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mercoledì 30 maggio 2018

Significati religiosi e storici della traslazione dei Santi Sossio e Severino


La traslazione dell’urna di un santo, da un luogo di originaria custodia ad un altro luogo che assume la funzione di nuovo santuario, per i credenti richiama il simbolo sacro del cammino biblico verso la terra promessa fatto al seguito dell’arca dell’alleanza trasportata dalla tribù sacerdotale: “Poi Giosuè disse ai sacerdoti: «Prendete in spalla l'arca del patto e passate davanti al popolo». Ed essi presero in spalla l'arca del patto e camminarono davanti al popolo” (Gs 3, 6).
Essa richiama pure le disposizioni spirituali che devono accompagnare il cammino del popolo, e la necessità di costruire un tempio al Signore: “Disponete dunque il vostro cuore e l'anima vostra a cercare il Signore vostro Dio; poi alzatevi e costruite il santuario di Dio, il Signore, per trasferire l'arca del patto del Signore” (1Cr 22,19). In questo cammino ed in queste disposizioni si ritrova il senso della contemplazione comunitaria e dell’epifania della potenza celeste: “Allora si aprì il tempio di Dio che è in cielo e apparve nel tempio l'arca dell'alleanza. Vi furono lampi e voci e tuoni e un terremoto e una forte grandinata” (Ap 11, 19).
E’ il luogo sacro che testimonia la presenza del Santo che guida, interviene ed assiste il suo popolo nel cammino della sua storia e della sua salvezza. E’ questo anche un segno del dono della Nuova Alleanza stipulata nel nome di Gesù Cristo, Figlio di Dio, e della sua presenza sacramentale nella sua Chiesa.
La comunità ecclesiale di Frattamaggiore, propaggine di un popolo ricco di fede e di storia, vede ed evidenzia innanzitutto questi significati religiosi e salvifici nella celebrazione della traslazione dei Santi Sossio e Severino che essa realizza nei giorni intorno al 31 Maggio di ogni anno.
Il 31 Maggio del 1807 il concittadino vescovo Michele Arcangelo Lupoli riuscì a realizzare la traslazione del santo patrono; ed oggi la comunità frattese è custode delle reliquie di San Sossio congiunte con quelle di San Severino abate. Si tratta di una eredità che lega spiritualmente la comunità locale all’antico monastero benedettino napoletano abolito nel periodo napoleonico e dal quale furono traslate le sacre spoglie.
Oggi la custodia del santuario, che accoglie le spoglie del diacono martire del paleocristianesimo campano e le spoglie dell’abate evangelizzatore nel V secolo delle genti germaniche dell’antica frontiera danubiana dell’impero romano, esprime una religiosità molto sentita che si commisura anche nei tratti spirituali proposti nel titolo di Città benedettina che l’Ordine di San Benedetto ha voluto concedere nel 1997 a Frattamaggiore come riconoscimento della comune ed antica devozione, e come progetto di vita cristiana e di diffusione del messaggio di preghiera e di missione del grande patriarca del monachesimo.
La commemorazione vede impegnata la Chiesa patronale di San Sossio insignita del titolo di Basilica Pontificia, nella connotazione delle celebrazioni con particolari significati pastorali e con particolari iniziative di riflessione religiosa, di ricerca storica, di studio agiografico, e di coinvolgimento etico del mondo laico e della istanze civili delle comunità che condividono la devozione dei due Santi.
La concessione del dono dell’Indulgenza Plenaria rimarca i significati religiosi di una millenaria devozione che portava i pellegrini a pregare sulla tomba dei Santi Sossio e Severino venerati un tempo nel monastero omonimo di Napoli. Oggi che i sacri resti dei due Santi riposano nella Basilica frattese la devozione legata alle indulgenze e al loro efficace intervento continua ad avere una pratica notevole.
La presenza delle urne dei due Santi si arricchisce di significati spirituali, religiosi e storici. Il popolo cerca nella presenza del Signore nel suo luogo santo anche il senso della sua identità e della sua storia. Nel luogo ove sono presenti i corpi di San Sossio e San Severino, amici del Signore e modelli esemplari della sua santità, le comunità devote, quella frattese con le altre italiane di area campana e laziale, e quella austriaca con le altre di area europea e germanica, ritrovano storie e sensi che appartengono alla loro identità culturale e ai loro valori religiosi: la narrazione e l’attualizzazione delle meraviglie operate dal Signore, attraverso i suoi santi, lungo il cammino dei popoli e delle civiltà che hanno seguito la loro ‘arca’, la traslazione delle loro urne.
Lo studio e la pubblicistica intorno alla traslazione, ovvero alle traslazioni, dei due santi venerati nella Basilica frattese, hanno fatto scoprire molte di queste meraviglie, molti antichi avvenimenti portentosi narrati dagli agiografi che hanno descritto le varie traslazioni di San Sossio e di San Severino, e ne hanno steso ufficialmente gli Acta latini per la futura memoria. L’Anomino altomedievale, Giovanni diacono dell’antico monastero benedettino napoletano, ed il frattese Michele Arcangelo Lupoli arcivescovo, per San Sossio; e poi Eugippo, e ancora Giovanni diacono e Michele Arcangelo Lupoli, per San Severino; hanno tutti arricchito la loro narrazione con il riporto di portenti e miracoli, quasi di “lampi voci e tuoni” alla maniera apocalittica.

San Sossio martire
La connotazione devozionale che ha caratterizzato fin dai primi secoli del cristianesimo la figura di san Sossio è la sua estrazione dal contesto locale e la luminosa proiezione negli ambiti della cultura e della ecclesialità più vasta e diffusa del cattolicesimo romano ed europeo.
Come ci viene descritto dai testi agiografici del IV-V secolo (Em. Mon., Leg. Graec.), la figura di Sossio, ancora vivente, era già attrattiva dell’ammirazione dei vescovi locali (Euphemius e Januarius) e dei cristiani e dei vescovi del Mediterraneo (es: Theodosius Thessalonicentium Episcopus) che a Miseno sostavano durante il loro percorso verso Roma.
La potenza spirituale del santo ci è testimoniata dalla cultura patristica alla metà del V secolo nell’opera del santo vescovo cartaginese Quodvultdeus, esiliato a Napoli, il quale, in piena lotta al manicheismo e al pelagianesimo in area campana, ebbe modo di rilevare la vicenda dell’eretico Floro che si attribuiva “virtutem et meritum sancti Sossii” (De Promiss. et Praedict. Dei).
Come appare dalle annotazioni al Martirologio Romano del Baronio, ricavate ex libro de Rom. Pontific. in Symmacho, San Sossio fu santo onoratissimo nella basilica del Vaticano ove all’inizio del VI secolo gli fu dedicato un altare dal papa Simmaco (498-514). La Storia ecclesiastica, la Storia locale e l’Archeologia (Panvinio, Duchesne, De Rossi, Silvagni, Ferro), indicarono il luogo dell’altare-oratorio sansossiano nella Rotonda di Sant’Andrea e riportarono il testo dell’iscrizione che Simmaco dedicò al diacono martire di Miseno.
Una particolare diffusione della figura e della devozione al santo martire di Miseno si deve alla cultura monastica benedettina alto-medievale. A partire dal monastero di Nisida, isoletta collocata a delimitazione dei golfi di Napoli e di Pozzuoli, la celebrazione della memoria di San Sossio, scritta nei codici dell’abate Adriano, pervenne nel VII secolo ai primi scriptoria monastici delle isole britanniche ove fu trascritta nei libri e nei codici che accompagnarono l’evangelizzazione degli Angli e la formazione degli episcopati e delle abbazie. Nel 668 l’abate Adriano era stato inviato da papa Vitaliano in Inghilterra, insieme con il vescovo Teodoro, proprio per curare la diffusione della cultura cristiana latina, ed una volta divenuto abate del monastero di San Pietro e Paolo di Canterbury aveva donato ai monaci dell’isola scozzese di Lindisfarne (oggi: Holy Island) un evangeliario con l’indicazione di celebrazioni liturgiche campane.


Qualche decennio dopo il venerabile Beda, monaco del monastero di Jarrow, e discepolo della seconda generazione di Adriano, testimoniò la presenza di questo tratto del cristianesimo campano sia nella sua Historia Ecclesiastica gentis Anglorum (Libro IV: il mandato missionario di Adriano che è abbate in monasterio Nisidano quod est non longe a Neapoli Campaniae) e sia in quello che viene considerato il primo Martirologio storico della cristianità, ricco delle annotazioni riguardanti San Sossio ed altri santi celebrati in area napoletana.
La traslazione nell’anno 906 del corpo di San Sossio dalla chiesa di Miseno, distrutta dai saraceni, al monastero benedettino napoletano dedicato a San Severino, costituì un avvenimento epocale per la cultura del ducato napoletano che fu registrato dal diacono Giovanni il quale, con la redazione degli Acta Translationis e con la narrazione della Vita Sancti Sossii recuperata dalla tradizione e dai codici ancora più antichi, offrì un modello brillante che ancora oggi pone l’Agiografia napoletana medievale a riferimento per gli studi contemporanei.
Le venerate spoglie di san Sossio furono poste nella cripta del monastero accanto a quelle di San Severino, evangelizzatore dell’Austria e dei popoli della frontiera danubiana del V secolo; ed i mille anni di permanenza, fino all’eversione napoleonica del 1807 che abolì il monastero napoletano, furono caratterizzati dalla diffusione della figura del Santo nei luoghi e nelle opere della cultura cassinese in Campania, nel Lazio e in altre parti d’Italia.
Oggi le spoglie del Santo, ancora congiunte con quelle di san Severino, sono custodite nella Chiesa di San Sossio di Frattamaggiore, la principale ed originaria chiesa del paese del quale il Santo è patrono e ove il culto sansossiano, originariamente diffuso nell’area dell’antica Atella dai monaci Volturnensi, è presente e documentato dal periodo longobardo e carolingio (VIII secolo).
Anche in Frattamaggiore il culto sansossiano assume particolari ed importanti connotazioni religiose e storico-antropologiche. Con la traslazione delle spoglie del Santo da Napoli, che fu operata nel 1807 dal prelato frattese arcivescovo Michele Arcangelo Lupoli, si compì in pratica il sogno della città, sorta proprio nel IX secolo con l’esodo nella fratta atellana della popolazione di Miseno scampata alle incursioni saracene: vedere ricongiunto un popolo con la memoria fisica del suo santo patrono dopo averne per secoli celebrato il ricordo ed esperita la presenza spirituale, per continuare la sua antica esperienza di fede e di devozione con spirito di vicinanza e con identità nuova. Un tratto importante di questa nuova identità è costituito dal titolo di Città Benedettina di cui Frattamaggiore si fregia, grazie al riconoscimento che l’Ordine di San Benedetto ha voluto concederle per la custodia delle spoglie dei due Santi, Sossio e Severino, titolari dell’antico monastero napoletano, e per il luogo che essa costituisce con il suo santuario come meta di un antico e devoto pellegrinaggio e come retaggio cristiano di un secolare incontro di popoli e culture.

San Severino abate
La motivazione storica e spirituale dell'evangelizzazione del Norico è alla base della considerazione di San Severino come uno dei Santi Patroni dell'Austria e della Baviera. La stessa motivazione, estesa alla sua opera sociale (defensor civitatis) e di soccorso alle popolazioni in difficoltà della frontiera danubiana dell'impero romano, in epoca recente lo ha fatto proclamare patrono particolare della Caritas austriaca.

La Via Severini, concettualmente legata al pellegrinaggio che oggi si fa verso la meta religiosa del santuario che custodisce le spoglie del monaco evangelizzatore, attraversa la storia e i luoghi che da Vienna a Frattamaggiore sono stati testimoni e custodi della sua opera e del suo culto.

Evangelizzazione del Norico – La Vita Sancti Severini fu scritta all'inizio del V secolo dall’abate Eugippo in 46 Capitula che ripercorrono le tappe della evangelizzazione dei popoli del Norico (Noricum: regione dell'impero romano alla frontiera danubiana corrispondente alle odierne Austria e Baviera), narrano la vicenda spirituale del santo monaco evangelizzatore fino alla sua morte, e descrivono la traslazione in Italia al seguito di Odoacre.
Da questa Vita si apprende che Severino nacque intorno al 410 e in giovinezza fu monaco contemplativo in oriente; si pensò che fosse di origine africana, ma la bontà del suo linguaggio latino lo fece ritenere figlio di nobile romano.
Nonostante la scarsità dei documenti circa l'origine e la giovinezza di Severino, la critica storica gli riconosce una formazione dottrinale ed ascetica realizzata al contatto con il pensiero dei Padri orientali e con il monachesimo basiliano.
Mentre era eremita Severino maturò la vocazione che lo portò a trasferirsi nel Norico e a svolgere opera di apostolato tra le genti di quella regione. Nel 454, ormai uomo maturo e “come nuovo Mosè”, egli raggiunse quelle terre che avevano subito le devastazioni di Attila, morto l'anno prima, e che vedevano il cristianesimo affermarsi con difficoltà tra le genti della frontiera del Danubio.
Nella Romania danubiana esisteva una vita religiosa cristiana basata su una rete di monasteri e chiese sparse che aspettavano una guida unificante. Severino si presentò dotato di grande fascino e con un potere profetico e carismatico che aveva del miracoloso. Fu riconosciuto come uomo di Dio dalle genti barbare ed avviò la sua predicazione ispirata alla dottrina di San Paolo e al desiderio del Regno di Dio; basò la sua opera soprattutto sulla carità verso i fedeli e verso gli stessi barbari.
La sua prima tappa fu Asturis (Klosterneuburg), la più orientale città del Norico. Di lì il suo impegno fu sempre più ampio e si diffuse per tutto il Norico occidentale, giungendo fino alla Rezia. A Favianes (Mautern) Severino fondò un monastero che elesse come sua sede principale, e a 5 miglia di distanza si costruì una celletta solitaria con la speranza di vivere in ritiro e contemplazione. Ma gli eventi lo costringevano ad agire nell'opera sociale e di soccorso alle popolazioni. Da Favianes la sua opera, sviluppata tra Vindobona (Vienna) e Passavia (Passau in Baviera), si estese con sistematicità per tutto il Norico e raggiunse la Drava.
Per realizzare la sua opera religiosa Severino pensò di fondare molti nuclei monastici, e cercò di dirigere la vita dei monaci con regole ben stabilite, basate sul consiglio sulla disciplina e sulla provvisorietà della dimora terrena; predilesse l'intervento colloquiale rispetto a quello formale e scritto proprio di altre Regole monastiche. Senza sosta egli ricordava ai suoi monaci che il distacco dalle cose del mondo era un bene irrinunciabile per la vita monastica.
La Regula Magistri precorritrice della Regula Benedicti fu sicuramente ispirata all'insegnamento di Severino e, nell'attribuzione all'abate Eugippo suo discepolo ed agiografo, fu scritta nell'ambito del monachesimo campano formatosi intorno al suo santuario napoletano.
Traslazione in Italia - Sei anni dopo la morte di Severino, nel 488, Odoacre ordinò l'evacuazione dei romani dalla Pannonia, regione contigua al Norico, e li fece trasferire in Italia per sfuggire le invasioni barbariche. I discepoli del santo, guidati dall'abate Lucillo suo successore e memori della sua volontà di far trasportare la sua reliquia in Italia, prepararono un'arca ed aprirono il suo sepolcro nel convento “juxta Fabiana”. Essi prelevarono il corpo ancora intatto e, tra il canto di salmi, lo posero nell'arca e si avviarono in Italia.
Si ebbe così la prima traslazione del corpo del santo, da Faviana al Montefeltro (altri dicono: Feltro, Monte Faletro o Feretro). Si narra che lungo la strada lo spirito di san Severino era di guida e di difesa per il seguito di monaci e di genti; e numerosi furono i miracoli che operò ad ogni tappa e lungo la via.
Il corpo sostò a Montefeltro fino al 492; quando il papa Gelasio propose che fosse traslato a Napoli e deposto nel Castro Lucullano. Si ebbe così la seconda traslazione della reliquia di San Severino, che fu curata dall'abate Marciano, successore di Lucillo, e con il beneplacito di San Vittore, vescovo di Napoli. Fino ad un ventennio prima il Lucullano era stata la prigione dell'ultimo imperatore, Romolo Augustolo, deposto da Odoacre. Poi si preferì dare una destinazione più significativa a quell’edificio. Il Castro Lucullano si trasformò così nella sede di una comunità monastica, in un complesso di edifici sacri intorno alla tomba di san Severino che fu predisposta da una nobildonna aristocratica, Barbaria, forse la madre del deposto ultimo imperatore.

Monastero di Napoli - Nel 599 il papa Gregorio Magno indirizzava una lettera al vescovo san Fortunato di Napoli, al quale chiedeva di donare alcune reliquie di santa Giuliana e di san Severino – “sanctuaria beatorum Severini Confessoris et Julianae martyris” - alla nobildonna Januaria, la quale intendeva erigere un oratorio ai due santi. In altra lettera a Pietro suddiacono, lo stesso papa Gregorio espresse la volontà di consacrare a san Severino una chiesa in Roma e di ricevervi alcune reliquie di lui.
Nel X secolo si ebbe la terza traslazione del corpo del santo, dal Castro Lucullano al monastero napoletano urbano che venne a lui dedicato. Il monastero urbano era stato voluto da Atanasio II, vescovo di Napoli, che raccolse un gruppo di 15 monaci benedettini in una chiesetta situata al Vicus Missi, poi divenuto Vicus monachorum, che era stata fondata tra l'845 e l'847 dal nobile napoletano Adriano. La cronaca della traslazione fu scritta da Giovanni diacono negli Acta translationis Sancti Severini Abbatis. I saraceni avevano imperversato per le coste meridionali ed i napoletani furono costretti a distruggere in 5 giorni ilCastro Lucullano, dove era venerato il corpo di san Severino. L'abate del monastero urbano chiese il corpo del santo al vescovo di Napoli Stefano III e al duca di Napoli Gregorio IV. La concessione di questi due personaggi consentì la traslazione che si realizzò il 10 settembre del 902 in pompa solenne con la presenza del Vescovo, dei Chierici, del Duca della nobiltà, e con grande concorso di popolo. Giovanni diacono nella sua cronaca narra anche del prodigio di una pioggia di stelle.
La cripta del convento benedettino napoletano accolse le spoglie di San Severino, ed i monaci le tennero in grandissima venerazione. Grazie ai benedettini la memoria del santo monaco fu celebrata prima nei martirologi antichi come quello del Venerabile Beda, ed estesa poi in ogni contrada italiana ed europea.
Per circa nove secoli fino al 1807, epoca della soppressione degli ordini religiosi nel periodo napoleonico, le spoglie di san Severino riposarono nella cripta accanto alle spoglie del martire san Sossio traslate dai monaci dalla basilica di Miseno nella seconda metà del X secolo. In questo lunghissimo tempo il culto e la devozione del santo Abate, considerato grande precursore dell'ordine di San Benedetto, non fu separato da quello di san Sossio, e seguì le vicende storiche del monastero napoletano.
La presenza e l'importanza del Monastero dei Santi Severino e Sossio nelle vicende del Regno di Napoli, dal periodo bizantino del X secolo al periodo borbonico del XIX secolo, sono testimoniate a vari livelli da privilegi ed influenze culturali notevoli. Il monastero fu ritenuto da regnanti e popolari come un centro di religiosità, di arte e di dignità civile. L'abate e i suoi monaci erano tenuti in gran conto dalle dinastie e presenziavano nei consigli della nobiltà e nella gestione di vasti territori, diffondendo in ogni luogo la fama la devozione e la toponomastica legate al culto dei due santi.
A lungo la devozione popolare napoletana ha attribuito alla preghiera fatta sulla tomba di San Sossio e di San Severino la possibilità di liberare le anime del Purgatorio; e per secoli lo stemma del monastero ha contenuto la palma del Martire e il bacolo pastorale dell'Abate. Oggi il monastero è sede dell'Archivio di Stato di Napoli.

Basilica di Frattamaggiore - L'ultima traslazione del corpo del Santo, quella da Napoli alla Parrocchiale di Frattamaggiore, fu voluta dal frattese arcivescovo Michele Arcangelo Lupoli, il quale intese sottrarre le reliquie alla spoliazione in atto nelle chiese napoletane durante il periodo napoleonico quando furono soppressi gli ordini religiosi.
Le vicende della ricognizione del corpo e della sua traslazione sono le stesse che si raccontano per la traslazione di San Sossio, patrono di Frattamaggiore. Esse sono raccontate negli Acta inventionis Sanctorum corporum Sosii Diaconi ac Martyris Misenati et Severini Noricorum Apostoli, scritti nel 1807 dall'illustre prelato.
Attualmente le sacre spoglie del Santo patrono dell'Austria e della Baviera riposano nella Basilica Pontificia di Frattamaggiore in una magnifica cappella, ancora accanto alle spoglie di San Sossio. Ogni anno in questa città della Campania gruppi di austriaci e di studiosi del medioevo rinnovano, con la loro visita alla reliquia di San Severino, la devozione a questo grande santo mai dimenticato.




giovedì 2 gennaio 2014

Presenza Benedettina Verginiana in Campania. Il libro dell'Archivio Storico Diocesano di Aversa

Il pellegrino che si reca a Montevergine e che percorre in lenta ascensione, a piedi o in bicicletta, le ultime rampe in salita che lo separano dal pianoro del Santuario dedicato alla Madonna, può rivolgere lo sguardo in lungo e in largo sul panorama circostante. Egli può scorgere ampi squarci di un territorio ove s'incontrano i confini delle diverse provincie della Campania. Centrato sul contrafforte avellinese dell'Irpinia che si eleva sulla pianura e sulle colline, lo sguardo si volge a settentrione sull'area beneventana e casertana che si estende dal Taburno al Petrino; si volge ad occidente e a meridione sull'area che va dai Campi Flegrei fino al mare, alle isole e alle terre che circondano il Vesuvio, verso la Costiera e i primi contrafforti lucani.
Ammirando la vastità e le caratteristiche di questo panorama si comprende tutto il valore, anche simbolico e religioso, del legame che naturalmente e storicamente unisce il luogo del Santuario Verginiano con l'intera Campania. Esso è il luogo alto e maestoso dal quale la Vergine divina rivolge il suo sguardo dolce e materno alle popolazioni campane, e a quelle delle regioni viciniore, assicurando loro l'ausilio del suo patrocinio insieme con la meta spirituale più alta per la loro devozione, per la loro ascesi e per il loro pellegrinaggio.
I tanti tratti del cammino regionale che conduce dalle diverse provincie circostanti il Partenio, inerpicandosi verso l'alto fino al Santuario, officiato da circa un millennio dai Monaci Benedettini Verginiani fondati da San Guglielmo, sono punteggiati di chiese, grancie ed edifici sacri dedicati alla Madonna di Montevergine. Quasi tutti di origine medievale i luoghi verginiani sono testimoni di una storia civile ed ecclesiastica che si caratterizza con la particolare funzione di civiltà e di organizzazione del territorio che il monachesimo verginiano ha svolto in Campania; con una precipuità che si può rilevare anche in rapporto ad altre forme organizzative religiose e signorili che si riscontrano nella storia del territorio campano.
Fin dal suo sorgere l'Abbazia di Montevergine ha ricevuto la considerazione delle dinastie e dei poteri signorili che si sono esercitati in Campania. Essa ha potuto estendere i confini dei suoi possedimenti grazie a riconoscimenti ecclesiatici pontifici, a donazioni di signori normanni ed angioini, a benefici numerosi di ceti nobili e contadini. Della pratica storica funzione religiosa e territoriale dell'Abbazia di Montevergine i luoghi verginiani sono vere testimonianze monumentali; come lo sono le centinaia di pergamene dell'Archivio abbaziale raccolte e regestate nei volumi del Codice Diplomatico Verginiano.

Il libro Presenza Benedettina Verginiana in Campania, curato da mons. Ernesto Rascato e pubblicato nel 2013 nella collana Fonti e Studi dell'Archivio Storico Diocesano di Aversa, ci offre una documentata sintesi che evidenzia il ruolo storico e religioso svolto in Campania dai Monaci Benedettini di Montevergine. Il libro pubblicato dall'Archivio Diocesano di Aversa è stato realizzato grazie anche alla collaborazione sinergica delle realtà e dei soggetti culturali della Biblioteca Statale di Montevergine e dell'Abbazia di S. Lorenzo Fuori le Mura di Aversa. Con questa collaborazione tra la Chiesa di Aversa e la Congregazione Monastica Verginiana si è messa all'opera un vero e prestigioso centro di cultura monastica benedettina. Il legame tra queste due entità è antico quanto è antica la loro origine sul territorio campano, e molte volte nella storia si sono incrociati i tratti del loro cammino specifico.

Quando il monastero di Montevergine fu fondato da San Gugliemo nel XII secolo, il monastero benedettino di San Lorenzo già rappresentava l'istanza monastica normanna più notevole presente in Campania e nelle regioni meridionali limitrofe; e la sua giurisdizione si estendeva sul 'cammino micaelico' che portava fino al Gargano e ai porti pugliesi deputati all'imbarco dei pellegrini e dei crociati per la Terra Santa. Lo stesso Santuario dell'Apparizione dell'Arcangelo Michele sul Gargano, che era la più importante delle mete del pellegrinaggio medievale europeo, rientrava nella giurisdizione del monastero di San Lorenzo.
Lo sviluppo territoriale dell'Abbazia di Montevergine avvenne sullo stesso territorio e si realizzò perciò accanto alle presenze del monastero aversano, stabilendo con esso contatti e relazioni che qualificano oggi molta parte della storia del monachesimo benedettino in Campania, che peraltro assume ulteriori dimensioni culturali legate alle presenze dei Volturnensi, dei Cassinesi e dei Cavensi.
Resta in evidenza, nel legame tra la Chiesa di Aversa e l'Abbazia di Montevergine, l'importanza e la specificità originaria del 'pellegrinaggio' che accomuna le due realtà: la prima fondata dai militi Normanni che all'inizio del XI secolo, 'in abito peregrino', intendevano recarsi al santuario micaelico del Gargano per poi recarsi in Terra Santa; e la seconda fondata dal monaco pellegrino Guglielmo che, dopo l'esperienza giovanile del Cammino di Santiago in Galizia e desideroso di recarsi anch'egli in Terra Santa, si ritrovò eremita e padre di monaci tra i boschi sulla cima del Partenio.
Nelle pergamene del Codice Normanno di Aversa e del Codice Diplomatico di Montevergine si leggono moltissime le testimonianze delle donazioni e delle partenze dei pellegrini penitenti. A tal maniera che tra le pagine del Codice Verginiano è possibile leggere anche i contenuti di un vero Trattato di Teologia e Mistica del Pellegrinaggio Cristiano, il cui autore è il Padre Benedettino Verginiano Archivista Placido Mario Tropeano, di cara memoria, curatore dei volumi dello stesso Codice.

Nella sede della presentazione del libro pubblicato dall'Archivio Storico Diocesano, in una gremitissima sala dell'Abbazia di San Lorenzo di Aversa, la sera del 5 Dicembre 2013, la chiave di lettura del 'pellegrinaggio' è stata quella preferita dai Relatori che hanno offerto spunti e riflessioni interessantissimi.
Mons. Angelo Spinillo, Vescovo di Aversa ha proposto gli aspetti teologici e diocesani del pellegrinaggio mariano sviluppando il legame tra la fede, la devozione popolare e le mete religiose locali: il sacello della Madonna di Loreto in Cattedrale, e gli altri santuari e luoghi diocesani dedicati ai titoli mariani: Casaluce, Campiglione, Casapesenna, Immacolata, Annunziata ecc..
D. Beda Paluzzi OSB, Abate di Montevergine, ha incentrato il suo intervento sull'analisi iconografica della venerata effigie della Madonna di Montevergine, ed ha descritto nel confronto storico la pastorale ed il significato dell'odierno pellegrinaggio di massa che si attua con circa un milione di fedeli all'anno che si recano devotamente al santuario irpino.
Mons. Ernesto Rascato, Direttore dell'Archivio Storico Diocesano di Aversa, ha presentato i significati storici e religiosi del repertorio delle presenze monumentali e spirituali dei Benedettini Verginiani, descrivendo i contenuti del libro pubblicato ottavo nella collana Fonti e Sudi e dedicato ai “pellegrini di Montevergine”, ed inquadrandone i significati culturali nell'ambito dei beni ecclesiastici regionali e nell'ambito della tradizione e della spiritualità monastica benedettina in Campania.

Alla presentazione hanno partecipato anche il dott. Giuseppe Sagliocco, Sindaco di Aversa, e Valeria Chianese, Giornalista de “L'Avvenire”.
Il libro è in bella edizione con oltre 170 pagine, ricco di una preziosa documentazione archivistica e fotografica, articolato in tre parti: Saggistica di carattere storico e artistico, repertorio degli Insediamenti Verginiani (oltre una ventina) di carattere storico e agiografico, e Itinerario Storico Artistico Verginiano nel Territorio Aversano di carattere espositivo e di catalogazione.

La pubblicazione del libro si è avvalsa di un contributo della Presidenza del Consiglio Regionale della Campania; la Mostra connessa alla presentazione visiva dei suoi contenuti è stata curata dalle Associazioni “Amici dell'Abazia di San Loranzo” e “In Octabo”; non è mancata la promozione istituzionale della Soprintendenza SBAPSAE di Caserta-Benevento e del Comune di Aversa.  


domenica 5 maggio 2013

Il Cristo delle scuole. Presentazione a San Paolo fuori le Mura


Due interventi autorevoli per definire il senso della riflessione teologica svolto da Pierfrancesco De Feo, autore del libro Il Cristo delle scuole – Il dibattito cristologico nella prima metà del XII secolo, Città Nuova, Roma 2012. Il primo di S. E. Mons. Enrico dal Covolo, Vescovo e Rettore Magnifico della Pontificia Università Lateranense; il secondo di d. Mauro Gagliardi, docente di Cristologia e Soteriologia all'Ateneo Pontificio Regina Apostolorum.
La presentazione a Roma del libro del giovane monaco salernitano avviato sul cammino di san Benedetto, teologo e ricercatore universitario, è stata realizzata la sera del 2 maggio 2013 nella Sala Barbo adiacente il chiostro della Basilica di San Paolo fuori le Mura. Nell'atmosfera spirituale del luogo e nella dimensione scolastica della folta adunanza serotina, quasi a rendere tangibile l'esperienza di una della collationes medievali cui si ispira la collana editoriale del libro.
La motivazione della collana è proposta sul portale dell'Università di Salerno tra le iniziative ideate dal prof. Giulio D'onofrio ed espressione del Dottorato di Ricerca in Filosofia, Scienze e Cultura dell’età tardo-antica, medievale e umanistica:

Con il nome Collationes si designavano nel Medioevo lezioni o conferenze che maestri e baccellieri tenevano dinanzi a un pubblico eterogeneo, composto anche da non specialisti, al di fuori degli impegni didattici e per lo più in orario serale, in luoghi e contesti universitari o anche in centri di studio e di cultura esterni alle istituzioni scolastiche. Questa collana accoglie studi sulla storia del pensiero di età tardo-antica, medievale e rinascimentale (secc. II-XVI).

Sono giunto alla conferenza con padre Ruben, collega di studi di archivistica come l'Autore del libro in presentazione. Erano presenti molte persone, religiosi e laici interessati agli studi di teologia e filosofia. Gli interventi dei relatori sono stati moderati dall'Abate Edmund Power osb ed intervallati con canti gregoriani eseguiti da un coro monastico. L'accoglienza è stata curata dall'associazione culturale Comites Sancti Pauli, sorta all'ombra e nell'amicizia del monastero benedettino. Non è mancata la pubblicizzazione della collana con la distribuzione del testo caldeggiata dal curatore prof. D'onofrio e dall'editrice Città Nuova. Ospite d'onore è stato S. Em. James Michael Harvey cardinale-arciprete della Basilica Papale di San Paolo fuori le mura.

La presentazione del libro si è avvalsa principalmente dei contributi teologici dei due relatori che hanno definito il quadro storico-culturale e l'orientamento argomentativo in cui si è mosso il discorso dell'Autore.
Mons. dal Covolo ha tracciato le linee storiche della teologia da Origene (III secolo) alla prima metà del XII secolo, epoca del dibattito cristologico considerato dal De Feo. La “svolta origeniana” fondata sull'intimo rapporto tra esegesi e teologia si ritrova all'origine del pensiero teologico dei Padri. Scrittura e Teologia divengono strumenti per superare le crisi e le controversie dottrinarie dei secoli IV-VII ed animano il pensiero e la spiritualità di Agostino e di Gregorio Magno. La simbiosi tra dottrina teologica e lectio divina sta alla base della teologia monastica che con San Bernardo, vissuto tra XI e XII secolo, si divarica dalla teologia razionale, che è fortemente legata alla riflessione filosofica, per esprimersi invece come pensiero mistico e contemplativo che è fortemente legato alla fede e alla rivelazione divina.
La chiave di lettura offerta dalla relazione di d. Gagliardi è stata quella della “teologia gratuita”, nel senso di ricerca squisitamente sapienziale realizzata dall'Autore nel dipanare le questioni del dibattito cristologico verificatosi nella prima metà del XII secolo: una teologia che caratterizza un saggio che affronta un intreccio di argomenti e di posizioni teoriche che attengono la dogmatica, la cristologia e la soteriologia.

Oggettivamente, dal punto di vista contenutistico, l'opera di De Feo si pone come rilievo di argomentazioni che riguardano la riflessione dogmatica circa le caratteristiche ontologiche, natura e persona, del Verbo incarnato; e riguardano l'indagine soteriologica circa la natura e gli effetti della redenzione operata da Cristo. Ciò avviene attraverso la considerazione del dibattito cristologico che si evince dalla lettura degli scritti di cinque teologi della prima metà del XII secolo: Anselmo d'Aosta, Ruperto di Deutz, Ugo di San Vittore, Pietro Abelardo e Gilberto Porreta. In Anselmo le caratteristiche soteriologiche sono ontologicamente presenti nella persona di Cristo Uomo-Dio; per Ruperto il progetto d'amore di Dio si incarna nella storia con la vittoria del Verbo sul peccato; per Ugo, il cui pensiero viene messo a confronto con quello di Abelardo, diviene fondamentale l'assunzione della natura umana nell'amore di Dio; con la lettura del Porreta, che ripensa in Cristo il rapporto tra l'Amore di Dio e l'Uomo, l'Autore propone un punto di equilibrio tra le tematiche cristologiche e soteriologiche.
La serata, ricca di stimoli conoscitivi e spirituali, si è chiusa, dopo il dialogo diretto ed informale con l'Autore, nella suggestiva aurea silenziosa del chiostro benedettino.




lunedì 4 febbraio 2013

San Ciro eremita medico e martire: agiografia culto e devozione popolare


1. Agiografia. Gli autori antichi ci raccontano gli avvenimenti del martirio del medico Ciro e del milite Giovanni, e li inquadrano nella città di Alessandria d'Egitto all'epoca della persecuzione di Diocleziano (303-305). La Passio di Ciro e di Giovanni fu raccontata una prima volta da Sofronio, santo Patriarca di Gerusalemme vissuto nel VI secolo, il quale con la speranza di guarire da una malattia agli occhi si era fermato per qualche tempo presso il santuario dedicato ai due santi a Canopo, cittadina distante poche miglia da Alessandria. Per gratitudine egli volle narrare la loro storia e i loro miracoli. Raccolse così tutte le notizie che riguardavano il martirio di Ciro e di Giovanni ed il loro sepolcro in Alessandria un tempo situato vicino alla tomba dell'evangelista Marco. Sofronio narrò del santuario extra-urbano a loro dedicato dal santo vescovo Cirillo per contrastare le pratiche pagane e la medicina magica che si operavano a Canopo in onore della dea Menuthis. Per la sua narrazione Sofronio recuperò i contenuti di alcune omelie che Cirillo aveva tenuto in onore dei due martiri, ed indagò a fondo per la meticolosa descrizione di 70 miracoli che si erano verificati presso quel santuario ove egli stesso aveva recuperato il dono della vista. La località di Abukir nell'area alessandrina porta nell'accezione araba ancora il segno e la notorietà del nome del Santo (Abukir = Abba-Ciro).

Nel X secolo la devozione verso i santi Ciro e Giovanni era già presente nel quartiere alessandrino della Napoli bizantina, e a quella epoca si ebbe il racconto della Passio scritto da Pietro suddiacono, il quale seguì con qualche variazione la narrazione di Sofronio. Egli era stato sollecitato dal vescovo Gregorio, ed in onore di una nobildonna devota aveva scritto in 14 punti gli Atti di Ciro e Giovanni. Pietro suddiacono inquadrò la vicenda di Ciro (Abba-Ciro) in Alessandria al tempo del santo vescovo Pietro che fu martire. Ciro praticava la medicina non nascondendo l’intenzione di sanare cristianamente anche le anime. Fu perciò perseguitato e costretto a rifugiarsi come eremita nel deserto ove riprese a curare e ad evangelizzare. In quel luogo nacque l’amicizia spirituale con il milite Giovanni, con il quale condivise la testimonianza del martirio quando si riportò ad Alessandria per cercare di aiutare alcune donne cristiane che erano state arrestate. Ciro e Giovanni furono presi e portati dinanzi all’autorità imperiale che di fronte alla ferma professione di fede in Cristo decretò la loro decapitazione. I loro corpi furono poi sepolti nella chiesa di San Marco.
La successiva letteratura agiografica riguardante i santi Ciro e Giovanni è quella prodotta dai vari autori medievali e moderni che si sono interessati della critica storica, della traduzione in lingua volgare, della descrizione delle reliquie e delle traslazioni a Roma (X secolo) nella chiesa di Santa Passera (probabile derivazione di Aba Ciro come si evince da un documento del XIV secolo: posita extra portam Portuensem in loco qui dicitur S. Pacera” ), e a Napoli (XV secolo) nella chiesa del Gesù nuovo. Si è poi sviluppata anche una letteratura antropologica e devozionale riguardante le tradizioni popolari e la divulgazione del culto.


2. Culto e devozione popolare. Tra la fine del '600 e l'inizio del '700 la diffusione del culto di San Ciro trovò nell'area napoletana un terreno particolarmente fertile ed un divulgatore d'eccezione: il santo gesuita Francesco De Geronimo, nato a Grottaglie in provincia di Taranto nel 1642 e morto nella Casa gesuitica di Napoli nel 1716. La vita prodigiosa di questo santo si sviluppò nella Napoli dell'epoca attraverso una continua missione catechetica svolta direttamente tra il popolo e con l'ausilio manifesto della devozione alle reliquie di San Ciro custodite nella Chiesa del Gesù nuovo. La sua opera svolta nei bassifondi napoletani tra Piazza Castello ed i Quartieri Spagnoli, e portata personalmente nei Casali circostanti, fu accompagnata da migliaia di conversioni spirituali e da clamorosi miracoli che il santo gesuita attribuiva al divino intervento di san Ciro. 

Il culto di san Ciro nel Regno di Napoli, dopo quegli avvenimenti che videro l'opera di san Francesco De Geronimo, fu assicurato dai Padri Gesuiti che lo sostennero continuamente con le missioni popolari e con la costituzione di un ricco Monte di San Ciro, destinato al culto del santo e all'aiuto per le donne in difficoltà. La Compagnia di Gesù, sciolta una prima volta nel periodo napoleonico, riprese nel 1814 il culto di San Ciro che si era trasferito nella vicina chiesa di Santa Chiara; e nel 1860, dopo un secondo scioglimento in epoca garibaldina, essa curò l'ultima traslazione delle ossa del santo dalla Cappella del Grande Reliquario a quella eretta in onore di san Francesco de Geronimo, ove tuttora sono.
Al 1860 risale una ulteriore diffusione del culto di San Ciro nel napoletano, arricchita della dedicazione di chiese proprie e di cappelle significative, come a Portici e a Frattamaggiore, in genere onorate con la custodia di reliquie del santo. A metà ‘800 il culto di San Ciro a Frattamaggiore trovò il suo consolidamento nella Chiesa del Carmine e di San Nicola, situata al
centro dell'antico casale nell'area ecclesiale sorta in epoca medievale. Quella Chiesa era già documentata nel XIV secolo dalla Ratio Decimarum e consisteva in una Cappella con 3 altari dedicati alla Madonna del Carmine, a Sant'Anna e a San Nicola. Dopo l'Unità d'Italia essa si arricchì dell'altare con la statua di San Ciro, ad opera della famiglia Micaletti, ed una reliquia del santo venne affidata alla Congrega annessa alla Chiesa. Dal 1960 la Chiesa del Carmine in Frattamaggiore, che è anche identificata come Chiesa di San Ciro, si ritrova ricostruita nell'area a nord della città ove si è sviluppata una nuova urbanizzazione. Intorno ad essa il 31 Gennaio di ogni anno, nel giorno della festività del Santo Martire Eremita, si svolge una delle più sentite feste devozionali della Campania.

Fonti in: 
Pasquale Saviano, San Ciro – Agiografia e storia della devozione, Pro Loco ‘F. Durante’, Frattamaggiore 2000

martedì 22 gennaio 2013

Vita e culto di Sant'Antonio abate padre del deserto

Maestro dell'Osservanza, S. Antonio abate, XV sec.
Louvre, Parigi

Nel VI secolo, all’epoca di san Benedetto fondatore del monachesimo occidentale, già circolava da un secolo la Vita Antonii, opera primaria dell'agiografia cristiana scritta da sant'Atanasio per narrare la storia di sant’Antonio abate (250-356) che visse nel deserto egiziano per oltre 80 anni e legò la sua persona alla fondazione dell’ascetismo monastico cristiano dei Padri del deserto. La conoscenza dell'esperienza monastica di Antonio si era diffusa in tutto il mondo cristiano proponendosi come stimolo di conversione religiosa e come modello di vita spirituale per sant’Agostino, per lo stesso san Benedetto e per molti altri uomini e santi.

Dalla Vita si apprende che Antonio nacque intorno al 250 in Egitto a Coma, oggi Qemans, città posta presso Eracleopoli sulla riva occidentale del Nilo. Egli visse nel ricco ambiente familiare l’infanzia e l’adolescenza con semplicità e purezza. Rimasto orfano a 20 anni ed ispirato dalla lettura del Vangelo decise di abbandonare ogni ricchezza e di intraprendere una vita di povertà alla sequela del Signore. Si ritirò presso la sua città, in un luogo solitario, come facevano molti cristiani per sfuggire alle persecuzioni. In quel luogo, seguendo in un primo momento un altro monaco, Antonio si diede alla preghiera ed al lavoro e meditò profondamente le Sacre Scritture. Poi si condusse in perfetta solitudine, ed in quella condizione ebbero inizio le tentazioni che egli combatteva e vinceva con la preghiera e con il segno della croce di Cristo. A 35 anni egli si inoltrò per il deserto e si incamminò verso i monti del Pispir, in direzione del Mar Rosso. Con quel percorso, che si svolse tra i sepolcri e le rocche abbandonate, tra le insidie dell’ambiente e degli animali, nacque il fuoco dell’ascetismo: “una fiamma che nessun’acqua poté estinguere”.


Frate Angelico, La Tebaide, XV sec. - Uffizi, Firenze
Antonio si fermò presso un fortilizio diroccato, luogo orrido e nido di serpi ma con il vantaggio di trovarsi presso una fonte. Vi stette nascosto per alcuni anni, aiutato da un monaco che ogni tanto lo riforniva con viveri lanciati dall’esterno delle mura. La solitudine di Antonio divenne esemplare per molti altri monaci ritirati nel deserto che richiesero il suo insegnamento e la sua guida. In questo modo il santo eremita, chiamato ad essere abate, organizzò alcuni monasteri intorno al suo eremo presso la riva del Nilo e a ridosso delle montagne circostanti.
Durante la sua guida abatiale nel 307 Antonio ebbe la visita di sant’Ilarione eremita della Palestina, e nel 311, durante la persecuzione di Massimino Dacia, lasciò il deserto per recarsi ad Alessandria e confortare i martiri con la sua presenza. Dopo quella esperienza decise di non tornare più al suo eremo e si incamminò con alcuni carovanieri verso la Tebaide per raggiungere un luogo ancora più lontano ed adatto alla sua ascesi nella solitudine. Raggiunse così, dopo tre notti e tre giorni di cammino, un luogo situato tra le montagne a trenta miglia dal Nilo, dal quale si poteva vedere il Sinai. Là egli visse il resto della sua lunghissima vita, organizzando il suo eremo ed il suo orto in un ambiente spiritualmente e fisicamente difficile ed aspro. I monaci del Pispir riuscirono a ritrovarlo e fu ancora possibile per lui avere contatti con le comunità monastiche e con la civiltà circostante. Da quel luogo egli ebbe occasione di muoversi ancora per andare alla ricerca di Paolo, il primo eremita del deserto come racconta san Girolamo, e di recarsi ancora una volta ad Alessandria poco prima della sua morte, su invito del vescovo Atanasio suo amico e discepolo, per confutare la dottrina ariana. Prima di morire egli chiese a Macario e ad Amathas, unici monaci a cui aveva concesso di vivere presso il suo eremo, di non rivelare il luogo della sua imminente sepoltura al fine di terminare in umiltà e senza celebrazioni la sua esistenza terrena.

S. Antonio abate. Icona devozionale
Grazie alla divulgazione della Vita scritta da sant’Atanasio (Atanasio, Vita Antonii) la conoscenza di Antonio si diffuse in tutta la cristianità ed il suo culto quasi subito varcò i confini dell’Egitto estendendosi in Oriente e in Occidente. La sua festa fu istituita nel V secolo in Palestina dall’abate Eutimio e venne segnata al 17 Gennaio nel Martirologio Geronimiano (V secolo) e nel Martirologio Storico di Beda il Venerabile (IX secolo). La devozione per il santo, che ebbe dai monaci l’appellativo di ‘magno’, assunse caratteri fortemente popolari ed egli fu considerato protettore potente contro i contagi e contro l’herpes zoster (detto dal volgo fuoco di sant’Antonio). A lui vennero intitolate chiese, congreghe ed edicole votive, ed il suo nome fu abitualmente imposto a moltissimi neonati.
Nel 561, grazie ad una rivelazione divina, vennero scoperte le sue reliquie e trasferite nella chiesa di San Giovanni battista ad Alessandria. Nel 635, durante la conquista araba, le sue reliquie furono portate a Costantinopoli ove stettero fino al tempo delle crociate, fino a quando un cavaliere le portò a Motte-Saint-Didier in Francia e furono riposte in una chiesa consacrata da papa Callisto II nel 1119. Qualche decennio prima era già stato istituito l’Ordine dei monaci di Sant’Antonio. Nel 1491 le reliquie di sant’Antonio abate furono traslate a Saint Julien situata vicino ad Arles. Intorno alle reliquie di Antonio conservate nella Chiesa di Saint-Antoine de Viennois si sviluppò la devozione principale che riguardava la guarigione dal fuoco di Sant’Antonio. Il numero dei malati che ricorrevano al santo taumaturgo era così elevato che fu necessario costruire apposite strutture ospedaliere ed impegnare l’ordine degli Antoniani per l’assistenza e la cura dei devoti pellegrini. Il simbolo di quell’Ordine fu la cruccia a forma di T che il santo portava per appoggiarsi nella sua vecchiaia, ed una pratica che poi si diffuse in tutte le contrade d’Europa fu quella di allevare in libertà dei maialini, con al collo un campanello, che venivano nutriti dalla popolazione.
Il fuoco, il bastone, l’animale, il saio monastico, l’assistenza, divennero i simboli devozionali principali legati al culto di sant’Antonio abate, e sono ancora oggi presenti nella tradizione religiosa popolare. I falò di sant’Antonio abate che si accendono in moltissimi paesi, con il contributo di tutti nella raccolta delle fascine e con la divisione quasi sacrale delle ceneri residue, sono una pratica caratteristica ed affascinante della tradizionale vita comunitaria; così come lo sono la devozione, importantissima in molti luoghi, di portare gli animali dell’aia con nastrini e fiocchi a ricevere la benedizione ecclesiastica, e la protezione che il santo assicura alle attività agricole e alla salute degli animali domestici. Il patronato devozionale ed il significato esemplare del culto di sant’Antonio abate nella moderna civiltà si può considerare anche di carattere ecologico e di valorizzazione dei corretti rapporti dell’uomo con la natura. Sant’Antonio abate è celebrato come patrono dei vigili del fuoco, dei fornai, dei pizzicagnoli, dei macellai, dei salumieri, degli animali domestici e del bestiame. La tradizione vuole pure che la devozione antoniana si sia ampiamente diffusa grazie alla promessa che lo stesso Gesù aveva fatto al santo eremita per premiarlo con la fama delle sue aspre lotte combattute nella solitudine.

Fonti in
P. Saviano F. Pezzella, Sant’Antonio abate…, Pro Loco ‘F. Durante, Frattamaggiore 2001


mercoledì 21 marzo 2012

Regola e vita di San Benedetto alle origini del monachesimo europeo


San Benedetto
Sacro Speco di Subiaco
Generalmente alla Regula Sancti Benedicti si da il merito di essere il riferimento fondativo del monachesimo occidentale. In effetti il periodo storico della sua formulazione fu caratterizzato da riforme e codificazioni giuridiche che avevano investito la cultura romana e bizantina, ed avevano prodotto con l'imperatore Giustiniano (527-565) il riordinamento della legislazione romana mediante il Corpus Iuris Civilis. In quel tempo San Benedetto ebbe il merito di unificare in una sorta di Corpus le varie Regole sulla vita monastica circolanti in Oriente e in Occidente. La Regula benedettina, coeva alle Institutiones di Cassiodoro e ad una Regula Magistri sorta negli ambienti monastici campani, andò recuperando nella bella sintesi spirituale del suo autore anche norme e stimoli provenienti da S. Agostino, da S. Basilio, da Cassiano e dalle Vitae Patrum.
Nella sua opera del 1912 L'ordre monastique des origines au XII siecle lo storico benedettino belga D. Ursmer Berlière mise a confronto l'opera di Benedetto da Norcia (480-547), fondatore dei monasteri di Subiaco e di Montecassino, e quella del contemporaneo Cassiodoro (490-580), ministro del re Teodorico, che scelse la vita religiosa ed avviò una esperienza monastica comunitaria a Vivario in Calabria. Le differenze annotate dallo storico indicavano i due come fondatori di due monachesimi diversi, e ponevano l’opera di San Benedetto su un piano più spirituale e l'opera di Cassiodoro su un piano più intellettuale. 
I riferimenti comuni tra Benedetto e Cassiodoro sono storicamente posti negli ambienti culturali ed ecclesiastici romani della prima metà del VI secolo, e in particolare sono legati all'opera del papa S. Ormisda (514-523), il quale procurò il riavvicinamento a Roma delle comunità orientali ed avviò una riformulazione delle esperienze spirituali e comunitarie della vita cristiana. In questo modo il medioevo europeo al suo sorgere trovò nei due Padri fondatori dei cenobi e degli scriptoria i rappresentanti primari della spiritualità e della cultura.
Per queste ragioni all’opera scritta di Benedetto si attribuisce grande peso nella fondazione del monachesimo occidentale. Più correttamente il monachesimo appare come il frutto della santità personale di Benedetto e del suo essere uomo di Dio, come dice di lui il papa S. Gregorio Magno, suo primo biografo e monaco della prima generazione benedettina. Il santo papa, infatti, rivolgendosi al diacono Pietro nel Libro II dei suoi Dialoghi così parla di Benedetto e della sua opera:
"Mi piacerebbe, Pietro, di narrare ancora molto di questo Venerabile Padre, ma è necessario che io tralasci volutamente alcune cose per affrettarmi a ricordare la vita di altri. Però non ti sia nascosto che l'uomo di Dio, tra tanti miracoli che lo resero popolare, rifulse anche per non mediocre opera dottrinale. Egli scrisse la regola dei monaci, insigne per discrezione, chiara per esposizione. Veramente se alcuno vuol conoscere i costumi e la vita del santo con più accuratezza, può scoprire nell'insegnamento della regola tutti i documenti del suo magistero, perché l'uomo di Dio non ha affatto insegnato diversamente da quello che è vissuto".
Il Venerabile Padre San Benedetto che aveva insegnato la Regola ai Monaci, così come l'aveva vissuta, andò concependola e realizzandola a partire dalle sue prime esperienze nella Roma dell'inizio del VI secolo, nei cui ambienti culturali e religiosi egli si mosse criticamente come giovane intellettuale alla ricerca di Dio, preceduto sulla via religiosa dalla sorella Scolastica. Egli si inoltrò per la vita monastica, prima eremitica e poi cenobitica, vissuta all’eremo dello Speco e ai primi monasteri di Subiaco, e poi continuata come abate nel cenobio di Montecassino. Da quel luogo veramente la Regula Sancti Benedicti si diffuse dappertutto e fu considerata la Regula Sancta.

Bibliografia dell'autore in: Il Sacro Speco, rivista dei Benedettini di Subiaco.