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lunedì 4 febbraio 2013

San Ciro eremita medico e martire: agiografia culto e devozione popolare


1. Agiografia. Gli autori antichi ci raccontano gli avvenimenti del martirio del medico Ciro e del milite Giovanni, e li inquadrano nella città di Alessandria d'Egitto all'epoca della persecuzione di Diocleziano (303-305). La Passio di Ciro e di Giovanni fu raccontata una prima volta da Sofronio, santo Patriarca di Gerusalemme vissuto nel VI secolo, il quale con la speranza di guarire da una malattia agli occhi si era fermato per qualche tempo presso il santuario dedicato ai due santi a Canopo, cittadina distante poche miglia da Alessandria. Per gratitudine egli volle narrare la loro storia e i loro miracoli. Raccolse così tutte le notizie che riguardavano il martirio di Ciro e di Giovanni ed il loro sepolcro in Alessandria un tempo situato vicino alla tomba dell'evangelista Marco. Sofronio narrò del santuario extra-urbano a loro dedicato dal santo vescovo Cirillo per contrastare le pratiche pagane e la medicina magica che si operavano a Canopo in onore della dea Menuthis. Per la sua narrazione Sofronio recuperò i contenuti di alcune omelie che Cirillo aveva tenuto in onore dei due martiri, ed indagò a fondo per la meticolosa descrizione di 70 miracoli che si erano verificati presso quel santuario ove egli stesso aveva recuperato il dono della vista. La località di Abukir nell'area alessandrina porta nell'accezione araba ancora il segno e la notorietà del nome del Santo (Abukir = Abba-Ciro).

Nel X secolo la devozione verso i santi Ciro e Giovanni era già presente nel quartiere alessandrino della Napoli bizantina, e a quella epoca si ebbe il racconto della Passio scritto da Pietro suddiacono, il quale seguì con qualche variazione la narrazione di Sofronio. Egli era stato sollecitato dal vescovo Gregorio, ed in onore di una nobildonna devota aveva scritto in 14 punti gli Atti di Ciro e Giovanni. Pietro suddiacono inquadrò la vicenda di Ciro (Abba-Ciro) in Alessandria al tempo del santo vescovo Pietro che fu martire. Ciro praticava la medicina non nascondendo l’intenzione di sanare cristianamente anche le anime. Fu perciò perseguitato e costretto a rifugiarsi come eremita nel deserto ove riprese a curare e ad evangelizzare. In quel luogo nacque l’amicizia spirituale con il milite Giovanni, con il quale condivise la testimonianza del martirio quando si riportò ad Alessandria per cercare di aiutare alcune donne cristiane che erano state arrestate. Ciro e Giovanni furono presi e portati dinanzi all’autorità imperiale che di fronte alla ferma professione di fede in Cristo decretò la loro decapitazione. I loro corpi furono poi sepolti nella chiesa di San Marco.
La successiva letteratura agiografica riguardante i santi Ciro e Giovanni è quella prodotta dai vari autori medievali e moderni che si sono interessati della critica storica, della traduzione in lingua volgare, della descrizione delle reliquie e delle traslazioni a Roma (X secolo) nella chiesa di Santa Passera (probabile derivazione di Aba Ciro come si evince da un documento del XIV secolo: “posita extra portam Portuensem in loco qui dicitur S. Pacera” ), e a Napoli (XV secolo) nella chiesa del Gesù nuovo. Si è poi sviluppata anche una letteratura antropologica e devozionale riguardante le tradizioni popolari e la divulgazione del culto.


2. Culto e devozione popolare. Tra la fine del '600 e l'inizio del '700 la diffusione del culto di San Ciro trovò nell'area napoletana un terreno particolarmente fertile ed un divulgatore d'eccezione: il santo gesuita Francesco De Geronimo, nato a Grottaglie in provincia di Taranto nel 1642 e morto nella Casa gesuitica di Napoli nel 1716. La vita prodigiosa di questo santo si sviluppò nella Napoli dell'epoca attraverso una continua missione catechetica svolta direttamente tra il popolo e con l'ausilio manifesto della devozione alle reliquie di San Ciro custodite nella Chiesa del Gesù nuovo. La sua opera svolta nei bassifondi napoletani tra Piazza Castello ed i Quartieri Spagnoli, e portata personalmente nei Casali circostanti, fu accompagnata da migliaia di conversioni spirituali e da clamorosi miracoli che il santo gesuita attribuiva al divino intervento di san Ciro. 

Il culto di san Ciro nel Regno di Napoli, dopo quegli avvenimenti che videro l'opera di san Francesco De Geronimo, fu assicurato dai Padri Gesuiti che lo sostennero continuamente con le missioni popolari e con la costituzione di un ricco Monte di San Ciro, destinato al culto del santo e all'aiuto per le donne in difficoltà. La Compagnia di Gesù, sciolta una prima volta nel periodo napoleonico, riprese nel 1814 il culto di San Ciro che si era trasferito nella vicina chiesa di Santa Chiara; e nel 1860, dopo un secondo scioglimento in epoca garibaldina, essa curò l'ultima traslazione delle ossa del santo dalla Cappella del Grande Reliquario a quella eretta in onore di san Francesco de Geronimo, ove tuttora sono.
Al 1860 risale una ulteriore diffusione del culto di San Ciro nel napoletano, arricchita della dedicazione di chiese proprie e di cappelle significative, come a Portici e a Frattamaggiore, in genere onorate con la custodia di reliquie del santo. A metà ‘800 il culto di San Ciro a Frattamaggiore trovò il suo consolidamento nella Chiesa del Carmine e di San Nicola, situata al
centro dell'antico casale nell'area ecclesiale sorta in epoca medievale. Quella Chiesa era già documentata nel XIV secolo dalla Ratio Decimarum e consisteva in una Cappella con 3 altari dedicati alla Madonna del Carmine, a Sant'Anna e a San Nicola. Dopo l'Unità d'Italia essa si arricchì dell'altare con la statua di San Ciro, ad opera della famiglia Micaletti, ed una reliquia del santo venne affidata alla Congrega annessa alla Chiesa. Dal 1960 la Chiesa del Carmine in Frattamaggiore, che è anche identificata come Chiesa di San Ciro, si ritrova ricostruita nell'area a nord della città ove si è sviluppata una nuova urbanizzazione. Intorno ad essa il 31 Gennaio di ogni anno, nel giorno della festività del Santo Martire Eremita, si svolge una delle più sentite feste devozionali della Campania.

Fonti in: 
Pasquale Saviano, San Ciro – Agiografia e storia della devozione, Pro Loco ‘F. Durante’, Frattamaggiore 2000

mercoledì 22 febbraio 2012

Pier Damiani tra l'eremo e la riforma della Chiesa


Pier Damiani (1007-1072) visse nel XI secolo, nel clima del millennio nuovo del Cristianesimo. In quel tempo, ricco di fermenti ideologici, assunse particolare importanza il rinnovamento della vita religiosa che interessò i principali monasteri europei. La Chiesa si trovò a combattere l'ingerenza laica dell'Impero nell'attribuzione delle cariche ecclesiastiche, e le pratiche che determinavano la rilassatezza dei costumi di molta parte del clero. Essa riuscì a riaffermare la limpidezza della sua originaria ispirazione evangelica e a difendere la sua giustificazione spirituale, grazie ad una profonda opera di riforma, che viene oggi indicata come riforma gregoriana dal nome di Gregorio VII pontefice promotore. 
La storiografia della Chiesa medievale identifica Pier Damiani come un personaggio-chiave dell'epoca, rappresentante della spiritualità e della politica ecclesiastica. Egli è identificato come monaco romualdino rinnovatore dell'eremo e della vita monastica, fustigatore dei costumi del clero corrotto, e come cardinale-vescovo di Ostia consigliere di diversi papi, pacificatore efficace nelle controversie politiche e difensore intelligente dell'autonomia della  Chiesa rispetto all'Impero. Egli nacque a Ravenna nel 1007 in una famiglia numerosa. Rimasto  presto orfano, provò prima la pena di una faticosa obbedienza nel duro lavoro di garzone di campagna, e poi fu accanto al fratello Damiano, arciprete della cattedrale di Ravenna. Dal fratello ricevette la prima formazione intellettuale e, in segno di gratitudine egli ne volle portare il nome (Pietro di Damiano = Petrus Damiani).
Dopo l'esperienza di Ravenna, Pier Damiani proseguì gli studi a Faenza a Padova e a Parma, dove giovanissimo, all'età di 25 anni, insegnò eloquenza e retorica. Nel 1035, spinto dall'esigenza di vincere le passioni del mondo e di vivere più intensamente la vita spirituale, chiese di essere accolto nell'eremo umbro di Fonte Avellana che si ispirava alla regola di San Romualdo, fondatore dell'ordine monastico dei Camaldolesi. Dopo 8 anni di esemplare vita ascetica e contemplativa fu nominato Priore. Con la sua guida l'eremo divenne il centro irradiante della Congregazione Avellanita, della quale divenne poi Priore Generale, dotandola di regole e diffondendola per il territorio marchigiano. Già nel 1042 prima di essere nominato Priore, nell'eremo di San Vincenzo al Furlo aveva scritto la Vita di San Romualdo.
Con la sua guida il monastero avellanita divenne un luogo di santificazione e di intensa vita spirituale; fu dotato di una biblioteca ricca di codici e di uno scriptorium attivato da monaci pazienti ed operosi. Da quella sede egli non tralasciò di intervenire con scritti ed esortazioni per il rinnovamento della vita religiosa della Chiesa. Nel 1045 indirizzò al papa Gregorio VI due lettere che lo incoraggiavano ad agire contro la vendita delle cariche ecclesiastiche e contro il concubinato. Con gli stessi intendimenti si era mosso pure con uno scritto all'imperatore Enrico. Quest'ultimo ne fu così impressionato che lo pregò di impegnarsi come consigliere del papa Clemente II eletto nel 1046. Pur essendo divenuto una voce importante nel dibattito del tempo Pier Damiani preferiva la solitudine dell'eremo; ed infatti, durante il papato di Leone IX (1051-1054) che si trovò a contrastare l'ascesa dei Normanni in Italia meridionale, egli si trattenne nel suo amato monastero. Richiamato dalle necessità della riforma della Chiesa, nel 1055 partecipò al Sinodo di Firenze riunito dal papa Vittore II; nel 1057 il papa Stefano IX lo nominò cardinale-vescovo di Ostia. Per la nomina ricevuta contro la sua volontà prevalsero le insistenze di Ildebrando di Soana, monaco suo amico, che fu poi eletto papa col nome di  Gregorio VII, il pontefice che più di ogni altro legò il suo nome alla riforma della Chiesa in quello scorcio dell'XI secolo.
Pier Damiani amministrò pure la diocesi di Gubbio e, durante il  pontificato di Nicolò II, nel 1059 sottoscrisse il decreto che ancora oggi determina la forma di elezione dei papi da parte del collegio cardinalizio. Compì varie missioni, avendo modo di esercitare la sua grande capacità di mediazione; fu a Milano, a Francoforte, a Montecassino, a Benevento, a Roma. Nel 1063, durante il pontificato di Alessandro II, in Francia fu ospite dell'abbazia di Cluny, centro della riforma monastica benedettina, e ne rimase fortemente edificato. In una situazione ecclesiastica generale che per quasi un decennio, fino al 1072, venne attraversata dalle tensioni scismatiche procurate dall'antipapa Onorio II, Pier Damiani, sempre sostenuto da Ildebrando di Soana, svolse un ruolo di continua rappresentanza della Chiesa in varie parti d'Europa, pur ritornando sempre, appena gli era  possibile, alla sua vita di eremita.
Nel 1067 in Firenze egli riuscì a dirimere una difficile controversia tra il vescovo e i monaci Vallombrosiani; nel 1069 fu in Germania per impedire ad Enrico IV di ripudiare la legittima consorte; e  nel 1072 fu a Ravenna per riconciliare quella città con la Santa Sede. Fu proprio al termine di quella missione che, sulla via del ritorno all'eremo, Pier Damiani il 22 febbraio morì a Faenza, ove ancora oggi riposano le sue spoglie. L'anno dopo il suo amico Ildebrando fu acclamato papa, quasi a coronare lo sforzo riformistico della Chiesa che pure egli da grande protagonista aveva sostenuto. In quello sforzo, contrariamente all'attivismo del grande papa, egli aveva confidato maggiormente nell'efficacia della preghiera dell'eremo. Pier Damiani fu acclamato subito santo. La sua memoria è celebrata il 21 Febbraio perchè il giorno successivo nella liturgia romana è dedicato alla festa della Cattedra di San Pietro. Per i suoi numerosi scritti teologici ed ascetici, prodotti nel corso della sua vita monastica, il papa Leone XII nel 1828 lo proclamò Dottore della Chiesa. Nel modello di San Pietro Damiani la Chiesa propone sia il magistero operato nella presentazione di un "Vangelo che non deve subire compromessi" sia  la  sua "dedizione al servizio della Chiesa"; cosa quest'ultima che a volte lo portava lontano dall'amato eremo di Fonte Avellana.
La Patrologia Latina del Migne dedica all'opera di San Pier Damiani i volumi CXLIV e CXLV. Si tratta di numerose Lettere scritte a diverse personalità della sua epoca; di Sermoni predisposti  ad uso dei suoi monaci per la celebrazione della principali feste liturgiche; di Vite di alcuni  santi, di San Romualdo fondatore dell'ordine dei monaci Camaldolesi, di Sant'Odilone e di San Mauro di Cesena, di Rodolfo vescovo di Gubbio e di Domenico Loricato eremita avellanita; di 60 Opuscoli a vario argomento morale, teologico, biblico, esortativo.
Ho avuto occasione di leggere e di tradurre dal latino La Santa Semplicità (De sancta simplicitate scientiae inflanti anteponenda) un opuscolo esortativo rivolto al giovane monaco Ariprando. Ho potuto convincermi che il magistero e la dedizione, espressione congiunta della sapienza e della carità, consentono sempre un buon incontro al lettore che percorre le vie del dialogo spirituale con sincerità di cuore onestà di mente ed umiltà di vita, in santa semplicità.
La Santa Semplicità è pubblicato in self-publishing ed è inserito nella vetrina di ilmiolibro.

Approfondimenti:
http://www.storialocale.it/agiografia/pierdamiani/Pier_Damiani.pdf