimana del percorso spirituale parrocchiale di agosto trova il culmine nella processione, ovvero nel 'pellegrinaggio' come preferisce considerarla padre Mario, che si svolge la sera del 13 Agosto in onore della Beata Vergine patrona per le vie della località che si compone con le frazioni appartenenti ai Comuni di Arcinazzo Romano, di Trevi nel Lazio e di Piglio.

Varie altre iniziative sociali e pastorali convergono in questa settimana, che ha una preparazione remota nel persistente impegno di apostolato e catechesi del parroco cappuccino, di padre Mario che nel suo ordine è responsabile nazionale per l'evangelizzazione ed è animatore instancabile di iniziative missionarie, di solidarietà e di guida spirituale, che si avvale dei linguaggi molteplici della comunicazione (libro del 50°, arte, musica, teatro, mercatino, conferenza, canto e religiosità) per la pastorale comunitaria e l'annuncio evangelico adattato ad ogni età e generazione. Volentieri pervengono alla collaborazione e al sostegno delle iniziative di padre Mario semplici parrocchiani, ministranti, genitori, gruppi giovanili, alcuni frati cappuccini visitatori (f. Gianfranco e f. Massimiliano) compreso il ministro provinciale (p. G. Palmisani), altri ministri, autorità civili, e lo stesso vescovo di Anagni mons. Lorenzo Loppa. 
Una scorsa al depliant illustrativo del programma delle iniziative della settimana darà il senso della loro importanza e della varia e qualificata partecipazione.


Quest'anno anch'io ho avuto occasione di camminare un poco insieme con padre Mario e la sua comunità. Con Antonietta ed altri amici, praticando un vero 'Trekking dello Spirito', sono stato lungo il percorso contemplativo (ora scandito da grandi raffigurazioni metalliche della Via Crucis) che Giovanni Paolo II faceva spesso ai Prati di San Biagio sopra Piglio. Poi mi sono arrampicato sul tortuoso sentiero di montagna verso la cima del Monte Retafani (1054 mt.) collaborando all'istallazione dei pannelli meditativi dei 'Misteri della Luce' trasportati in salita da Regina, l'asina della Parrocchia. 

Si è trattato di una esperienza devota e di approfondimento della conoscenza della figura del papa beato, della scoperta di un leggendario locale esistente circa le sue escursioni ed i suoi incontri sui monti sopra Piglio. Esemplare è la conversazione, narratomi da Euro, avuta dal papa con un pastore di pecore presso l'eremo della Madonna del Monte:

- “Tu che mestiere fai? Io qui porto questo centinaio di pecore”;
Faccio il pastore, come te, e porto milioni di pecore per tutto il mondo”.

In una delle serate ho anche ascoltato la conferenza di p. Giulio Albanese sul tema: “Da Benedetto a Francesco … nell'anno della fede”. Il missionario comboniano, noto giornalista scrittore e comunicatore delle cose della Chiesa, è spesso ospite della comunità di padre Mario, con il quale collabora per la catechesi missionaria e per la realizzazione di vari progetti culturali e di evangelizzazione. Egli ha trattato la tematica in maniera suggestiva e convincente, contribuendo alla comprensione dei recenti avvenimenti della Chiesa che hanno portato alle dimissioni di papa Benedetto XVI e alla elezione di papa Francesco. La sua è stata una analisi, teologica e sociologica insieme, sviluppata con l'ausilio di una chiave interpretativa simbolica ed originale circa lo stile e le aspettative spirituali del pontificato: lo stolone che il Papa usa per impartire la solenne benedizione Urbi et Orbi. Lo stolone del Papa porta impresse le effigi dei Santi Apostoli Pietro e Paolo, fondatori della Chiesa di Roma: il primo che rappresenta lo “stile petrino” istituzionale ed organizzativo e l'altro che rappresenta lo “stile paolino” e missionario dell'agire del “Vescovo di Roma”: due stili che appaiono di volta in volta con espressioni singolarmente predominanti e caratterizzanti dei comportamenti e delle azioni dell'uno o dell'altro Papa. Evidentemente con iniziative, parole ed esiti particolari per la vita religiosa della Chiesa e per le espressioni storiche della fede in Gesù Cristo.

L'ispirazione posta a riferimento spirituale della Settimana di preghiera e di vangelo agli Altipiani è stata l'Enciclica di papa Francesco Lumen Fidei, dalla quale è stata tratta la preghiera mariana che ha accompagnato tutti i momenti ecclesiali:


A Maria, madre della Chiesa e madre della nostra fede, ci rivolgiamo in preghiera.
Aiuta, o Madre, la nostra fede!
Apri il nostro ascolto alla Parola, perché riconosciamo la voce di Dio e la sua chiamata.
Sveglia in noi il desiderio di seguire i suoi passi, uscendo dalla nostra terra e accogliendo la sua promessa.
Aiutaci a lasciarci toccare dal suo amore, perché possiamo toccarlo con la fede.
Aiutaci ad affidarci pienamente a Lui, a credere nel suo amore, soprattutto nei momenti di tribolazione e di croce, quando la nostra fede è chiamata a maturare.
Semina nella nostra fede la gioia del Risorto.
Ricordaci che chi crede non è mai solo.
Insegnaci a guardare con gli occhi di Gesù, affinché Egli sia luce sul nostro cammino.
E che questa luce della fede cresca sempre in noi, finché arrivi quel giorno senza tramonto, che è lo stesso Cristo, il Figlio tuo, nostro Signore!

lunedì 6 maggio 2013

La stanza del cardinale Baronio sulla Torre dei Venti


Alla fine del corso annuale di Archivistica alla Scuola Vaticana gli studenti svolgono con la guida dei docenti una visita nei vari ambienti dell'Archivio Segreto Vaticano: dalla Sala degli Indici alle Sale di Studio e Consultazione, dal Bunker ai Depositi, dal Piano Nobile alle Sale Ghigiane e alla Torre dei Venti. Si tratta di una esperienza didattica, fatta nel segno della globalità, che consente di recepire l'unitarietà e la sistematicità delle diversificate lezioni ed esercitazioni realizzate nel corso dell'anno accademico.
Le tematiche teoriche ed organizzative della disciplina studiata, insieme con l'interpretazione e la lettura degli antichi documenti considerati nelle esercitazioni pratiche, trovano modo di essere esperite e recepite con efficacia formativa e soddisfazione conoscitiva, verificate nella modernità di impostazioni innovative e nella consolidata tradizione conservativa dell'Archivio dei Papi.
Si aggiunge l'importanza dei valori culturali ed estetici che si legano alla visita che diviene anche storico-museale per le sale affrescate del Palazzo Apostolico, per gli ambiti architettonici ed artistici che accolgono, nella luce dei colori e nel silenzio dei secoli, le arche sontuose e gli armadi legnosi nei quali si conservano registri, libri, buste, fascicoli, pergamene e documenti che, i più antichi, datano dall'Alto Medioevo.
Una carrellata sul patrimonio storico e documentario si può avere navigando il sito di LUX IN ARCANA, una suggestiva mostra curata dallo stesso Archivio Segreto Vaticano che consente di recuperare nell'esperienza multimediale testimonianze e curiosità su avvenimenti e personaggi storici.

Ho partecipato alla visita nel gruppo degli studenti guidati dai docenti Luca Carboni e Giovanni Castaldo assistiti da Alfredo Tuzi segretario della Scuola. Insieme con le stimolazioni del sapere disciplinare della materia studiata durante l'anno, soprattutto attraversando le sale seicentesche del piano nobile e in salita verso la Torre dei Venti ho avuto occasione di percepire un senso religioso ed ecclesiale e di osservare segni tangibili della storia della Chiesa.
Questa è la stanza di Cesare Baronio” ha annunciato il docente ad un certo punto del cammino.
Il cardinale discepolo di san Filippo Neri, agiografo e storico eccelso della Chiesa, scrittore dei dodici volumi monumentali degli Annali Ecclesiastici, vi stette in qualità di Bibliotecario di Santa Romana Chiesa dal 1597 al 1607, anno della sua morte. L'Archivio Vaticano fu separato dalla Biblioteca Vaticana e fu istituito come entità autonoma 4 anni dopo, nel 1611, da papa Paolo V.
Con Cesare Baronio, seguendo gli Appunti di Diplomatica di Sergio Pagano, Prefetto dell'Archivio Segreto Vaticano, ci si porta ad un punto cruciale della storiografia ecclesiastica, alla considerazione rigorosa del patrimonio delle fonti documentali della Storia della Chiesa che in epoca post-tridentina viene religiosamente rivisitato e apologeticamente trattato con il metodo nuovo degli Annales cattolici che si contrappongono alle Centuriae Magdebughesi dei protestanti.
Per il Venerabile Cesare Baronio ho nutrito sempre un devoto ed ammirato sentimento, motivato sia religiosamente e sia per il suo lavoro di storico. Incominciai a consultare i suoi Annali nella Biblioteca di Fano per qualche ricerca agiografica e di storia locale e mi colpirono la vastità e la particolarità della sua opera; ed ho sempre collegato la sua figura ad una biblioteca, stimolato in ciò anche da qualche rappresentazione grafica che lo ritraeva intento allo studio in una stanza piena di libri e con la finestra aperta sulla campagna esterna. Un'ambientazione che ho personalmente riscontrato simile in alcune sale della Biblioteca Benedettina di Subiaco ed in altre biblioteche monastiche. D'altro canto l'ambientazione con lo studioso ecclesiastico trova anche riferimenti nell'iconografia artistica come quella del San Girolamo di Antonello da Messina (1474) e del Sant'Agostino di Vittore Carpaccio (1503).
La stanza di Cesare Baronio che si incontra visitando le Sale dell'Archivio Vaticano, e salendo verso l'alto della Torre dei Venti, si affaccia sui Giardini Vaticani e prelude la visione più ampia sull'intera Roma che si gode dal terrazzo della Torre.


lunedì 18 marzo 2013

Fede e Carità nei messaggi quaresimali di papa Benedetto e papa Francesco


Ho letto il Messaggio di Quaresima 2013 di Benedetto XVI ed ho colto il suo proporre l'intimo legame tra la Fede e la Carità come spiritualità e vitalità irrinunciabile per i cristiani in cammino penitenziale verso la Pasqua:

La celebrazione della Quaresima, nel contesto dell’Anno della fede, ci offre una preziosa occasione per meditare sul rapporto tra fede e carità: tra il credere in Dio, nel Dio di Gesù Cristo, e l’amore, che è frutto dell’azione dello Spirito Santo e ci guida in un cammino di dedizione verso Dio e verso gli altri […] La fede, dono e risposta, ci fa conoscere la verità di Cristo come Amore incarnato e crocifisso […] Da parte sua, la carità ci fa entrare nell’amore di Dio manifestato in Cristo, ci fa aderire in modo personale ed esistenziale al donarsi totale e senza riserve di Gesù al Padre e ai fratelli. Infondendo in noi la carità, lo Spirito Santo ci rende partecipi della dedizione propria di Gesù: filiale verso Dio e fraterna verso ogni uomo (cfr. Rm 5,5) […] in questo tempo di Quaresima, in cui ci prepariamo a celebrare l’evento della Croce e della Risurrezione, nel quale l’Amore di Dio ha redento il mondo e illuminato la storia, auguro a tutti voi di vivere questo tempo prezioso ravvivando la fede in Gesù Cristo, per entrare nel suo stesso circuito di amore verso il Padre e verso ogni fratello e sorella che incontriamo nella nostra vita”.

Ho letto anche il Messaggio di Quaresima consegnato Mercoledì delle Ceneri 2013 dall'Arcivescovo Jorge Mario Bergoglio ai fedeli dell'Arcidiocesi di Buenos Aires, qualche giorno prima di essere eletto Papa in Conclave a Roma con il nome di Francesco.
Non ci sono differenze nel luminoso nucleo teologico e se ne colgono riverberi nuovi ed estesi ad una sintesi etica che si identifica con la Solidarietà. Dopo aver lanciato il monito d'ispirazione biblica di “strappare il cuore e non le vesti dinanzi al Signore lento all'ira e ricco di misericordia”, e dopo la descrizione della “lunga lista delle realtà distruttive” dell'etica e della società umana, il Cardinale Padre Bergoglio s.j. , oggi Papa Francesco, dice alla sua comunità diocesana: 

“Insieme con la preghiera e la penitenza, come segno della nostra fede nella potenza della Pasqua che trasforma tutto, dobbiamo anche cominciare un altro anno improntandolo al "gesto quaresimale della solidarietà". Come Chiesa di Buenos Aires in marcia verso la Pasqua attenta a ciò di cui il Regno di Dio può avere bisogno, dobbiamo tenere il nostro cuore lacerato dal desiderio di conversione e orientato al gesto d'amore, alla grazia efficace per alleviare il dolore di tanti fratelli che camminano accanto a noi”.

Il messaggio quaresimale di Benedetto XVI si può leggere sul portale della CEI; quello di Francesco si può leggere sul portale dell'Arcidiocesi di Buenos Aires. Si possono raggiungere mediante i link segnalati.




lunedì 4 febbraio 2013

San Ciro eremita medico e martire: agiografia culto e devozione popolare


1. Agiografia. Gli autori antichi ci raccontano gli avvenimenti del martirio del medico Ciro e del milite Giovanni, e li inquadrano nella città di Alessandria d'Egitto all'epoca della persecuzione di Diocleziano (303-305). La Passio di Ciro e di Giovanni fu raccontata una prima volta da Sofronio, santo Patriarca di Gerusalemme vissuto nel VI secolo, il quale con la speranza di guarire da una malattia agli occhi si era fermato per qualche tempo presso il santuario dedicato ai due santi a Canopo, cittadina distante poche miglia da Alessandria. Per gratitudine egli volle narrare la loro storia e i loro miracoli. Raccolse così tutte le notizie che riguardavano il martirio di Ciro e di Giovanni ed il loro sepolcro in Alessandria un tempo situato vicino alla tomba dell'evangelista Marco. Sofronio narrò del santuario extra-urbano a loro dedicato dal santo vescovo Cirillo per contrastare le pratiche pagane e la medicina magica che si operavano a Canopo in onore della dea Menuthis. Per la sua narrazione Sofronio recuperò i contenuti di alcune omelie che Cirillo aveva tenuto in onore dei due martiri, ed indagò a fondo per la meticolosa descrizione di 70 miracoli che si erano verificati presso quel santuario ove egli stesso aveva recuperato il dono della vista. La località di Abukir nell'area alessandrina porta nell'accezione araba ancora il segno e la notorietà del nome del Santo (Abukir = Abba-Ciro).

Nel X secolo la devozione verso i santi Ciro e Giovanni era già presente nel quartiere alessandrino della Napoli bizantina, e a quella epoca si ebbe il racconto della Passio scritto da Pietro suddiacono, il quale seguì con qualche variazione la narrazione di Sofronio. Egli era stato sollecitato dal vescovo Gregorio, ed in onore di una nobildonna devota aveva scritto in 14 punti gli Atti di Ciro e Giovanni. Pietro suddiacono inquadrò la vicenda di Ciro (Abba-Ciro) in Alessandria al tempo del santo vescovo Pietro che fu martire. Ciro praticava la medicina non nascondendo l’intenzione di sanare cristianamente anche le anime. Fu perciò perseguitato e costretto a rifugiarsi come eremita nel deserto ove riprese a curare e ad evangelizzare. In quel luogo nacque l’amicizia spirituale con il milite Giovanni, con il quale condivise la testimonianza del martirio quando si riportò ad Alessandria per cercare di aiutare alcune donne cristiane che erano state arrestate. Ciro e Giovanni furono presi e portati dinanzi all’autorità imperiale che di fronte alla ferma professione di fede in Cristo decretò la loro decapitazione. I loro corpi furono poi sepolti nella chiesa di San Marco.
La successiva letteratura agiografica riguardante i santi Ciro e Giovanni è quella prodotta dai vari autori medievali e moderni che si sono interessati della critica storica, della traduzione in lingua volgare, della descrizione delle reliquie e delle traslazioni a Roma (X secolo) nella chiesa di Santa Passera (probabile derivazione di Aba Ciro come si evince da un documento del XIV secolo: posita extra portam Portuensem in loco qui dicitur S. Pacera” ), e a Napoli (XV secolo) nella chiesa del Gesù nuovo. Si è poi sviluppata anche una letteratura antropologica e devozionale riguardante le tradizioni popolari e la divulgazione del culto.


2. Culto e devozione popolare. Tra la fine del '600 e l'inizio del '700 la diffusione del culto di San Ciro trovò nell'area napoletana un terreno particolarmente fertile ed un divulgatore d'eccezione: il santo gesuita Francesco De Geronimo, nato a Grottaglie in provincia di Taranto nel 1642 e morto nella Casa gesuitica di Napoli nel 1716. La vita prodigiosa di questo santo si sviluppò nella Napoli dell'epoca attraverso una continua missione catechetica svolta direttamente tra il popolo e con l'ausilio manifesto della devozione alle reliquie di San Ciro custodite nella Chiesa del Gesù nuovo. La sua opera svolta nei bassifondi napoletani tra Piazza Castello ed i Quartieri Spagnoli, e portata personalmente nei Casali circostanti, fu accompagnata da migliaia di conversioni spirituali e da clamorosi miracoli che il santo gesuita attribuiva al divino intervento di san Ciro. 

Il culto di san Ciro nel Regno di Napoli, dopo quegli avvenimenti che videro l'opera di san Francesco De Geronimo, fu assicurato dai Padri Gesuiti che lo sostennero continuamente con le missioni popolari e con la costituzione di un ricco Monte di San Ciro, destinato al culto del santo e all'aiuto per le donne in difficoltà. La Compagnia di Gesù, sciolta una prima volta nel periodo napoleonico, riprese nel 1814 il culto di San Ciro che si era trasferito nella vicina chiesa di Santa Chiara; e nel 1860, dopo un secondo scioglimento in epoca garibaldina, essa curò l'ultima traslazione delle ossa del santo dalla Cappella del Grande Reliquario a quella eretta in onore di san Francesco de Geronimo, ove tuttora sono.
Al 1860 risale una ulteriore diffusione del culto di San Ciro nel napoletano, arricchita della dedicazione di chiese proprie e di cappelle significative, come a Portici e a Frattamaggiore, in genere onorate con la custodia di reliquie del santo. A metà ‘800 il culto di San Ciro a Frattamaggiore trovò il suo consolidamento nella Chiesa del Carmine e di San Nicola, situata al
centro dell'antico casale nell'area ecclesiale sorta in epoca medievale. Quella Chiesa era già documentata nel XIV secolo dalla Ratio Decimarum e consisteva in una Cappella con 3 altari dedicati alla Madonna del Carmine, a Sant'Anna e a San Nicola. Dopo l'Unità d'Italia essa si arricchì dell'altare con la statua di San Ciro, ad opera della famiglia Micaletti, ed una reliquia del santo venne affidata alla Congrega annessa alla Chiesa. Dal 1960 la Chiesa del Carmine in Frattamaggiore, che è anche identificata come Chiesa di San Ciro, si ritrova ricostruita nell'area a nord della città ove si è sviluppata una nuova urbanizzazione. Intorno ad essa il 31 Gennaio di ogni anno, nel giorno della festività del Santo Martire Eremita, si svolge una delle più sentite feste devozionali della Campania.

Fonti in: 
Pasquale Saviano, San Ciro – Agiografia e storia della devozione, Pro Loco ‘F. Durante’, Frattamaggiore 2000