giovedì 15 agosto 2013

Una settimana di preghiera e di vangelo agli Altipiani

Una settimana di preghiera e di vangelo dal 6 al 13 Agosto 2013. E' il percorso spirituale estivo proposto dalla Parrocchia degli Altipiani di Arcinazzo, dedicata alla Beata Vergine Maria 'Refugium peccatorum', che celebra quest'anno il 50° della fondazione. Da qualche anno la Parrocchia, che prima era situata nella giurisdizione territoriale dell'Abbazia Benedettina di Subiaco, fa parte della Diocesi di Anagni ed è retta Padre Mario Fucà, frate cappuccino del Convento di Fiuggi. Durante l'estate di ogni anno la piccola comunità parrocchiale degli Altipiani si espande in maniera notevole coinvolgendo la partecipazione dei numerosi fedeli e famiglie che trascorrono in questo luogo di montagna, a pochi chilometri da Roma, le loro vacanze occasionali e la loro villeggiatura. La settimana del percorso spirituale parrocchiale di agosto trova il culmine nella processione, ovvero nel 'pellegrinaggio' come preferisce considerarla padre Mario, che si svolge la sera del 13 Agosto in onore della Beata Vergine patrona per le vie della località che si compone con le frazioni appartenenti ai Comuni di Arcinazzo Romano, di Trevi nel Lazio e di Piglio.

Varie altre iniziative sociali e pastorali convergono in questa settimana, che ha una preparazione remota nel persistente impegno di apostolato e catechesi del parroco cappuccino, di padre Mario che nel suo ordine è responsabile nazionale per l'evangelizzazione ed è animatore instancabile di iniziative missionarie, di solidarietà e di guida spirituale, che si avvale dei linguaggi molteplici della comunicazione (libro del 50°, arte, musica, teatro, mercatino, conferenza, canto e religiosità) per la pastorale comunitaria e l'annuncio evangelico adattato ad ogni età e generazione. Volentieri pervengono alla collaborazione e al sostegno delle iniziative di padre Mario semplici parrocchiani, ministranti, genitori, gruppi giovanili, alcuni frati cappuccini visitatori (f. Gianfranco e f. Massimiliano) compreso il ministro provinciale (p. G. Palmisani), altri ministri, autorità civili, e lo stesso vescovo di Anagni mons. Lorenzo Loppa. 
Una scorsa al depliant illustrativo del programma delle iniziative della settimana darà il senso della loro importanza e della varia e qualificata partecipazione.


Quest'anno anch'io ho avuto occasione di camminare un poco insieme con padre Mario e la sua comunità. Con Antonietta ed altri amici, praticando un vero 'Trekking dello Spirito', sono stato lungo il percorso contemplativo (ora scandito da grandi raffigurazioni metalliche della Via Crucis) che Giovanni Paolo II faceva spesso ai Prati di San Biagio sopra Piglio. Poi mi sono arrampicato sul tortuoso sentiero di montagna verso la cima del Monte Retafani (1054 mt.) collaborando all'istallazione dei pannelli meditativi dei 'Misteri della Luce' trasportati in salita da Regina, l'asina della Parrocchia. 

Si è trattato di una esperienza devota e di approfondimento della conoscenza della figura del papa beato, della scoperta di un leggendario locale esistente circa le sue escursioni ed i suoi incontri sui monti sopra Piglio. Esemplare è la conversazione, narratomi da Euro, avuta dal papa con un pastore di pecore presso l'eremo della Madonna del Monte:

- “Tu che mestiere fai? Io qui porto questo centinaio di pecore”;
Faccio il pastore, come te, e porto milioni di pecore per tutto il mondo”.

In una delle serate ho anche ascoltato la conferenza di p. Giulio Albanese sul tema: “Da Benedetto a Francesco … nell'anno della fede”. Il missionario comboniano, noto giornalista scrittore e comunicatore delle cose della Chiesa, è spesso ospite della comunità di padre Mario, con il quale collabora per la catechesi missionaria e per la realizzazione di vari progetti culturali e di evangelizzazione. Egli ha trattato la tematica in maniera suggestiva e convincente, contribuendo alla comprensione dei recenti avvenimenti della Chiesa che hanno portato alle dimissioni di papa Benedetto XVI e alla elezione di papa Francesco. La sua è stata una analisi, teologica e sociologica insieme, sviluppata con l'ausilio di una chiave interpretativa simbolica ed originale circa lo stile e le aspettative spirituali del pontificato: lo stolone che il Papa usa per impartire la solenne benedizione Urbi et Orbi. Lo stolone del Papa porta impresse le effigi dei Santi Apostoli Pietro e Paolo, fondatori della Chiesa di Roma: il primo che rappresenta lo “stile petrino” istituzionale ed organizzativo e l'altro che rappresenta lo “stile paolino” e missionario dell'agire del “Vescovo di Roma”: due stili che appaiono di volta in volta con espressioni singolarmente predominanti e caratterizzanti dei comportamenti e delle azioni dell'uno o dell'altro Papa. Evidentemente con iniziative, parole ed esiti particolari per la vita religiosa della Chiesa e per le espressioni storiche della fede in Gesù Cristo.

L'ispirazione posta a riferimento spirituale della Settimana di preghiera e di vangelo agli Altipiani è stata l'Enciclica di papa Francesco Lumen Fidei, dalla quale è stata tratta la preghiera mariana che ha accompagnato tutti i momenti ecclesiali:


A Maria, madre della Chiesa e madre della nostra fede, ci rivolgiamo in preghiera.
Aiuta, o Madre, la nostra fede!
Apri il nostro ascolto alla Parola, perché riconosciamo la voce di Dio e la sua chiamata.
Sveglia in noi il desiderio di seguire i suoi passi, uscendo dalla nostra terra e accogliendo la sua promessa.
Aiutaci a lasciarci toccare dal suo amore, perché possiamo toccarlo con la fede.
Aiutaci ad affidarci pienamente a Lui, a credere nel suo amore, soprattutto nei momenti di tribolazione e di croce, quando la nostra fede è chiamata a maturare.
Semina nella nostra fede la gioia del Risorto.
Ricordaci che chi crede non è mai solo.
Insegnaci a guardare con gli occhi di Gesù, affinché Egli sia luce sul nostro cammino.
E che questa luce della fede cresca sempre in noi, finché arrivi quel giorno senza tramonto, che è lo stesso Cristo, il Figlio tuo, nostro Signore!

mercoledì 24 luglio 2013

Beato Modestino di Gesù e Maria: modello locale di santità francescana

Napoli. Basilica di Santa Chiara:
Statua del b. Modestino di Gesù e Maria
A 18 anni dalla beatificazione. Grazie ai numerosi contributi della ricerca agiografica e della varia narrazione della sua vita, si può avere un buon quadro della figura di padre Modestino di Gesù e Maria, francescano frattese vissuto nella prima metà del XIX secolo. Negli anni precedenti e nel periodo della beatificazione si era già consolidata una cospicua produzione letteraria, ed oggi navigando per la rete informatica si possono incontrare portali interessanti e leggere pagine che consentono l'approfondimento ulteriore della conoscenza e della celebrazione del beato. Ci si può imbattere in un portale interamente dedicato della Pro Loco del paese natio, in una scheda su Santi e Beati e su Wikipedia con i principali riferimenti iconografici e bibliografici, in una pagina dedicata sul social-network fb, in Atti di Convegni ed articoli e saggi pubblicati dall'Istituto di Studi Atellani e sulla Rassegna Storica dei Comuni, in tanti altri e spontanei contributi che fanno riferimento alle storie del francescanesimo in Campania. In questi luoghi letterari recenti qualche significativo contributo di ricerca e di narrazione è umilmente dato anche dal sottoscritto.
Ripropongo per Doctrina ed Humanitas qualche tratto della figura del beato Modestino, per condividerlo in occasione della memoria liturgica del 24 luglio.

La leggenda popolare. In giro per la città natale, Frattamaggiore, nei luoghi che lo hanno visto presente in vita, dopo la sua morte e dopo l'avvio a Roma, alla fine dell'800, del lungo processo di beatificazione, di Padre Modestino di Gesù e Maria era rimasto il ricordo popolare, la leggenda umile che si trasmetteva dal nonno al nipote nel racconto fantastico. Si narra, egli era apparso al vecchietto alle prese con un cero da accendere dinanzi all'edicola della Madonna, all'angolo della via del quartiere paesano. L'edicola era posta troppo in alto e il monaco francescano, nel quale il vecchietto riconobbe poi con meraviglia il Beato, si offrì egli di porgere l'omaggio all'effige; e si sollevò levitando fino a raggiungerne l'altezza. "Questo monaco è miracoloso" raccontava il nonno ad un amico mio, mostrandogli il quadretto del Beato compunto davanti al crocifisso al riflesso della teca della Madonna del Buon Consiglio e con l'indice tra le pagine del Salterio.
Di altri incontri incoraggianti e di apparizioni miracolose, di aiuti alla vita nascente e di consolazioni nelle afflizioni, si narra ancora di questo frate, al quale la devozione tributava sicuri onori. Oggi molti ricordano i luoghi dell'infanzia e la casa dei nonni, ritornando al tempo in cui non esistevano le moderne periferie; e ricordano gli unici grandi vani domestici, le suppellettili frammischiate ai letti altissimi e ai mobili ingombranti; e l'altarino casalingo e il comodino con su di essi, tra il lume e il ricordo dei cari e dei santi, il quadretto di Padre Modestino.
Oggi si cerca anche di riscoprire il sito della casa natale, rifusa nell'antico reticolo paesano e che, in forza di un vecchio documento parrocchiale, si può individuare in un luogo della via sorta in epoca aragonese a ridosso della Chiazza 'o Vicario: Via dei Sambuci, o dei Samuci nelle prime menzioni, che attualmente corrisponde a Via Riscatto; una via ricca di storia, di leggende e di edicole votive. Oggi, a qualche anno dalla beatificazione, il processo ufficiale e la letteratura storica hanno recuperato del Beato ormai gli aspetti essenziali della sua vicenda terrena e della sua santità, e si è avviata la ricerca della casistica che configura la sua leggenda popolare e i suoi Fioretti; sulla scia della più genuina tradizione francescana e della relativa aura spirituale ed edificante che non è mai mancata per Padre Modestino nella devozione popolare.
Egli è stato solennemente beatificato il 29 gennaio del 1995 in Piazza San Pietro dal papa beato Giovanni Paolo II, ed è stata splendida festa di Chiesa e di popolo, prima e dopo questa data. L'impegno della Diocesi, la Missione francescana, lo spirito assisano, il fervore delle iniziative, i gruppi sorti, sono divenuti realtà continua, riferimenti culturali e devozionali di forte espressione.
La bibliografia sul Beato ed il prodotto pubblicistico sono diventati abbondanti e qualificanti. Molti autori si sono cimentati nella ricerca e nella ufficializzazione delle loro considerazioni. Celebrazioni e solennità si sono susseguite con enfasi ed umiltà, coinvolgendo le strutture religiose e quelle civili. Il Beato Padre Modestino di Gesù e Maria fa ormai parte del patrimonio locale ed è divenuto un modello irrinunciabile.

Modello locale della santità francescana. Padre Modestino è entrato nella spiritualità del popolo, rinnovandone aspetti antiquati ed inserendovi fermenti nuovi. Il suo nome viene celebrato, a partire dal 1995, ogni anno al 24 di Luglio, anniversario della sua dipartita terrena e dies natalis nella Comunione dei Santi.
La via francescana alla santità passa anche per la nostra terra, e ne è cosciente l'intera Diocesi di Aversa, la quale celebra in Padre Modestino di Gesù e Maria il primo Beato locale.
La santità non è mai una esperienza isolata: il santo è molte volte l'interprete e l'eroe che dà senso agli sforzi e alle esperienze di molti, in un rapporto di valorizzazione reciproca, nella sperimentazione del sacro e nella testimonianza della presenza di Dio tra gli uomini.
Nello specifico della storia frattese il francescanesimo ha ricevuto molte e notevoli testimonianze: padre Domenico, guardiano cappuccino predicatore e quaresimalista, vissuto tra il XVI e il XVII secolo; padre Pietro, che nel 1738 fu Custode della Provincia Riformata; padre Angelo, che nel 1769 fu Visitatore Generale della Provincia di San Bernardino e degli Abruzzi; padre Giuseppe, altro cappuccino predicatore e quaresimalista morto nel 1782; il venerabile frate Michelangelo di San Francesco (1740-1800), che fu laico professo in odore di santità; padre Angelo (1772-1839), che fu Ministro Provinciale; padre Giuseppe Arcangelo (1775-1846), che fu Ministro Provinciale; padre Giovanni Russo (1831-1924), che fu missionario per 56 anni in Albania; padre Modestino Del Prete (1884-1942); il servo di Dio padre Sossio Del Prete (1885-1952), che fu fondatore delle Piccole Ancelle di Cristo Re; padre Giuseppe Maria De Francesco, agiografo scrittore e bibliotecario; padre Serafino Pezzullo; frate Benigno Vergara...
Fin dall’infanzia il percorso spirituale del beato Modestino di Gesù e Maria si è svolto nel segno tipico della devozione popolare della sua comunità paesana.
La chiesa frattese dell’inizio dell’ 800 ha vissuto importanti esperienze di fede e di storia. Nel Maggio del 1807 furono solennemente traslate nel tempio cittadino le spoglie del martire San Sossio e dell’abate San Severino. La presenza delle reliquie di San Sossio in Frattamaggiore significò il ricongiungimento fisico della città, fondata dai profughi di Miseno nel IX secolo, con il suo santo patrono, il quale della stessa Miseno era stato diacono nel IV secolo.
Il beato padre Modestino, al secolo Domenico Nicola Mazzarella figlio di artigiani funai, aveva circa 5 anni quando vide la via principale riempirsi delle torme festanti, delle processioni popolari, del clero numeroso, del clamore devoto suscitato dalla novità del santo che ritornava alla sua gente.
Giovanissimo, egli visse le auree mistiche della preghiera contemplativa e partecipò alle celebrazioni liturgiche che si svolgevano nel tempio sansossiano. Volle poi, con animo popolare, fare sua la devozione alla Madonna del Buon Consiglio, che in Frattamaggiore era stata istituita dai Prelati di casa Lupoli con un altare nella chiesa dell’Annunziata e con una chiesa gentilizia posta accanto all’Istituto Ritiro retto con la Regola di sant’Alfonso.
L’animo contemplativo e l’animo popolare fecero di lui un vero uomo del sacro e della santità, vicino a Dio del quale divenne umile strumento nella preghiera e nella guida religiosa, e vicino alla gente che aiutò e servì con spirito paterno e nella carità.
Le lotte e le sofferenze sostenute per la sua vocazione furono immani; e santamente egli affrontò l’arduo percorso formativo, totalmente affidato alla Provvidenza di Dio, che lo vide studiare prima nel seminario diocesano, in un clima a lui avverso e pieno di pregiudizi, e poi operare nella rigida diaspora francescana dei conventi alcantarini dell’area campana.
Fu poi il suo un cammino originale, di guida sacerdotale e monastica, nella spiritualità e nelle grandi esperienze epocali della prima metà dell’800 napoletano, che lo portò a riproporre il binomio mistico e popolare della sua religiosità e del suo insegnamento nei rapporti con la gente, con i poveri e con i nobili ricchi, con le gerarchie, con i regnanti e con il papa.
La beatificazione di Padre Modestino di Gesù e Maria, avvenuta nel 1995, ci dona l’icona di un santo sperimentato che, alla fine della sua esistenza, si volle immolare con la preghiera e con la sofferenza personale per la salvezza del popolo napoletano dall’epidemia colerica del 1854.
E’ il riferimento ai canoni della santità universale, quelli che la Chiesa riconosce riconoscendo il segno di Cristo nei suoi santi, che ha portato agli altari il beato Modestino: un sacerdote vissuto nell’ordine di san Francesco d’Assisi e che ha rappresentato il volto santo e popolare della Chiesa nella Napoli della metà del XIX secolo e che fa ancora sperimentare la sua intercessione presso Dio.
Padre Modestino pervenne alla scelta francescana perché la intravide come manifestazione di una vocazione sorta nella povertà e nel servizio di Dio fin dalla fanciullezza.
Modestino di Gesù e Maria: Domenico Nicola Mazzarella scelse questo nome al noviziato francescano di Piedimonte Matese nel 1822 per esprimere l’umiltà e la semplicità della sua persona, per onorare il nome e la memoria di un francescano suo padre spirituale, per esprimere la sua dedizione al Maestro e alla sua Madre Santa, nello spirito del recupero del contesto comunitario che stava all’origine della sua vocazione religiosa.
Il suo motto, apposto su tutte le sue lettere e ricordato in ogni saluto e circostanza di dialogo, recitava con qualche variante introduttiva:
Lodiamo sempre insieme col Figlio la dolce Madre del Buon Consiglio.
Con l’immagine della Madonna del Buon Consiglio, portata in una teca insieme con il crocifisso, egli si recava in ogni casa ed operava ogni benedizione. In questo modo egli portò sempre con sé quell’immagine mariana a cui aveva rivolto fin da giovane, nel suo paese, la sua devozione.

Caldara- XIX sec.
Quadro di p. Modestino di Gesù e Maria
Cenni biografici. Ultimo di sei figli del funaio Nicola e della casalinga tessitrice di canapa Teresa Esposito, nacque il 5 settembre 1802 e al fonte battesimale di San Sossio gli fu imposto il nome di Domenico Nicola. Aveva circa 5 anni quando vide la via principale del paese riempirsi delle torme festanti e del clamore suscitato dalla traslazione dei Santi Sossio e Severino dal monastero napoletano alla chiesa patronale frattese. Fu talmente impressionato da quell’evento che iniziò subito a manifestare e a vivere il suo attaccamento per le cose della Chiesa. Partecipò con entusiasmo alla scuola parrocchiale e visitò quotidianamente l’effigie della Madonna del Buon Consiglio. Durante una celebrazione fu notato dal vescovo di Aversa Mons. Agostino Tommasi, in visita alla chiesa frattese, il quale gli propose di entrare in seminario accogliendolo gratuitamente ed impiegandolo come inserviente del Capitolo della Cattedrale. Aveva 16 anni.
Svolse i suoi studi in Seminario con umiltà e zelo, ma contro di lui si andò formando un clima contrastato e pieno di pregiudizi a causa dell’incomprensione di superiori e di seminaristi che continuamente lo emarginavano considerandolo un favorito del vescovo.

Morto il vescovo Tommasi nel 1821, povero di mezzi per continuare a studiare in collegio, egli si ritrovò nel vivere religioso del proprio paese con un impegno personale eccezionale, che aveva del meraviglioso agli occhi della gente. Fu allora che sperimentò la devozione che aveva al centro l'amore per l'effigie della Madonna del Buon Consiglio. Nel 1822 frequentò il convento francescano alcantarino di Grumo Nevano intitolato a Santa Caterina e a San Pasquale. In quel luogo egli sperimentò la guida spirituale di frate Modestino di Gesù e Maria da Ischia, il quale lo avviò alla conoscenza delle glorie francescane. Il giovane maturò così la scelta francescana e, ormai ventenne, fu ammesso al convento di Santa Lucia del Monte con l'interessamento di Carlo Rossi, gentiluomo dell'epoca.

Il 3 Novembre del 1822 egli iniziò il noviziato di un anno a Santa Maria Occorrevole e San Pasquale di Piedimonte Matese, vestendo l'abito alcantarino e prendendo il nome di Modestino di Gesù e Maria, in onore del suo maestro grumese morto pochi mesi prima e prefigurando i caratteri principali della sua personalità religiosa: testimone di Cristo con l'aiuto di Maria.
Il sacerdozio fu una tappa naturale, dopo aver vissuto con impegno gli ordini minori e il diaconato, e gli fu quasi imposto dal Ministro Generale dell'Ordine, Giovanni da Capistrano, che all'epoca si trovava a Grumo Nevano ed ebbe occasione di conoscerlo. Dopo gli studi di teologia egli fu consacrato il 22 Dicembre del 1827 nella Cattedrale di Aversa dal Vescovo Francesco Saverio Durini; quasi a sottolineare un felice connubio che ancora oggi è giusto rimarcare, tra l'esperienza religiosa parrocchiale-diocesana e quella conventuale, nella formazione della personalità del giovane Modestino.
Si avviò, così, a vivere nella rigida diaspora francescana dei conventi alcantarini dell’area campana. In qualità di frate francescano sacerdote egli operò soprattutto a Napoli, girando per vari Conventi, come quelli di San Francesco e San Pasquale di Marcianise, quello di Portici, per missioni e prediche. Fu Guardiano a San Pasquale di Pignataro e a Mirabella Eclano.

Il suo fu un cammino originale, di guida sacerdotale e monastica, di confessore e predicatore, percorso nella spiritualità e nelle grandi esperienze epocali della prima metà dell’800 napoletano; un cammino che lo portò a riproporre sempre il binomio mistico e popolare della sua religiosità e del suo insegnamento nei rapporti con la gente, con i poveri e con i nobili ricchi, con le gerarchie, con i regnanti e con il papa Pio IX di cui era personale confidente.

Godendo della fiducia del Re di Napoli Ferdinando II che lo ebbe spesso a corte, padre Modestino fu nominato nel 1853 elemosiniere della principessa Gianuaria per beneficare i poveri del regno. Lavorò fino allo stremo per aiutare i napoletani del quartiere della Sanità durante il colera del 1854, contraendo egli stesso il male e morendo in concetto di santità, dopo aver fatto oblazione spirituale della sua vita per il risanamento di Napoli dal morbo.

Virtù e fama. La sua fu una testimonianza squisitamente religiosa, e in questa prospettiva egli dava segni di santità e di impegno sincero, a beneficio di tutti senza esclusione di alcuno.

La vita di padre Modestino è ricca di episodi, di avvenimenti, di fatti miracolosi che vengono raccontati nelle varie storie della sua vita e negli atti del processo di beatificazione. In quei vicoli di Napoli stretti, sudici e maleodoranti, negli angusti bassi privi di luce e d’aria ove i miseri perivano senza alcuna possibilità di aiuto, Padre Modestino era stato sempre presente, recando l’assistenza che poteva, esortando alla carità, esponendosi ai più gravi pericoli di contagio.
Alla notizia della sua morte, avvenuta il 24 Luglio del 1854, accorse il popolo numeroso che, incredulo e speranzoso in un errore, cercava piangente il suo ultimo contatto e devotamente custodiva le immaginette della Madre del Buon Consiglio che egli distribuiva. Per la calca fu necessario l’intervento della forza pubblica e per avere una sua reliquia qualcuno aveva tentato di smantellare anche il suo confessionile.


Sepoltura e culto. La sua tomba, precedentemente situata nelle Catacombe di San Gaudioso fino al 1901, è ora posta nella Cappella accanto all’atrio delle stesse catacombe nella Chiesa di Santa Maria alla Sanità di Napoli.
La comunità della sua città natia, Frattamaggiore, incoraggiata dalla identica volontà espressa dai superiori della provincia francescana, spera un giorno di avere la spoglie venerate nella cappella dedicata al Beato nella Basilica di San Sossio, ove si venera anche l’effigie antica della Madonna del Buon Consiglio a lui cara.



mercoledì 29 maggio 2013

La Traslazione dei Santi Sossio e Severino

La traslazione dell’urna di un santo, da un luogo di originaria custodia ad un altro luogo che assume la funzione di nuovo santuario, richiama il simbolo sacro del cammino del popolo d’Israele verso la terra promessa fatto al seguito dell’arca dell’alleanza trasportata dalla tribù sacerdotale:
Poi Giosuè disse ai sacerdoti: «Prendete in spalla l'arca del patto e passate davanti al popolo». Ed essi presero in spalla l'arca del patto e camminarono davanti al popolo” (Giosuè 3, 6).
Essa richiama pure le disposizioni spirituali, che devono accompagnare il cammino del popolo, e la necessità di costruire un tempio al Signore:
Disponete dunque il vostro cuore e l'anima vostra a cercare il Signore vostro Dio; poi alzatevi e costruite il santuario di Dio, il Signore, per trasferire l'arca del patto del Signore” (1Cronache 22,19).
In questo cammino ed in queste disposizioni si ritrova il senso della contemplazione comunitaria e dell’epifania della potenza celeste:
Allora si aprì il tempio di Dio che è in cielo e apparve nel tempio l'arca dell'alleanza. Vi furono lampi e voci e tuoni e un terremoto e una forte grandinata” (Apocalisse 11, 19).
E’ il luogo sacro che testimonia la presenza del Santo che guida, interviene ed assiste il suo popolo nel cammino della sua storia e della sua salvezza. E’ questo anche un segno del dono della Nuova Alleanza stipulata nel nome di Gesù Cristo, Figlio di Dio, e della sua presenza sacramentale nella sua Chiesa.
La comunità ecclesiale di Frattamaggiore, propaggine di un popolo ricco di fede e di storia, vede ed evidenzia innanzitutto questi significati religiosi e salvifici nella celebrazione della traslazione dei Santi Sossio e Severino che essa realizza nei giorni intorno al 31 Maggio di ogni anno.
Il 31 Maggio del 1807 il concittadino vescovo Michele Arcangelo Lupoli riuscì a realizzare la traslazione del santo patrono; ed oggi la comunità frattese è custode delle reliquie di San Sossio congiunte con quelle di San Severino abate. Si tratta di una eredità che lega spiritualmente la comunità locale all’antico monastero benedettino napoletano abolito dai Francesi e dal quale furono traslate le sacre spoglie. Oggi la custodia del santuario, che accoglie le spoglie del diacono martire del paleo-cristianesimo campano e le spoglie dell’abate evangelizzatore nel V secolo delle genti germaniche dell’antica frontiera danubiana dell’impero romano, esprime una religiosità molto sentita che si commisura anche nei tratti spirituali proposti nel titolo di Città benedettina che l’Ordine di San Benedetto ha voluto concedere nel 1997 a Frattamaggiore come riconoscimento della comune ed antica devozione, e come progetto di vita cristiana e di diffusione del messaggio di preghiera e di missione del grande patriarca del monachesimo.
La commemorazione vede impegnata la Chiesa patronale di San Sossio, insignita del titolo di Basilica Pontificia, nella connotazione delle celebrazioni con particolari significati pastorali e con particolari iniziative di riflessione religiosa, di ricerca storica, di studio agiografico, e di coinvolgimento etico del mondo laico e della istanze civili delle comunità che condividono la devozione dei due Santi.
La concessione del dono dell’Indulgenza Plenaria da parte della Penitenzieria Apostolica su mandato del Santo Padre ha rimarcato i significati religiosi di una millenaria devozione che portava i pellegrini a pregare sulla tomba dei Santi Sossio e Severino venerati un tempo nel monastero omonimo di Napoli. Oggi che i sacri resti dei due Santi riposano nella Basilica frattese la devozione legata alle indulgenze e al loro efficace intervento continua ad avere una pratica notevole.
La presenza delle urne dei due Santi si arricchisce di significati spirituali, religiosi e storici. Il popolo cerca nella presenza del Signore nel suo luogo santo anche il senso della sua identità e della sua storia. Nel luogo ove sono presenti i corpi di San Sossio e di San Severino, amici del Signore e modelli esemplari della sua santità, le comunità devote, quella frattese con le altre italiane di area campana e laziale, e quella austriaca con le altre di area europea e germanica, ritrovano storie e sensi che appartengono alla loro identità culturale e ai loro valori religiosi: la narrazione e l’attualizzazione delle meraviglie operate dal Signore, attraverso i suoi santi, lungo il cammino dei popoli e delle civiltà che hanno seguito la loro ‘arca’, la traslazione delle loro urne.
Lo studio e la pubblicistica intorno alla traslazione, ovvero alle traslazioni, dei due santi venerati nella Basilica frattese, hanno fatto scoprire molte di queste meraviglie, molti antichi avvenimenti portentosi narrati dagli agiografi che hanno descritto le varie traslazioni di San Sossio e di San Severino, e ne hanno steso ufficialmente gli Acta latini per la futura memoria. L’Anonimo altomedievale, Giovanni diacono dell’antico monastero benedettino napoletano, ed il frattese Michele Arcangelo Lupoli arcivescovo, per San Sossio; e poi Eugippo, e ancora Giovanni diacono e Michele Arcangelo Lupoli, per San Severino; hanno tutti arricchito la loro narrazione con il riporto di portenti e miracoli, quasi di “lampi voci e tuoni” alla maniera apocalittica.
Ricordiamo che nel 2007, per l’occasione del bicentenario della traslazione, la Basilica di San Sossio, in collaborazione con l’Istituto di Studi Atellani presieduto dal dott. Francesco Montanaro ha pubblicato tutti gli ACTA delle varie traslazioni in italiano e in tedesco. Un rimarchevole ed erudito lavoro in questo senso è stata la traduzione del testo latino di Giovanni Diacono operata da Mons. Angelo Perrotta, ultima sua fatica realizzata come parroco emerito di San Sossio.  

Come ogni anno, anche in questo 31 maggio 2013, le celebrazioni in Basilica sono solenni. Presenziano il Vescovo di Aversa Angelo Spinillo, il Vescovo emerito Mario Milano, l'Ambasciatore d'Austria presso la Santa Sede Alfons M. Kloss, il Rettore della basilica Mons. Sossio Rossi con il Clero locale, e i Rappresentanti delle numerose comunità devote. La processione popolare con le urne dei due Santi percorre la vie cittadine e significativamente la Via XXXI Maggio dedicata all'evento storico della Traslazione del 1807.

Portale della Basilica Pontificia di San Sossio

sabato 25 maggio 2013

Il Servo di Dio padre Mario Vergara

All'indomani della pubblicazione in self-publishing del libro Padre Mario Vergara la missione più bella - Vita del Servo di Dio, che scrissi in 3 anni di ricerca dal 2007 al 2010, preparai questa sintesi biografica per Wikipedia. La ripropongo alla lettura su Doctrina et Humanitas per continuare a ricordare, oggi che ricorre il 63° del suo martirio, la vita esemplare e la testimonianza missionaria del servo di Dio mio compaesano.


Si può leggere un'anteprima e si può acquistare il libro direttamente sul portale di ilmiolibro.
 

Padre Mario Vergara (Frattamaggiore, 18 novembre 1910 Shadaw, 25 maggio 1950) è stato un presbitero e missionario italiano del PIME, a lungo in missione in Birmania. La Chiesa cattolica gli ha attribuito il titolo di servo di Dio a seguito dell'avvio della causa per la sua beatificazione.

Biografia

La bibliografia più antica riporta in genere la data di nascita del 16 novembre 1910. Le recenti ricerche nell'Archivio Comunale e nell'Archivio Parrocchiale della città natale portano a rilevare il 18 novembre 1910 come data di nascita di Mario Vergara e il 20 novembre 1910 come data del suo battesimo.
Ultimo dei nove figli di un industriale canapiero, entrò nel seminario vescovile di Aversa ad 11 anni e a 17 fu ammesso al seminario regionale campano di Posillipo dei padri Gesuiti, dove emerse la sua vocazione missionaria. Nel 1929 fu ammesso al seminario di Monza del PIME, ma l'anno successivo dovette rientrare a Posillipo per motivi di salute. Qui divenne responsabile del Circolo Missionario tra gli studenti del corso di teologia e nel 1932 ricevette la tonsura e gli ordini minori dal vescovo di Aversa Carmine Cesarano.
Ad agosto del 1933 venne ammesso al Noviziato del PIME di Sant'Ilario Ligure (GE) con la guida del padre Emilio Milani che era stato missionario in Cina. Il 26 agosto 1934 fu ordinato presbitero per le mani del cardinale Ildefonso Schuster nella chiesa di Bernareggio; e alla fine di settembre partì per le Missioni del PIME in Birmania.
In Birmania, allora protettorato britannico, fu accolto dal vescovo Sagrada, vicario apostolico residente a Toungoo. Subito collaborò alle attività missionarie già avviate e iniziò lo studio delle lingue e dei costumi delle popolazioni che doveva assistere ed evangelizzare. Nel 1936 gli fu affidata la cura del distretto montano di Citaciò, abitato dalle genti cariane. Qui padre Vergara affinò il suo metodo missionario, assicurando a tutti i villaggi la catechesi e la celebrazione dei sacramenti ed istituendo varie attività di formazione ed assistenza: organizzò un orfanotrofio per 82 piccoli birmani e praticò un'efficace medicina empirica, che spesso agli occhi delle popolazioni da lui curate appariva come miracolosa.
Nel 1940, con lo scoppio della seconda guerra mondiale, fu internato nei campi di concentramento inglesi in India. Alla fine della prigionia viaggiò in treno per l'India verso Delhi e verso Hyderabade per qualche tempo fu cappellano dei soldati italiani a Bombay in attesa del rimpatrio. A giugno 1946 si recò a Calcutta con la speranza di ottenere il permesso di ritornare alla sua missione in Birmania. Padre Vergara riuscì a raggiungere la Birmania nell'autunno successivo e a dicembre venne inviato dal vescovo Lanfranconi sui monti della Cariania, ad oriente di Loikaw, dove ricostruì in solitudine le attività missionarie che la guerra aveva travolto: portò la catechesi nei villaggi e costruì dispensari e di luoghi di assistenza. Dal settembre del 1948 fu coadiuvato dal giovane missionario padre Pietro Galastri.
Dopo l'indipendenza della Birmania, del 1948, i luoghi ove operava padre Mario divennero teatro dello scontro armato tra gruppi locali che si fronteggiavano con tradizioni, credenze religiose ed ideologie diverse, senza che le truppe governative riuscissero a presidiarli. Alcune delle forze ribelli non rifuggivano dalla persecuzione anti-cattolica. In questo contesto, il 25 maggio 1950, padre Mario Vergara fu trucidato a Shadaw insieme con padre Pietro Galastri e il suo catechista birmano Isidoro Ngei Ko Lat. Il suo corpo, chiuso in un sacco, fu abbandonato alla corrente del fiume Salwen.

Processo di beatificazione

Nel 2003 mons. Sotero Phamo, vescovo di Loikaw, figlio di un catechista di padre Mario, ha avviato il processo diocesano per la causa di beatificazione di Mario Vergara e di Isidoro Ngei Ko Lat, in quanto "martiri per la fede". Dopo gli accertamenti del postulatore, il missionario è stato riconosciuto servo di Dio.

Bibliografia

Gaetano Capasso, Cultura e religiosità ad Aversa nei secoli XVIII-XIX-XX, Napoli 1968
Mattesini C., Da Camaldoli alla giungla, EMI, Bologna 1980
P. Ferdinando Germani, P. Mario Vergara – Martire della Fede e della Carità in Birmania, Napoli 1987
Maria Grazia Zambon, A causa di Gesù. Diciotto missionari martiri del Pime, EMI, Bologna 1994
Parrocchia S. Sossio L.M., Un martire di Frattamaggiore: P.Mario Vergara, Frattamaggiore 2000
Angelo Perrotta, Come eco di pia campana, Frattamaggiore 2001
Sosio Capasso, Due missionari frattesi, Istituto di Studi Atellani, Frattamaggiore 2003
Pasquale Saviano, Padre Mario Vergara maestro di metodo missionario, in: Venga il tuo Regno n. 5 - 2007
Pasquale Saviano, Padre Mario Vergara la missione più bella - Vita del Servo di Dio, Roma 2010


venerdì 17 maggio 2013

San Pasquale Baylon. Una scheda agiografica


Vita – San Pasquale Baylon da giovane ed umile pastorello desiderò ardentemente di divenire frate francescano nel convento di Santa Maria di Loreto presso il quale egli portava le sue pecore al pascolo. Nacque e morì in un giorno di Pentecoste: il 16 Maggio 1540 a Torre Hermosa ed il 17 Maggio 1592 a Villareal. La sua vocazione religiosa fu intensamente vissuta, impegnata nello studio autodidatta, arricchita di ascetiche attese, incoraggiata da visioni divine e dalla apparizione dei Santi Francesco e Chiara. La spiritualità eucaristica, unita alla devozione mariana, fu il tratto fondamentale della sua vita religiosa, interamente vissuta nell’obbedienza dell’umile frate servitore del convento e dei poveri, e nella costante contemplazione del mistero della presenza sacramentale del Signore. In un contesto storico caratterizzato dalla disputa con i protestanti che si affermavano in Europa, Pasquale viaggiò molto per il suo Ordine ed affinò i ragionamenti a difesa e a testimonianza della fede cattolica. Scrisse anche un compendioso trattato teologico ed apologetico che fu utilissimo per i molti suoi confratelli studiosi e teologi impegnati nelle controversie dell’epoca. La sua vita fu ricca di carità e di segni miracolosi, e la sua morte fu accompagnata da prodigi collegati alla sua devozione e alle celebrazioni eucaristiche nella Chiesa del suo convento. Era stato ammesso tra i francescani alcantarini nel 1564, come fratello laico, dopo 6 anni dalla sua richiesta e dopo aver dato prova di una vocazione santa ed irrinunciabile. Fu proclamato beato nel 1618 e fu canonizzato nel 1690. Il suo culto si diffuse subito a Roma, in Spagna, nel Regno di Napoli e negli altri luoghi della dominazione spagnola e della missione francescana nel mondo.


Il francescanesimo in Campania – L’ordine francescano fu portato in Campania verso il 1215 da frate Agostino d'Assisi, discepolo di san Francesco, e da allora fu avviata la “Provincia Terrae Laboris” che abbracciava gran parte del Regno di Napoli. Nel 1670 la Provincia francescana di Terra di Lavoro era divisa in Osservante e Riformata, e fra queste, favorita dal Viceré Don Pietro d'Aragona, si inserì anche la Custodia di San Pietro d'Alcantara, di provenienza spagnola e dotata di Costituzioni austere, impegnative e fortemente ascetiche. Gli Alcantarini presero possesso della Casa di Santa Lucia al Monte di Napoli e si estesero in tutto il Regno, fino a Lecce, diffondendo anche la loro devozione a San Pasquale.

In Campania essi, incorporando anche i riformati Barbanti, ebbero i conventi di Santa Caterina e San Pasquale di Grumo Nevano, di San Giambattista di Atripalda, e di Santa Maria Occorrevole e San Pasquale di Piedimonte Matese.
Questi Frati avviarono una esperienza religiosa all'interno della quale si formarono Santi come Giovanni Giuseppe della Croce, Maria Francesca delle Cinque Piaghe, il Beato Egidio di San Giuseppe ed il beato Modestino di Gesù e Maria.
Nella prima metà dell’ 800 i Frati Alcantarini erano diffusi in più conventi del napoletano e del casertano, ed erano riusciti a scampare alle leggi punitive borboniche e alla soppressione napoleonica. Oggi tutti i Francescani di Terra di Lavoro, da Minturno a Teano, da Roccamonfina a Caserta, da Piedimonte Matese a Pietramelara, da Orta di Atella a Grumo Nevano, da Afragola a Somma Vesuviana, da Napoli a Torre, sono riuniti nella Provincia del SS. Cuore di Gesù, istituita nel 1942.



Patrono dei Congressi Eucaristici - Noi pensiamo che la grazia più segnalata largitaci da Dio debba indicarsi nello sviluppo tra i fedeli della devozione verso il Sacramento della Eucaristia, per merito dei celebri Congressi tenuti nel nostro tempo a tale scopo. […] Per animare i cattolici a professare con franchezza la loro fede e a praticare le virtù proprie dei cristiani, non c’è mezzo più efficace che nutrire e aumentare la pietà del popolo verso questo ineffabile pegno di amore, che è vincolo di unità e di pace […] Spesso lodammo i Congressi e le Associazioni eucaristiche, ora, nella speranza di vederli produrre frutti più abbondanti, giudichiamo utile di assegnare loro un Patrono celeste, scelto tra i Santi che hanno bruciato di più ardente carità verso il Santissimo Sacramento dell’Eucarestia.

Ora fra i Santi, la cui pietà verso questo sublime mistero si è manifestata con un fervore più vivo, Pasquale Baylon occupa il posto più degno. Dotato di un gusto mirabile per le cose celesti, dopo di aver santamente passata la gioventù a guardare il gregge, abbracciò una vita più austera nell’Ordine dei Frati Minori della stretta osservanza; e, con la contemplazione abituale dell’augusto Convito dell’altare, pervenne a una conoscenza più perfetta di questo Sacramento d’amore.
Anche sprovvisto di lettere, ebbe tale scienza celeste, che fu capace di dare responsi sui dogmi più difficili e perfino di scrivere libri di fede. Professò apertamente in faccia agli eretici la verità Eucaristica, per il che ebbe a patire molte e gravi persecuzioni; ed, emulo del martire Tarcisio, fu minacciato più volte di morte. Finalmente l’affettuoso ardore della sua pietà sembrò prolungarsi al di là della vita mortale, perché, durante i funerali, pur disteso nella bara, aprì, come si dice, gli occhi due volte, al momento delle due elevazioni.
Noi siamo persuasi che le Associazioni cattoliche, di cui abbiano parlato, non possano essere affidate a un patrocinio migliore. […] Sperando che la Nostra decisione favorisca l’interesse e il bene del popolo cristiano, Noi dichiariamo e constituiamo, di nostra suprema autorita’, e in virtu’ delle presenti lettere, San Pasquale Baylon, Patrono speciale dei Congressi Eucaristici e di tutte le Associazioni che hanno per oggetto la divina Eucaristia, tanto di quelle che sono già esistenti, quanto di quelle che saranno per sorgere.
Facciamo voti, con molta fiducia, che, per gli esempi e il Patrocinio di questo gran Santo, aumenti, tra i fedeli, il numero di coloro che consacrano tutti i giorni il loro amore, i loro disegni e il loro zelo a Gesù Cristo nostro Salvatore.
                                                Lettera Pontificia di Leone XIII del 28 novembre del 1897






giovedì 9 maggio 2013

Dalla croce al martirio. 2° seminario di studi sulla figura di san Sossio


Ripetita iuvant. La presentazione e l'analisi dell'iconografia di san Sossio, nei secoli della storia dell'arte dal '400 all'800, hanno assunto una espressione accademica essendo state affidate alle relazioni di docenti delle Università di Salerno e di Napoli svolte al seminario del 7 Maggio 2013 nella sala consiliare del palazzo comunale di Frattamaggiore. Acquisizioni particolari e trattazioni attese sulla tematica non si sono però completamente identificate con il sapere e l'acquisizione della ricerca nuova. I relatori hanno piuttosto operato una rivisitazione, una carrellata che ha riattraversato e riproposto con una certa sistematicità l'analisi storico-artistica di opere rappresentative della figura del santo martire patrono di Frattamaggiore, per altro ampiamente celebrata da qualche decennio con numerose opere apologetiche e agiografiche e con dettagliate mostre iconografiche prodotte nello stesso humus culturale in cui ha agito l'Arcipretura frattese che ha generato e promosso la valorizzazione museale e la conoscenza del patrimonio religioso e storico-artistico della Basilica Pontificia di San Sossio.

Interessanti sono stati i rilievi svolti dai docenti per le opere da loro considerate. Per il XV-XVI secolo Donato Salvatore ha considerato il polittico quattrocentesco del monastero dei Santi Sossio e Severino che si conserva al Museo di Capodimonte, i Corali miniati dello stesso secolo e dello stesso monastero conservati a Montecassino, la tavola cinquecentesca del Lama che si conserva nella Basilica frattese, e qualche altra opera. Per il '600 e il '700 Mario Alberto Pavone ha operato una lunga carrellata tra numerosi dipinti ed artisti che hanno rappresentato il martirio alla Solfatara di San Gennaro e degli altri santi campani, facendo riferimenti anche ad opere di Solimena e di De Mura presenti nella chiesa frattese. Almerinda Di Benedetto ha trattato soprattutto le opere ottocentesche di Altamura Maldarelli e D'Agostino presenti a Frattamaggiore nel Cappellone dei Santi Sossio e Severino.
Non vi sono stati riferimenti alla tradizione storiografica frattese e alla ricerca iconografica degli Autori locali che hanno scritto opere numerose nell'ambito degli studi storici e religiosi locali e che la gran parte degli argomenti accademicamente trattati hanno ampiamente anticipato ed approfondito.

Il 2° seminario di Studi su san Sossio rientra tra le iniziative previste a livello locale per celebrare durante l'Anno della fede (2013), indetto da Benedetto XVI, il 17° centenario dell'Editto di Costantino (313) che consentì ai Cristiani di professare liberamente la propria fede e di superare la fase delle persecuzioni. Il vescovo Spinillo, ordinario della sede di Aversa, ha colto l'occasione per esprimere la 'novità' di un atteggiamento devozionale verso i Santi patroni martiri che può scaturire da questa celebrazione anniversaria. Egli ha svolto un parallelo con il periodo post-costantiniano che vide l'opera della misericordia e della carità dei Cristiani affermarsi nelle relazioni sociali della civiltà romana e che portò l'imperatore Giuliano l'Apostata a riaccusare i Cristiani come causa della debolezza dell'Impero. Quell'imperatore per sottrarre l'iniziativa caritatevole ed assistenziale ai Cristiani propugnò un diretto intervento etico dello Stato. Il ricordo delle persecuzioni e dei martiri prima del 313 è sempre stato legato ad una religiosità popolare caratterizzata da esaltazioni devozionalistiche dell'esempio dei santi; un cristianesimo che si confronta consapevolmente con le strutture civili per attuare le forme contemporanee della carità può essere un esito indotto oggi da una nuova riflessione sull'esempio dei Martiri e dalla stessa celebrazione del 17° centenario dell'Editto di Tolleranza.

Bibliografia:
Biblioteca Storica e Agiografica Frattese
(Istituto di Studi Atellani, Pro Loco 'F. Durante', Basilica Pontificia San Sossio)



lunedì 6 maggio 2013

La stanza del cardinale Baronio sulla Torre dei Venti


Alla fine del corso annuale di Archivistica alla Scuola Vaticana gli studenti svolgono con la guida dei docenti una visita nei vari ambienti dell'Archivio Segreto Vaticano: dalla Sala degli Indici alle Sale di Studio e Consultazione, dal Bunker ai Depositi, dal Piano Nobile alle Sale Ghigiane e alla Torre dei Venti. Si tratta di una esperienza didattica, fatta nel segno della globalità, che consente di recepire l'unitarietà e la sistematicità delle diversificate lezioni ed esercitazioni realizzate nel corso dell'anno accademico.
Le tematiche teoriche ed organizzative della disciplina studiata, insieme con l'interpretazione e la lettura degli antichi documenti considerati nelle esercitazioni pratiche, trovano modo di essere esperite e recepite con efficacia formativa e soddisfazione conoscitiva, verificate nella modernità di impostazioni innovative e nella consolidata tradizione conservativa dell'Archivio dei Papi.
Si aggiunge l'importanza dei valori culturali ed estetici che si legano alla visita che diviene anche storico-museale per le sale affrescate del Palazzo Apostolico, per gli ambiti architettonici ed artistici che accolgono, nella luce dei colori e nel silenzio dei secoli, le arche sontuose e gli armadi legnosi nei quali si conservano registri, libri, buste, fascicoli, pergamene e documenti che, i più antichi, datano dall'Alto Medioevo.
Una carrellata sul patrimonio storico e documentario si può avere navigando il sito di LUX IN ARCANA, una suggestiva mostra curata dallo stesso Archivio Segreto Vaticano che consente di recuperare nell'esperienza multimediale testimonianze e curiosità su avvenimenti e personaggi storici.

Ho partecipato alla visita nel gruppo degli studenti guidati dai docenti Luca Carboni e Giovanni Castaldo assistiti da Alfredo Tuzi segretario della Scuola. Insieme con le stimolazioni del sapere disciplinare della materia studiata durante l'anno, soprattutto attraversando le sale seicentesche del piano nobile e in salita verso la Torre dei Venti ho avuto occasione di percepire un senso religioso ed ecclesiale e di osservare segni tangibili della storia della Chiesa.
Questa è la stanza di Cesare Baronio” ha annunciato il docente ad un certo punto del cammino.
Il cardinale discepolo di san Filippo Neri, agiografo e storico eccelso della Chiesa, scrittore dei dodici volumi monumentali degli Annali Ecclesiastici, vi stette in qualità di Bibliotecario di Santa Romana Chiesa dal 1597 al 1607, anno della sua morte. L'Archivio Vaticano fu separato dalla Biblioteca Vaticana e fu istituito come entità autonoma 4 anni dopo, nel 1611, da papa Paolo V.
Con Cesare Baronio, seguendo gli Appunti di Diplomatica di Sergio Pagano, Prefetto dell'Archivio Segreto Vaticano, ci si porta ad un punto cruciale della storiografia ecclesiastica, alla considerazione rigorosa del patrimonio delle fonti documentali della Storia della Chiesa che in epoca post-tridentina viene religiosamente rivisitato e apologeticamente trattato con il metodo nuovo degli Annales cattolici che si contrappongono alle Centuriae Magdebughesi dei protestanti.
Per il Venerabile Cesare Baronio ho nutrito sempre un devoto ed ammirato sentimento, motivato sia religiosamente e sia per il suo lavoro di storico. Incominciai a consultare i suoi Annali nella Biblioteca di Fano per qualche ricerca agiografica e di storia locale e mi colpirono la vastità e la particolarità della sua opera; ed ho sempre collegato la sua figura ad una biblioteca, stimolato in ciò anche da qualche rappresentazione grafica che lo ritraeva intento allo studio in una stanza piena di libri e con la finestra aperta sulla campagna esterna. Un'ambientazione che ho personalmente riscontrato simile in alcune sale della Biblioteca Benedettina di Subiaco ed in altre biblioteche monastiche. D'altro canto l'ambientazione con lo studioso ecclesiastico trova anche riferimenti nell'iconografia artistica come quella del San Girolamo di Antonello da Messina (1474) e del Sant'Agostino di Vittore Carpaccio (1503).
La stanza di Cesare Baronio che si incontra visitando le Sale dell'Archivio Vaticano, e salendo verso l'alto della Torre dei Venti, si affaccia sui Giardini Vaticani e prelude la visione più ampia sull'intera Roma che si gode dal terrazzo della Torre.