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martedì 29 settembre 2020

LA DEVOZIONE A SAN MICHELE ARCANGELO - Conferenza in occasione della festa patronale 2001 nella Chiesa di San Michele Arcangelo di Casapozzano

 

San Michele Arcangelo - Affresco in S. Angelo in Formis

1. I SANTI PATRONI: Motivi Luoghi Esempi

Quando un paese celebra il suo Santo Patrono vuol dire che esso intende affidare la propria storia e la propria religiosità alla protezione, all’aiuto e alla benevolenza di questo Santo. Un Santo Patrono non è mai scelto per caso, o per motivi inspiegabili, oppure per imposizioni esterne.

Nella storia di un paese c’è sempre una motivazione, c’è sempre un avvenimento particolare, o vi sono eventi più complessi, i quali legano la devozione religiosa della Comunità al Santo che la protegge e la custodisce.

A volte il motivo è un miracolo che si verifica, oppure è un’apparizione divina che rende sacri luoghi ed abitudini; talvolta il motivo si ritrova in tradizioni antiche e leggendarie, e si lega anche al passaggio di un Santo per il paese che lo onora come Patrono o all’appartenenza originaria dello stesso Santo Patrono alla Comunità che lo celebra.

Vi sono infine molti altri motivi storici che possono giustificare la devozione di un popolo per un Santo Patrono. Moltissimi sono gli esempi che si potrebbero proporre per tutti questi casi, nelle grandi città, nei territori nazionali, nei piccoli paesi.

Ad esempio, San Benedetto da Norcia, Patriarca del monachesimo occidentale, è Patrono dell’Europa perché ai suoi monaci si deve l’evangelizzazione di questo Continente e la diffusione della civiltà cristiana in esso. San Francesco d’Assisi è Patrono dell’Italia perché dall’Italia partì e si diffuse il movimento francescano, e la sua predicazione si colloca anche all’origine della Letteratura Italiana.

Tra gli esempi più vicini al nostro territorio diocesano è quello dell’Apostolo Paolo per la Chiesa di Aversa, il quale si ritiene per antica tradizione che fosse transitato per quel luogo quando da Pozzuoli si portò in Atella e a Capua, per poi giungere a Roma. Un altro esempio è quello di San Sossio per Frattamaggiore che condivide con i Frattesi l’origine da Miseno; ed un altro esempio ancora è quello di Sant’Elpidio, il quale era un Vescovo nell’antica Atella ed ora è Patrono di Sant’Arpino che sorge sul territorio della città scomparsa.


2. I SANTI PATRONI NELLA FEDE: Cielo divino e Percorso terreno

In tutti questi casi, secondo la fede cristiana, i Santi Patroni costituiscono per la Comunità che rappresentano un tratto di unione importantissimo della loro vita storica e terrena con la vita soprannaturale e divina. Essi sono mediatori privilegiati della preghiera a Dio e portatori delle risposte della Grazia divina ai bisogni e alle richieste della Comunità.

I Santi Patroni sono garanzia e riflesso della mediazione tra Dio e l’uomo; mediazione che trova il senso più pieno, dal punto di vista teologico e dogmatico, in Gesù Cristo, Figlio di Dio fatto Uomo, e in Maria Madre di Dio trova il riverbero più luminoso.

In questo senso è rilevante il dato della vicinanza del Santo alla storia e alla religiosità del luogo di cui è Patrono. Un altro dato importante e particolare della devozione ai Santi Patroni è quello che si lega alle differenze, o alle varietà, che si sperimentano nella esperienza del sacro e del soprannaturale.

Il Cielo del divino a cui le comunità si rivolgono per le loro necessità storiche e contingenti, con le preghiere e le suppliche e attraverso l’impetrazione dei Santi Patroni, è un Cielo complesso e misterioso che è difficile da comprendere con le categorie umane. Per poterlo comprendere un poco i mistici credono che esso, per analogia, si connota come un percorso simile a quello del pellegrinaggio religioso cristiano. Un percorso che incontra vari luoghi e varie tappe, prima di giungere alla meta più alta.

Homo, Angelus, Deus” dicevano i monaci antichi nel descrivere le fasi e le tappe di questo pellegrinaggio mistico dell’ascesa dell’uomo all’esperienza di Dio: la fase della penitenza e della purificazione, la fase dell’illuminazione interiore, e la fase dell’unione con Dio. “L’Uomo, l’Angelo, Dio” sono gli Esseri che teologicamente stanno all’orizzonte del cammino della crescente perfezione cristiana e della Santità: gli Uomini amici di Dio che vengono celebrati come Santi della Chiesa, gli Angeli che già vivono nel cielo il riflesso della Santità di Dio, la Santissima Trinità che rappresenta il culmine della Grazia e della Vita Divina.


3. LE METE DEL PELLEGRINAGGIO

Fin dai primi secoli del Cristianesimo, questo Cielo e questo Percorso hanno avuto una esplicita rappresentazione territoriale nei luoghi e nelle mete del pellegrinaggio antico. L’esperienza spirituale cristiana non è mai stata disgiunta dal cammino reale verso una meta religiosa collocata geograficamente; e nella costellazione degli innumerevoli percorsi possibili il cammino verso la meta dell’Uomo, verso la meta dell’Angelo e verso la meta di Dio, ha assunto alcune fondamentali direttrici.

Il cammino dell’Uomo ha avuto sempre la principale meta di Roma e di Santiago di Compostela: luoghi in cui si venerano la spoglie degli Apostoli Pietro, Paolo e Giacomo. Il cammino dell’Angelo ha sempre avuto la meta principale del Santuario del Gargano sorto sul luogo dell’apparizione dell’Arcangelo Michele. Il cammino di Dio ha sempre avuto la meta di Gerusalemme e dei luoghi della vicenda evangelica di Gesù Cristo Verbo di Dio fatto uomo.

Ulteriori direttrici del percorso cristiano sono ovviamente quelle del cammino verso i Santuari Mariani e quelle del cammino verso i Santuari dedicati ai Santi celebri e popolari. Si possono intuire, quindi, l’importanza e la vastità della rete devozionale che si è sviluppata ab antiquo intorno a queste direttrici, e si possono immaginare gli spunti di ricerca e di approfondimento circa questi argomenti.

Noi ci concentriamo sul tema locale della devozione a San Michele Arcangelo. La chiesa di Casapozzano è sorta sul Cammino dell’Angelo e perciò partecipa a pieno titolo alle importanti tematiche storiche e teologiche che vi sono connesse.


4. IL PERCORSO DELL’ANGELO: Bizantini e Longobardi

L’Arcangelo Michele apparve nella grotta del Gargano nel V-VI secolo, e subito quel luogo divenne il principale santuario micaelico della cristianità. Infatti ad esso si recavano i pellegrini, i monaci e i crociati del Medioevo che lo individuavano sia come la meta ultima del percorso mistico dell’Angelo, e sia come la tappa intermedia del percorso verso Gerusalemme per quelli che in Puglia si recavano anche per imbarcarsi per la Terra Santa.

All’epoca dell’apparizione sul Gargano il culto micaelico aveva già dei centri in Oriente, a Costantinopoli, e in Italia a Roma, in Sicilia e nell’Umbria a Spoleto.

La successiva diffusione di questo culto in tutta l’Italia meridionale fu favorita dai Longobardi del Ducato di Benevento. Questi l’8 Maggio del 663 sconfissero i Saraceni sulle coste del Gargano, vicino Siponto, ed attribuirono la loro vittoria all’intervento dell’Arcangelo che divenne così il loro Santo nazionale e, come ci riferisce Benedetto Croce nella Storia del Regno di Napoli, sostituì le divinità guerriere della loro mitologia barbarica.

Ai Longobardi che avevano conquistato gran parte dell’Italia si deve anche la diffusione del culto di San Michele in Lombardia, a Pavia ed in altri luoghi, ove gli furono dedicate chiese e fu effigiato sui monumenti e sulle insegne civili e militari. La data dell’8 maggio fu pure celebrata da tutta la cristianità. Ai contatti di questo popolo con gli altri stati barbarici si deve anche la diffusione del culto micaelico in Francia, fino alla costa della Normandia, ove nel VIII secolo fu fondato da monaci irlandesi il Santuario di Mont Saint Michael che divenne il centro dell’ulteriore diffusione del culto dell’Arcangelo in Irlanda, in Inghilterra, in Germania ed in altre parti d’Europa.

Abbiamo una notevole testimonianza della diffusione e del significato del culto di San Michele nell’altomedioevo europeo proprio nel racconto di un pellegrinaggio realizzato nel IX secolo dal monaco Bernardo: il Bernardi Itinerarium. Bernardo partì con altri suoi amici da un monastero del beneventano, si recò prima a Roma e successivamente giunse al Santuario del Gargano. Quindi raggiunse Gerusalemme navigando per il Mediterraneo; ed infine ritornò in Italia che poi percorse interamente lungo la tratta Francigena. La sua ultima meta fu il Santuario di Mont Saint Michael in Normandia, ove concluse il suo lunghissimo percorso.

Per avere una idea dell’impresa si può far riferimento al fatto che partendo dalla Campania, occorrevano alcune settimane per il pellegrinaggio al Gargano, circa tre mesi per il pellegrinaggio a Santiago e circa tre anni per il pellegrinaggio a Gerusalemme.


5. IL CULTO MICAELICO: Italia Meridionale, Normanni, Campania

Dalla Normandia intorno all’anno 1000 proveniva quel gruppo di nobili e di militi normanni che si stabilirono in Campania e che in Aversa fondarono la prima Contea normanna dell’Italia meridionale. Quei Normanni vennero in Italia proprio per realizzare un pellegrinaggio al Santuario di San Michele al Gargano, e rimasero nelle nostre terre perché combattendo dapprima contro i Saraceni si trovarono poi impegnati nelle lotte di potere tra i Bizantini di Napoli e i Longobardi di Capua, di Benevento e di Salerno.

Nel corso di un secolo i Normanni conquistarono l’intera Italia Meridionale, compresa la Sicilia, e con il loro governo del territorio diedero nuove impronte e nuovi sviluppi alle manifestazioni della religiosità e al culto di San Michele.

Il percorso dell’Angelo nell’epoca normanna in Campania si consolidò nei centri devozionali già esistenti dei Longobardi e si arricchì di nuovi luoghi. La Via che da Roma portava a Brindisi, appena lasciato il Lazio, ed inoltrandosi lungo la direzione di Capua, di Benevento e della Puglia, diveniva immediatamente una Via ove era presente e diffusa la protezione di San Michele, visibile nelle periferie e nei centri urbani, e soprattutto nei luoghi elevati delle rocche e di cigli montani. Così era a Mondragone, a Capua, a Sant’Angelo in Formis, a Caserta Antica, a Maddaloni, a Sant’Angelo alla Palombara; così era nel Beneventano, a Sant’Angelo dei Lombardi, e giù per la Capitanata fino alla Via Sacra che saliva al Santuario del Gargano. All’Arcangelo venivano dedicati luoghi e chiese anche sulle vie di collegamento tra le città cospicue.


Borgo di Casapozzano - Chiesa di San Michele Arcangelo


6. IL CULTO MICAELICO: Atella e Casapozzano

La Chiesa di San Michele Arcangelo di Casapozzano sorse sulla via che si dipartiva da Atella e che si diramava poi, nell’area del Clanio, nelle direzioni di Capua, di Caserta, di Maddaloni e di Acerra, lungo le quali pure si incontravano altri siti micaelici, come quello di Marcianise e del Gualdo di Sant’Arcangelo.

Si può dire che l’orizzonte della prospettiva che si può operare da questa chiesa verso i cigli e le rocche del pre-appennino campano che precede il valico per la Puglia e per il Santuario maggiore, sia un orizzonte tutto micaelico punteggiato dei santuari anche visibilmente osservabili dedicati a San Michele (Maddaloni, Caserta Antica, Sant’Angelo in Formis).

La Chiesa sorta al luogo d’origine di questa prospettiva, che era propria anche dell’antica diocesi atellana non poteva che essere dedicata a San Michele. Il più antico riferimento documentato della devozione a San Michele collegata con il territorio dell’antica Atella risale al X secolo, ed è contenuto nella Storia dei Longobardi di Benevento scritta dal monaco cassinese Erchemperto sulla scia della più famosa Storia dei Longobardi d’Italia scritta poco tempo prima dal più famoso Paolo Diacono.

Per Casapuzzano, inteso come borgo antico e medievale, i riferimenti più antichi sono contenuti nei documenti e nelle cartule del Codice Diplomatico di Montevergine e nelle scritture del Codice Normanno di Aversa e risalgono al 1100, al XII secolo. Questi documenti segnalano Casapozzano come un luogo ove si erano stanziati signori di origine normanna, tra i quali i Blancardus (che è la versione latina del cognome normanno Blanchard che fu italianizzato poi in Biancardo il quale è ancora un cognome esistente nella nostra area).

Tra le altre cose questi signori stabilirono anche un rapporto di donazione di terre con il Santuario di Montevergine, fondato dal pellegrino San Guglielmo; santuario che proprio all’epoca si stava sviluppando e stava divenendo il sito religioso più importante sul versante irpino del percorso che portava al principale santuario micaelico del Gargano.

Tra le terre donate al santuario ve ne era una che si denominava ‘Campo di Santa Maria’. Molto probabilmente su queste donazioni si basò nel medioevo la presenza dei Monaci Verginiani in Casapozzano, e la valorizzazione del complesso ecclesiastico locale anche come un sito della devozione mariana. Questa presenza monastica medievale in Casapozzano è data per certa da Mario Placido Tropeano che è appunto il monaco di Montevergine che ha redatto e pubblicato i dieci grandi volumi del Codice Diplomatico di Montevergine che ho già citato.

Si intravede così una delle radici storiche che stanno all’origine di quel contesto culturale e religioso-monastico del medioevo di Casapozzano, che per certi aspetti portò alla committenza delle opere d’arte e degli affreschi con l’iconografia mariana che furono realizzati tra la fine del 300 e l’inizio del ‘400 nella Chiesa di San Michele, e che ancora in parte si possono ammirare in essa.


7. SAN MICHELE DI CASAPOZZANO: I documenti più antichi

La Chiesa medievale di Casapozzano era sicuramente dedicata a San Michele, è ciò viene detto in contraddizione con le analisi storiche che circolano su Casapozzano le quali tendono a far risalire ad una epoca più recente la dedicazione di questa chiesa all’Arcangelo. La certezza storica dell’antica esistenza della Chiesa di San Michele in Casapozzano proviene da due documenti, che sono contenuti nelle Rationes Decimarum in Campania pubblicate dal Vaticano e che risalgono al 1324. Questi documenti parlano esplicitamente della “Ecclesia Sancti Michaelis de Casapuczana” e la descrivono come una chiesa abbaziale. Da essi si evince che la Chiesa di san Michele era una abbazia retta da un abate e che aveva un presbitero che la officiava: l’abate proveniva dall’area cassinese e si chiamava Dyonisio de Trajecto ed il presbitero si chiamava Iunta de Vico (o de Vito). Nella stessa Raccolta delle Decime del 1324 si parla anche di altri due presbiteri, Riccardus De Augustino e Riccardus de Laudano, i quali officiavano la “Ecclesia sancti Nicolay de Casapuczana”.

Sicuramente questi documenti possono dare un contributo ad arricchire la storia ecclesiastica locale e a supportare con maggiore sicurezza supposizioni ed ipotesi storiografiche che ancora si fanno circa la storia antica di Casapozzano e delle sue chiese.

Va sottolineato che l’epoca della redazione di questi documenti è l’epoca della dinastia angioina nel Regno di Napoli, la quale sostituì il governo dei Normanni e valorizzò una diffusa religiosità collegata con i grandi temi della cultura e dell’arte. In particolare durante questa dinastia, con il favorire dei nuovi ordini religiosi, Francescani e Domenicani, vi fu il recupero della devozionalità longobarda, bizantina e normanna, incentrata sui temi micaelici; ed il Santuario di Montevergine, molto amato da questa dinastia, fu grandemente valorizzato ed ebbe occasione di divenire insieme meta devozionale aristocratica e popolare, con grancie monastiche, siti devozionali , tenimenti e rettorie sparsi in ogni dove per l’Italia meridionale e nelle nostre contrade.

Si intravede così nell’epoca angioina un’altra delle radici storiche che stanno all’origine della cultura devozionale e della committenza degli affreschi di Casapozzano. Tutti questi elementi ci rimandano una importante e nobile immagine dell’antichità e del sicuro inserimento di questa Chiesa nel grande circuito della devozione micaelica in Campania.


Affreschi di Casapozzano


C
ONCLUSIONE

Tralascio gli altri aspetti della storia locale che sono già stati descritti in varie opere in circolazione che si possono facilmente recuperare, e che riguardano la storia del borgo medievale e le vicende della Chiesa di San Michele nella Diocesi di Aversa considerata da dopo il Concilio di Trento. Queste vicende sono in fondo quelle che ancora oggi si ravvisano nei segni presenti dell’organizzazione ecclesiastica parrocchiale, delle congreghe, dei gruppi, della liturgia, della pratica devozionale, dell’arte e dell’architettura che ci circonda. Nella nostra epoca credo che sia importante recuperare la memoria e i segni della comunità antica. Una città, un paese, un borgo non sono mai un mero raggruppamento fisico di case e di residenze; essi sono il luogo ove palpita la vita storica della comunità locale che si esprime nelle dimensioni attuali ma che trova fondamenti nel patrimonio dell’ambiente tradizionale, delle manifestazioni dell’arte, della religiosità, delle chiese e dell’urbanistica antica.

La Chiesa di San Michele e la devozione all’Arcangelo, così come l’abbiamo vista espressa nel nostro territorio, sono forse il principale dei fondamenti della vita storica della comunità di Casapozzano, rispetto al quale trovano consistenza anche quegli altri fondamenti che attengono la sua vita civile, la cultura, l’educazione delle nuove generazioni e la visione del bene futuro.



martedì 28 luglio 2015

La lettera del Vescovo di Aversa al Presidente della Campania

Propongo alla lettura alcune parti della lettera che Mons. Angelo Spinillo vescovo di Aversa, insieme con i Direttori degli Uffici della Curia diocesana, ha inviato il 20 Luglio 2015 all'on. Vincenzo De Luca neo eletto Presidente della Regione Campania.
La lettera, che è stata resa pubblica sul portale diocesano in rete e dai media locali, contiene un'ampia analisi pastorale della situazione sociale della diocesi e, nell'indicare la serie delle problematiche fondamentali (territorio, bambini, giovani, ambiente ed economia), si propone come stimolo per la riflessione e per l'intervento istituzionale.

La Chiesa diocesana e le energie del territorio. Sull’onda delle speranze suscitate dalla prossima apertura dell’Anno Santo della Misericordia (8 dicembre p.v.) e dalla recente pubblicazione dell’enciclica “ Laudato sì “, intendiamo rinvigorire i rapporti con le istituzioni, soprattutto con quelle regionali.
La comunità, di cui esercitiamo la responsabilità pastorale, è quella che vive nel territorio di quasi tutte le “ecoballe” e di discariche di terribile impatto; di buona parte dei Regi Lagni e di un tratto della costa domitia. E’ anche quella che vive in periferie urbane, in cui una condizione di profondo malessere spesso si esprime in forme lesive delle altrui libertà. E’, infine, quella che accoglie da decenni migliaia d’immigrati bisognosi di tutto. È un territorio fortemente segnato dal ruolo dominante, nel tempo, di interessi affaristici e criminali. Ma questa comunità sta dimostrando di voler costruire un futuro di dignità civile.
Luci di speranza si sono accese nella nostra terra. La Chiesa ha sempre incoraggiato, e oggi accompagna, questa liberazione di energie soprattutto giovanili. Ovunque, essa cerca di rendere testimonianza dell’infinito amore di Dio per ogni sua creatura, tanto più se in condizione di bisogno. Questo momento di particolare grazia ed intensità vogliamo oggi che si traduca in una presenza rinnovata e rafforzata tra i bambini e i giovani, tra le donne e gli uomini della nostra terra.
Nutriamo la speranza che l’azione delle istituzioni possa guardare con interesse a questa testimonianza, che si realizzerà non nella forma di generici appelli, ma di fattivi contributi alla lettura di bisogni, intercettati attraverso la capillare rete di comunità, di cui la Chiesa territorialmente si sostanzia.

Attenzione preferenziale ai bambini, sopra ogni altra cosa. Intorno alla cura amorevole per la loro sicurezza e per il loro benessere, si possono rigenerare vincoli di comunità spesso sfilacciati o apparentemente dissolti.

Vicinanza e sostegno ai giovani. I giovani si sentono chiamati alla vita, vogliono cose normali: un lavoro dignitoso e duraturo, una nuova famiglia. Impegno primario per noi sarà quello di trovare con loro le vie, perché ogni giovane vita possa aprirsi al futuro con ritrovata fiducia. Nei territori si può fare molto, ma solo nel quadro di un’appassionata azione del governo regionale, sostenuta da una strategia coraggiosa e lungimirante.
Grazie a Dio, comunque, i giovani non stanno fermi; sempre più numerosi sono quelli impegnati a vivere e a diffondere una nuova cultura di valorizzazione dei beni comuni e di cittadinanza partecipe. Anche in questo campo, la Chiesa è impegnata a sostenere ogni sforzo comunitario e a favorire sinergie intergenerazionali.

Rapporti con l'ambiente. Su questo, i vescovi campani, negli ultimi anni, hanno ripetutamente richiamato l’attenzione delle istituzioni. Poi il 27 settembre 2014, proprio da Aversa, hanno proposto a tutti i cittadini campani di assumere un orizzonte comune, quello di “Ricostruire la città”, la “civitas”, le forme e le pratiche della convivenza civile.
Come il Santo Padre oggi ci indica nell’enciclica “Laudato si’ ”, i rapporti con l’ambiente, sono solo l’altra faccia dei rapporti sociali. L’impegno di rigenerazione deve riguardare, quindi, a un tempo, le regole della convivenza, il funzionamento delle istituzioni, quello dell’economia.
Ecco perché, per un profondo risanamento ambientale, occorre una vera riscossa civile, politica, culturale. Oggi, nel disordine ancora imperante, scarti materiali e scarti umani tristemente si confondono.


Nuova alleanza con la terra. Una primavera per i nostri eccellenti prodotti agricoli è a portata di mano. Bisogna, però, uscire definitivamente dalle dispute un po’ speciose tra “allarmismo” e “negazionismo”. Forse, proprio mediante un confronto franco e diretto tra produttori e consumatori, occhi negli occhi, sarà possibile voltare pagina: eccellenza e sicurezza dei prodotti sono valori che possono potenziarsi l’un l’altro, purché si condivida il valore primario della verità, almeno quando si tratta della salute di tutti. Le vocazioni dei territori, interpretate progettualmente con spirito di cooperazione, costituiscono la strada maestra per costruire un’economia nuova, inclusiva, che cammini sulle gambe dei giovani. 


giovedì 2 gennaio 2014

Presenza Benedettina Verginiana in Campania. Il libro dell'Archivio Storico Diocesano di Aversa

Il pellegrino che si reca a Montevergine e che percorre in lenta ascensione, a piedi o in bicicletta, le ultime rampe in salita che lo separano dal pianoro del Santuario dedicato alla Madonna, può rivolgere lo sguardo in lungo e in largo sul panorama circostante. Egli può scorgere ampi squarci di un territorio ove s'incontrano i confini delle diverse provincie della Campania. Centrato sul contrafforte avellinese dell'Irpinia che si eleva sulla pianura e sulle colline, lo sguardo si volge a settentrione sull'area beneventana e casertana che si estende dal Taburno al Petrino; si volge ad occidente e a meridione sull'area che va dai Campi Flegrei fino al mare, alle isole e alle terre che circondano il Vesuvio, verso la Costiera e i primi contrafforti lucani.
Ammirando la vastità e le caratteristiche di questo panorama si comprende tutto il valore, anche simbolico e religioso, del legame che naturalmente e storicamente unisce il luogo del Santuario Verginiano con l'intera Campania. Esso è il luogo alto e maestoso dal quale la Vergine divina rivolge il suo sguardo dolce e materno alle popolazioni campane, e a quelle delle regioni viciniore, assicurando loro l'ausilio del suo patrocinio insieme con la meta spirituale più alta per la loro devozione, per la loro ascesi e per il loro pellegrinaggio.
I tanti tratti del cammino regionale che conduce dalle diverse provincie circostanti il Partenio, inerpicandosi verso l'alto fino al Santuario, officiato da circa un millennio dai Monaci Benedettini Verginiani fondati da San Guglielmo, sono punteggiati di chiese, grancie ed edifici sacri dedicati alla Madonna di Montevergine. Quasi tutti di origine medievale i luoghi verginiani sono testimoni di una storia civile ed ecclesiastica che si caratterizza con la particolare funzione di civiltà e di organizzazione del territorio che il monachesimo verginiano ha svolto in Campania; con una precipuità che si può rilevare anche in rapporto ad altre forme organizzative religiose e signorili che si riscontrano nella storia del territorio campano.
Fin dal suo sorgere l'Abbazia di Montevergine ha ricevuto la considerazione delle dinastie e dei poteri signorili che si sono esercitati in Campania. Essa ha potuto estendere i confini dei suoi possedimenti grazie a riconoscimenti ecclesiatici pontifici, a donazioni di signori normanni ed angioini, a benefici numerosi di ceti nobili e contadini. Della pratica storica funzione religiosa e territoriale dell'Abbazia di Montevergine i luoghi verginiani sono vere testimonianze monumentali; come lo sono le centinaia di pergamene dell'Archivio abbaziale raccolte e regestate nei volumi del Codice Diplomatico Verginiano.

Il libro Presenza Benedettina Verginiana in Campania, curato da mons. Ernesto Rascato e pubblicato nel 2013 nella collana Fonti e Studi dell'Archivio Storico Diocesano di Aversa, ci offre una documentata sintesi che evidenzia il ruolo storico e religioso svolto in Campania dai Monaci Benedettini di Montevergine. Il libro pubblicato dall'Archivio Diocesano di Aversa è stato realizzato grazie anche alla collaborazione sinergica delle realtà e dei soggetti culturali della Biblioteca Statale di Montevergine e dell'Abbazia di S. Lorenzo Fuori le Mura di Aversa. Con questa collaborazione tra la Chiesa di Aversa e la Congregazione Monastica Verginiana si è messa all'opera un vero e prestigioso centro di cultura monastica benedettina. Il legame tra queste due entità è antico quanto è antica la loro origine sul territorio campano, e molte volte nella storia si sono incrociati i tratti del loro cammino specifico.

Quando il monastero di Montevergine fu fondato da San Gugliemo nel XII secolo, il monastero benedettino di San Lorenzo già rappresentava l'istanza monastica normanna più notevole presente in Campania e nelle regioni meridionali limitrofe; e la sua giurisdizione si estendeva sul 'cammino micaelico' che portava fino al Gargano e ai porti pugliesi deputati all'imbarco dei pellegrini e dei crociati per la Terra Santa. Lo stesso Santuario dell'Apparizione dell'Arcangelo Michele sul Gargano, che era la più importante delle mete del pellegrinaggio medievale europeo, rientrava nella giurisdizione del monastero di San Lorenzo.
Lo sviluppo territoriale dell'Abbazia di Montevergine avvenne sullo stesso territorio e si realizzò perciò accanto alle presenze del monastero aversano, stabilendo con esso contatti e relazioni che qualificano oggi molta parte della storia del monachesimo benedettino in Campania, che peraltro assume ulteriori dimensioni culturali legate alle presenze dei Volturnensi, dei Cassinesi e dei Cavensi.
Resta in evidenza, nel legame tra la Chiesa di Aversa e l'Abbazia di Montevergine, l'importanza e la specificità originaria del 'pellegrinaggio' che accomuna le due realtà: la prima fondata dai militi Normanni che all'inizio del XI secolo, 'in abito peregrino', intendevano recarsi al santuario micaelico del Gargano per poi recarsi in Terra Santa; e la seconda fondata dal monaco pellegrino Guglielmo che, dopo l'esperienza giovanile del Cammino di Santiago in Galizia e desideroso di recarsi anch'egli in Terra Santa, si ritrovò eremita e padre di monaci tra i boschi sulla cima del Partenio.
Nelle pergamene del Codice Normanno di Aversa e del Codice Diplomatico di Montevergine si leggono moltissime le testimonianze delle donazioni e delle partenze dei pellegrini penitenti. A tal maniera che tra le pagine del Codice Verginiano è possibile leggere anche i contenuti di un vero Trattato di Teologia e Mistica del Pellegrinaggio Cristiano, il cui autore è il Padre Benedettino Verginiano Archivista Placido Mario Tropeano, di cara memoria, curatore dei volumi dello stesso Codice.

Nella sede della presentazione del libro pubblicato dall'Archivio Storico Diocesano, in una gremitissima sala dell'Abbazia di San Lorenzo di Aversa, la sera del 5 Dicembre 2013, la chiave di lettura del 'pellegrinaggio' è stata quella preferita dai Relatori che hanno offerto spunti e riflessioni interessantissimi.
Mons. Angelo Spinillo, Vescovo di Aversa ha proposto gli aspetti teologici e diocesani del pellegrinaggio mariano sviluppando il legame tra la fede, la devozione popolare e le mete religiose locali: il sacello della Madonna di Loreto in Cattedrale, e gli altri santuari e luoghi diocesani dedicati ai titoli mariani: Casaluce, Campiglione, Casapesenna, Immacolata, Annunziata ecc..
D. Beda Paluzzi OSB, Abate di Montevergine, ha incentrato il suo intervento sull'analisi iconografica della venerata effigie della Madonna di Montevergine, ed ha descritto nel confronto storico la pastorale ed il significato dell'odierno pellegrinaggio di massa che si attua con circa un milione di fedeli all'anno che si recano devotamente al santuario irpino.
Mons. Ernesto Rascato, Direttore dell'Archivio Storico Diocesano di Aversa, ha presentato i significati storici e religiosi del repertorio delle presenze monumentali e spirituali dei Benedettini Verginiani, descrivendo i contenuti del libro pubblicato ottavo nella collana Fonti e Sudi e dedicato ai “pellegrini di Montevergine”, ed inquadrandone i significati culturali nell'ambito dei beni ecclesiastici regionali e nell'ambito della tradizione e della spiritualità monastica benedettina in Campania.

Alla presentazione hanno partecipato anche il dott. Giuseppe Sagliocco, Sindaco di Aversa, e Valeria Chianese, Giornalista de “L'Avvenire”.
Il libro è in bella edizione con oltre 170 pagine, ricco di una preziosa documentazione archivistica e fotografica, articolato in tre parti: Saggistica di carattere storico e artistico, repertorio degli Insediamenti Verginiani (oltre una ventina) di carattere storico e agiografico, e Itinerario Storico Artistico Verginiano nel Territorio Aversano di carattere espositivo e di catalogazione.

La pubblicazione del libro si è avvalsa di un contributo della Presidenza del Consiglio Regionale della Campania; la Mostra connessa alla presentazione visiva dei suoi contenuti è stata curata dalle Associazioni “Amici dell'Abazia di San Loranzo” e “In Octabo”; non è mancata la promozione istituzionale della Soprintendenza SBAPSAE di Caserta-Benevento e del Comune di Aversa.  


mercoledì 24 luglio 2013

Beato Modestino di Gesù e Maria: modello locale di santità francescana

Napoli. Basilica di Santa Chiara:
Statua del b. Modestino di Gesù e Maria
A 18 anni dalla beatificazione. Grazie ai numerosi contributi della ricerca agiografica e della varia narrazione della sua vita, si può avere un buon quadro della figura di padre Modestino di Gesù e Maria, francescano frattese vissuto nella prima metà del XIX secolo. Negli anni precedenti e nel periodo della beatificazione si era già consolidata una cospicua produzione letteraria, ed oggi navigando per la rete informatica si possono incontrare portali interessanti e leggere pagine che consentono l'approfondimento ulteriore della conoscenza e della celebrazione del beato. Ci si può imbattere in un portale interamente dedicato della Pro Loco del paese natio, in una scheda su Santi e Beati e su Wikipedia con i principali riferimenti iconografici e bibliografici, in una pagina dedicata sul social-network fb, in Atti di Convegni ed articoli e saggi pubblicati dall'Istituto di Studi Atellani e sulla Rassegna Storica dei Comuni, in tanti altri e spontanei contributi che fanno riferimento alle storie del francescanesimo in Campania. In questi luoghi letterari recenti qualche significativo contributo di ricerca e di narrazione è umilmente dato anche dal sottoscritto.
Ripropongo per Doctrina ed Humanitas qualche tratto della figura del beato Modestino, per condividerlo in occasione della memoria liturgica del 24 luglio.

La leggenda popolare. In giro per la città natale, Frattamaggiore, nei luoghi che lo hanno visto presente in vita, dopo la sua morte e dopo l'avvio a Roma, alla fine dell'800, del lungo processo di beatificazione, di Padre Modestino di Gesù e Maria era rimasto il ricordo popolare, la leggenda umile che si trasmetteva dal nonno al nipote nel racconto fantastico. Si narra, egli era apparso al vecchietto alle prese con un cero da accendere dinanzi all'edicola della Madonna, all'angolo della via del quartiere paesano. L'edicola era posta troppo in alto e il monaco francescano, nel quale il vecchietto riconobbe poi con meraviglia il Beato, si offrì egli di porgere l'omaggio all'effige; e si sollevò levitando fino a raggiungerne l'altezza. "Questo monaco è miracoloso" raccontava il nonno ad un amico mio, mostrandogli il quadretto del Beato compunto davanti al crocifisso al riflesso della teca della Madonna del Buon Consiglio e con l'indice tra le pagine del Salterio.
Di altri incontri incoraggianti e di apparizioni miracolose, di aiuti alla vita nascente e di consolazioni nelle afflizioni, si narra ancora di questo frate, al quale la devozione tributava sicuri onori. Oggi molti ricordano i luoghi dell'infanzia e la casa dei nonni, ritornando al tempo in cui non esistevano le moderne periferie; e ricordano gli unici grandi vani domestici, le suppellettili frammischiate ai letti altissimi e ai mobili ingombranti; e l'altarino casalingo e il comodino con su di essi, tra il lume e il ricordo dei cari e dei santi, il quadretto di Padre Modestino.
Oggi si cerca anche di riscoprire il sito della casa natale, rifusa nell'antico reticolo paesano e che, in forza di un vecchio documento parrocchiale, si può individuare in un luogo della via sorta in epoca aragonese a ridosso della Chiazza 'o Vicario: Via dei Sambuci, o dei Samuci nelle prime menzioni, che attualmente corrisponde a Via Riscatto; una via ricca di storia, di leggende e di edicole votive. Oggi, a qualche anno dalla beatificazione, il processo ufficiale e la letteratura storica hanno recuperato del Beato ormai gli aspetti essenziali della sua vicenda terrena e della sua santità, e si è avviata la ricerca della casistica che configura la sua leggenda popolare e i suoi Fioretti; sulla scia della più genuina tradizione francescana e della relativa aura spirituale ed edificante che non è mai mancata per Padre Modestino nella devozione popolare.
Egli è stato solennemente beatificato il 29 gennaio del 1995 in Piazza San Pietro dal papa beato Giovanni Paolo II, ed è stata splendida festa di Chiesa e di popolo, prima e dopo questa data. L'impegno della Diocesi, la Missione francescana, lo spirito assisano, il fervore delle iniziative, i gruppi sorti, sono divenuti realtà continua, riferimenti culturali e devozionali di forte espressione.
La bibliografia sul Beato ed il prodotto pubblicistico sono diventati abbondanti e qualificanti. Molti autori si sono cimentati nella ricerca e nella ufficializzazione delle loro considerazioni. Celebrazioni e solennità si sono susseguite con enfasi ed umiltà, coinvolgendo le strutture religiose e quelle civili. Il Beato Padre Modestino di Gesù e Maria fa ormai parte del patrimonio locale ed è divenuto un modello irrinunciabile.

Modello locale della santità francescana. Padre Modestino è entrato nella spiritualità del popolo, rinnovandone aspetti antiquati ed inserendovi fermenti nuovi. Il suo nome viene celebrato, a partire dal 1995, ogni anno al 24 di Luglio, anniversario della sua dipartita terrena e dies natalis nella Comunione dei Santi.
La via francescana alla santità passa anche per la nostra terra, e ne è cosciente l'intera Diocesi di Aversa, la quale celebra in Padre Modestino di Gesù e Maria il primo Beato locale.
La santità non è mai una esperienza isolata: il santo è molte volte l'interprete e l'eroe che dà senso agli sforzi e alle esperienze di molti, in un rapporto di valorizzazione reciproca, nella sperimentazione del sacro e nella testimonianza della presenza di Dio tra gli uomini.
Nello specifico della storia frattese il francescanesimo ha ricevuto molte e notevoli testimonianze: padre Domenico, guardiano cappuccino predicatore e quaresimalista, vissuto tra il XVI e il XVII secolo; padre Pietro, che nel 1738 fu Custode della Provincia Riformata; padre Angelo, che nel 1769 fu Visitatore Generale della Provincia di San Bernardino e degli Abruzzi; padre Giuseppe, altro cappuccino predicatore e quaresimalista morto nel 1782; il venerabile frate Michelangelo di San Francesco (1740-1800), che fu laico professo in odore di santità; padre Angelo (1772-1839), che fu Ministro Provinciale; padre Giuseppe Arcangelo (1775-1846), che fu Ministro Provinciale; padre Giovanni Russo (1831-1924), che fu missionario per 56 anni in Albania; padre Modestino Del Prete (1884-1942); il servo di Dio padre Sossio Del Prete (1885-1952), che fu fondatore delle Piccole Ancelle di Cristo Re; padre Giuseppe Maria De Francesco, agiografo scrittore e bibliotecario; padre Serafino Pezzullo; frate Benigno Vergara...
Fin dall’infanzia il percorso spirituale del beato Modestino di Gesù e Maria si è svolto nel segno tipico della devozione popolare della sua comunità paesana.
La chiesa frattese dell’inizio dell’ 800 ha vissuto importanti esperienze di fede e di storia. Nel Maggio del 1807 furono solennemente traslate nel tempio cittadino le spoglie del martire San Sossio e dell’abate San Severino. La presenza delle reliquie di San Sossio in Frattamaggiore significò il ricongiungimento fisico della città, fondata dai profughi di Miseno nel IX secolo, con il suo santo patrono, il quale della stessa Miseno era stato diacono nel IV secolo.
Il beato padre Modestino, al secolo Domenico Nicola Mazzarella figlio di artigiani funai, aveva circa 5 anni quando vide la via principale riempirsi delle torme festanti, delle processioni popolari, del clero numeroso, del clamore devoto suscitato dalla novità del santo che ritornava alla sua gente.
Giovanissimo, egli visse le auree mistiche della preghiera contemplativa e partecipò alle celebrazioni liturgiche che si svolgevano nel tempio sansossiano. Volle poi, con animo popolare, fare sua la devozione alla Madonna del Buon Consiglio, che in Frattamaggiore era stata istituita dai Prelati di casa Lupoli con un altare nella chiesa dell’Annunziata e con una chiesa gentilizia posta accanto all’Istituto Ritiro retto con la Regola di sant’Alfonso.
L’animo contemplativo e l’animo popolare fecero di lui un vero uomo del sacro e della santità, vicino a Dio del quale divenne umile strumento nella preghiera e nella guida religiosa, e vicino alla gente che aiutò e servì con spirito paterno e nella carità.
Le lotte e le sofferenze sostenute per la sua vocazione furono immani; e santamente egli affrontò l’arduo percorso formativo, totalmente affidato alla Provvidenza di Dio, che lo vide studiare prima nel seminario diocesano, in un clima a lui avverso e pieno di pregiudizi, e poi operare nella rigida diaspora francescana dei conventi alcantarini dell’area campana.
Fu poi il suo un cammino originale, di guida sacerdotale e monastica, nella spiritualità e nelle grandi esperienze epocali della prima metà dell’800 napoletano, che lo portò a riproporre il binomio mistico e popolare della sua religiosità e del suo insegnamento nei rapporti con la gente, con i poveri e con i nobili ricchi, con le gerarchie, con i regnanti e con il papa.
La beatificazione di Padre Modestino di Gesù e Maria, avvenuta nel 1995, ci dona l’icona di un santo sperimentato che, alla fine della sua esistenza, si volle immolare con la preghiera e con la sofferenza personale per la salvezza del popolo napoletano dall’epidemia colerica del 1854.
E’ il riferimento ai canoni della santità universale, quelli che la Chiesa riconosce riconoscendo il segno di Cristo nei suoi santi, che ha portato agli altari il beato Modestino: un sacerdote vissuto nell’ordine di san Francesco d’Assisi e che ha rappresentato il volto santo e popolare della Chiesa nella Napoli della metà del XIX secolo e che fa ancora sperimentare la sua intercessione presso Dio.
Padre Modestino pervenne alla scelta francescana perché la intravide come manifestazione di una vocazione sorta nella povertà e nel servizio di Dio fin dalla fanciullezza.
Modestino di Gesù e Maria: Domenico Nicola Mazzarella scelse questo nome al noviziato francescano di Piedimonte Matese nel 1822 per esprimere l’umiltà e la semplicità della sua persona, per onorare il nome e la memoria di un francescano suo padre spirituale, per esprimere la sua dedizione al Maestro e alla sua Madre Santa, nello spirito del recupero del contesto comunitario che stava all’origine della sua vocazione religiosa.
Il suo motto, apposto su tutte le sue lettere e ricordato in ogni saluto e circostanza di dialogo, recitava con qualche variante introduttiva:
Lodiamo sempre insieme col Figlio la dolce Madre del Buon Consiglio.
Con l’immagine della Madonna del Buon Consiglio, portata in una teca insieme con il crocifisso, egli si recava in ogni casa ed operava ogni benedizione. In questo modo egli portò sempre con sé quell’immagine mariana a cui aveva rivolto fin da giovane, nel suo paese, la sua devozione.

Caldara- XIX sec.
Quadro di p. Modestino di Gesù e Maria
Cenni biografici. Ultimo di sei figli del funaio Nicola e della casalinga tessitrice di canapa Teresa Esposito, nacque il 5 settembre 1802 e al fonte battesimale di San Sossio gli fu imposto il nome di Domenico Nicola. Aveva circa 5 anni quando vide la via principale del paese riempirsi delle torme festanti e del clamore suscitato dalla traslazione dei Santi Sossio e Severino dal monastero napoletano alla chiesa patronale frattese. Fu talmente impressionato da quell’evento che iniziò subito a manifestare e a vivere il suo attaccamento per le cose della Chiesa. Partecipò con entusiasmo alla scuola parrocchiale e visitò quotidianamente l’effigie della Madonna del Buon Consiglio. Durante una celebrazione fu notato dal vescovo di Aversa Mons. Agostino Tommasi, in visita alla chiesa frattese, il quale gli propose di entrare in seminario accogliendolo gratuitamente ed impiegandolo come inserviente del Capitolo della Cattedrale. Aveva 16 anni.
Svolse i suoi studi in Seminario con umiltà e zelo, ma contro di lui si andò formando un clima contrastato e pieno di pregiudizi a causa dell’incomprensione di superiori e di seminaristi che continuamente lo emarginavano considerandolo un favorito del vescovo.

Morto il vescovo Tommasi nel 1821, povero di mezzi per continuare a studiare in collegio, egli si ritrovò nel vivere religioso del proprio paese con un impegno personale eccezionale, che aveva del meraviglioso agli occhi della gente. Fu allora che sperimentò la devozione che aveva al centro l'amore per l'effigie della Madonna del Buon Consiglio. Nel 1822 frequentò il convento francescano alcantarino di Grumo Nevano intitolato a Santa Caterina e a San Pasquale. In quel luogo egli sperimentò la guida spirituale di frate Modestino di Gesù e Maria da Ischia, il quale lo avviò alla conoscenza delle glorie francescane. Il giovane maturò così la scelta francescana e, ormai ventenne, fu ammesso al convento di Santa Lucia del Monte con l'interessamento di Carlo Rossi, gentiluomo dell'epoca.

Il 3 Novembre del 1822 egli iniziò il noviziato di un anno a Santa Maria Occorrevole e San Pasquale di Piedimonte Matese, vestendo l'abito alcantarino e prendendo il nome di Modestino di Gesù e Maria, in onore del suo maestro grumese morto pochi mesi prima e prefigurando i caratteri principali della sua personalità religiosa: testimone di Cristo con l'aiuto di Maria.
Il sacerdozio fu una tappa naturale, dopo aver vissuto con impegno gli ordini minori e il diaconato, e gli fu quasi imposto dal Ministro Generale dell'Ordine, Giovanni da Capistrano, che all'epoca si trovava a Grumo Nevano ed ebbe occasione di conoscerlo. Dopo gli studi di teologia egli fu consacrato il 22 Dicembre del 1827 nella Cattedrale di Aversa dal Vescovo Francesco Saverio Durini; quasi a sottolineare un felice connubio che ancora oggi è giusto rimarcare, tra l'esperienza religiosa parrocchiale-diocesana e quella conventuale, nella formazione della personalità del giovane Modestino.
Si avviò, così, a vivere nella rigida diaspora francescana dei conventi alcantarini dell’area campana. In qualità di frate francescano sacerdote egli operò soprattutto a Napoli, girando per vari Conventi, come quelli di San Francesco e San Pasquale di Marcianise, quello di Portici, per missioni e prediche. Fu Guardiano a San Pasquale di Pignataro e a Mirabella Eclano.

Il suo fu un cammino originale, di guida sacerdotale e monastica, di confessore e predicatore, percorso nella spiritualità e nelle grandi esperienze epocali della prima metà dell’800 napoletano; un cammino che lo portò a riproporre sempre il binomio mistico e popolare della sua religiosità e del suo insegnamento nei rapporti con la gente, con i poveri e con i nobili ricchi, con le gerarchie, con i regnanti e con il papa Pio IX di cui era personale confidente.

Godendo della fiducia del Re di Napoli Ferdinando II che lo ebbe spesso a corte, padre Modestino fu nominato nel 1853 elemosiniere della principessa Gianuaria per beneficare i poveri del regno. Lavorò fino allo stremo per aiutare i napoletani del quartiere della Sanità durante il colera del 1854, contraendo egli stesso il male e morendo in concetto di santità, dopo aver fatto oblazione spirituale della sua vita per il risanamento di Napoli dal morbo.

Virtù e fama. La sua fu una testimonianza squisitamente religiosa, e in questa prospettiva egli dava segni di santità e di impegno sincero, a beneficio di tutti senza esclusione di alcuno.

La vita di padre Modestino è ricca di episodi, di avvenimenti, di fatti miracolosi che vengono raccontati nelle varie storie della sua vita e negli atti del processo di beatificazione. In quei vicoli di Napoli stretti, sudici e maleodoranti, negli angusti bassi privi di luce e d’aria ove i miseri perivano senza alcuna possibilità di aiuto, Padre Modestino era stato sempre presente, recando l’assistenza che poteva, esortando alla carità, esponendosi ai più gravi pericoli di contagio.
Alla notizia della sua morte, avvenuta il 24 Luglio del 1854, accorse il popolo numeroso che, incredulo e speranzoso in un errore, cercava piangente il suo ultimo contatto e devotamente custodiva le immaginette della Madre del Buon Consiglio che egli distribuiva. Per la calca fu necessario l’intervento della forza pubblica e per avere una sua reliquia qualcuno aveva tentato di smantellare anche il suo confessionile.


Sepoltura e culto. La sua tomba, precedentemente situata nelle Catacombe di San Gaudioso fino al 1901, è ora posta nella Cappella accanto all’atrio delle stesse catacombe nella Chiesa di Santa Maria alla Sanità di Napoli.
La comunità della sua città natia, Frattamaggiore, incoraggiata dalla identica volontà espressa dai superiori della provincia francescana, spera un giorno di avere la spoglie venerate nella cappella dedicata al Beato nella Basilica di San Sossio, ove si venera anche l’effigie antica della Madonna del Buon Consiglio a lui cara.



sabato 17 marzo 2012

Pellegrinaggio quaresimale in Campania


La geografia religiosa del cristianesimo in Campania è costellata di luoghi e di santuari che stimolano la conversione quaresimale ed incoraggiano il pellegrinaggio penitenziale. Soprattutto i santuari extra-urbani, numerosi nella regione, si propongono come mete verso cui recarsi in cammino, nel tempo e nello spazio, per la riscoperta della esperienza del sacro, della solitudine, del silenzio, della riflessione e della preghiera. Il contesto del tempo quaresimale valorizza, più che in altro tempo, questi luoghi e la loro attesa del pellegrino penitente che si pone in cammino verso la Pasqua. Essi sono situati intorno al 'deserto' che è oltre le mura del paese e alle propaggini della grande città; inseriti nelle verdi campagne, contornati da cittadelle religiose, o arroccati sui cigli montani, a testimoniare la presenza di Dio, e dei padri spirituali confessori dei vari ordini religiosi e monacali che accolgono i tanti figliuoli prodighi che intendono onorare il precetto sacramentale "almeno una volta all'anno", e che sciolgono il loro voto preferibilmente in ambiti esterni a quelli parrocchiali.
E' la voglia di grazia supplementare che spinge spesso il pellegrino a muoversi verso il santuario lontano e rinomato, nel tentativo di ricostruire il personale equilibrio spirituale, e di vivere in maniera mirabile lo scambio dei doni della fede con l'aiuto alle iniziative caritative e con il recupero delle forti benedizioni che ne derivano. E' il convincimento di dover compiere un atto eccezionale e meritorio, al di fuori del quotidiano e del ricorrente domenicale, per ristabilire e rinnovare il dialogo con Dio, con Cristo e con la Chiesa; alla maniera biblica ed antica, nel percorso solitario e faticoso verso i luoghi e verso i templi dove, più che altrove, la presenza del divino sembra far crescere i frutti della conversione. La pastorale locale ed urbana dovrebbe tener moltissimo conto di questa realtà e di questo comportamento che è comune a tanti fedeli, che è atavicamente consolidato nelle coscienze, e che è facilmente esperibile in questi tempi di facile locomozione.
Santuari come quelli di Montevergine, della Madonna dell'Arco, di Materdomini e di Pompei, sono mete di pellegrinaggi antichi e moderni e caratterizzano fortemente il panorama della religiosità in Campania, rappresentando una estensione, e talvolta un'alternativa più o meno utile, della pratica ufficiale. Essi rappresentano sicuramente luoghi significativi da raggiungere nello spirito quaresimale. Molto opportuno sarebbe anche il recupero cosciente di un loro significato come riferimenti spaziali e storici della testimonianza e della vita cristiana nella regione. Lo scenario di diffusa sacralizzazione di luoghi e di opere che essi compongono, insieme con tantissimi altri santuari diffusi per la nostra terra, è una sollecitazione importante per chi intende andare, anche se pellegrino di un giorno, alla ricerca di Dio e della santità, e del suo storico manifestarsi anche nei siti nostrani. Si scopriranno così strutture templari, vocazioni e mistiche diversificate; esempi e benedizioni variegate; modelli molteplici della santità, delle opere sante, della vita religiosa e secolare, delle tradizioni popolari. 
I riferimenti benedettini medievali si possono incontrare nell'antica Materdomini nocerina, nella Trinità di Cava, in Montevergine, in Sant'Angelo in Formis. Quelli francescani, dal medievale al rinascimentale, dall'antico al moderno, si evincono in Santa Maria Occorrevole a Piedimonte Matese, in Santa Maria della Vigna a Pietravairano, in Sant'Antonio a Teano, in Santa Maria dei Lattani a Roccamonfina, in Santa Croce a Pignataro, in Sant'Antonio ad Afragola, in Santa Caterina e San Pasquale a Grumo Nevano, nella Madre del Buon Consiglio a Frigento. 
La spiritualità domenicana è presente nella Madonna dell'Arco e, unita con quella pontificia e diocesana, nella Beata Vergine del Rosario a Pompei. Quella alfonsiana e redentorista è presente in Materdomini di Caposele, più conosciuta come San Gerardo, a Scala, a Pagani e sul Colle Sant'Alfonso al Vesuvio. Altre spiritualità, laiche, religiose, secolari, diocesane, sono presenti nel Tempio di Casapesenna, nel Santuario di Capaccio, in Santa Maria di Carpignano, in Maria SS. Del Taburno, in Santa Maria della Neve a Casaluce, in Santa Maria della Ruota dei Monti a Leporano, nella Madonna del Carpinello, in Santa Filomena del Cardinale, in San Guglielmo al Goleto; nel San Michele di Casertavecchia e in quelli di origine longobarda dei colli della regione.
I santuari extra-urbani, quindi, possono considerarsi come possibili punti di arrivo delle molteplici direzioni che si presentano sul cammino di chi intende dare al moto interiore, e spirituale, della ricerca di Dio anche una corrispondenza esteriore, efficacemente localizzabile e rintracciabile sul territorio.

Approfondimento:
http://www.storialocale.it/luoghi/santuaricampani/santuari_campani.pdf




sabato 18 febbraio 2012

Il percorso in Campania del culto di santa Giuliana


1. La santità al femminile riceve in Febbraio belle celebrazioni. Sante come Agata, Apollonia e Giuliana rimandano il ricordo delle Vergini Cristiane, martiri dei primi secoli, accomunate nella coraggiosa testimonianza di fede ed esprimenti patrocini particolari. 
Santa Scolastica, sorella di san Benedetto e patrona femminile del più importante ordine monastico, ci propone il fascino di una presenza discreta e potentissima capace di ottenere dal cielo il fragore della tempesta in onore dell'amore fraterno. La Madonna di Lourdes anima le lodi popolari pre-quaresimali e dona le anticipazioni spirituali delle aure primaverili e del soprannaturale. In questa santità al femminile che riceve vario onore nel territorio della diocesi di Aversa, una particolare menzione può farsi per Santa Giuliana. Ella è considerata una santa 'diocesana' dal momento che Cuma, la cui sede episcopale fu incorporata da quella aversana, per tutto il medioevo ne ha conservato le spoglie e la memoria devozionale.
2. La Santa fu martire a Nicomedia, città della odierna Turchia, nel 304-305. Ella, diciottenne, per amore della fede cristiana rinunciò al matrimonio con il prefetto Eleusio, e subì il martirio con il vescovo Antimo, con santa Barbara ed altri santi. Le sue spoglie furono venerate nella cattedrale di Cuma, oggi diruta, che le accolse dopo il naufragio della nave che le conduceva verso Roma. Giuliana venne subito venerata tra i santi e le sante più note del paleo-cristianesimo in Campania. 
La sua bella icona fu dipinta nel V secolo in una edicola a lei intitolata nelle catacombe di San Gennaro extra moenia a Napoli. Nella Napoli bizantina, Santa Giuliana, figura giovanile bella e brillante ed esemplare modello di Vergine Cristiana, suscitò una grande devozione popolare che fu sostenuta dalla monache del monastero di Donnaromita, le quali vivevano secondo i dettami della Regola di san Basilio. Quelle monache seguirono poi la Regola di san Benedetto e, custodendo il corpo della santa dopo la distruzione di Cuma, estesero ancora più la devozione in tutti i luoghi della cristianità europea ove viveva la testimonianza benedettina. Testimonianze del culto della santa si ritrovano così a Vallepietra e in Inghilterra, e sue reliquie a Perugia e a Verona. Il suo corpo, dopo una traslazione al monastero delle Clarisse di santa Chiara, si trova ora nella cripta di san Guglielmo del monastero benedettino di Montevergine. La devozione per questa Santa, che è patrona delle partorienti, è valorizzata oggi da riferimenti molteplici che attengono la spiritualità giovanile, l'ecumenismo, la storia del cristianesimo europeo, la storia locale e l’agiografia.
3. La cattedrale di Cuma, basilica cristiana dedicata ai santi martiri Massimo e Giuliana, i cui resti diroccati si osservano ancora sull’alto del colle prospiciente il litorale flegreo che guarda verso l’isola di Ischia, fu eretta nell’alto medioevo sulle vestigia di un antico tempio dedicato a Giove. Oggi il sito è considerato un luogo importantissimo nel panorama dell’archeologia campana perché rappresenta una testimonianza notevole sia dell’arte classica che dell’arte cristiana. Come principale luogo della devozione giulianea, la basilica cumana fu frequentata fino al primo decennio del XIII secolo, epoca in cui la città, contesa dalle contrapposte forze sveve e napoletane, fu teatro di battaglie e di distruzioni. Nel 1207 Cuma fu lasciata all’abbandono e le reliquie dei santi patroni Massimo e Giuliana furono traslate a Napoli. La popolazione si disperse per i territori della Liburia, e si trasferì in gran parte nell’agro di Giugliano, di Aversa, e nella Fratta atellana ove era già insediata dal IX secolo una componente proveniente da Miseno, città flegrea distrutta dai saraceni, e devota a San Sossio. In quella data l’episcopato cumano fu abolito, i beni ecclesiatici furono trasferiti alla sede metropolita di Napoli, e gran parte della giurisdizione territoriale rientrò nelle competenze della sede episcopale di Aversa.
Da quel tempo la città di Frattamaggiore celebra la Santa come sua patrona principale insieme con San Sossio, a testimonianza della sua leggenda d'origine che la vuole fondata da una componente di Miseno sfuggita alle incursioni saracene, e da una componente di Cuma portatrice della devozione giulianea. In realtà il culto della santa nell’area frattese era già documentato nel XI secolo (Regii Neapilitani Archivii Monumenta), e si consolidò con la provenienza da Cuma di quelle popolazioni che cercavano un nuovo e più sicuro insediamento. Di fatti nella documentazione storico-agiografica si evidenzia che la devozione giulianea nell’area frattese è menzionata prima di quella sossiana, la cui testimonianza più antica è ancorata al documento architettonico altomedievale costituito dal tempio patronale situato al centro della città.
La figura di santa Giuliana venne subito celebrata in quel tempio, nel santorale e nella principale iconografia religiosa frattese. Essa fu sicuramente presente nella grande raffigurazione absidale, in quella più antica che fu ripresa nel ciclo delle pale lignee medievali, poi nel grande quadro settecentesco del De Mura, e quindi nell’attuale grande mosaico della Scuola Vaticana.
In Fratta la Santa fu rappresentata anche nei quadri di G.B. Lama (1570) e di Luca Giordano; nell’affresco quattrocentesco e nella statua lignea del ‘500 della chiesa rurale a lei dedicata; in un busto reliquario argenteo del 600; nell’iconografia popolare delle cappelle e delle edicole votive, e nel lapidario del paese. L’Università frattese, ovvero l’antica municipalità, istituì per santa Giuliana, al pari di san Sossio, iniziative sociali, celebrazioni e festeggiamenti che ne evidenziavano il sentito patronato e la forte devozione popolare. La devozione frattese per santa Giuliana ha avuto modo di esprimersi così nei secoli con varie manifestazioni; e l’immaginario popolare frattese si è arricchito rispetto alla santa anche di una leggenda medievale (riportata da Pasquale Ferro) posta all’origine della fondazione della chiesetta rurale scomparsa da qualche decennio a causa dello sviluppo urbano: si tratta del sogno di una fanciulla a cui appare la santa che la incarica di farle costruire una chiesa.

Approfondimenti:
P. Saviano, Santa Giuliana vergine e martire, Frattamaggiore 1997
Alfredo Di Landa, Le reliquie di S. Giuliana V. e M. nel culto della storia. Quaderni del XVII Centenario del Martirio di S. Sossio, n. 2, Tip. Cav. Mattia Cirillo - Frattamaggiore 2006
Recensione di Fernando Angelino in Rassegna storica dei comuni