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sabato 31 ottobre 2020

“Strada facendo, predicate ...” (In memoria di don Tonino Vitale)


Ne ha fatto di strada quotidianamente, ferialmente, don Tonino, sacerdote frattese. Negli ultimi anni, dopo la dipartita nel 2015 di don Enzo Capasso suo confratello e compagno di cammino, cinque chilometri solo al mattino, dopo aver detto Messa, in giro per motivi terapeutici e per la spesa elettiva di libri, riviste e derrate nei negozi di cui era cliente abituale e che si trovavano nei punti distanti dal centro storico alla periferia del paese. La attraversava tutta la città, a piedi, dentro, in lungo e in largo. Spesso appariva un solitario camminatore; ma più spesso passeggiava in compagnia di amici, dialogando fraternamente con garbo di fatti interpersonali, ma anche discutendo appassionatamente di cose sociali, pubbliche ed ecclesiali, richiamando l’attenzione e la partecipazione anche di ascoltatori occasionali. Durante il cammino, con la testimonianza della fede forte, con le parole vissute del suo ministero sacerdotale, aiutava a ricostruire la sincerità umana e la via della ricerca e dell’amicizia di Dio. Raffinato intellettuale cattolico conoscitore profondo del magistero, di figure sacerdotali, di pensieri e di autori, egli donava cordiali e luminosi sprazzi sapienziali di teologia, di cristologia particolarmente, di dottrina sociale e di scienza umana dell’educazione.

Ritornava poi al suo studio, nella sua casa a Via Genoino, alla sua scrivania sormontata di pile di libri, a ripensare, a sistemare le idee. A prendere appunti e a ricevere amici per continuare ancora a dialogare prima del pranzo.

L’altra mattina il presbiterio frattese e diocesano si è riunito commosso nella celebrazione della sua Messa esequiale nella Basilica di San Sossio, presieduta dal vescovo don Angelo Spinillo. La commemorazione del vescovo, incentrata sulla “limpidezza” del ministero sacerdotale e sulla “graffiante” esortazione etica ed ecclesiale di don Tonino, ha fatto da eco a quella commossamente pubblicata di primo mattino dall’amico e confratello Antonio Anatriello, il quale con lui, come con il vescovo Alessandro D’Errico e con don Enzo Capasso, ha condiviso percorsi e discorsi fin dagli studi giovanili al Seminario di Aversa.


Il curriculum vitae di don Antonio Vitale, ed alcuni tratti della sua spiritualità hanno ricevuto una puntuale rappresentazione dalle parole affidate ai social da don Angelo Crispino, in qualità di Presidente della antica Congrega dei Preti Frattesi, e da Francesco Vitale suo fratello. Don Angelo ha evidenziato la ricchezza umana e l’impegno sacerdotale di don Tonino:


Questa sua ricchezza umana la coniugava intensamente con una vasta e profonda cultura, frutto di letture sistematiche e di studio serio con cui si cibava quotidianamente e metteva a disposizione di tutti specie nel suo magistero di educatore nella scuola primaria che lo ha avuto insigne maestro e risorsa esemplare nella istituzione scolastica" De Amicis" di S. Arpino.

Anche in campo ecclesiale, è stato portatore di un ricco patrimonio sacerdotale che ha avuto origine nel Santuario dell'Immacolata ed è stato ereditato da una pull di luminosi sacerdoti frattesi negli anni 60/70 che hanno splendidamente operato nel territorio e sono stati a fondamento di una storia civile e religiosa che fa onore alla nostra città.

Nel solco delle eccellenti testimonianze umane e sacerdotali di don Gennaro Auletta, don Nicola Russo, don Angelo Perrotta, don Luigi Pezzullo, don Ciccio Caserta, anche Tonino, come tanti altri ancora in cammino di servizio sacerdotale, ha maturato la sua vocazione unitamente a don Sandro D'Errico oggi Nunzio apostolico a Malta e in Libia, e il compianto don Enzo Capasso e ha realizzato il suo impegno di sacro ministero come collaboratore pastorale di don Michele Costanzo nella parrocchia di Maria SS. del Carmine e S. Ciro e come assistente spirituale del gruppo scout, intessendo con tutti rapporti di familiarità, di amicizia e di condivisione associativa e spirituale.

Una testimonianza che è continuata nel servizio di sacro ministero presso le Suore di Cristo Re, come cappellano,nel Santuario dell' Immacolata come collaboratore del Rettore don Mimmo De Rosa e infine nella parrocchia di S. Sossio dove lo ringrazieremo e lo saluteremo oggi partecipando come presbiterio diocesano e frattese alla liturgia di suffragio e di commiato accompagnandolo nel suo viaggio verso il Signore della luce e della vita per ricevere il premio della gloria e della felicità eterna.


Il fratello Francesco ha voluto rimarcare la vocazione sacerdotale di don Tonino ed alcuni suoi riferimenti spirituali ispirati al Servo di Dio, il vescovo don Tonino Bello.

Davvero mai come in queste ore desidero rendere grazie a Dio, Nostro Signore Gesù Cristo, per l’istituzione del Santissimo Sacramento dell’Eucaristia e del servizio sacerdotale. Pensavo, nel corso della Celebrazione del suo rito funebre, che Dio, ogni qualvolta nasce un bimbo o una bimba, ci sorride e ci da nuova fiducia e speranza (paradossalmente, ha Lui fiducia di noi!) e ogni qualvolta un giovane decide di rispondere con il suo “Eccomi!” alla Sua chiamata, il Signore stesso ci soccorre, materialmente, con la concretezza della testimonianza dei Suoi Sacerdoti, per darci forza e coraggio, sostegno e speranza viva nel nostro cammino, non sempre facile, per la nostra umanizzazione. Ringrazio ancora tutti, anche a nome della mia famiglia, per il calore umano che ci ha circondati e che ha reso, in una certa misura, la nostra comunità cittadina - la nostra pur grande, ormai, cittadina - fraterna, accogliente e inclusiva, come una piccola comunità come la nostra amatissima Frattamaggiore lo è stata, sicuramente, un tempo ormai lontano. Ancora grazie a tutti e a ciascuno, e grazie a Dio, per il dono di Tonino che amava tanto sentirsi chiamare “don Tonino”, sol perché gli ricordava un suo caro modello di Sacerdote, uno dei suoi tanti, quel “don Tonino” Bello, anche lui, pur Vescovo, così lontano dal potere; con quella sua esortazione a passare “dai segni del potere al potere dei segni” con la coerenza di una intera traiettoria di vita terrena tale che “salda le parole con i fatti”.


Da Malta Il Nunzio Apostolico Alessandro D’Errico, appena saputo della dipartita di don Tonino. Ha scritto:

Pessima notizia..... di quelle che non vorresti mai sentire.... che mi ha reso molto triste... Perdo un Fratello ... Un Grande.... Un degnissimo Sacerdote, che fa onore alla tradizione del Clero frattese ..... Riposa in pace, caro Tonino.... Continua a ricordarti di noi.... Ci consola la promessa dell'immortalità futura.


Don Nicola Giallaurito, parroco emerito, lo ha così ricordato:

Come Gesù anch'io piango alla morte dell'amico Lazzaro, ben sapendo che "questa malattia non è per la morte, ma è per la Gloria di Dio" (Gv.11,4). 

Ho perso … , una vera passione rivissuta nel mio cuore, la dipartita di un caro amico: Un Sacerdote di strada "don Tonino" Vitale, ricercatore instancabile e difensore della Verità. Egli ha perseguito "tutto quello che è vero, nobile, giusto ecc. quello che è virtù e merita lode...è stato oggetto dei suoi pensieri…" Ammettilo, Signore nella Luce della Eternità beata.


E così don Mimmo De Rosa, Rettore del Santuario dell’Immacolata:


Questa mattina il mio cuore è triste… don Antonio Vitale è tornato alla Casa del Padre! Ho perso un fratello, un amico, un confidente, un sacerdote che dava sempre il cuore. Riposa in Pace fratello caro!



Numerosi altri commenti commemorativi sono stati pubblicati da amici ed ammiratori.

Personalmente mi lega a don Tonino una amicizia lieta ed antica. Alle classi elementari, nella seconda metà degli anni ‘50 sedevamo come capiclasse insieme nello stesso banco: alla prima e alla seconda con il maestro Burrone prematuramente scomparso, alla terza con il severo don Vincenzo Cirillo parroco di San Filippo, e alla quarta con il bravissimo maestro Peluso. Alla quinta la nostra classe fu smembrata e capitammo in sezioni diverse. Diverso fu anche il percorso degli studi di scuola secondaria. Però non ci perdemmo mai di vista e conservavamo sempre il ricordo delle marachelle del Marconi. Ci reincontrammo in età giovanile per la motivazione religiosa e per la fraterna amicizia comune con Antonio Anatriello, quando egli in Seminario era ormai avviato agli studi teologici per il sacerdozio.


La Parrocchia di San Rocco, all’epoca del parroco don Giuseppe Ratto, fu un luogo privilegiato per i contatti con don Tonino Vitale, quando lo si vide partecipare con le sue catechesi all’esperienza del gruppo giovanile che si andò formando con la guida pastorale di Antonio Anatriello, e quando divenne poi egli stesso stretto collaboratore del parroco per la cura della comunità ecclesiale.

E’ stata la vita partecipe alle vicende, ai cambiamenti, e ai discorsi ecclesiali, che ci ha fatto poi sempre reincontrare nei momenti significativi, celebrativi e culturali che trovavano un riverbero anche sul piano locale.

L’amicizia con don Tonino Vitale non ha potuto mai prescindere da quella con Antonio Anatriello, con Enzo Capasso, con Alessandro D’Errico, sacerdoti della sua generazione; e non ha potuto prescindere da quella con tutti gli altri componenti della comunità ecclesiale locale, sacerdoti e ministri che hanno avuto il dono del dialogo forte e sincero con don Tonino.


Ricordo che come maestro di scuola elementare, fortemente relazionato al direttore Vergara, egli faceva riferimento spesso alla figura di Don Lorenzo Milani, e alle esperienze educative innovative di Orlando Limone maestro santarpinese di lui amico. Ricordo la testimonianza dei suoi interventi pubblici ai convegni e ai dibattiti laici sulla cultura giovanile, sulla letteratura, sul cinema e sulla politica. Ricordo la sua appassionata ricerca dei temi teologici e della spiritualità contemporanea; il correre stipato insieme con i suoi confratelli nella mia cinquecento, all’ascolto di Carlo Carretto nell’Annunziata di Capua che spiegava il suo “Deserto in città”; oppure all'ascolto del vescovo Chiarinelli che teneva conferenze di filosofia al Pontano, scuola retta dai Gesuiti.

Ricordo le domeniche in cui gli ho servito Messa alle 12.30 come diacono nella Basilica di San Sossio e le sue omelie sul Risorto dette con il cuore e con la mente, e come in attesa della risposta della Chiesa.

Ricordo l’appassionata e ammirata celebrazione che il vescovo Milano volle dedicare nella Basilica di San Sossio al 40° della sua ordinazione sacerdotale.

Non nascosto era il suo amore per la spiritualità francescana, che esemplificava con le sue esperienze vissute insieme con il presbiterio diocesano al tempo del vescovo Chiarinelli che lo conduceva al pellegrinaggio reatino, e che recentemente ha rivissuto umilmente partecipando in preghiera alla cerimonia di ammissione all’ordine francescano secolare del fratello Francesco.

Ho camminato spesso con lui accompagnandolo nel suo intero percorso cittadino.

Con il vescovo Angelo Spinillo, quasi coetaneo, don Tonino si è sempre dato del tu; e sicuramente nel suo cammino quotidiano ha potuto far talvolta riferimento al motto evangelico dello stemma episcopale gratis accepistis, gratis date” (Mt 10,8). Per trovare una analogia al significato del suo cammino frattese quotidiano, che come sacerdote e guida d’anime, non gli poteva sfuggire nella sua valenza di apostolato itinerante: In quel tempo, disse Gesù ai suoi apostoli:Strada facendo, predicate, dicendo che il regno dei cieli è vicino. Guarite gli infermi, risuscitate i morti, purificate i lebbrosi, scacciate i demòni. Gratuitamente avete ricevuto, gratuitamente date”.


martedì 11 settembre 2018

Giuseppe Ratto parroco di San Rocco


La comunità parrocchiale di San Rocco di Frattamaggiore ha sempre manifestato nella sua storia, ormai secolare, una vitalità di iniziativa e di testimonianza ecclesiale esemplare ed attrattiva per la chiesa e la popolazione locale. La fede popolare si è sempre positivamente incrociata con la guida e le attività pastorali che hanno trovato nei parroci e nelle figure sacerdotali operanti in parrocchia riferimenti sicuri, zelanti ed onorati. La storia della Parrocchia è ricca di luoghi idenditari, di spunti formativi e di preziosa documentazione.
La figura di mons. Giuseppe Ratto, che ha guidato la Parrocchia per 36 anni dal 1963 al 1999, si orna particolarmente di queste caratteristiche della comunità parrocchiale di San Rocco, e si esprime inoltre nella singolarità di una ricerca teologica instancabile, sempre interessata allo studio della Storia della Chiesa, e nella silenziosa ed efficace animazione della Carità parrocchiale.
Opero una breve presentazione in occasione della celebrazione eucaristica presieduta dal Vescovo di Aversa, Mons. Angelo Spinillo, che si tiene il 14 settembre 2018 per il decennale della dipartita di don Ratto nella Basilica Pontificia di San Sossio. Utilizzo in primo luogo le parole del Parroco Ratto pronunciate la Vigilia di Natale del 1991 durante l’omelia in memoria del sacerdote don Pasqualino Costanzo. In secondo luogo propongo alcuni spunti della storia parrocchiale di San Rocco ricavati da: P. Saviano, Il culto di San Rocco a Frattamaggiore, Roma 2010. In terzo luogo propongo la lettura del testo da me preparato per la pagina diocesana di Avvenire riguardante il saluto del Parroco Ratto e l’accoglienza del nuovo Parroco don Armando Broccoletti.

Le parole di Mons. Giuseppe Ratto per don Pasqualino Costanzo:



Dalla storia parrocchiale di San Rocco


LA CHIESA DI SAN ROCCO
Fu fondata a recupero dell'antica funzione religiosa e devozionale dell’eremo di San Rocco connesso alla cappella medievale di Santa Giuliana, patrona di Fratta, situata alle propaggini campagnole del paese, sul percorso dell'antico acquedotto che da Arcopinto giungeva ad Atella.
Essa recuperò anche la tradizione della Congrega plateare dell'Arco che nel '700 aveva formata la Congrega di San Rocco come suo ramo giovanile.
Alla sua fondazione è intimamente connessa l'opera e la religiosità del Cav. Ignazio Muti, priore della Congrega di San Rocco, il quale con l'obolo popolare riuscì a far costruire la splendida chiesa che oggi si ammira. Alla sua storia è legata anche la cura delle anime dei funari di Piazza Miseno.
La prima pietra fu posta nel 1899, l‟edificazione fu completata nel 1912; la comunità del quartiere già fruiva delle celebrazioni liturgiche essenziali, quando fu istituita la parrocchia nel 1919. Il tempio eretto con l’obolo popolare, appassionatamente raccolto per decenni da Ignazio Muti, fu affidato al parroco Nicola Capasso, un sacerdote preparato ed entusiasta. Don Nicola, che divenne poi Rettore del Seminario di Aversa e Vescovo di Acerra, utilizzando tutti i mezzi che allora metteva a disposizione la metodologia pastorale più moderna (stampa, proiezioni, catechesi, attività associative, viaggi, contatti nazionali e internazionali), trasformò la chiesa di San Rocco in un santuario frequentatissimo e in un centro di attività vocazionale.
Con quei fondamenti anche la comunità parrocchiale, nel corso del tempo e degli eventi, con i diversi pastori, con le vocazioni, i ministeri e le attività legate alle emergenze delle varie epoche fino ad oggi, ha vissuto una storia ricca di significati religiosi, di esperienze intense della fede e di sincera testimonianza della carità e della vita cristiana.
Per mantenere la sua bellezza architettonica ed il suo decoro la chiesa nel corso del tempo ha richiesto interventi, restauri e aggiustamenti. I vari parroci si sono tutti impegnati per il consolidamento delle strutture e per arricchirla di opere artistiche e religiose.
Si sono così susseguiti i completamenti e i restauri del 1924–1927 con il parroco Nicola Capasso, gli interventi post-terremoto degli anni 30-40 e post-bellici degli anni 50-60 dei parroci Carlo Capasso e Luigi Ferrara, gli interventi per il consolidamento della statica e post-terremoto degli anni 70-80, insieme con la cura continua del decoro ecclesiale fino alla fine degli anni 90, del parroco mons. Giuseppe Ratto.


Con il parroco Armando Broccoletti la chiesa ha assunto il volto attuale con i vari aggiustamenti e restauri interni ed esterni, con il riconsolidamento della cupola e con l’apertura del parco San Rocco alle attività del territorio.


GIUSEPPE RATTO - I rilievi sui parroci di San Rocco redatti da P. Costanzo contengono anche notizie circa il parroco Giuseppe Ratto. Si apprende che questi fu ordinato sacerdote nel 1945, fu per qualche anno segretario del Vescovo di Policastro, il frattese Mons. Federico Pezzullo, e fu parroco per più di un decennio di Santa Eufemia di Carditello (dal 1953).
Fu nominato parroco di san Rocco nel 1964. Il popolo ne ebbe molta soddisfazione ed il Vescovo di Aversa, Antonio Cece, organizzò per lui, nel giorno solenne della presa di possesso, una splendida accoglienza. P. Costanzo mette anche in risalto la praticità e la sensibilità del parroco Ratto, sottolineando il suo zelo pastorale, l'impegno per la gioventù e gli sforzi fatti per il decoro e il restauro della chiesa.


Affidiamo la conclusione di questa cronaca storica al resoconto, preparato dall’autore per la pagina diocesana dell’Avvenire, dello storico momento del passaggio delle consegne dal parroco Ratto al parroco Broccoletti:


LA COMUNITA' PARROCCHIALE DI SAN ROCCO DI FRATTAMAGGIORE
SALUTA MONS. GIUSEPPE RATTO 
ED ACCOGLIE DON ARMANDO BROCCOLETTI
La nomina del nuovo parroco di San Rocco, celebrata nella messa vespertina del 12 c.m., è stata motivata dalla “età veneranda” del mons. Giuseppe Ratto, il quale rimane nella comunità come “parroco emerito” e come “primo tra i suoi filiani”; ed è stata motivata dalla necessità di dotare la guida della Parrocchia dell'apporto di nuove “energie fisiche”. I termini sono stati utilizzati nel dialogo pastorale che è stato proposto da S.E. l'Arcivescovo Mario Milano e che ha coinvolto la testimonianza del laico Vincenzo Vitale, l'intervento commosso di mons. Ratto e la presentazione di don Armando Broccoletti.
In una chiesa stracolma di fedeli, grazie pure alla presenza di una numerosa rappresentanza della comunità dello Spirito Santo di Casale di Principe presso la quale don Armando Broccoletti in precedenza aveva svolto il ministero di parroco, un solenne e particolare momento di riflessione si è vissuto quando sul finire della celebrazione ha preso la parola mons. Ratto.
Come appoggiandosi ad un bacolo spirituale egli ha intercalato il verso del salmo “Il Signore è il mio pastore e nulla mi manca”, e nel suo stile omiletico di sempre, che riverbera la grandezza teologica dei contenuti in un genere spontaneamente mutuato dall'arte antica della 'sacra eloquenza' e teso alla comunicazione di essenziali stimoli pastorali, ha narrato a grandi linee i suoi 36 anni di parroco di San Rocco ed ha prospettato importanti direzioni per il futuro della Parrocchia affidata al nuovo parroco. Il contesto storico più che trentennale ha rappresentato lo sfondo del suo ricordo, nel quale sono affiorate le figure di Vescovi come Teutonico e Gazza che hanno segnato, specialmente l'ultimo, la sua vita sacerdotale e spirituale. La comunione ecclesiale e la preghiera sono state quindi prospettate come i vincoli che legano il Parroco al suo Vescovo e alla sua Comunità, in una visione della Chiesa di Cristo che permane nei tempi che passano. Un grande insegnamento quello di mons. Ratto che, sempre attivissimo, opererà sicuramente per moltissimo tempo.


Accanto al nuovo parroco don Armando Broccoletti, nella guida spirituale dei fedeli della parrocchia, il cui territorio si estende nel moderno ambiente urbano della città, continuerà ad operare pure don Mimmo De Rosa, amatissimo e giovanile sacerdote, grande organizzatore
delle attività ecclesiali. In queste ultime sono impegnate pure le due Comunità religiose della parrocchia, le suore degli Istituti M. P. Brando e Cristo Re, ed altri gruppi laicali.
La cerimonia ha visto la presenza delle Autorità civili e militari, del Sindaco di Frattamaggiore che ha rivolto un saluto al neo-parroco, e di una schiera di sacerdoti, religiosi e laici provenienti da molte parti della Diocesi.


venerdì 28 marzo 2014

La conferenza aversana del cardinale Scola su Speranza ed Evangelizzazione

All'ora dei Vespri del venerdì 14 marzo 2014 la cattedrale di Aversa si è gremita di fedeli e di persone interessate all'ascolto del cardinale Angelo Scola, arcivescovo di Milano, invitato dal vescovo Angelo Spinillo a tenere una relazione sull'argomento della Speranza che è stato scelto come tema della pastorale annuale per la Diocesi. Religiosi e laici, rappresentanti del clero e dei molteplici uffici diocesani, delle parrocchie e delle aggregazioni culturali, hanno potuto vivere per oltre un'ora una bella esperienza di catechesi e di rigoroso ragionamento teologico stimolanti per la fede e la testimonianza del Vangelo; e quasi tutti hanno potuto personalmente avere uno scambio di parole e di saluti con il cardinale ospite. All'incontro non è mancata l'umile presenza del vescovo emerito Mario Milano.
Il cardinale Scola è stato accolto dal Vescovo Spinillo e dal Vicario Generale d. Francesco Picone ed ha occupato la posizione centrale tra i due al tavolo di lavoro allestito sul piano balaustrato dinanzi all'altare.
Ha introdotto il Vescovo Spinillo che prendendo spunto dalla Spe salvi di Benedetto XVI, ha posto la questione del rapporto tra la speranza vissuta nella quotidianità e la certezza che si fonda sulla fede nella Presenza del Signore. Illustrando il cammino dell'anno pastorale 2013-2014 della Diocesi incentrato sulla tematica “Il Signore è veramente risorto”, ed improntato alla riflessione sulla virtù teologale della speranza, il vescovo ha chiesto al cardinale di illuminare con il suo discorso la problematica della speranza vissuta dall'uomo contemporaneo nelle varie dimensioni della fede e e del pensiero, in Italia in Europa e nel mondo, e di offrire spunti di riflessione utili al “cammino triennale di formazione e di attenzione pastorale nell’orizzonte dell’educare al vivere la fede, la speranza e la carità”. Ed utili a stimolare “la concretezza di quei ‘percorsi di vita buona’ che sono gli ambiti propri del vivere quotidiano dell’umanità di questo tempo: Lavoro e festa, Cittadinanza, Affettività, Fragilità e Tradizione”.
I cardinale Scola esordisce con un riferimento alla bellezza della Cattedrale aversana e alle “Briciole di Storia” della Diocesi che egli ha potuto raccogliere; ed umilmente afferma di non sapere se sarà in grado di rispondere nelle aspettative e negli orizzonti proposti dal vescovo nei 50 minuti che egli prevede di assegnare al suo intervento. E quindi magistralmente si impegna nella sua riflessione umanistica-pastorale sulla speranza prendendo e sviluppando spunti interessanti ed efficaci dalla letteratura, dalla filosofia, dalla teologia, dalla Sacra Scrittura e dal Magistero della Chiesa. Umanità e Santità, nuovo umanesimo e ricerca di Dio, sono da lui proposti come prerogative e dimensioni del dialogo che porta i credenti a vivere la speranza nella testimonianza e nella relazione personale con il Signore e con i fratelli.
Il suo discorso è un crescendo di esplicitazioni e di approfondimenti che si articola nei punti che egli formalmente intitola: 1. Speranza virtù bambina; 2. Gesù Cristo nostra speranza; 3. Testimoni di speranza; 4. La speranza nell'incontro del nostro fratello uomo; 5. La speranza genera un nuovo umanesimo; 6. Raccontare Gesù nostra speranza.
Sul portale della Diocesi il discorso del cardinale Angelo Scola è riportato per intero: lo trascriviamo per comodità di lettura.


Intervento di S. Em.za Angelo Card. Scola
Arcivescovo di Milano
CATTEDRALE DI AVERSA
14 MARZO 2014
1. Speranza, “virtù bambina”
In un articolo pubblicato quasi trent’anni fa su La Stampa e significativamente intitolato Chi ci libererà dalla barbarie. I tamburi del profeta, l’inquieto e pessimista intellettuale Guido Ceronetti scriveva: «Tuttavia aspettare qualcuno che sia in assoluto altro, uno Straniero, un Esiliato che abbia in comune con noi soltanto la forma umana, o neppure quella: la parola soltanto, la parola davanti a cui niente resiste, e la mano, ma guaritrice, esercitata a guarire toccando, è una interessante vendetta, un’ombra, se non la carne, di un rimedio, un modo per attenuare il dolore della piaga civile, per consolare il gemito insistente del cuore indecentemente oltraggiato. Così ogni mattino mi dico: dovrà pur venire qualcuno, forse oggi stesso lo sapremo, scoprendo qualcosa di cambiato in una delle solite facce che s’incontrano, e venendo disperderà con un soffio, prima di ogni altra cosa, questa verminaia terra di poteri senza legge che ci intortiglia [attorciglia]» .
Sono parole che mantengono una attualità sconcertante. Non solo perché la situazione sociale può, per certi aspetti, continuare ad essere descritta con espressioni quali “poteri senza legge” – non mi riferisco soltanto alla situazione del nostro Paese, ma soprattutto allo stato in cui versano intere popolazioni del sud del pianeta, in particolare quelle dell’Africa sub sahariana –; le parole di Ceronetti sono attuali perché descrivono, forse con eccessiva durezza, la condizione che rende l’attesa, elementare forma di speranza, umanamente reale e non una pura illusione utopica o addirittura un inganno menzognero.
Perché? Perché l’affermazione di Ceronetti ci fa comprendere che la speranza non può semplicemente derivare dal cambiamento delle circostanze: è troppo poco. Essa, invece, s’identifica con la venuta di qualcuno. Non siamo noi a poterci ridare speranza da soli, non siamo noi a salvarci con le nostre forze. Deve essere veramente un altro a farlo per noi. E parlare di un altro significa individuare il terreno su cui può fiorire la speranza: essa è sempre frutto dell’incontro tra un io e un tu. Non c’è speranza per chi non lascia spazio all’altro. Siamo ben consapevoli che questo lasciar spazio all’altro non sia così comune nel nostro mondo post-moderno nel quale sempre più si espande un individualismo narcisista. Il narcisista, infatti, è colui che prolunga per tutta la vita l’inevitabile esperienza della primissima infanzia: guardarsi allo specchio e vedere sé come l’altro. Maturità domanda, invece, di lasciar essere l’altro come altro. Il narcisismo tronca alla radice ogni speranza, perché non “vede” l’altro e finisce per generare solitudine cattiva. Allora la vita pesa, come ha genialmente intuito Dante condannando i superbi a camminare schiacciati da enormi massi sulle spalle.
Ma l’altro che aspettiamo – ecco il secondo spunto offerto dal nostro autore – deve avere forma umana… Devo poterlo riconoscere. Non c’è possibilità di sperare se non si incontra, nella trama di circostanze e di rapporti che investono la nostra esistenza, quella presenza che «disperderà con un soffio [ciò] che intortiglia» perché rende capaci di affrontare la realtà simultaneamente con meraviglia e serietà. Come fanno i bambini.
Péguy afferma: «La speranza è virtù bambina, che prende per mano la fede e la carità» .
La speranza per l’Europa, e più in generale per il mondo contemporaneo – al di là di tutte le analisi e le proposte che possono essere sbandierate dai mass media, si gioca a questo livello. L’Europa avrà speranza se sarà abitata da uomini e donne di speranza.
Sulla base di questa decisiva premessa si può capire come parlare di speranza conduca a riflettere sulla nuova evangelizzazione tanto necessaria per le Chiese di antica origine. Penso alla mia Milano ma anche alla vostra gloriosa Chiesa le cui radici risalgono, mi pare, intorno al 1022. È qui che possiamo riconoscere tutta la portata dell’invito ad una Chiesa in uscita, come ama ricordarci il Santo Padre .
2. «Gesù Cristo, nostra speranza» (1Tm 1,1)
La Prima Lettera a Timoteo definisce «Gesù Cristo nostra speranza». Quale esperienza facciamo di questa realtà? Partiamo un’altra volta dall’esperienza umana comune. Ci aiuta Kafka che nel romanzo Il castello scrive: «Colui che non abbiamo mai visto, che però aspettiamo sempre con vera bramosia [Colui], che ragionevolmente però è stato considerato irraggiungibile per sempre – eccolo qui seduto» .
Qui seduto: proprio colui che si riteneva irraggiungibile, tanto è altro, lo incontriamo seduto accanto a noi. Questo è il cristianesimo: la speranza fattasi carne per accompagnare da vicino la vita degli uomini. Pensiamo all’esperienza di sua madre, degli apostoli, dei due di Emmaus.
Recentemente Papa Francesco, nell’esortazione apostolica Evangelii gaudium, ha voluto ribadire con forza una delle linee maestre dell’insegnamento di Benedetto XVI. Scrive il Papa: «Non mi stancherò di ripetere quelle parole di Benedetto XVI che ci conducono al centro del Vangelo: “All’inizio dell’essere cristiano non c’è una decisione etica o una grande idea, bensì l’incontro con un avvenimento, con una Persona, che dà alla vita un nuovo orizzonte e, con ciò, la direzione decisiva”» . Si tratta, come sappiamo, della citazione dell’incipit dell’enciclica Deus caritas est. L’affermazione di Benedetto XVI ci dice che all’origine della speranza c’è l’incontro con Dio che sempre ci precede: Gesù Cristo è la nostra speranza.
È essenziale non perdere mai di vista né dare per scontata quest’origine gratuita della speranza. Infatti, nelle nostre società in transizione all’avvio del terzo millennio, sotto le più diverse espressioni – incluse quelle contraddittorie e violente – l’uomo contemporaneo è messo alla prova da una domanda radicale: «La grande sofferenza dell’uomo è proprio questa: dietro il silenzio dell’universo, dietro le nuvole c’è un Dio o non c’è? E, se c’è questo Dio, ci conosce, ha a che fare con noi? Questo Dio è buono, e la realtà del bene ha potere nel mondo o no? (…) È una realtà o no? Perché non si fa sentire?» , così Benedetto XVI. Il dubbio che la solitudine possa essere la parola definitiva sull’umano destino porta gli uomini a cedere alla tentazione di una “desertificazione spirituale”, che conduce alla «diffusione del vuoto» .
Questo non è pessimismo ma realismo, tanto più che per la tradizione biblica il “deserto” è l’ambito privilegiato dell’“incontro” e del “cammino” del popolo col Dio vivo che manifesta il suo potere salvifico compiendo meraviglie.
Come far fronte ad una tale situazione? All’inizio dell’Assemblea del Sinodo dei Vescovi sulla nuova evangelizzazione Benedetto XVI ha risposto alla domanda, indirizzando il nostro sguardo e il nostro pensiero a quello che possiamo chiamare l’antefatto che dà vita alla Chiesa: «Dio ha parlato, ha veramente rotto il grande silenzio, si è mostrato, ma come possiamo far arrivare questa realtà all’uomo di oggi, affinché diventi salvezza? (…) Solo Dio stesso può creare la sua Chiesa, Dio è il primo agente: se Dio non agisce, le nostre cose sono solo le nostre e sono insufficienti; solo Dio può testimoniare che è Lui che parla e ha parlato. Pentecoste è la condizione della nascita della Chiesa (…) Dio è l’inizio sempre» .
Un’indicazione fondamentale affinché la nuova evangelizzazione riesca a ridare speranza all’Europa e più in generale alla contemporanea famiglia umana potrebbe essere formulata in questo modo: la precedenza è sempre di Dio, Egli parla ed opera. La Chiesa, ciascuno di noi, può solo co-operare con Lui.
3. Testimoni di speranza
Mi pare che proprio il verbo “co-operare” descriva adeguatamente il compito dei cristiani nella nuova evangelizzazione, la loro responsabilità di fronte alla speranza.
Se l’origine permanente e insuperabile è sempre la precedenza di Dio, «dall’altra parte questo Dio, che è sempre l’inizio, vuole anche il coinvolgimento nostro, vuole coinvolgere la nostra attività, così che le attività sono teandriche, per così dire, fatte da Dio, ma con il coinvolgimento nostro e implicando il nostro essere, tutta la nostra attività» . L’espressione usata dal Santo Padre e la spiegazione che egli ne ha dato sono inequivocabili: le attività della Chiesa sono “teandriche”, cioè divino-umane, non perché “fatte da Dio e da noi”, ma perché «fatte da Dio con il coinvolgimento nostro». In questo modo Benedetto XVI ci aiuta a cogliere che il carattere divino-umano dell’evangelizzazione non implica una “parità” di compiti o di protagonismo tra Dio e i cristiani: la nostra attività avrà sempre la forma mariana della risposta, della collaborazione attraverso l’assenso, cioè dell’obbedienza della fede. Solo Dio è il protagonista, la Chiesa è co-agonista. L’ambito in cui si può percepire con maggior chiarezza questo essere co-agonista proprio della Chiesa è la celebrazione liturgica. In essa, infatti, il popolo cristiano è di fronte al Signore sempre in posizione mariana, la posizione di Maria che coopera con il suo fiat all’iniziativa di Dio che la precede. Questa “qualità responsoriale”, che emerge con chiarezza nella liturgia, è caratteristica di ogni espressione della vita della Chiesa.
Il nome proprio di questa “qualità responsoriale” propria della vita cristiana è testimonianza (autoesposizione). Mettere a tema la testimonianza come forma specifica dell’esistenza del cristiano è la strada per parlare della nuova evangelizzazione quale fonte di speranza per l’Europa.
Tuttavia il termine, a prima vista chiaro, viene troppo spesso sottoposto a riduzioni. Per esempio una testimonianza che si limiti alla sola, pur importante, coerenza del singolo con alcuni principi di comportamento, non risulta convincente. Il necessario “buon esempio” non basta per renderci testimoni autentici. Si è effettivamente testimoni quando «attraverso le nostre azioni, parole e modo di essere, un Altro appare e si comunica. Si può dire che la testimonianza è il mezzo con cui la verità dell’amore di Dio raggiunge l’uomo nella storia, invitandolo ad accogliere liberamente questa novità radicale. Nella testimonianza Dio si espone, per così dire, al rischio della libertà dell’uomo. Gesù stesso è il testimone fedele e verace (cf. Ap 1,5; 3,14); è venuto per rendere testimonianza alla verità (cf. Gv 18,37)» .
Proviamo, quindi, ora a descrivere sinteticamente tre caratteristiche della testimonianza adeguatamente intesa.
a) Mi preme molto sottolineare che essa non è qualcosa di aggiunto alla vita di ciascuno di noi, un’attività che si sovrappone al “mestiere di vivere”, rendendolo ulteriormente faticoso. La testimonianza coincide invece con una vita cristiana matura, che si esprime e si gioca attraverso quei cardini dell’esistenza che sono gli affetti, il lavoro e il riposo . Il testimone è consapevole della responsabilità missionaria indicataci dall’Apostolo: «A loro Dio volle far conoscere la gloriosa ricchezza di questo mistero in mezzo alle genti: Cristo in voi, speranza della gloria» (Col 1,27).
b) La testimonianza ci fa interlocutori di tutti. Non c’è niente e nessuno che possa o debba essere estraneo ai seguaci di Cristo. Tutto e tutti possiamo incontrare, a tutto e a tutti siamo inviati. E questo perché ciascuno di noi, in quanto segnato dalle situazioni della vita comune, è nel mondo. Siamo, ci ha ricordato Papa Francesco, «chiamati a promuovere la cultura dell’incontro» . Non dobbiamo pertanto costruirci dei recinti separati in cui essere cristiani. È Cristo stesso a porre la sua Chiesa ed i figli del Regno nel mondo reale delle circostanze comuni a tutti gli uomini e a tutte le donne.
c) Abitando il mondo i discepoli di Gesù sono pieni di attenzione e di stupore, perché il loro sguardo non si ferma alla superficie talora sconcertante delle cose, non si lascia impressionare dalla cronaca spesso enigmatica e tragica, dalla zizzania, ma riconosce le tracce dell’opera compiuta da Dio in Gesù Cristo. Il Seminatore infatti non si stanca di spargere seme buono. Dovunque arrivi, il discepolo sa di essere preceduto e atteso da Gesù. L’attenzione, di conseguenza, non va posta sul nostro “fare”, ma su ciò che il Signore suscita. Al cuore della crisi di speranza del nostro tempo c’è spesso l’aver smarrito, o almeno sbiadito, la coscienza della gratuità dell’incontro con Cristo, che sempre ci precede e ci aspetta.
4. Con speranza all’incontro del nostro fratello uomo
Le domande dell’uomo contemporaneo sul senso della vita, lette a partire dalla situazione delle Chiese in Europa, ci conducono ad un interrogativo che ha il sapore di una scommessa: chi vuole essere l’uomo del terzo millennio? Come può vivere all’altezza dei propri desideri, ben consapevole delle inedite possibilità di cui dispone? Come può evitare di “perdere se stesso” nel tentativo di guadagnare il “mondo intero”?
Da qui sorge una questione decisiva: da che cosa è caratterizzato il contesto sociale in cui siamo chiamati a trasmettere la speranza in questo inizio del terzo millennio? Anche in forza del processo di secolarizzazione, dobbiamo oggi fare i conti con una “società plurale” in cui convivono soggetti portatori di mondovisioni spesso assai differenti tra loro e potenzialmente in conflitto: si pensi al fenomeno dell’indifferenza sociale per il quale nello stesso tempo tutto è diverso e tutto è uguale, a quello della società della rete (in riferimento allo strabiliante sviluppo dei mezzi di comunicazione), al processo di meticciato di civiltà e di culture, nonché all’imponenza della capacità manipolatoria del reale da parte delle tecnoscienze. In tale contesto la domanda di speranza, legata ultimamente al rapporto costitutivo dell’uomo con la realtà e pertanto ultimamente inestirpabile, diventa domanda di senso (significato e direzione), di libertà e di felicità, che chiede di essere intercettata ed interpretata.
Vediamo tre condizioni di questa decisiva ed universale domanda di senso come espressione di speranza:
a) con tale domanda si confronta ogni giorno il cristiano. E non tanto perché l’interrogativo interessa i suoi fratelli uomini, quanto piuttosto perché si tratta della domanda di senso che la vita pone innanzitutto a lui. Di fronte ad essa l’incontro con la persona di Gesù Cristo documenta come Dio, entrando nella storia, voglia fecondare con la sua presenza rinnovatrice tutta la realtà. Anche oggi questa novità di vita può essere riconosciuta sui volti degli uomini e delle donne trasformati dalla fede: i “cristiani” sono coloro che, per grazia, hanno ricevuto in dono l’esistenza stessa di Gesù e Lo seguono nel quotidiano. Si profila quella che san Paolo chiama «una creatura nuova» (2Cor 5,17). La consapevolezza di tale grazia conduce tutti i fedeli, che l’hanno incontrata nelle diverse forme di realizzazione della Chiesa, a proporre il rapporto con Gesù, verità vivente e personale, come risorsa decisiva per il presente e per il futuro. Il testimone inevitabilmente racconta Gesù e ciò che Gesù opera in lui.
b) Alla domanda di senso come espressione di speranza non si risponde con un progetto, tanto meno con un calcolo. Pieni di gratitudine i cristiani intendono “restituire” il dono che immeritatamente hanno ricevuto e che, pertanto, chiede di essere comunicato con la stessa gratuità. Come? Attraverso lo snodarsi della vita della comunità ecclesiale, che persevera nel pensiero di Cristo, nella comunione sincera, nella celebrazione eucaristica, in una piena apertura a tutta la realtà. Vivendo in questo modo i cristiani possono, con franchezza e gioia, senza alcun artificio o forzatura, proporre l’incontro con Gesù Risorto in ogni momento e dire a chiunque: «Vieni e vedi» (Gv 1,46).
c) Nella comunione ecclesiale così intesa, ogni diversità viene pienamente valorizzata perché fa brillare quell’unità per cui Gesù ha pregato affinché «il mondo creda» (Gv 17,21). Infatti, quando la comunione non è un optional, ma diventa concreto metodo di vita, le diversità arricchiscono ed edificano, suscitando il fascino della proposta cristiana in ogni ambito dell’esistenza quotidiana.
Cosa implica questo uscire da se stessi per portare a tutti Gesù come speranza per ogni uomo e ogni donna? Anzitutto la necessità di rischiare la propria libertà, di esporre se stessi. E proprio in ciò consiste la testimonianza.
Il testimone autentico però rinvia a Cristo, sommamente amato, non a sé. Per questo non mortifica la libertà dell’altro, non è schiavo dei risultati, non isola e non divide. Il testimone fa crescere la libertà da se stessi, dal proprio progetto, dall’immagine di sé che si sogna. Il testimone impara a conoscere in modo appropriato la realtà, ne scopre, sulla propria pelle, la verità e la comunica ai fratelli. Cristo crea amicizia, genera comunione.
Guardare a Maria Vergine, a san Giuseppe e a tutti i santi ci fa capire, meglio di ogni definizione, quale sorgente di senso e perciò di speranza sia la testimonianza integralmente intesa. «Contemplerò ogni giorno il volto dei Santi per trovare conforto nei loro discorsi». Torna l’importanza del racconto (Didachè).
Il “cattolicesimo popolare” che caratterizza la nostra nazione è chiamato pertanto a radicarsi più profondamente nella vita degli uomini attraverso l’annuncio esplicito della bellezza, della bontà e della verità di Gesù Cristo all’opera nel mondo: «Nella sua dottrina, nella sua vita e nel suo culto la Chiesa perpetua e trasmette a tutte le generazioni tutto ciò che essa è, tutto ciò che essa crede» .
5. La speranza genera un nuovo umanesimo
Anche all’inizio di questo terzo millennio Gesù Cristo è feconda radice di un nuovo umanesimo di cui tanto sentiamo il bisogno. L’incontro gratuito con Cristo si rivela così in tutta la sua corrispondenza all’umano desiderio di pienezza. A tal punto che la necessaria verifica dell’autenticità della fede consiste proprio nella scoperta che essa “conviene” al cuore dell’uomo.
Nel contesto della società plurale che domanda nuovo umanesimo i cristiani non cercano la vittoria della propria parte. Al di là degli errori commessi lungo la storia essi accettano ciò che Dio concede alla famiglia umana. Possono essere, di volta in volta, maggioranza costruttiva o minoranza perseguitata, ma quello a cui sono chiamati è solo l’essere presi a servizio del disegno buono con cui Dio accompagna la libertà degli uomini.
In questi convulsi tempi di cambiamento le dimensioni della comune ed elementare esperienza umana – affetti, lavoro, riposo, a cui si aggiungono, come ci ha insegnato il Convegno di Verona (2006), gli aspetti della fragilità, della tradizione e della cittadinanza di cui non abbiamo qui il tempo di parlare – provocano tutti i cristiani ad una verifica non più rinviabile, perché a tutti gli uomini si documenti Cristo come nostra speranza.
a) Il Vangelo visita gli affetti e li porta a compimento proponendo il comandamento dell’amore, che da affettivo diventa effettivo: «La fede fa comprendere l’architettura dei rapporti umani perché ne coglie il fondamento ultimo e il destino definitivo in Dio, nel suo amore» . Il “per sempre” e la fecondità dell’amore – nel matrimonio, inteso come unione indissolubile e aperta alla vita di un uomo e una donna, e nella verginità consacrata – è quindi il compimento del bisogno e del desiderio di ciascuno di essere amato e di amare.
b) I cristiani hanno la responsabilità di portare la speranza anche nel campo del lavoro, facendosi eco dell’apprezzamento di Dio per l’intraprendenza e la laboriosità umana, praticando la giustizia e la solidarietà come virtù irrinunciabili ed esercitando la propria professione come una vocazione. Hanno il compito di vivere nel quotidiano ambiente di lavoro come discepoli che non nascondono la loro fede, ma la condividono con gli altri fratelli e ne offrono testimonianza a tutti. Cosa ci insegna la figura di don Peppe Diana, che state commemorando a 20 anni dalla sua uccisione, se non che i cristiani sono chiamati a impegnarsi con maggior vigore ed energia in quell’eminente forma di carità che è la politica, intesa in senso ampio e pieno?
c) I cristiani hanno infine la responsabilità di essere uomini di speranza anche nell’ambito del riposo, tante volte confuso con il semplice svago. Conoscono, infatti, che la condizione più desiderabile per il riposo è la comunione, quella grazia di sapersi a casa nella relazione buona che lo Spirito di Dio sa costruire facendo dei molti una cosa sola. Perciò la dimensione cristiana del riposo è la festa e il cuore della festa è la celebrazione eucaristica. Viene così offerta la possibilità non solo di staccare dal lavoro e di interrompere la fatica, ma di una rigenerazione che rende la persona pronta per ogni opera buona.
Insieme alla novità cristiana, la domenica eredita tutto il valore del sabato biblico e ritma il tempo con l’irrinunciabile memoria delle opere di Dio e della sua presenza: è quindi il giorno della lode, della intercessione, della speranza, della condivisione e della letizia.
6. Raccontare Gesù nostra speranza
Se Gesù è venuto per portare agli uomini la speranza, tocca ai cristiani che per grazia Lo hanno incontrato «raccontare Gesù»: è il titolo di un prezioso libretto del giovane cardinale di Manila, Luis Antonio Tagle. Dar testimonianza a Cristo e di Cristo, Verità vivente e personale, di fronte alla sempre risorgente pretesa di «incanalare Cristo, quest’acqua selvaggia nelle turbine dell’umanità a vantaggio di quest’ultima» . La «ferita inferta alla storia del mondo con l’apparire di Cristo continua a suppurare» . Cristo, invece, continua a tener desto per il nostro bene l’inquietum cor di cui parla Sant’Agostino.
Della compagnia di Dio nessuno dovrà avere timore. Soprattutto se i cristiani, resistendo alla tentazione dell’egemonia ed attingendo al metodo testimoniale di Gesù, sapranno fare della loro differenza specifica la via di una proposta umile e tenace. Incontreranno in tal modo l’insopprimibile anelito di speranza degli uomini, che è sempre desiderio di Dio anche se talora manifestato in modo confuso e contraddittorio. L’anelito di speranza, infatti, è come la fenice. Rinasce sempre dalle proprie ceneri. È lo stesso Dio a farlo rinascere perché Egli «è più esigente di noi per la nostra felicità… [noi invece] saremo sempre avari nella nostra speranza. Le eresie sono frutto dell’impotenza a sperare il più» .
Nella testimonianza e nel racconto il cristiano condivide di persona almeno un frammento del desiderio di pienezza che non si spegne mai del tutto nell’uomo, ridesta nel suo cuore la speranza e, quindi, la nostalgia di Dio, destino dell’uomo, sorgente e culmine della sua felicità. Questa riuscita umana ha un nome semplice e luminoso. Si chiama santità.

Infatti il santo che noi tutti possiamo essere, altro non è che un uomo riuscito.


mercoledì 11 dicembre 2013

Centenario dell'ordinazione sacerdotale di Mons. Federico Pezzullo

La comunità ecclesiale frattese ha sempre avuto un forte legame di riconoscimento e di memoria con Federico Pezzullo, nativo di Frattamaggiore, che fu vescovo di Policastro dal 1937 al 1970.
Questo legame si è ulteriormente rinsaldato negli ultimi dieci anni con un pellegrinaggio che da Fratta si svolge verso la meta della Cattedrale cilentana, ove sono custodite le spoglie del Presule Servo di Dio, per il quale è in corso il processo di beatificazione. Grande animatore della devozione e del pellegrinaggio è Tarcisio Salvato, formatosi alla scuola di spiritualità del vescovo Pezzullo e ministro laico impegnatissimo nella vita della chiesa locale.
A Tarcisio non è sfuggita la memoria della ricorrenza nel 2013 del centenario dell'ordinazione sacerdotale di mons. Federico, e si è attivato per la sua commemorazione liturgica a Frattamaggiore.
Il clero locale si è sentito fortemente coinvolto ed ha predisposto la celebrazione eucaristica dell'11 Dicembre 2013 alla quale partecipano anche i vescovi di Teggiano-Policastro e di Aversa: Antonio De Luca, Angelo Spinillo e Mario Milano. L'evento organizzato dalla antica Congrega dei Preti di Frattamaggiore assume significati importanti ed esemplari per la storia ecclesiastica locale e per la spiritualità sacerdotale nel nostro territorio.
Per la conoscenza della figura del Vescovo Federico Pezzullo, peraltro oggetto di ricerche e di studi teologici ed agiografici e di tesi di Scienze Religiose (cfr. quella di Francesco Salvato), riporto il testo da me preparato per il portale di santiebeati.it.

Federico Pezzullo nacque il 13 dicembre 1890 a Frattamaggiore (NA) in Diocesi d'Aversa, da Vincenzo e Maria Grazia Ferro, e fu battezzato nella Chiesa di San Sossio.
Nel 1901 fu accolto dal vescovo Francesco Vento nel Seminario di Aversa, ove compì il suo percorso di studio per il sacerdozio. In seminario egli si impegnò nel campo dell'apostolato giovanile e, come giovane diacono, fu assistente spirituale dei Paggi del SS. Sacramento nella Chiesa di Maria SS. Annun ziata e di S. Antonio in Frattamaggiore; per quella associazione che si riuniva nell'adorazione quindicinale compose l'Inno di San Tarcisio.

Il 3 Agosto 1913 fu ordinato presbitero dal vescovo Settimio Caracciolo e fu socio attivo del Circolo S. Paolo di Aversa, vivendo l'esperienza della Unione Apostolica come mezzo per la santificazione personale e sacerdotale. Il campo della catechesi gli fu congeniale.
Durante la Grande Guerra (1915-18) fu soldato a Pederobba (Treviso), e Cappellano dell'O.N.B. operativo nel Servizio di Sanità presso l'ospedale da Campo 0129.
Nel 1918 si laureò in Lettere Classiche presso l'Università di Napoli ed il vescovo Caracciolo lo nominò Canonico della Cattedrale di Aversa e Maestro delle Scuole Catechetiche della Diocesi. Nel 1919 pubblicò la sua tesi di laurea e si avviò ad operare nel campo pedagogico civile, divenendo docente presso la Scuola Statale Complementare Bartolommeo Capasso di Frattamaggiore. Nel 1923, sti matissimo da tutti, fu nominato Preside della sua Scuola, carica che tenne fino al 1935.
Il 26 gennaio 1930 il vescovo Caracciolo lo nominò Rettore del Santuario dell'Immacolata di Frattamaggiore. La sua pastorale assunse una impronta eucaristica e mariana, ed il Santuario divenne centro di spiritualità e di irradiazione missionaria della fede cattolica.
Nel settembre del 1935, anno del Congresso Eucaristico Diocesano, il vescovo Carmine Cesarano lo nominò Rettore e Preside degli Studi del Seminario Maggiore di Aversa: carica che egli svolse per circa 2 anni con significativo impegno religioso e per la quale egli rinunciò ad essere Preside della Scuola Statale di Frattamaggiore.
L'Osservatore Romano del 28 Gennaio 1937 riportò ufficialmente la comunicazione della nomina che egli ebbe dal Papa Pio XI a Vescovo di Policastro Bussentino in provincia di Salerno. L'11 Aprile 1937 S. E. Mons Federico Pezzullo fu consacrato vescovo nella cat tedrale di Aversa. Fece il suo ingresso nella Diocesi di Policastro il 6 maggio 1937, dopo 13 anni di sede vacante e 66° nella serie storica dei vescovi policastrensi. Esordì illustrando i contenuti della sua prima lettera pastorale. Configurò il suo stemma araldico con due leoni, in campo azzurro, sostenenti un ramo fiorito, col motto sovrastante «Fortiter et suaviter».
Nel 1939 pubblicò la conferenza teologica Cristo mediatore che esprimeva la visione cristocentrica della sua pastorale. Nel 1940 fu scelto dai vescovi campani per essere Commissario e Sovrintendente agli Studi nel Pontificio Seminario Regionale di Salerno e tenne la carica fino al 1970.
Nel 1942, animato dal grande spirito missionario riconosciutogli anche dal beato P. Paolo Manna superiore del PIME di Ducenta, contribuì con i suoi consigli e con i suoi scritti alla costituzione di una congregazione religiosa femminile nella diocesi di Aversa, per la quale suggerì la denominazione di Discepole di Santa Teresa del Bambino Gesù che fu ufficialmente adottata.
Nel 1946 indisse il Con gresso Eucaristico di Sapri, considerato tra le “tappe luminose” e “le pa gine più belle della storia della Diocesi, redimendo il suo go verno pastorale di fiori che non appassiranno nel tempo” (Gaetano Capasso).
Il 1 novembre del 1950 fu presente alla solenne proclamazione fatta da Pio XII del dogma dell'Assunzione di Maria, come si ricorda in una lapide infissa nell'atrio della Basilica di San Pietro; ed il 25 gennaio del 1951 fu nominato assistente al Soglio Pontificio. Dal settembre del 1955 al 24 giugno del 1956 fu anche Amministratore apostolico della Diocesi di Vallo della Lucania.

Dal 1962 al 1965 partecipò al Concilio Vaticano II, e la sua firma fu apposta in molti Atti. Il 17 marzo del 1966 volle lasciare scritto il suo 'testamento spirituale'. 'In manus tuas, Domine, commendo spiritum meum'.
Dopo la prima lettera pastorale scritta nel 1937 in occasione della consacrazione episcopale, il vescovo ne scrisse poi altre 23, affidando ad esse il suo pensiero teologico e l'esplicitazione della sua lunga guida pastorale. Tutte le 24 lettere furono raccolte in un unico volume pubblicato nel 1968 con la prefazione del Can. Teologo D. Paolo Pifano. Per raggiunti limiti di età il 22 agosto del 1970 lasciò il governo della Diocesi.
Il 10 settembre del 1979, alle ore 10.30, Mons. Pezzullo morì santamente, a 89 anni. Le sue spoglie sono custodite nella cattedrale di Policastro.
Nella Diocesi di Policastro, ora congiunta con quella di Teggiano, si sono susseguite diverse manifestazioni celebrative e conoscitive della vita e delle virtù del vescovo Pezzullo, le quali sono culminate con l'apertura, il 19 settembre del 2007, del processo di beatificazione.
La sessione conclusiva dell’inchiesta diocesana sulla vita, le virtù e la fama di santità del Servo di Dio Federico Pezzullo, Vescovo di Policastro, è stata celebrata il 3 Maggio 2010 nella Cattedrale di Policastro e gli Atti sono stati trasferiti alla Congregazione per le Cause dei Santi.

Portale ufficiale di Federico Pezzullo
Portale di santiebeati.it