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lunedì 25 maggio 2015

La Peregrinatio Mariae nella Parrocchia dell'Assunta

Dedicata a Maria, la Parrocchia dell'Assunta di Frattamaggiore in diocesi di Aversa vive in maniera significativa la devozione mariana assumendola come un tratto caratteristico della sua vita ecclesiale e della sua testimonianza cristiana nel territorio pastorale locale.
Nel corso di quest'anno pastorale 2014-2015, giunto ora alla tornata del mese di Maggio, già due volte la devozione mariana parrocchiale ha avuto modo di esprimersi con grande concorso di popolo nella realizzazione di due settimane dedicate alla Peregrinatio Mariae e alla Missione Mariana nel proprio territorio. Una prima settimana in Febbraio è stata dedicata all'accoglienza del quadro della Madonna del Rosario di Pompei, ed una seconda settimana in Maggio all'accoglienza e alla Peregrinatio della Statua della Madonna di Fatima per i luoghi educativi ed i quartieri della Parrocchia.
Preghiera e Cammino sono state le struttura dell'esperienza spirituale vissuta dalla Comunità parrocchiale devotamente raccolta intorno all'icona mariana. Una esperienza scandita con impegno e partecipazione secondo i ritmi di un programma liturgico e cultuale animato dal parroco Mons. Angelo Crispino, e che si è avvalso della catechesi e della celebrazione di Religiosi Sacerdoti e Vescovi.
L'ispirazione al Vangelo e l'imitazione dell'esempio di Maria hanno liberato il campo da un negativo devozionalismo popolare ed hanno reso esemplare l'esperienza pastorale e spirituale della Peregrinatio parrocchiale. Per questo atteggiamento di fede e di azione ha fatto da motivo dominante anche il riferimento esplicito dei celebranti alle parole di San Giovanni Paolo II: “Maria ci avvicina a Cristo, ci conduce a Lui, a condizione che si viva il suo mistero in Cristo”.
Si è assistito così, soprattutto nella settimana di Maggio (da lunedì 18 a domenica 24), ad un doppio movimento: ad un recarsi del popolo alla chiesa per pregare Maria elevata sul trono accanto all'altare, e ad un cammino dal tempio al popolo della comunità in preghiera con Maria effigiata nella statua portata ogni sera a spalla, ed in processione per le vie e i caseggiati della parrocchia tra luci di candele e canti religiosi.
Le devote suggestioni hanno assunto significati teologici. Gli Araldi del Vangelo (Associazione Religiosa Internazionale di Diritto Pontificio con abito proprio) hanno curato con decoro e sentimento religioso la processione con la statua della Madonna di Fatima benedetta dal Papa. La Peregrinatio della Madonna di Fatima è un loro specifico compito missionario, e questo loro compito fa sicuramente riferimento ai principi teologici e spirituali della loro fondazione, che è presente con Case Noviziati e Chiese in Brasile, a Roma, ed in altre parti del mondo. Padre Maurizio e i frati Cristian e Plinio, Araldi del Vangelo che hanno portato la statua della Madonna a Frattamaggiore, con la loro testimonianza hanno dato i segni di una spiritualità e di un mistica mariana che recupera e contempera i temi teologici della devotio antica monfortiana con la più moderna ricerca della mariologia sociale affermatasi in sud America ed ispirata alla Lumen Gentium. La catena di acciaio con cui cingono il loro saio e alla quale aggangiano la corona del rosario rappresenta il loro servizio come “schiavi d'amore” che si ispirano alla mistica del Trattato della vera devozione a Maria di San Luigi Maria Grignion de Montfort (1673-1716). La loro comunicazione sociale e la loro catechesi si ispirano al magistero contemporaneo del Concilio Vaticano II e a quello dei Papi Giovanni Paolo II, Benedetto XVI e Francesco.
Per l'esperienza mariana di Maggio della Comunità dell'Assunta sono stati di grande importanza il magistero di Mons. Giovanni Rinaldi Vescovo emerito di Acerra, che nel giorno della sua celebrazione ha illustrato il ruolo di Maria alle Nozze di Cana, ed il magistero di Mons. Alessandro Plotti Arcivescovo emerito di Pisa, che ha celebrato fino alla Domenica di Pentecoste un triduo in onore di Maria, illustrandone in chiave ecclesiologica la figura di Madre e di Regina degli Apostoli.
La figura patriarcale di mons. Plotti, ed il suo magistero svolto per qualche giorno nella condivisione della vita della comunità, ha rappresentato un tratto distintivo e memorabile del Maggio a Maria di quest'anno nella Parrocchia dell'Assunta.

La Peregrinatio Mariae ha anche ravvivato fortemente la partecipazione alla vita ecclesiale ed ha suscitato promessa e persistenza di impegni devoti in onore della Madonna.
     
         

venerdì 28 marzo 2014

La conferenza aversana del cardinale Scola su Speranza ed Evangelizzazione

All'ora dei Vespri del venerdì 14 marzo 2014 la cattedrale di Aversa si è gremita di fedeli e di persone interessate all'ascolto del cardinale Angelo Scola, arcivescovo di Milano, invitato dal vescovo Angelo Spinillo a tenere una relazione sull'argomento della Speranza che è stato scelto come tema della pastorale annuale per la Diocesi. Religiosi e laici, rappresentanti del clero e dei molteplici uffici diocesani, delle parrocchie e delle aggregazioni culturali, hanno potuto vivere per oltre un'ora una bella esperienza di catechesi e di rigoroso ragionamento teologico stimolanti per la fede e la testimonianza del Vangelo; e quasi tutti hanno potuto personalmente avere uno scambio di parole e di saluti con il cardinale ospite. All'incontro non è mancata l'umile presenza del vescovo emerito Mario Milano.
Il cardinale Scola è stato accolto dal Vescovo Spinillo e dal Vicario Generale d. Francesco Picone ed ha occupato la posizione centrale tra i due al tavolo di lavoro allestito sul piano balaustrato dinanzi all'altare.
Ha introdotto il Vescovo Spinillo che prendendo spunto dalla Spe salvi di Benedetto XVI, ha posto la questione del rapporto tra la speranza vissuta nella quotidianità e la certezza che si fonda sulla fede nella Presenza del Signore. Illustrando il cammino dell'anno pastorale 2013-2014 della Diocesi incentrato sulla tematica “Il Signore è veramente risorto”, ed improntato alla riflessione sulla virtù teologale della speranza, il vescovo ha chiesto al cardinale di illuminare con il suo discorso la problematica della speranza vissuta dall'uomo contemporaneo nelle varie dimensioni della fede e e del pensiero, in Italia in Europa e nel mondo, e di offrire spunti di riflessione utili al “cammino triennale di formazione e di attenzione pastorale nell’orizzonte dell’educare al vivere la fede, la speranza e la carità”. Ed utili a stimolare “la concretezza di quei ‘percorsi di vita buona’ che sono gli ambiti propri del vivere quotidiano dell’umanità di questo tempo: Lavoro e festa, Cittadinanza, Affettività, Fragilità e Tradizione”.
I cardinale Scola esordisce con un riferimento alla bellezza della Cattedrale aversana e alle “Briciole di Storia” della Diocesi che egli ha potuto raccogliere; ed umilmente afferma di non sapere se sarà in grado di rispondere nelle aspettative e negli orizzonti proposti dal vescovo nei 50 minuti che egli prevede di assegnare al suo intervento. E quindi magistralmente si impegna nella sua riflessione umanistica-pastorale sulla speranza prendendo e sviluppando spunti interessanti ed efficaci dalla letteratura, dalla filosofia, dalla teologia, dalla Sacra Scrittura e dal Magistero della Chiesa. Umanità e Santità, nuovo umanesimo e ricerca di Dio, sono da lui proposti come prerogative e dimensioni del dialogo che porta i credenti a vivere la speranza nella testimonianza e nella relazione personale con il Signore e con i fratelli.
Il suo discorso è un crescendo di esplicitazioni e di approfondimenti che si articola nei punti che egli formalmente intitola: 1. Speranza virtù bambina; 2. Gesù Cristo nostra speranza; 3. Testimoni di speranza; 4. La speranza nell'incontro del nostro fratello uomo; 5. La speranza genera un nuovo umanesimo; 6. Raccontare Gesù nostra speranza.
Sul portale della Diocesi il discorso del cardinale Angelo Scola è riportato per intero: lo trascriviamo per comodità di lettura.


Intervento di S. Em.za Angelo Card. Scola
Arcivescovo di Milano
CATTEDRALE DI AVERSA
14 MARZO 2014
1. Speranza, “virtù bambina”
In un articolo pubblicato quasi trent’anni fa su La Stampa e significativamente intitolato Chi ci libererà dalla barbarie. I tamburi del profeta, l’inquieto e pessimista intellettuale Guido Ceronetti scriveva: «Tuttavia aspettare qualcuno che sia in assoluto altro, uno Straniero, un Esiliato che abbia in comune con noi soltanto la forma umana, o neppure quella: la parola soltanto, la parola davanti a cui niente resiste, e la mano, ma guaritrice, esercitata a guarire toccando, è una interessante vendetta, un’ombra, se non la carne, di un rimedio, un modo per attenuare il dolore della piaga civile, per consolare il gemito insistente del cuore indecentemente oltraggiato. Così ogni mattino mi dico: dovrà pur venire qualcuno, forse oggi stesso lo sapremo, scoprendo qualcosa di cambiato in una delle solite facce che s’incontrano, e venendo disperderà con un soffio, prima di ogni altra cosa, questa verminaia terra di poteri senza legge che ci intortiglia [attorciglia]» .
Sono parole che mantengono una attualità sconcertante. Non solo perché la situazione sociale può, per certi aspetti, continuare ad essere descritta con espressioni quali “poteri senza legge” – non mi riferisco soltanto alla situazione del nostro Paese, ma soprattutto allo stato in cui versano intere popolazioni del sud del pianeta, in particolare quelle dell’Africa sub sahariana –; le parole di Ceronetti sono attuali perché descrivono, forse con eccessiva durezza, la condizione che rende l’attesa, elementare forma di speranza, umanamente reale e non una pura illusione utopica o addirittura un inganno menzognero.
Perché? Perché l’affermazione di Ceronetti ci fa comprendere che la speranza non può semplicemente derivare dal cambiamento delle circostanze: è troppo poco. Essa, invece, s’identifica con la venuta di qualcuno. Non siamo noi a poterci ridare speranza da soli, non siamo noi a salvarci con le nostre forze. Deve essere veramente un altro a farlo per noi. E parlare di un altro significa individuare il terreno su cui può fiorire la speranza: essa è sempre frutto dell’incontro tra un io e un tu. Non c’è speranza per chi non lascia spazio all’altro. Siamo ben consapevoli che questo lasciar spazio all’altro non sia così comune nel nostro mondo post-moderno nel quale sempre più si espande un individualismo narcisista. Il narcisista, infatti, è colui che prolunga per tutta la vita l’inevitabile esperienza della primissima infanzia: guardarsi allo specchio e vedere sé come l’altro. Maturità domanda, invece, di lasciar essere l’altro come altro. Il narcisismo tronca alla radice ogni speranza, perché non “vede” l’altro e finisce per generare solitudine cattiva. Allora la vita pesa, come ha genialmente intuito Dante condannando i superbi a camminare schiacciati da enormi massi sulle spalle.
Ma l’altro che aspettiamo – ecco il secondo spunto offerto dal nostro autore – deve avere forma umana… Devo poterlo riconoscere. Non c’è possibilità di sperare se non si incontra, nella trama di circostanze e di rapporti che investono la nostra esistenza, quella presenza che «disperderà con un soffio [ciò] che intortiglia» perché rende capaci di affrontare la realtà simultaneamente con meraviglia e serietà. Come fanno i bambini.
Péguy afferma: «La speranza è virtù bambina, che prende per mano la fede e la carità» .
La speranza per l’Europa, e più in generale per il mondo contemporaneo – al di là di tutte le analisi e le proposte che possono essere sbandierate dai mass media, si gioca a questo livello. L’Europa avrà speranza se sarà abitata da uomini e donne di speranza.
Sulla base di questa decisiva premessa si può capire come parlare di speranza conduca a riflettere sulla nuova evangelizzazione tanto necessaria per le Chiese di antica origine. Penso alla mia Milano ma anche alla vostra gloriosa Chiesa le cui radici risalgono, mi pare, intorno al 1022. È qui che possiamo riconoscere tutta la portata dell’invito ad una Chiesa in uscita, come ama ricordarci il Santo Padre .
2. «Gesù Cristo, nostra speranza» (1Tm 1,1)
La Prima Lettera a Timoteo definisce «Gesù Cristo nostra speranza». Quale esperienza facciamo di questa realtà? Partiamo un’altra volta dall’esperienza umana comune. Ci aiuta Kafka che nel romanzo Il castello scrive: «Colui che non abbiamo mai visto, che però aspettiamo sempre con vera bramosia [Colui], che ragionevolmente però è stato considerato irraggiungibile per sempre – eccolo qui seduto» .
Qui seduto: proprio colui che si riteneva irraggiungibile, tanto è altro, lo incontriamo seduto accanto a noi. Questo è il cristianesimo: la speranza fattasi carne per accompagnare da vicino la vita degli uomini. Pensiamo all’esperienza di sua madre, degli apostoli, dei due di Emmaus.
Recentemente Papa Francesco, nell’esortazione apostolica Evangelii gaudium, ha voluto ribadire con forza una delle linee maestre dell’insegnamento di Benedetto XVI. Scrive il Papa: «Non mi stancherò di ripetere quelle parole di Benedetto XVI che ci conducono al centro del Vangelo: “All’inizio dell’essere cristiano non c’è una decisione etica o una grande idea, bensì l’incontro con un avvenimento, con una Persona, che dà alla vita un nuovo orizzonte e, con ciò, la direzione decisiva”» . Si tratta, come sappiamo, della citazione dell’incipit dell’enciclica Deus caritas est. L’affermazione di Benedetto XVI ci dice che all’origine della speranza c’è l’incontro con Dio che sempre ci precede: Gesù Cristo è la nostra speranza.
È essenziale non perdere mai di vista né dare per scontata quest’origine gratuita della speranza. Infatti, nelle nostre società in transizione all’avvio del terzo millennio, sotto le più diverse espressioni – incluse quelle contraddittorie e violente – l’uomo contemporaneo è messo alla prova da una domanda radicale: «La grande sofferenza dell’uomo è proprio questa: dietro il silenzio dell’universo, dietro le nuvole c’è un Dio o non c’è? E, se c’è questo Dio, ci conosce, ha a che fare con noi? Questo Dio è buono, e la realtà del bene ha potere nel mondo o no? (…) È una realtà o no? Perché non si fa sentire?» , così Benedetto XVI. Il dubbio che la solitudine possa essere la parola definitiva sull’umano destino porta gli uomini a cedere alla tentazione di una “desertificazione spirituale”, che conduce alla «diffusione del vuoto» .
Questo non è pessimismo ma realismo, tanto più che per la tradizione biblica il “deserto” è l’ambito privilegiato dell’“incontro” e del “cammino” del popolo col Dio vivo che manifesta il suo potere salvifico compiendo meraviglie.
Come far fronte ad una tale situazione? All’inizio dell’Assemblea del Sinodo dei Vescovi sulla nuova evangelizzazione Benedetto XVI ha risposto alla domanda, indirizzando il nostro sguardo e il nostro pensiero a quello che possiamo chiamare l’antefatto che dà vita alla Chiesa: «Dio ha parlato, ha veramente rotto il grande silenzio, si è mostrato, ma come possiamo far arrivare questa realtà all’uomo di oggi, affinché diventi salvezza? (…) Solo Dio stesso può creare la sua Chiesa, Dio è il primo agente: se Dio non agisce, le nostre cose sono solo le nostre e sono insufficienti; solo Dio può testimoniare che è Lui che parla e ha parlato. Pentecoste è la condizione della nascita della Chiesa (…) Dio è l’inizio sempre» .
Un’indicazione fondamentale affinché la nuova evangelizzazione riesca a ridare speranza all’Europa e più in generale alla contemporanea famiglia umana potrebbe essere formulata in questo modo: la precedenza è sempre di Dio, Egli parla ed opera. La Chiesa, ciascuno di noi, può solo co-operare con Lui.
3. Testimoni di speranza
Mi pare che proprio il verbo “co-operare” descriva adeguatamente il compito dei cristiani nella nuova evangelizzazione, la loro responsabilità di fronte alla speranza.
Se l’origine permanente e insuperabile è sempre la precedenza di Dio, «dall’altra parte questo Dio, che è sempre l’inizio, vuole anche il coinvolgimento nostro, vuole coinvolgere la nostra attività, così che le attività sono teandriche, per così dire, fatte da Dio, ma con il coinvolgimento nostro e implicando il nostro essere, tutta la nostra attività» . L’espressione usata dal Santo Padre e la spiegazione che egli ne ha dato sono inequivocabili: le attività della Chiesa sono “teandriche”, cioè divino-umane, non perché “fatte da Dio e da noi”, ma perché «fatte da Dio con il coinvolgimento nostro». In questo modo Benedetto XVI ci aiuta a cogliere che il carattere divino-umano dell’evangelizzazione non implica una “parità” di compiti o di protagonismo tra Dio e i cristiani: la nostra attività avrà sempre la forma mariana della risposta, della collaborazione attraverso l’assenso, cioè dell’obbedienza della fede. Solo Dio è il protagonista, la Chiesa è co-agonista. L’ambito in cui si può percepire con maggior chiarezza questo essere co-agonista proprio della Chiesa è la celebrazione liturgica. In essa, infatti, il popolo cristiano è di fronte al Signore sempre in posizione mariana, la posizione di Maria che coopera con il suo fiat all’iniziativa di Dio che la precede. Questa “qualità responsoriale”, che emerge con chiarezza nella liturgia, è caratteristica di ogni espressione della vita della Chiesa.
Il nome proprio di questa “qualità responsoriale” propria della vita cristiana è testimonianza (autoesposizione). Mettere a tema la testimonianza come forma specifica dell’esistenza del cristiano è la strada per parlare della nuova evangelizzazione quale fonte di speranza per l’Europa.
Tuttavia il termine, a prima vista chiaro, viene troppo spesso sottoposto a riduzioni. Per esempio una testimonianza che si limiti alla sola, pur importante, coerenza del singolo con alcuni principi di comportamento, non risulta convincente. Il necessario “buon esempio” non basta per renderci testimoni autentici. Si è effettivamente testimoni quando «attraverso le nostre azioni, parole e modo di essere, un Altro appare e si comunica. Si può dire che la testimonianza è il mezzo con cui la verità dell’amore di Dio raggiunge l’uomo nella storia, invitandolo ad accogliere liberamente questa novità radicale. Nella testimonianza Dio si espone, per così dire, al rischio della libertà dell’uomo. Gesù stesso è il testimone fedele e verace (cf. Ap 1,5; 3,14); è venuto per rendere testimonianza alla verità (cf. Gv 18,37)» .
Proviamo, quindi, ora a descrivere sinteticamente tre caratteristiche della testimonianza adeguatamente intesa.
a) Mi preme molto sottolineare che essa non è qualcosa di aggiunto alla vita di ciascuno di noi, un’attività che si sovrappone al “mestiere di vivere”, rendendolo ulteriormente faticoso. La testimonianza coincide invece con una vita cristiana matura, che si esprime e si gioca attraverso quei cardini dell’esistenza che sono gli affetti, il lavoro e il riposo . Il testimone è consapevole della responsabilità missionaria indicataci dall’Apostolo: «A loro Dio volle far conoscere la gloriosa ricchezza di questo mistero in mezzo alle genti: Cristo in voi, speranza della gloria» (Col 1,27).
b) La testimonianza ci fa interlocutori di tutti. Non c’è niente e nessuno che possa o debba essere estraneo ai seguaci di Cristo. Tutto e tutti possiamo incontrare, a tutto e a tutti siamo inviati. E questo perché ciascuno di noi, in quanto segnato dalle situazioni della vita comune, è nel mondo. Siamo, ci ha ricordato Papa Francesco, «chiamati a promuovere la cultura dell’incontro» . Non dobbiamo pertanto costruirci dei recinti separati in cui essere cristiani. È Cristo stesso a porre la sua Chiesa ed i figli del Regno nel mondo reale delle circostanze comuni a tutti gli uomini e a tutte le donne.
c) Abitando il mondo i discepoli di Gesù sono pieni di attenzione e di stupore, perché il loro sguardo non si ferma alla superficie talora sconcertante delle cose, non si lascia impressionare dalla cronaca spesso enigmatica e tragica, dalla zizzania, ma riconosce le tracce dell’opera compiuta da Dio in Gesù Cristo. Il Seminatore infatti non si stanca di spargere seme buono. Dovunque arrivi, il discepolo sa di essere preceduto e atteso da Gesù. L’attenzione, di conseguenza, non va posta sul nostro “fare”, ma su ciò che il Signore suscita. Al cuore della crisi di speranza del nostro tempo c’è spesso l’aver smarrito, o almeno sbiadito, la coscienza della gratuità dell’incontro con Cristo, che sempre ci precede e ci aspetta.
4. Con speranza all’incontro del nostro fratello uomo
Le domande dell’uomo contemporaneo sul senso della vita, lette a partire dalla situazione delle Chiese in Europa, ci conducono ad un interrogativo che ha il sapore di una scommessa: chi vuole essere l’uomo del terzo millennio? Come può vivere all’altezza dei propri desideri, ben consapevole delle inedite possibilità di cui dispone? Come può evitare di “perdere se stesso” nel tentativo di guadagnare il “mondo intero”?
Da qui sorge una questione decisiva: da che cosa è caratterizzato il contesto sociale in cui siamo chiamati a trasmettere la speranza in questo inizio del terzo millennio? Anche in forza del processo di secolarizzazione, dobbiamo oggi fare i conti con una “società plurale” in cui convivono soggetti portatori di mondovisioni spesso assai differenti tra loro e potenzialmente in conflitto: si pensi al fenomeno dell’indifferenza sociale per il quale nello stesso tempo tutto è diverso e tutto è uguale, a quello della società della rete (in riferimento allo strabiliante sviluppo dei mezzi di comunicazione), al processo di meticciato di civiltà e di culture, nonché all’imponenza della capacità manipolatoria del reale da parte delle tecnoscienze. In tale contesto la domanda di speranza, legata ultimamente al rapporto costitutivo dell’uomo con la realtà e pertanto ultimamente inestirpabile, diventa domanda di senso (significato e direzione), di libertà e di felicità, che chiede di essere intercettata ed interpretata.
Vediamo tre condizioni di questa decisiva ed universale domanda di senso come espressione di speranza:
a) con tale domanda si confronta ogni giorno il cristiano. E non tanto perché l’interrogativo interessa i suoi fratelli uomini, quanto piuttosto perché si tratta della domanda di senso che la vita pone innanzitutto a lui. Di fronte ad essa l’incontro con la persona di Gesù Cristo documenta come Dio, entrando nella storia, voglia fecondare con la sua presenza rinnovatrice tutta la realtà. Anche oggi questa novità di vita può essere riconosciuta sui volti degli uomini e delle donne trasformati dalla fede: i “cristiani” sono coloro che, per grazia, hanno ricevuto in dono l’esistenza stessa di Gesù e Lo seguono nel quotidiano. Si profila quella che san Paolo chiama «una creatura nuova» (2Cor 5,17). La consapevolezza di tale grazia conduce tutti i fedeli, che l’hanno incontrata nelle diverse forme di realizzazione della Chiesa, a proporre il rapporto con Gesù, verità vivente e personale, come risorsa decisiva per il presente e per il futuro. Il testimone inevitabilmente racconta Gesù e ciò che Gesù opera in lui.
b) Alla domanda di senso come espressione di speranza non si risponde con un progetto, tanto meno con un calcolo. Pieni di gratitudine i cristiani intendono “restituire” il dono che immeritatamente hanno ricevuto e che, pertanto, chiede di essere comunicato con la stessa gratuità. Come? Attraverso lo snodarsi della vita della comunità ecclesiale, che persevera nel pensiero di Cristo, nella comunione sincera, nella celebrazione eucaristica, in una piena apertura a tutta la realtà. Vivendo in questo modo i cristiani possono, con franchezza e gioia, senza alcun artificio o forzatura, proporre l’incontro con Gesù Risorto in ogni momento e dire a chiunque: «Vieni e vedi» (Gv 1,46).
c) Nella comunione ecclesiale così intesa, ogni diversità viene pienamente valorizzata perché fa brillare quell’unità per cui Gesù ha pregato affinché «il mondo creda» (Gv 17,21). Infatti, quando la comunione non è un optional, ma diventa concreto metodo di vita, le diversità arricchiscono ed edificano, suscitando il fascino della proposta cristiana in ogni ambito dell’esistenza quotidiana.
Cosa implica questo uscire da se stessi per portare a tutti Gesù come speranza per ogni uomo e ogni donna? Anzitutto la necessità di rischiare la propria libertà, di esporre se stessi. E proprio in ciò consiste la testimonianza.
Il testimone autentico però rinvia a Cristo, sommamente amato, non a sé. Per questo non mortifica la libertà dell’altro, non è schiavo dei risultati, non isola e non divide. Il testimone fa crescere la libertà da se stessi, dal proprio progetto, dall’immagine di sé che si sogna. Il testimone impara a conoscere in modo appropriato la realtà, ne scopre, sulla propria pelle, la verità e la comunica ai fratelli. Cristo crea amicizia, genera comunione.
Guardare a Maria Vergine, a san Giuseppe e a tutti i santi ci fa capire, meglio di ogni definizione, quale sorgente di senso e perciò di speranza sia la testimonianza integralmente intesa. «Contemplerò ogni giorno il volto dei Santi per trovare conforto nei loro discorsi». Torna l’importanza del racconto (Didachè).
Il “cattolicesimo popolare” che caratterizza la nostra nazione è chiamato pertanto a radicarsi più profondamente nella vita degli uomini attraverso l’annuncio esplicito della bellezza, della bontà e della verità di Gesù Cristo all’opera nel mondo: «Nella sua dottrina, nella sua vita e nel suo culto la Chiesa perpetua e trasmette a tutte le generazioni tutto ciò che essa è, tutto ciò che essa crede» .
5. La speranza genera un nuovo umanesimo
Anche all’inizio di questo terzo millennio Gesù Cristo è feconda radice di un nuovo umanesimo di cui tanto sentiamo il bisogno. L’incontro gratuito con Cristo si rivela così in tutta la sua corrispondenza all’umano desiderio di pienezza. A tal punto che la necessaria verifica dell’autenticità della fede consiste proprio nella scoperta che essa “conviene” al cuore dell’uomo.
Nel contesto della società plurale che domanda nuovo umanesimo i cristiani non cercano la vittoria della propria parte. Al di là degli errori commessi lungo la storia essi accettano ciò che Dio concede alla famiglia umana. Possono essere, di volta in volta, maggioranza costruttiva o minoranza perseguitata, ma quello a cui sono chiamati è solo l’essere presi a servizio del disegno buono con cui Dio accompagna la libertà degli uomini.
In questi convulsi tempi di cambiamento le dimensioni della comune ed elementare esperienza umana – affetti, lavoro, riposo, a cui si aggiungono, come ci ha insegnato il Convegno di Verona (2006), gli aspetti della fragilità, della tradizione e della cittadinanza di cui non abbiamo qui il tempo di parlare – provocano tutti i cristiani ad una verifica non più rinviabile, perché a tutti gli uomini si documenti Cristo come nostra speranza.
a) Il Vangelo visita gli affetti e li porta a compimento proponendo il comandamento dell’amore, che da affettivo diventa effettivo: «La fede fa comprendere l’architettura dei rapporti umani perché ne coglie il fondamento ultimo e il destino definitivo in Dio, nel suo amore» . Il “per sempre” e la fecondità dell’amore – nel matrimonio, inteso come unione indissolubile e aperta alla vita di un uomo e una donna, e nella verginità consacrata – è quindi il compimento del bisogno e del desiderio di ciascuno di essere amato e di amare.
b) I cristiani hanno la responsabilità di portare la speranza anche nel campo del lavoro, facendosi eco dell’apprezzamento di Dio per l’intraprendenza e la laboriosità umana, praticando la giustizia e la solidarietà come virtù irrinunciabili ed esercitando la propria professione come una vocazione. Hanno il compito di vivere nel quotidiano ambiente di lavoro come discepoli che non nascondono la loro fede, ma la condividono con gli altri fratelli e ne offrono testimonianza a tutti. Cosa ci insegna la figura di don Peppe Diana, che state commemorando a 20 anni dalla sua uccisione, se non che i cristiani sono chiamati a impegnarsi con maggior vigore ed energia in quell’eminente forma di carità che è la politica, intesa in senso ampio e pieno?
c) I cristiani hanno infine la responsabilità di essere uomini di speranza anche nell’ambito del riposo, tante volte confuso con il semplice svago. Conoscono, infatti, che la condizione più desiderabile per il riposo è la comunione, quella grazia di sapersi a casa nella relazione buona che lo Spirito di Dio sa costruire facendo dei molti una cosa sola. Perciò la dimensione cristiana del riposo è la festa e il cuore della festa è la celebrazione eucaristica. Viene così offerta la possibilità non solo di staccare dal lavoro e di interrompere la fatica, ma di una rigenerazione che rende la persona pronta per ogni opera buona.
Insieme alla novità cristiana, la domenica eredita tutto il valore del sabato biblico e ritma il tempo con l’irrinunciabile memoria delle opere di Dio e della sua presenza: è quindi il giorno della lode, della intercessione, della speranza, della condivisione e della letizia.
6. Raccontare Gesù nostra speranza
Se Gesù è venuto per portare agli uomini la speranza, tocca ai cristiani che per grazia Lo hanno incontrato «raccontare Gesù»: è il titolo di un prezioso libretto del giovane cardinale di Manila, Luis Antonio Tagle. Dar testimonianza a Cristo e di Cristo, Verità vivente e personale, di fronte alla sempre risorgente pretesa di «incanalare Cristo, quest’acqua selvaggia nelle turbine dell’umanità a vantaggio di quest’ultima» . La «ferita inferta alla storia del mondo con l’apparire di Cristo continua a suppurare» . Cristo, invece, continua a tener desto per il nostro bene l’inquietum cor di cui parla Sant’Agostino.
Della compagnia di Dio nessuno dovrà avere timore. Soprattutto se i cristiani, resistendo alla tentazione dell’egemonia ed attingendo al metodo testimoniale di Gesù, sapranno fare della loro differenza specifica la via di una proposta umile e tenace. Incontreranno in tal modo l’insopprimibile anelito di speranza degli uomini, che è sempre desiderio di Dio anche se talora manifestato in modo confuso e contraddittorio. L’anelito di speranza, infatti, è come la fenice. Rinasce sempre dalle proprie ceneri. È lo stesso Dio a farlo rinascere perché Egli «è più esigente di noi per la nostra felicità… [noi invece] saremo sempre avari nella nostra speranza. Le eresie sono frutto dell’impotenza a sperare il più» .
Nella testimonianza e nel racconto il cristiano condivide di persona almeno un frammento del desiderio di pienezza che non si spegne mai del tutto nell’uomo, ridesta nel suo cuore la speranza e, quindi, la nostalgia di Dio, destino dell’uomo, sorgente e culmine della sua felicità. Questa riuscita umana ha un nome semplice e luminoso. Si chiama santità.

Infatti il santo che noi tutti possiamo essere, altro non è che un uomo riuscito.


giovedì 15 agosto 2013

Una settimana di preghiera e di vangelo agli Altipiani

Una settimana di preghiera e di vangelo dal 6 al 13 Agosto 2013. E' il percorso spirituale estivo proposto dalla Parrocchia degli Altipiani di Arcinazzo, dedicata alla Beata Vergine Maria 'Refugium peccatorum', che celebra quest'anno il 50° della fondazione. Da qualche anno la Parrocchia, che prima era situata nella giurisdizione territoriale dell'Abbazia Benedettina di Subiaco, fa parte della Diocesi di Anagni ed è retta Padre Mario Fucà, frate cappuccino del Convento di Fiuggi. Durante l'estate di ogni anno la piccola comunità parrocchiale degli Altipiani si espande in maniera notevole coinvolgendo la partecipazione dei numerosi fedeli e famiglie che trascorrono in questo luogo di montagna, a pochi chilometri da Roma, le loro vacanze occasionali e la loro villeggiatura. La settimana del percorso spirituale parrocchiale di agosto trova il culmine nella processione, ovvero nel 'pellegrinaggio' come preferisce considerarla padre Mario, che si svolge la sera del 13 Agosto in onore della Beata Vergine patrona per le vie della località che si compone con le frazioni appartenenti ai Comuni di Arcinazzo Romano, di Trevi nel Lazio e di Piglio.

Varie altre iniziative sociali e pastorali convergono in questa settimana, che ha una preparazione remota nel persistente impegno di apostolato e catechesi del parroco cappuccino, di padre Mario che nel suo ordine è responsabile nazionale per l'evangelizzazione ed è animatore instancabile di iniziative missionarie, di solidarietà e di guida spirituale, che si avvale dei linguaggi molteplici della comunicazione (libro del 50°, arte, musica, teatro, mercatino, conferenza, canto e religiosità) per la pastorale comunitaria e l'annuncio evangelico adattato ad ogni età e generazione. Volentieri pervengono alla collaborazione e al sostegno delle iniziative di padre Mario semplici parrocchiani, ministranti, genitori, gruppi giovanili, alcuni frati cappuccini visitatori (f. Gianfranco e f. Massimiliano) compreso il ministro provinciale (p. G. Palmisani), altri ministri, autorità civili, e lo stesso vescovo di Anagni mons. Lorenzo Loppa. 
Una scorsa al depliant illustrativo del programma delle iniziative della settimana darà il senso della loro importanza e della varia e qualificata partecipazione.


Quest'anno anch'io ho avuto occasione di camminare un poco insieme con padre Mario e la sua comunità. Con Antonietta ed altri amici, praticando un vero 'Trekking dello Spirito', sono stato lungo il percorso contemplativo (ora scandito da grandi raffigurazioni metalliche della Via Crucis) che Giovanni Paolo II faceva spesso ai Prati di San Biagio sopra Piglio. Poi mi sono arrampicato sul tortuoso sentiero di montagna verso la cima del Monte Retafani (1054 mt.) collaborando all'istallazione dei pannelli meditativi dei 'Misteri della Luce' trasportati in salita da Regina, l'asina della Parrocchia. 

Si è trattato di una esperienza devota e di approfondimento della conoscenza della figura del papa beato, della scoperta di un leggendario locale esistente circa le sue escursioni ed i suoi incontri sui monti sopra Piglio. Esemplare è la conversazione, narratomi da Euro, avuta dal papa con un pastore di pecore presso l'eremo della Madonna del Monte:

- “Tu che mestiere fai? Io qui porto questo centinaio di pecore”;
Faccio il pastore, come te, e porto milioni di pecore per tutto il mondo”.

In una delle serate ho anche ascoltato la conferenza di p. Giulio Albanese sul tema: “Da Benedetto a Francesco … nell'anno della fede”. Il missionario comboniano, noto giornalista scrittore e comunicatore delle cose della Chiesa, è spesso ospite della comunità di padre Mario, con il quale collabora per la catechesi missionaria e per la realizzazione di vari progetti culturali e di evangelizzazione. Egli ha trattato la tematica in maniera suggestiva e convincente, contribuendo alla comprensione dei recenti avvenimenti della Chiesa che hanno portato alle dimissioni di papa Benedetto XVI e alla elezione di papa Francesco. La sua è stata una analisi, teologica e sociologica insieme, sviluppata con l'ausilio di una chiave interpretativa simbolica ed originale circa lo stile e le aspettative spirituali del pontificato: lo stolone che il Papa usa per impartire la solenne benedizione Urbi et Orbi. Lo stolone del Papa porta impresse le effigi dei Santi Apostoli Pietro e Paolo, fondatori della Chiesa di Roma: il primo che rappresenta lo “stile petrino” istituzionale ed organizzativo e l'altro che rappresenta lo “stile paolino” e missionario dell'agire del “Vescovo di Roma”: due stili che appaiono di volta in volta con espressioni singolarmente predominanti e caratterizzanti dei comportamenti e delle azioni dell'uno o dell'altro Papa. Evidentemente con iniziative, parole ed esiti particolari per la vita religiosa della Chiesa e per le espressioni storiche della fede in Gesù Cristo.

L'ispirazione posta a riferimento spirituale della Settimana di preghiera e di vangelo agli Altipiani è stata l'Enciclica di papa Francesco Lumen Fidei, dalla quale è stata tratta la preghiera mariana che ha accompagnato tutti i momenti ecclesiali:


A Maria, madre della Chiesa e madre della nostra fede, ci rivolgiamo in preghiera.
Aiuta, o Madre, la nostra fede!
Apri il nostro ascolto alla Parola, perché riconosciamo la voce di Dio e la sua chiamata.
Sveglia in noi il desiderio di seguire i suoi passi, uscendo dalla nostra terra e accogliendo la sua promessa.
Aiutaci a lasciarci toccare dal suo amore, perché possiamo toccarlo con la fede.
Aiutaci ad affidarci pienamente a Lui, a credere nel suo amore, soprattutto nei momenti di tribolazione e di croce, quando la nostra fede è chiamata a maturare.
Semina nella nostra fede la gioia del Risorto.
Ricordaci che chi crede non è mai solo.
Insegnaci a guardare con gli occhi di Gesù, affinché Egli sia luce sul nostro cammino.
E che questa luce della fede cresca sempre in noi, finché arrivi quel giorno senza tramonto, che è lo stesso Cristo, il Figlio tuo, nostro Signore!

lunedì 18 marzo 2013

Fede e Carità nei messaggi quaresimali di papa Benedetto e papa Francesco


Ho letto il Messaggio di Quaresima 2013 di Benedetto XVI ed ho colto il suo proporre l'intimo legame tra la Fede e la Carità come spiritualità e vitalità irrinunciabile per i cristiani in cammino penitenziale verso la Pasqua:

La celebrazione della Quaresima, nel contesto dell’Anno della fede, ci offre una preziosa occasione per meditare sul rapporto tra fede e carità: tra il credere in Dio, nel Dio di Gesù Cristo, e l’amore, che è frutto dell’azione dello Spirito Santo e ci guida in un cammino di dedizione verso Dio e verso gli altri […] La fede, dono e risposta, ci fa conoscere la verità di Cristo come Amore incarnato e crocifisso […] Da parte sua, la carità ci fa entrare nell’amore di Dio manifestato in Cristo, ci fa aderire in modo personale ed esistenziale al donarsi totale e senza riserve di Gesù al Padre e ai fratelli. Infondendo in noi la carità, lo Spirito Santo ci rende partecipi della dedizione propria di Gesù: filiale verso Dio e fraterna verso ogni uomo (cfr. Rm 5,5) […] in questo tempo di Quaresima, in cui ci prepariamo a celebrare l’evento della Croce e della Risurrezione, nel quale l’Amore di Dio ha redento il mondo e illuminato la storia, auguro a tutti voi di vivere questo tempo prezioso ravvivando la fede in Gesù Cristo, per entrare nel suo stesso circuito di amore verso il Padre e verso ogni fratello e sorella che incontriamo nella nostra vita”.

Ho letto anche il Messaggio di Quaresima consegnato Mercoledì delle Ceneri 2013 dall'Arcivescovo Jorge Mario Bergoglio ai fedeli dell'Arcidiocesi di Buenos Aires, qualche giorno prima di essere eletto Papa in Conclave a Roma con il nome di Francesco.
Non ci sono differenze nel luminoso nucleo teologico e se ne colgono riverberi nuovi ed estesi ad una sintesi etica che si identifica con la Solidarietà. Dopo aver lanciato il monito d'ispirazione biblica di “strappare il cuore e non le vesti dinanzi al Signore lento all'ira e ricco di misericordia”, e dopo la descrizione della “lunga lista delle realtà distruttive” dell'etica e della società umana, il Cardinale Padre Bergoglio s.j. , oggi Papa Francesco, dice alla sua comunità diocesana: 

“Insieme con la preghiera e la penitenza, come segno della nostra fede nella potenza della Pasqua che trasforma tutto, dobbiamo anche cominciare un altro anno improntandolo al "gesto quaresimale della solidarietà". Come Chiesa di Buenos Aires in marcia verso la Pasqua attenta a ciò di cui il Regno di Dio può avere bisogno, dobbiamo tenere il nostro cuore lacerato dal desiderio di conversione e orientato al gesto d'amore, alla grazia efficace per alleviare il dolore di tanti fratelli che camminano accanto a noi”.

Il messaggio quaresimale di Benedetto XVI si può leggere sul portale della CEI; quello di Francesco si può leggere sul portale dell'Arcidiocesi di Buenos Aires. Si possono raggiungere mediante i link segnalati.




venerdì 1 marzo 2013

Un giorno di sole e di brezza leggera per l'udienza di Benedetto XVI


L'ultima udienza di Benedetto XVI si è tenuta mercoledì 27 febbraio 2013 nella piazza San Pietro riempita di oltre centomila fedeli che hanno a lungo salutato il papa giunto sulla papa-mobile. Una mattinata di sole splendente che ha trasmesso un inatteso calore primaverile. Vicino alla monumentale fontana laterale zampillante, insieme con Antonietta tra gruppi giovanili religiosi e familiari, ho trovato un buon posto per osservare lo scenario centrale del seggio posto dinanzi alla basilica e l'intera piazza abbracciata dai colonnati. L'udienza è stata aperta con la lettura in diverse lingue di un brano della lettera di San Paolo ai Colossesi (Col 1, 3-6):
Noi rendiamo grazie a Dio, Padre del Signore nostro Gesù Cristo, continuamente pregando per voi, avendo avuto notizie della vostra fede in Cristo Gesù e della carità che avete verso tutti i santi a causa della speranza che vi attende nei cieli. Ne avete già udito l'annuncio dalla parola di verità del Vangelo che è giunto a voi. E come in tutto il mondo esso porta frutto e si sviluppa, così avviene anche fra voi, dal giorno in cui avete ascoltato e conosciuto la grazia di Dio nella verità”.
Il brano rimanda alla buona notizia per l'Apostolo che riguarda il Vangelo testimoniato e vissuto nella verità e nella carità dalla comunità destinataria dell'epistola; e rappresenta una sintesi testimoniale della vita cristiana, delle tre virtù teologali, fede speranza e carità, che si legano alla preghiera e all'impegno di fare sempre la volontà del Signore.
Al Vangelo Benedetto XVI ha ispirato con semplicità le sue parole ed i suoi concetti comunicati al popolo, all'ecclesia convocata in piazza san Pietro, nel momento pastorale culminante del suo pontificato. Ha detto moltissime cose, anche sofferte complicate e difficili, nella luminosa semplicità del linguaggio della narrazione evangelica, comprensibile a tutti; e nel giorno del suo saluto ufficiale, del suo recarsi verso “l'ultima tappa del pellegrinaggio terreno”, come dirà la sera successiva a Castel Gandolfo, ha fatto capire la sacralità e il senso del ministero petrino e gli orizzonti di speranza che si aprono dinanzi alla Chiesa del Signore.
Il discorso intero di Benedetto XVI è leggibile sul portale del Vaticano, in questa sede ne riporto alcuni passi che evidenziano l'ispirazione al Vangelo.

"Come l’apostolo Paolo nel testo biblico che abbiamo ascoltato, anch’io sento nel mio cuore di dover soprattutto ringraziare Dio, che guida e fa crescere la Chiesa, che semina la sua Parola e così alimenta la fede nel suo Popolo. In questo momento il mio animo si allarga ed abbraccia tutta la Chiesa sparsa nel mondo; e rendo grazie a Dio per le «notizie» che in questi anni del ministero petrino ho potuto ricevere circa la fede nel Signore Gesù Cristo, e della carità che circola realmente nel Corpo della Chiesa e lo fa vivere nell’amore, e della speranza che ci apre e ci orienta verso la vita in pienezza, verso la patria del Cielo.
Sento di portare tutti nella preghiera, in un presente che è quello di Dio, dove raccolgo ogni incontro, ogni viaggio, ogni visita pastorale. Tutto e tutti raccolgo nella preghiera per affidarli al Signore: perché abbiamo piena conoscenza della sua volontà, con ogni sapienza e intelligenza spirituale, e perché possiamo comportarci in maniera degna di Lui, del suo amore, portando frutto in ogni opera buona (cfr Col 1,9-10).
In questo momento, c’è in me una grande fiducia, perché so, sappiamo tutti noi, che la Parola di verità del Vangelo è la forza della Chiesa, è la sua vita. Il Vangelo purifica e rinnova, porta frutto, dovunque la comunità dei credenti lo ascolta e accoglie la grazia di Dio nella verità e nella carità. Questa è la mia fiducia, questa è la mia gioia.
Quando, il 19 aprile di quasi otto anni fa, ho accettato di assumere il ministero petrino, ho avuto la ferma certezza che mi ha sempre accompagnato: questa certezza della vita della Chiesa dalla Parola di Dio. In quel momento, come ho già espresso più volte, le parole che sono risuonate nel mio cuore sono state: Signore, perché mi chiedi questo e che cosa mi chiedi? E’ un peso grande quello che mi poni sulle spalle, ma se Tu me lo chiedi, sulla tua parola getterò le reti, sicuro che Tu mi guiderai, anche con tutte le mie debolezze. E otto anni dopo posso dire che il Signore mi ha guidato, mi è stato vicino, ho potuto percepire quotidianamente la sua presenza. E’ stato un tratto di cammino della Chiesa che ha avuto momenti di gioia e di luce, ma anche momenti non facili; mi sono sentito come san Pietro con gli Apostoli nella barca sul lago di Galilea: il Signore ci ha donato tanti giorni di sole e di brezza leggera, giorni in cui la pesca è stata abbondante; vi sono stati anche momenti in cui le acque erano agitate ed il vento contrario, come in tutta la storia della Chiesa, e il Signore sembrava dormire. Ma ho sempre saputo che in quella barca c’è il Signore e ho sempre saputo che la barca della Chiesa non è mia, non è nostra, ma è sua. E il Signore non la lascia affondare; è Lui che la conduce, certamente anche attraverso gli uomini che ha scelto, perché così ha voluto. Questa è stata ed è una certezza, che nulla può offuscare. Ed è per questo che oggi il mio cuore è colmo di ringraziamento a Dio perché non ha fatto mai mancare a tutta la Chiesa e anche a me la sua consolazione, la sua luce, il suo amore.
[...]
Ma non è solamente Dio che voglio ringraziare in questo momento. Un Papa non è solo nella guida della barca di Pietro, anche se è la sua prima responsabilità. Io non mi sono mai sentito solo nel portare la gioia e il peso del ministero petrino; il Signore mi ha messo accanto tante persone che, con generosità e amore a Dio e alla Chiesa, mi hanno aiutato e mi sono state vicine.
[…]
vorrei ringraziare di vero cuore anche tutte le numerose persone in tutto il mondo, che nelle ultime settimane mi hanno inviato segni commoventi di attenzione, di amicizia e di preghiera. Sì, il Papa non è mai solo, ora lo sperimento ancora una volta in un modo così grande che tocca il cuore.Il Papa appartiene a tutti e tantissime persone si sentono molto vicine a lui.
[…]
Qui si può toccare con mano che cosa sia Chiesa – non un’organizzazione, un’associazione per fini religiosi o umanitari, ma un corpo vivo, una comunione di fratelli e sorelle nel Corpo di Gesù Cristo, che ci unisce tutti. Sperimentare la Chiesa in questo modo e poter quasi toccare con le mani la forza della sua verità e del suo amore, è motivo di gioia, in un tempo in cui tanti parlano del suo declino. Ma vediamo come la Chiesa è viva oggi!
In questi ultimi mesi, ho sentito che le mie forze erano diminuite, e ho chiesto a Dio con insistenza, nella preghiera, di illuminarmi con la sua luce per farmi prendere la decisione più giusta non per il mio bene, ma per il bene della Chiesa. Ho fatto questo passo nella piena consapevolezza della sua gravità e anche novità, ma con una profonda serenità d’animo. Amare la Chiesa significa anche avere il coraggio di fare scelte difficili, sofferte, avendo sempre davanti il bene della Chiesa e non se stessi.
Qui permettetemi di tornare ancora una volta al 19 aprile 2005. La gravità della decisione è stata proprio anche nel fatto che da quel momento in poi ero impegnato sempre e per sempre dal Signore. Sempre – chi assume il ministero petrino non ha più alcuna privacy. Appartiene sempre e totalmente a tutti, a tutta la Chiesa. Alla sua vita viene, per così dire, totalmente tolta la dimensione privata. Ho potuto sperimentare, e lo sperimento precisamente ora, che uno riceve la vita proprio quando la dona. Prima ho detto che molte persone che amano il Signore amano anche il Successore di san Pietro e sono affezionate a lui; che il Papa ha veramente fratelli e sorelle, figli e figlie in tutto il mondo, e che si sente al sicuro nell’abbraccio della vostra comunione; perché non appartiene più a se stesso, appartiene a tutti e tutti appartengono a lui.
Il “sempre” è anche un “per sempre” - non c’è più un ritornare nel privato. La mia decisione di rinunciare all’esercizio attivo del ministero, non revoca questo. Non ritorno alla vita privata, a una vita di viaggi, incontri, ricevimenti, conferenze eccetera. Non abbandono la croce, ma resto in modo nuovo presso il Signore Crocifisso. Non porto più la potestà dell’officio per il governo della Chiesa, ma nel servizio della preghiera resto, per così dire, nel recinto di san Pietro. San Benedetto, il cui nome porto da Papa, mi sarà di grande esempio in questo. Egli ci ha mostrato la via per una vita, che, attiva o passiva, appartiene totalmente all’opera di Dio”.




domenica 24 febbraio 2013

In preghiera siamo sempre vicini. Il saluto di Benedetto XVI


In quel tempo, Gesù prese con sé Pietro, Giovanni e Giacomo e salì sul monte a pregare. Mentre pregava, il suo volto cambiò d’aspetto e la sua veste divenne candida e sfolgorante. Ed ecco, due uomini conversavano con lui: erano Mosè ed Elìa, apparsi nella gloria, e parlavano del suo esodo, che stava per compiersi a Gerusalemme...

E' il Vangelo della Trasfigurazione (Lc 9, 28-36), quello della II domenica di Quaresima di questo 2013, che viene commentato dal Santo Padre affacciato su Piazza San Pietro per la recita del suo ultimo Angelus insieme con oltre 100.000 fedeli giunti da ogni parte del mondo. Egli lo applica al suo disporsi al compito della preghiera che il Signore gli assegna a compimento del suo pontificato: 
Questa Parola di Dio la sento in modo particolare rivolta a me, in questo momento della mia vita. Il Signore mi chiama a “salire sul monte”, a dedicarmi ancora di più alla preghiera e alla meditazione. Ma questo non significa abbandonare la Chiesa, anzi, se Dio mi chiede questo è proprio perché io possa continuare a servirla con la stessa dedizione e lo stesso amore con cui ho cercato di farlo fino ad ora, ma in un modo più adatto alla mia età e alle mie forze.” 
E si congeda rimanendo con la gente, vicino al cuore della speranza, accanto, nella preghiera che ci avvicina nella luce del Signore oltre il tempo ed il luogo.



venerdì 15 febbraio 2013

Bisognava far festa e rallegrarsi... Omaggio al Santo Padre


La Domenica mattina del 16 settembre 2001 ebbi l'occasione di 'sentire' la Santa Messa celebrata dal cardinale Joseph Ratzinger nella cattedrale di Aversa. Con la sua omelia spiegò la parabola del figliol prodigo letta al Vangelo (Luca 15,1-32). Dalla giovinezza sono abituato a partecipare alla Messa domenicale della mia parrocchia frattese di San Rocco, e quella mattina mi ritrovai in cattedrale spinto dalla speranza di recuperare il mio ombrello color amaranto a cui mi ero affezionato e che avevo dimenticato il pomeriggio di sabato 15 settembre trascorso nell'ascolto della relazione del cardinale al Convegno Pastorale. Il tema era stato “L'ecclesiologia del Vaticano II” sviluppato in tre momenti: 1. La Chiesa come Corpo di Cristo; 2. Chiesa come popolo di Dio; 3. L'ecclesiologia di comunione. Fu una esperienza di apprendimento di conoscenza di spiritualità e di verifica della fede, importatissima per tutto il popolo diocesano convenuto. La costatazione di un magistero illuminante e benedetto.
Quella domenica mattina andai alla inutile ricerca dell'ombrello, prima tra gli scranni e poi verso la sacrestia posta dopo il cancello di accesso al deambulatorio normanno che gira intorno all'abside.
Fu una bella sorpresa incontrare il cardinale che era sceso dalle scale dell'episcopio e si era inoltrato solitario nel deambulatorio per accingersi alla celebrazione domenicale del mattino. Un devoto saluto ed un brevissimo e sorridente dialogo informale che ricordo ancora con gratitudine.
Nei 12 anni trascorsi da quel giorno sono successe tante cose, personali, ecclesiali, storiche.
La Chiesa ha vissuto il compimento del papato del beato Giovanni Paolo II; poi la guida settennale del cardinale Ratzinger eletto papa Benedetto XVI; del quale oggi vive in una modalità inaspettata anche il compimento del suo pontificato.
Il 11 febbraio 2013 Benedetto XVI ha comunicato al Concistoro dei Cardinali ufficialmente in latino la sua decisione di grande importanza per la vita della Chiesa ("Decisionem magni momenti pro Ecclesiae vitae"): “Dopo aver ripetutamente esaminato la mia coscienza davanti a Dio, sono pervenuto alla certezza che le mie forze, per l’età avanzata, non sono più adatte per esercitare in modo adeguato il ministero petrino. Sono ben consapevole che questo ministero, per la sua essenza spirituale, deve essere compiuto non solo con le opere e con le parole, ma non meno soffrendo e pregando”.
Dalla sera del 28 febbraio 2013 la sede di Pietro sarà sede vacante e si dovrà convocare il Conclave per l'elezione di un nuovo Pontefice.
L'impatto di questa comunicazione, per un un unicum ecclesiale storico, è stato enorme ed è ancora persistente su tutti i media mondiali. Le problematiche sollevate e le interpretazioni avanzate sono innumerevoli, religiose e laiche. Resta il fatto di una decisione 'canonica' sofferta e pregata, presa secondo le parole di Benedetto XVI "Conscientia mea iterum atque iterum coram Deo explorata."
No comment. Bisogna fermarsi sulla soglia del mistero del lavorio interiore e spirituale del Santo Padre svolto alla presenza di Dio.
Si può forse comprendere un poco con il sentimento dei discepoli di Emmaus, precalato in questo tempo quaresimale. Cerco di farlo ricordando la festa della fede ritrovata e del perdono, del figlio che ritorna e del padre che lo anticipa sul cammino dell'incontro. Ricordando le parole conclusive del convegno aversano del cardinale: “La Chiesa si desti nelle nostre anime. Maria ci mostra la via.”
In un libro del 1997 (JOSEPH RATZINGER, Il sale della terra. Cristianesimo e Chiesa Cattolica nella svolta del terzo millennio. Un colloquio con Peter Seewald, Cinisello Balsamo, Ed. S. Paolo 1997) molti comunicatori e giornalisti sono andati in questi giorni a leggere le parole premonitrici della decisione di Benedetto XVI sulla possibilità delle cosiddette “dimissioni del Papa”.
Nello stesso libro ho letto anche queste altre parole che esprimono il cuore sacerdotale del grande teologo e dell'eminente pastore:
Nei riti c'è una forma comune di vita, che non dipende solo da ciò che si comprende a livello superficiale, ma che ha a che fare con la grande continuità della storia della fede, che in essa si manifesta, e che rappresenta un'autorità, che non viene dal singolo. Il prete non è un presentatore che si inventa qualcosa e lo comunica abilmente. Può essere al contrario completamente sprovveduto come presentatore, perché comunque rappresenta qualcosa d'altro che non dipende affatto da lui. Naturalmente anche la comprensibilità fa parte della liturgia e per questo la parola di Dio deve essere presentata bene e, poi, altrettanto bene spiegata e interpretata. Ma alla comprensibilità della parola contribuiscono altre modalità di comprensione. Prima di tutto essa non è qualcosa che viene continuamente inventato da nuove commissioni. Altrimenti diverrebbe qualcosa di fatto in casa, a propria misura, tanto se le commissioni si riuniscono a Roma, a Treviri o a Parigi. Invece essa deve avere la sua continuità, una sua non arbitrarietà ultima, in cui io possa incontrare i millenni e, attraverso essi, l'eternità, e in cui possa entrare in rapporto con una comunità in festa, che è qualcosa di ben diverso da ciò che un comitato o l'organizzazione di una festa potrebbero mai inventarsi. Viene attribuita importanza al sacerdote in persona, nella sua persona; egli deve essere abile e saper rappresentare tutto molto bene. È lui il vero centro della celebrazione. Di conseguenza, ci si chiede perché solo certe persone possono farlo. Se egli, al contrario, si fa indietro in quanto persona ed è davvero solo un rappresentante, e si limita a compiere con fede quel che gli è richiesto, allora quel che avviene non gira più intorno a lui, non ha la sua persona come centro, ma egli si fa da parte ed emerge finalmente qualcosa di più grande. In questo si deve vedere ancora di più la forza dirompente della tradizione non manipolabile. La sua bellezza e la sua grandezza toccano anche chi non sa elaborare e capire razionalmente tutti i dettagli. Al centro sta allora la parola, che viene annunciata e spiegata.”

La relazione del cardinale Ratzinger al Convegno Pastorale di Aversa del 2001 
La comunicazione di Benedetto XVI al Concistoro del 11 febbraio 2013