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giovedì 10 maggio 2018

Il Giorno della Memoria: verità e democrazia


In coincidenza con il 40° del ritrovamento del corpo dell’on. Aldo Moro in Via Caetani (9 maggio 1978), al Quirinale si è celebrato il Giorno della Memoria dedicato alle vittime del terrorismo.
Il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella è stato presente ai vari momenti della celebrazione ed ha tenuto il discorso conclusivo. La cerimonia è svolta nella mattinata ed è stata trasmessa in diretta televisiva, poco dopo l’omaggio del Presidente e delle Autorità in Via Caetani.
Il Giorno della Memoria fu istituito nel 2007 dal Parlamento e fu illustrato con il libro “Per le vittime del terrorismo nell’Italia repubblicana”, edito dalla Presidenza della Repubblica ed introdotto dal Presidente Giorgio Napolitano.
Mattarella ha sottolineato l’importanza della data connessa con l’omicidio di Moro, scelta per essere carica di significato come punto emblematico dell’attacco all’ordine costituzionale dello Stato, e come memoria che deve restituire alle giovani generazioni l’insegnamento, le speranze e l’opera, di coloro che sono stati sradicati con la violenza.
Il comunicato ufficiale della Presidenza della Repubblica descrive i momenti della cerimonia al Quirinale: l’Inno nazionale e quello europeo eseguiti dal Coro del Teatro dell’Opera di Roma, con il brano “Lacrimosa” dal Requiem di Mozart; l’intervento del giornalista Ezio Mauro; l’intervento degli studenti Michela Bivacqua e Filippo Ursillo; la premiazione delle Scuole vincitrici del Concorso “Tracce di Memoria” istituito dal MIUR in collaborazione con la “Rete degli Archivi per non dimenticare”.

Il discorso di Ezio Mauro, sintesi di una lunga ricerca giornalistica e storica, si è orientato sulla analisi dell’esperienza della democrazia in Italia, sul paradosso di “una frangia della generazione cresciuta nella democrazia riconquistata dopo un ventennio di dittatura, e nella libertà ristabilita dopo gli orrori della guerra”, la quale ha ceduto “a utopie di opposta sopraffazione, che hanno la loro radice nelle ideologie totalitarie”. Si è rivolto alla comprensione statistica degli “anni di piombo”, dei ferimenti e delle morti numerose per terrorismo negli anni ‘70. Ha evidenziato le storie personali, familiari, professionali, sottese a quei tragici avvenimenti. 

Ha evocato gli oggetti delle persone colpite: “una bicicletta, una penna, due borse, un quaderno, una toga: strumenti di una normalità quotidiana trasformata in bersaglio, nella sproporzione incolmabile che esiste tra chi si apposta con una pistola puntata per uccidere e chi conduce la sua vita libera tra uomini liberi, da cui non deve guardarsi”. Per tutte queste storie che si intrecciano con la la storia della democrazia si hanno “due obblighi che ci riguardano tutti: dobbiamo memoria, e dobbiamo verità, perché la verità è la vera, suprema forma di giustizia. Nella consapevolezza, tuttavia, che la democrazia ha vinto la sfida con il terrorismo, in quegli anni. Fragile, imperfetta, incoerente, a tratti infedele, la democrazia è riuscita a prevalere, ha sconfitto il mito della falsa rivoluzione. E lo ha fatto senza leggi speciali, senza sfigurarsi. Perché la democrazia ha il diritto di difendersi quando è sotto attacco, ma ha il dovere di farlo rimanendo se stessa, sapendo che si salva non ad ogni costo e con qualsiasi mezzo, ma soltanto se porta in salvo con sé le sue buone ragioni, preservandole intatte”.

Il discorso del Presidente Mattarella si pone nella prospettiva più alta ed esplicativa; quella della giusta ricomposizione esperienziale umana ed istituzionale della democrazia in Italia. Una operazione di giustizia e di verità che deve riconoscere e ripercorrere le tracce del cammino della libertà e del dialogo costruttivo. Esso trova un punto centrale nel ragionamento sul radicamento della democrazia nella coscienza del popolo italiano e nella descrizione delle ragioni che hanno portato alla isituzione del Giorno della Memoria per le vittime del terrorismo e alla pubblicazione del libro della Presidenza della Repubblica ad esso dedicato.
Leggiamo di seguito:
possiamo convenire su un giudizio storico: la nostra democrazia, aggredita e ferita, è riuscita a prevalere per la forza del suo radicamento nella coscienza del popolo italiano.
Cercare la verità è sempre un obiettivo primario della democrazia. La verità è inseparabile dalla libertà. Tante verità sono state ricostruite e conquistate, grazie anche all'impegno e al sacrificio di servitori dello Stato, mentre altre non sono ancora del tutto chiarite, o sono rimaste oscure. Non rinunceremo a cercarle con gli strumenti della legge, e con un impegno che deve essere corale. Questa ricerca deve accompagnarsi alla riflessione e al confronto sulle radici sociali, ideologiche del terrorismo. All'opposto dei regimi autoritari, la democrazia ha sempre bisogno di sapere, di coinvolgere, di scavare nella realtà, di portare alla luce e non di occultare. Di avere la verità. Tanta strada si è fatta. Nelle attività di indagini, nei processi giudiziari, nel lavoro giornalistico e pubblicistico, nell'approfondimento storico e culturale. In questa giornata, è giusto sottolineare che il percorso va proseguito insieme.
I familiari delle vittime hanno dato un grande contributo per avviare la nostra società a una ricostruzione che svelasse le responsabilità, le possibili connessioni con interessi esterni al nostro Paese, le complicità, i disegni e gli obiettivi criminali. La sofferenza dei familiari è stata tradotta, nelle Associazioni a cui hanno dato vita, nell'impegno civile che ha aiutato la crescita di una consapevolezza collettiva.
Quando la verità è riuscita a emergere, e si è accompagnata, da parte di alcuni terroristi, al riconoscimento delle proprie colpe e alla presa d'atto della mancanza di qualunque giustificazione della loro folle strategia, talvolta si sono anche aperti canali di dialogo personali, e spazi nei quali le coscienze si sono interrogate sul senso della riconciliazione. Sono spazi che la dimensione pubblica non può varcare: si può soltanto rispettare una così grande umanità, che ha fatto seguito a una così crudele disumanità.
Non pochi di coloro che hanno seminato morte e violenza hanno finito di scontare la loro pena, e dunque hanno avuto la possibilità di reinserirsi nella società. Le responsabilità morali e storiche tuttavia non si cancellano insieme a quelle penali, e ciò impone un senso di misura, di ritegno, che mai come a questo riguardo appare indispensabile.
Ci sono stati casi, purtroppo, in cui questa misura è stata superata, con dichiarazioni irrispettose e, talvolta, arroganti, che feriscono e che, insidiosamente, tentano di ribaltare il senso degli eventi, di fornire alibi di fronte alla storia. Questo non può essere consentito.
Bene ha fatto il presidente Giorgio Napolitano - a cui rivolgo un affettuoso saluto - a raccogliere e pubblicare, dieci anni fa, in un volume edito dall'Istituto Poligrafico, tutti i nomi e i volti delle vittime degli anni di piombo, affiancando quanti sono stati colpiti dalle varie sigle del terrorismo rosso a coloro sono rimasti vittime dei terroristi neri e delle stragi che hanno sconvolto il nostro Paese.
Quel documento non è il libro bianco di una democrazia fragile, ma un atto di coraggio dello Stato repubblicano che sa di aver sconfitto le trame eversive e i progetti di destabilizzazione, e che riconosce nei caduti una ragione di unità, un fondamento delle proprie basi morali.
Non dimenticheremo neppure un nome, neppure un volto, neppure una storia".


martedì 12 novembre 2013

In memoria dei caduti di Nassirya

In quella occasione mi fu donato una copia del Calendario Storico dei Carabinieri 2004. Ci eravamo recati, docenti ed alunni del Liceo Scientifico e delle Scienze Sociali di Mondragone, alla locale Caserma dell'Arma per consegnare il segno della partecipazione della Scuola al lutto per i 19 caduti nella strage causata da un attacco terroristico suicida alla base militare italiana di Nassirya in Irak. Tra i caduti, insieme con 5 militari e 2 civili, si contarono 12 carabinieri.


Rileggo nella presentazione di quel calendario i tratti essenziali della storia italiana dell'Arma, bicentenaria nel prossimo anno 2014, ed il suo impegno esteso “per la pace e la sicurezza di tutta la comunità internazionale”.
Il valore comunitario della pace emerse subito nella riflessione che si avviò tra gli studenti che vollero dedicare al tragico avvenimento ricerche, approfondimenti, pensieri e parole che scrissero singolarmente, affissero in strisce cartacee alla bandiera italiana, e riunirono in un file multimediale che vollero personalmente consegnare ai Carabinieri operanti in città. Fu una esperienza commossa e partecipata con sinceri sentimenti di fraternità e vicinanza.

Ho riguardato nel mio archivio didattico multimediale anche le pagine predisposte dagli studenti per il laboratorio giornalistico scolastico 'Galileo' che si cimentava con la pubblicazione del periodico 'News delle Scienze Sociali'. Oggi che si conta un numero più alto di caduti italiani nelle missioni di pace in varie parti del mondo, e che in Italia e nella Capitale si celebra ufficialmente il decennale dei caduti di Nassirya, queste pagine assumono un meritevole valore educativo e di memoria nell'ottica giovanile.



Le ripropongo alla lettura odierna contestualmente alle pagine istituzionali che riguardano le espressioni dei due Presidenti della Repubblica, Carlo Azeglio Ciampi e Giorgio Napolitano, riferite ai caduti di Nassirya e alla celebrazione della loro memoria. 



12-11-2003


Dichiarazione del Presidente Ciampi appena appresa la notizia dell'atto terroristico alla base dei carabinieri italiani a Nassyria, in Irak
                                C o m u n i c a t o
Il Presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi, appena appresa la notizia dal Comandante Generale dell'Arma dei Carabinieri Gen. Guido Bellini, dell'atto terroristico alla base dei carabinieri italiani di stanza a Nassyria, in Irak, ha rilasciato la seguente dichiarazione:


"Il mio primo pensiero va alle famiglie dei carabinieri uccisi da un ignobile atto di terrorismo.
Sono loro vicino nel dolore.
Esprimo all'Arma dei Carabinieri tutta la mia solidarietà.
Sono militari caduti mentre facevano il loro dovere, per aiutare il popolo iracheno a ritrovare la pace, l'ordine, la sicurezza.
I nostri carabinieri, le nostre Forze Armate sono in Irak su mandato e per volontà del Parlamento.
Tutta l'Italia si stringe attorno a loro e li sostiene in questo momento, in questa dura prova.
Parto per gli Stati Uniti con animo profondamente commosso.
Incontrerò il Presidente Bush e il segretario generale dell'ONU Kofi Annan.
Ho la coscienza di rappresentare un Paese unito e forte. Continueremo a svolgere, insieme con i nostri alleati e con le Nazioni Unite, il nostro ruolo nella lotta al terrorismo internazionale."



Strage di Nassirya: commosso pensiero alle vittime di una inaccettabile e vile barbarie

"Rivolgo il mio deferente omaggio a tutti coloro che hanno perso la vita adempiendo con onore al proprio dovere, al servizio dell'Italia e della comunità internazionale". Lo ha scritto il Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, in un messaggio inviato, in occasione della celebrazione della Giornata dedicata al ricordo dei caduti, militari e civili, nelle missioni internazionali per la pace, al Ministro della Difesa, Mario Mauro.

"Rivolgo - ha continuato il Capo dello Stato - il mio deferente omaggio a tutti coloro che hanno perso la vita adempiendo con onore al proprio dovere, al servizio dell'Italia e della comunità internazionale. Nel 10° anniversario della strage di Nassirya, che oggi ricorre, un commosso pensiero va, in particolare, ai 19 italiani tragicamente caduti in quell'efferato, gravissimo attentato ed agli iracheni che con essi perirono, vittime di una stessa inaccettabile e vile barbarie. I militari ed i civili che, anche a rischio della vita, operano nelle aree di crisi, in tante travagliate regioni del mondo, sono l'espressione di un paese che crede nella necessità di uno sforzo comune per la sicurezza e la stabilità. Sono il simbolo di un impegno forte a tutela dei diritti fondamentali dell'uomo e per la cooperazione pacifica tra i popoli. I caduti che commemoriamo in questa giornata sono stati interpreti coraggiosi e sfortunati di questo grande impegno italiano. Dobbiamo esserne orgogliosi e tributare loro la nostra riconoscenza per quanto hanno dato".
"Con questi sentimenti - ha concluso il Presidente Napolitano - sono oggi affettuosamente vicino ai familiari di quegli uomini e di quelle donne e partecipo al loro dolore".


Nell'ottica della fede cristiana ripropongo anche le parole dette il 12 novembre 2008 dal Vescovo Vincenzo Pelvi, Ordinario Militare d'Italia, nell' Omelia per la S. Messa in suffragio delle vittime di Nassirya celebrata nella Basilica Santa Maria degli Angeli.


Nella nostra preghiera ci rivolgiamo a Dio Padre e gli affidiamo uno per uno i nostri militari defunti, le loro famiglie, tutti gli italiani che sono in altri Paesi per una nobile missione. Con loro affidiamo al Signore la nostra Patria, il rispetto per la vita umana, la pace nel mondo. La pace: è il grande tesoro che non dobbiamo lasciar strappare dalle nostre coscienze e dai nostri cuori, neppure da parte di terroristi, che vanno fronteggiati con il coraggio e la determinazione di cui siamo capaci; ma che non odieremo, anzi, non ci stancheremo di far loro capire che l’impegno dell’Italia, compreso il suo coinvolgimento militare, è orientato a promuovere una convivenza umana in cui ci siano libertà e diritto per ogni popolo, cultura e religione.
Il diritto e la libertà sono essenziali per evitare ricadute non rispettose dell’uomo. Un diritto, però, che si fondi su un alto senso della dignità e della giustizia. Salvaguardare la dignità dell’uomo non significa soltanto non ucciderlo o non torturarlo. Significa anche dare alla fame e sete di giustizia e libertà che è in lui la possibilità di essere saziate, impegnandoci, ciascuno secondo le proprie capacità, a raddoppiare gli sforzi per liberare la persona da ogni forma di esclusione ed emarginazione. Il ricordo del dramma di Nassirya, l’omaggio alle vittime esige il dovere della memoria, che scuota cuore e mente a portare la ragione a riconoscere il male e a rifiutarlo, suscitando in ciascuno il coraggio del bene e della resistenza contro il male.
Siamo qui non per odiare insieme, ma per insieme amare. L’insegnamento della memoria contribuirà a rendere sempre più umano l’uomo. Un uomo che possa essere di più e non solo avere di più, che impari non solo a vivere con gli altri, ma per gli altri, come i nostri amati militari caduti a Nassirya.

Sito di News delle Scienze Sociali
Omaggio degli studenti ai caduti di Nassirya
Portale dei Carabinieri

domenica 6 ottobre 2013

La “marcia per la vita”: mobilitazione civile e movimento nuovo nel giorno di San Francesco

La sera del 4 Ottobre 2013, giorno dedicato a San Francesco d'Assisi, molte decine di migliaia di persone, di ogni età e professione, clero diocesano, religiosi e laici, hanno preso parte alla “Marcia per la vita” da Orta di Atella al Santuario di Campiglione di Caivano. Circa 5 chilometri di cammino percorso per manifestare contro la devastazione del territorio rurale a causa dei sotterramenti e dei roghi dei rifiuti tossici e per ergersi a difesa della salute sempre più mortalmente minacciata dall'inquinamento ambientale. Il concetto mediatico diffusosi da qualche anno è quello della “terra dei fuochi”, frontiera di una campagna di denuncia e di sensibilizzazione dell'opinione pubblica, e di stimolo alle istituzioni, che ha preso consistenza crescente grazie all'opera e alla testimonianza del parroco d. Maurizio Patriciello e della sua comunità al 'Parco verde' di Caivano. La stessa Diocesi ha fatto dell'argomento ambientale locale uno dei temi fondamentali della sua azione pastorale che si ispira al magistero teologico della 'Salvaguardia del Creato'.
La “mobilitazione civile” è la categoria concettuale con cui il Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano ha voluto salutare con una lettera a don Maurizio l'iniziativa della “Marcia per la vita”.
Il “movimento nuovo” che caratterizza la partecipazione dei fedeli alla vita diocesana è stata la categoria utilizzata dal Vescovo di Aversa Angelo Spinillo per raccogliere la speranza e dare senso religioso alla grande partecipazione popolare che ha animato la “Marcia per la vita”.
Seguono le parole di Giorgio Napolitano, scritte a don Maurizio, le parole della riflessione poetica letta da don Maurizio la sera della “marcia” sulla piazza del Santuario di Campiglione, e le parole di benedizione dette nella stessa occasione a conclusione della serata dal Vescovo Angelo Spinillo.

Le parole del Presidente Giorgio Napolitano
Caro don Patriciello, ho ricevuto la cortese lettera con la quale mi conferma l'imminente avvio della "Marcia per la vita" organizzata per il 4 ottobre prossimo. Confido vivamente che essa contribuisca nello spirito costruttivo che avverto nella Sua lettera, a consolidare quella mobilitazione civile necessaria a ben orientare le condotte di ciascuno - cittadini, imprese, istituzioni, operatori - verso il comune obiettivo di dare soluzioni concrete a situazioni critiche di grande complessità.
Giorgio Napolitano

La riflessione poetica di d. Maurizio Patriciello
TERRA MIA

Terra. Terra mia. Terra nostra. Terra martoriata e bella. Terra di fumi e di veleni. Dolcissima amica dei miei antenati. Oggi tanto umiliata e calpestata. Gemi. Fino al cielo sale il tuo lamento. Boccheggi. Ma ancora non ti arrendi. Lotti. Fino allo stremo ti difendi. Non vuoi morire. Madre. Sorella. Figlia. Compagna dei miei infantili giochi. Ci hai fatto da nutrice. Quando il cuore scoppiava di allegria. E quando il dolore ci faceva piangere a singhiozzi. Ci hai donato l’ aria per vivere e la gioia di cantare. Ti facevi soffice per non farci fare male. Fertile per darci pane da mangiare. Terra. Terra mia. Terra nostra. Terra elegante e vanitosa. Il tuo manto verde in primavera, a giugno si faceva giallo come l’oro. In autunno riempivi la cantine. Di profumi, di mosto e di buon vino. Che festa! Che gioia! Che incanto! Che sapori! Terra mia. Terra dei padri miei. Terra dei figli miei. Figli impoveriti. Maltrattati. Rapinati. Siamo stati con loro cattivi più del lupo. Oggi ti sfuggono. Di te hanno paura. Ti abbandonano. Partono per altri lidi. Terra mia. Terra avvelenata. Insultata. Sfregiata. Ti hanno insozzato il vestito della festa. Hanno annerito il tuo cielo bello come il mare. Ritorna, terra, ad essere nostra amica. Con vergogna ci battiamo il petto. La tua agonia ci addolora. La tua morte ci condanna a morte. Se tu risorgi, noi speriamo ancora. Ritorna, terra, alla vocazione antica. Fallo per loro. Per i figli che non abbiamo amato. Fallo per loro. Già troppo sono stati derubati. Allarga ancora, signora, le tue braccia. E quel cuore sconfinato, immenso come Iddio. Terra. Terra nostra. Terra mia.
Padre Maurizio PATRICIELLO


La conclusione benedicente del Vescovo Angelo Spinillo
Concludiamo questo nostro momento nella foma più semplice. Vi confesso una tentazione. Cinquant'anni fa un papa affacciandosi da una finestra una sera di ottobre parlò della luna che guardava un movimento nuovo nella storia. Noi non la vediamo questa sera la luna. Ma il movimento nuovo nella nostra storia ci sta. E siamo noi. E se allora il papa Giovanni XXIII annunziava questo cammino che sperava fatto da una umanità credente, una umanità capace di annunziare una pace nuova sulla terra, ecco noi questa sera in questo luogo siamo un poco come coloro che possono dire che mai nella nostra terra si è visto un movimento così. E allora fratelli carissimi non possiamo sprecare questa occasione. Dobbiamo davvero da oggi in poi essere nuovi. Nuovi nel nostro amare la terra. Nuovi nel custodirla come un dono prezioso. Chi custodisce e ama la terra ama Dio che l'ha creata e che ce l'ha donata. Chi continua ad inquinarla è in peccato mortale: è contro Dio e contro gli uomini. 50 anni fa, 51 per la precisione, papa Giovanni concluse invitando tutti a ritornare a casa con una speranza nuova nel cuore, e usò quell'espressione che tutti ricordate: “portate una carezza ai bambini”. Non oso ripetere le stesse parole di Giovanni XXIII, ma auguro a tutti di portare nel cuore davvero questa speranza nuova che dipende solo da noi, in gran parte da noi, per la vita dei nostri ragazzi e dei nostri figli. E su questo grande, immenso, desiderio di vivere che tante volte abbiamo invocato questa sera, vi prego di accogliere ciò che solo posso darvi, con tutto il cuore: la benedizione di Dio.

Angelo Spinillo

lunedì 22 aprile 2013

Discorso alle Camere di Giorgio Napolitano


Lo dicevo già sette anni fa in quest'aula, nella medesima occasione di oggi, auspicando che fosse finalmente vicino "il tempo della maturità per la democrazia dell'alternanza": che significa anche il tempo della maturità per la ricerca di soluzioni di governo condivise quando se ne imponga la necessità. Altrimenti, si dovrebbe prendere atto dell'ingovernabilità, almeno nella legislatura appena iniziata.
Mi accingo al mio secondo mandato, senza illusioni e tanto meno pretese di amplificazione "salvifica" delle mie funzioni; eserciterò piuttosto con accresciuto senso del limite, oltre che con immutata imparzialità, quelle che la Costituzione mi attribuisce. E lo farò fino a quando la situazione del paese e delle istituzioni me lo suggerirà e comunque le forze me lo consentiranno. Inizia oggi per me questo non previsto ulteriore impegno pubblico in una fase di vita già molto avanzata; inizia per voi un lungo cammino da percorrere, con passione, con rigore, con umiltà. Non vi mancherà il mio incitamento e il mio augurio.


Viva il Parlamento! Viva la Repubblica! Viva l'Italia! “


E' la parte conclusiva del discorso pronunciato alle Camere da Giorgio Napolitano, rieletto Presidente della Repubblica Italiana, e subito pubblicato e condiviso con la nazione sul portale in rete della Presidenza.
Si ha subito la sensazione di recepire, oltre il senso dell'ascolto e della lettura, la complessità e la verità di un'opera istituzionale monumentale ed innovativa. Il senso della storia e del progetto futuro dell'Italia è colto con semplicità giusta severa e sorprendente.
Giorgio Napolitano ha voluto dare una testimonianza di consapevolezza e di coesione nazionale” dal momento che “non si può più, in nessun campo, sottrarsi al dovere della proposta, alla ricerca della soluzione praticabile, alla decisione netta e tempestiva per le riforme di cui hanno bisogno improrogabile per sopravvivere e progredire la democrazia e la società italiana”.
Egli ha parlato dall'alto del suo percorso sessantennale nell'istituzione parlamentare ed ha messo a disposizione di tutti gli Italiani, di ogni generazione, come in una espressione di sacra paternità, la prospettiva di una sapienza politica vera ed operosa per il bene della democrazia, del lavoro, della giustizia e della libertà.
Il percorso argomentativo del discorso del Presidente è ricco ed essenziale, tocca continuità e discontinuità di valori e di aspettative, offrendo irrinunciabili analisi critiche delle problematiche nazionali – governo, istituzioni, democrazia, economia, formazione, relazioni internazionali – e proponendo comportamenti politici utili, dignitosi e risolutivi, aperti al cambiamento, alla partecipazione costruttiva delle differenti forze rappresentative, e al perseguimento di “obbiettivi” necessari.
Il discorso intero lo si può leggere sul portale della Presidenza della Repubblica Italiana. 


sabato 12 gennaio 2013

Il dialogo tra credenti e non credenti in Italia: la “perlustrazione” di Giorgio Napolitano

Fonte: quirinale.it

E' stata un'esperienza di grande significato poter ascoltare il ragionamento del Presidente della Repubblica Italiana durante l'incontro “Dio, questo sconosciuto. Dialogo tra credenti e non credenti" svoltosi ad Assisi il 5 ottobre del 2012 nell'ambito dell'iniziativa vaticana del Cortile dei Gentili.
L'incontro seguito da migliaia di presenti e da milioni di spettatori è stato moderato da Ferruccio De Bortoli, direttore del Corriere della Sera, e si è incentrato sul dialogo tra il Presidente Giorgio Napolitano ed il Cardinale Gianfranco Ravasi, Presidente del Pontificio Consiglio della Cultura.
Giorgio Napolitano ha motivato l'approccio storico-politico del suo intervento come il più congeniale alla sua personale ricerca di risposte sul mistero e sulla fede, e come necessario per esprimere la sua riflessione di Presidente degli Italiani tesa a rappresentare e ad unire insieme le posizioni dei credenti e dei non credenti. Ha così svolto una profonda disamina di idee e di parole recuperate dal pensiero e dalla cultura politica degli anni della Repubblica a partire dall'epoca della Costituzione.
Nell'accoglienza dei valori di una “antropologia di base”, concetto mutuato dal dialogo con il cardinale Ravasi, e nel riconoscimento di “Dio presente nel mistero del mondo e dell'animo umano”, il luogo della devota tradizione religiosa francescana si è disposto all'ascolto del magistrale discorso laico del Presidente della Repubblica.
Dalla sua “rapida perlustrazione” sono emersi spunti interessantissimi ed approfonditi di una cultura tutta italiana che ha riconosciuto i caratteri sacrali della solidarietà e della convivenza civile e che, con le sue proposte e le sue analisi, secondo le parole di Napolitano, ha espresso il senso di misura e di rispetto che ha caratterizzato l'atteggiamento di personalità tra le maggiori del mondo laico italiano verso la sfera della fede e il fatto religioso”.
In riferimento al dibattito sulla religiosità avvenuto in Parlamento nella fase costituente, le personalità di varia provenienza ideologica indicate da Giorgio Napolitano sono state Leopoldo Elia dossettiano e costituzionalista, Giorgio la Pira dossettiano e deputato costituente, Palmiro Togliatti deputato comunista, Piero Calamandrei deputato socialdemocratico, Francesco Saverio Nitti senatore, Concetto Marchesi deputato comunista, Alcide De Gasperi.

Fonte: cortiledeigentili.com
Per l'esplicitazione delle ragioni della sua personale riflessione sul mistero di Dio e sulla fede, Giorgio Napolitano ha fatto riferimento al pensiero dei filosofi Benedetto Croce e Norberto Bobbio, del narratore Thomas Mann. E non ultimo al pensiero di Benedetto XVI, ricavando dal discorso di Regensburg l'intento del Pontefice di "superare la limitazione autodecretata della ragione a ciò che è verificabile nell'esperimento", di "dischiudere ad essa nuovamente tutta la sua ampiezza", così che possano "ragione e fede ritrovarsi unite in modo nuovo".
Nel finale del suo discorso, auspicando lo sviluppo del senso del "bene comune", Giorgio Napolitano ha indirizzato il suo omaggio allo “spirito di Assisi” che ha reso possibile l'incontro: “Abbiamo bisogno in tutti i campi di apertura, di reciproco ascolto e comprensione, di dialogo, di avvicinamento e unità nella diversità. Abbiamo bisogno, cioè, dello spirito di Assisi”.

Il discorso del Presidente sul portale del Quirinale
Il video dell'incontro sul portale del Cortile dei Gentili