sabato 18 febbraio 2012

Il percorso in Campania del culto di santa Giuliana


1. La santità al femminile riceve in Febbraio belle celebrazioni. Sante come Agata, Apollonia e Giuliana rimandano il ricordo delle Vergini Cristiane, martiri dei primi secoli, accomunate nella coraggiosa testimonianza di fede ed esprimenti patrocini particolari. 
Santa Scolastica, sorella di san Benedetto e patrona femminile del più importante ordine monastico, ci propone il fascino di una presenza discreta e potentissima capace di ottenere dal cielo il fragore della tempesta in onore dell'amore fraterno. La Madonna di Lourdes anima le lodi popolari pre-quaresimali e dona le anticipazioni spirituali delle aure primaverili e del soprannaturale. In questa santità al femminile che riceve vario onore nel territorio della diocesi di Aversa, una particolare menzione può farsi per Santa Giuliana. Ella è considerata una santa 'diocesana' dal momento che Cuma, la cui sede episcopale fu incorporata da quella aversana, per tutto il medioevo ne ha conservato le spoglie e la memoria devozionale.
2. La Santa fu martire a Nicomedia, città della odierna Turchia, nel 304-305. Ella, diciottenne, per amore della fede cristiana rinunciò al matrimonio con il prefetto Eleusio, e subì il martirio con il vescovo Antimo, con santa Barbara ed altri santi. Le sue spoglie furono venerate nella cattedrale di Cuma, oggi diruta, che le accolse dopo il naufragio della nave che le conduceva verso Roma. Giuliana venne subito venerata tra i santi e le sante più note del paleo-cristianesimo in Campania. 
La sua bella icona fu dipinta nel V secolo in una edicola a lei intitolata nelle catacombe di San Gennaro extra moenia a Napoli. Nella Napoli bizantina, Santa Giuliana, figura giovanile bella e brillante ed esemplare modello di Vergine Cristiana, suscitò una grande devozione popolare che fu sostenuta dalla monache del monastero di Donnaromita, le quali vivevano secondo i dettami della Regola di san Basilio. Quelle monache seguirono poi la Regola di san Benedetto e, custodendo il corpo della santa dopo la distruzione di Cuma, estesero ancora più la devozione in tutti i luoghi della cristianità europea ove viveva la testimonianza benedettina. Testimonianze del culto della santa si ritrovano così a Vallepietra e in Inghilterra, e sue reliquie a Perugia e a Verona. Il suo corpo, dopo una traslazione al monastero delle Clarisse di santa Chiara, si trova ora nella cripta di san Guglielmo del monastero benedettino di Montevergine. La devozione per questa Santa, che è patrona delle partorienti, è valorizzata oggi da riferimenti molteplici che attengono la spiritualità giovanile, l'ecumenismo, la storia del cristianesimo europeo, la storia locale e l’agiografia.
3. La cattedrale di Cuma, basilica cristiana dedicata ai santi martiri Massimo e Giuliana, i cui resti diroccati si osservano ancora sull’alto del colle prospiciente il litorale flegreo che guarda verso l’isola di Ischia, fu eretta nell’alto medioevo sulle vestigia di un antico tempio dedicato a Giove. Oggi il sito è considerato un luogo importantissimo nel panorama dell’archeologia campana perché rappresenta una testimonianza notevole sia dell’arte classica che dell’arte cristiana. Come principale luogo della devozione giulianea, la basilica cumana fu frequentata fino al primo decennio del XIII secolo, epoca in cui la città, contesa dalle contrapposte forze sveve e napoletane, fu teatro di battaglie e di distruzioni. Nel 1207 Cuma fu lasciata all’abbandono e le reliquie dei santi patroni Massimo e Giuliana furono traslate a Napoli. La popolazione si disperse per i territori della Liburia, e si trasferì in gran parte nell’agro di Giugliano, di Aversa, e nella Fratta atellana ove era già insediata dal IX secolo una componente proveniente da Miseno, città flegrea distrutta dai saraceni, e devota a San Sossio. In quella data l’episcopato cumano fu abolito, i beni ecclesiatici furono trasferiti alla sede metropolita di Napoli, e gran parte della giurisdizione territoriale rientrò nelle competenze della sede episcopale di Aversa.
Da quel tempo la città di Frattamaggiore celebra la Santa come sua patrona principale insieme con San Sossio, a testimonianza della sua leggenda d'origine che la vuole fondata da una componente di Miseno sfuggita alle incursioni saracene, e da una componente di Cuma portatrice della devozione giulianea. In realtà il culto della santa nell’area frattese era già documentato nel XI secolo (Regii Neapilitani Archivii Monumenta), e si consolidò con la provenienza da Cuma di quelle popolazioni che cercavano un nuovo e più sicuro insediamento. Di fatti nella documentazione storico-agiografica si evidenzia che la devozione giulianea nell’area frattese è menzionata prima di quella sossiana, la cui testimonianza più antica è ancorata al documento architettonico altomedievale costituito dal tempio patronale situato al centro della città.
La figura di santa Giuliana venne subito celebrata in quel tempio, nel santorale e nella principale iconografia religiosa frattese. Essa fu sicuramente presente nella grande raffigurazione absidale, in quella più antica che fu ripresa nel ciclo delle pale lignee medievali, poi nel grande quadro settecentesco del De Mura, e quindi nell’attuale grande mosaico della Scuola Vaticana.
In Fratta la Santa fu rappresentata anche nei quadri di G.B. Lama (1570) e di Luca Giordano; nell’affresco quattrocentesco e nella statua lignea del ‘500 della chiesa rurale a lei dedicata; in un busto reliquario argenteo del 600; nell’iconografia popolare delle cappelle e delle edicole votive, e nel lapidario del paese. L’Università frattese, ovvero l’antica municipalità, istituì per santa Giuliana, al pari di san Sossio, iniziative sociali, celebrazioni e festeggiamenti che ne evidenziavano il sentito patronato e la forte devozione popolare. La devozione frattese per santa Giuliana ha avuto modo di esprimersi così nei secoli con varie manifestazioni; e l’immaginario popolare frattese si è arricchito rispetto alla santa anche di una leggenda medievale (riportata da Pasquale Ferro) posta all’origine della fondazione della chiesetta rurale scomparsa da qualche decennio a causa dello sviluppo urbano: si tratta del sogno di una fanciulla a cui appare la santa che la incarica di farle costruire una chiesa.

Approfondimenti:
P. Saviano, Santa Giuliana vergine e martire, Frattamaggiore 1997
Alfredo Di Landa, Le reliquie di S. Giuliana V. e M. nel culto della storia. Quaderni del XVII Centenario del Martirio di S. Sossio, n. 2, Tip. Cav. Mattia Cirillo - Frattamaggiore 2006
Recensione di Fernando Angelino in Rassegna storica dei comuni



martedì 14 febbraio 2012

Santi patroni d'Europa

Tre santi e tre sante. Due monaci: Benedetto e Cirillo; un ecclesiastico: Metodio; tre donne mistiche impegnate nel sociale: la nobile Brigida di Svezia, francescana e fondatrice dell’Ordine del Santo Salvatore, la domenicana Caterina da Siena e la filosofa, ebrea e carmelitana, Edith Stein; sono i Santi dichiarati compatroni d’Europa dal papa Giovanni Paolo II con la lettera apostolica Spes aedificandi del 1 ottobre 1999.
San Benedetto è il primo patrono nominato nel 1964 da Paolo VI, a riconoscimento dell’opera originaria e fondamentale svolta dal monachesimo benedettino nello sviluppo della civiltà e della cultura europea (Ora et Labora et Lege: monasteri, contadi, scriptoria e scolae), a partire dall’alto medioevo (V-VI secolo) e dalla evangelizzazione degli antichi popoli barbarici.
Metodio e Cirillo, per gli stessi motivi di civiltà cristiana istituzionalmente estesa ai popoli slavi (Scrittura ed alfabeto cirillico del IX secolo) sono i compatroni indicati da Giovanni Paolo II, alle soglie del terzo millennio, a riconoscimento di una integrazione europea antica e consistente, storicamente significativa e coinvolgente i paesi del cristianesimo ortodosso e dell’area bizantina ed orientale.
Brigida, Caterina ed Edith sono state indicate da Giovanni Paolo II come compatrone d’Europa per la loro specificità di donne (la Chiesa onora da sempre la santità al femminile a cominciare da Maria) e per il forte significato spirituale e storico della loro testimonianza cristiana.
Con Brigida si tratta di una santa del XIV secolo che s’impegna nella vita di corte, nel pellegrinaggio ai santuari cristiani d’Europa e di Terra Santa, e nella istituzione di opere di carità. E tutto ciò ella lo fa nello spirito della profezia, dell’ammonimento morale, e della visione di Cristo che le svela i disegni di Dio sulla storia.
Per Caterina da Siena, domenicana del XIV secolo e Patrona d’Italia, dichiarata dottore della Chiesa da Paolo VI, si tratta di una santa famosissima che ha legato la sua opera al ritorno del papato a Roma dopo il periodo francese di Avignone, e alla sua comunicazione, rivolta alla pari a tutti i regnanti del suo tempo, per rinnovare il volto della Chiesa e riformare i costumi del clero.
Con Edith Stein (Teresa Benedetta della Croce) si tratta di una santa martire, cattolica ed ebrea, morta in un campo di sterminio nazista durante l’ultima guerra mondiale. E’ per lei riconosciuta una santità significativamente legata al pensiero, alla civiltà, e alle esperienze storiche vissute nell’Europa del secolo scorso.

Approfondimenti su: storialocale.it:

domenica 12 febbraio 2012

CULTO MARIANO E APPARIZIONI

La riflessione teologica individua le basi evangeliche, patristiche e tradizionali del culto di Maria. 
Nei Vangeli Maria appare inserita nel misterioso piano di Dio con il concepimento verginale di Gesù, con il suo dialogo di fede con Dio, con la sequela del Figlio fino alla croce, e con la sua condivisione con la Comunità degli apostoli. 
La riflessione dei Padri della Chiesa, in epoca antica, individua per Maria le caratterizzazioni principali che fondano la dogmatica cattolica: Theotòkos (Madre di Dio) al Concilio di Efeso del 431; sempre Vergine al Concilio Laterano del 649; culto delle Icone e della venerazione al Concilio di Nicea del 787. 
La tradizione rimarca i tratti della devozione mariana che si consolidano nelle varie epoche.
Nel Medioevo della preghiera monastica e dello schema feudale, Maria è Regina, Madre di Misericordia; è Mediatrice della riconciliazione tra Cristo e la Chiesa; ed è Madre dei Miracoli a favore dei peccatori. 
Nell’Età Moderna Maria è la Serva del Signore partecipe alla sua redenzione (Concilio di Trento); la devozione mariana diviene molto diffusa e popolare e, con il Rosario si incentra sulla comprensione del Mistero di Cristo 
Nell’Età Contemporanea le apparizioni della Madonna a Caterina Labourè (1830) e a Bernadette Soubirous a Lourdes (1858) accompagnano la formulazione del Dogma della Immacolata Concezione (1854) stabilito da Pio IX con tutti i Vescovi del mondo. La grande diffusione del culto mariano culmina nel Dogma dell’Assunzione di Maria stabilito da Pio XII nel 1950.
Oggi la Dottrina Mariana si basa soprattutto sulla Lumen Gentium, costituzione del Concilio Vaticano II, che indica la figura di Maria come Madre del Salvatore inserita nel mistero di Cristo, della Chiesa e della Salvezza. Essa ha trovato anche un grande sostenitore in Giovanni Paolo II, papa mariano, che nel 2003 ha scritto la Lettera Apostolica ROSARIUM VIRGINIS MARIAE.
I teologi contemporanei riconoscono nella persona e nella funzione di Maria “l’icona del mistero” (B. Forte), la “microstoria della salvezza” (S. De Flores), la “chiave del mistero cristiano” (R. Laurentin). La recente celebrazione del 150° delle apparizioni della Vergine, Immacolata Concezione, a Lourdes si è caricata di grandissimi significati, biblici, teologici e devozionali, per i milioni di credenti e di pellegrini. 
L’8 dicembre 1854 Pio IX definì in questi termini la concezione immacolata di Maria: 
"la dottrina che sostiene che la beatissima Vergine Maria nel primo istante della sua concezione, per singolare grazia e privilegio di Dio onnipotente, in vista dei meriti di Gesù Cristo, salvatore del genere umano, è stata preservata immune da ogni macchia di peccato originale, è stata rivelata da Dio e perciò si deve credere fermamente e inviolabilmente da tutti i fedeli".
La Chiesa riconosce nell’Immacolata la realizzazione del progetto di Dio sul nuovo popolo messianico, nella sua espressione più alta che è quella sponsale, di cui è il prototipo. La liturgia dell’8 dicembre, infatti, pone sulle labbra di Maria le parole del Cantico: "Esulto e gioisco nel Signore [...] perché mi ha avvolto con il manto della giustizia, come una sposa adorna di gioielli", perché la sua concezione immacolata ha segnato l’inizio della Chiesa, sposa di Cristo, senza macchia e senza ruga, splendente di bellezza.
Le apparizioni di Lourdes e le altre apparizioni della Vergine hanno dato grande importanza alle devozioni mariane. Oggi, con il culto in chiesa, non è raro che si accompagnino le infiorate alle edicole votive, e l'allestimento di altarini domestici dove viene posta una statua itinerante della Vergine.
Per Maria, apparsa alla umanità contemporanea ed in attesa nelle mete del pellegrinaggio, ci si muove sempre e si è sempre impegnati, nella semplicità della preghiera personale e nel fasto della preghiera comunitaria. Il pensiero dei credenti si inoltra nelle favolose considerazioni del suo mistero, corre alle ardite riflessioni teologiche che riguardano gli avvenimenti testimoniati e creduti e la fede stessa: il Rosario e il Dogma. Il Dogma dell’Immacolata Concezione, della creazione nuova, che trova un riverbero nella Vergine apparsa a Lourdes. Il Rosario nella cui recita si ritrova la sintesi delle apparizioni di Fatima e l’aggiunta della stessa preghiera voluta dalla Vergine:
"O Gesù perdonate le nostre colpe, preservateci dal fuoco dell'inferno; portate in Cielo tutte le anime, e soccorrete specialmente le più bisognose della vostra misericordia".
L'avvenimento mariano più importante del secolo scorso è stato senza dubbio il Concilio Vaticano II, perché da esso è scaturita una prospettiva mariana che investe il campo dottrinale, liturgico, pastorale e devozionale. Il Concilio ha voluto risituare Maria al punto di partenza e al centro stesso del mistero di salvezza. L'inserimento di Maria nella Costituzione Dogmatica sulla Chiesa può considerarsi un segno del rapporto di esemplarità che intercorre fra Maria e la Chiesa: la Vergine è tipo e compimento della Chiesa.
Inoltre, la Vergine è Madre della Chiesa, giacché è Madre di Cristo e di tutto il Popolo di Dio, sia dei fedeli che dei Pastori. Paolo VI ebbe a cuore il proclamarlo solennemente a conclusione della terza sessione del Concilio, offrendo in tale titolo una sintesi della mariologia del Concilio (cfr. DC, 6.XII.64, col 1544).
Benedetto XVI nell'omelia dell'Assunzione del 2005 disse queste parole: "Maria è assunta in cielo in corpo e anima: anche per il corpo c’è posto in Dio. Il cielo non è più per noi una sfera molto lontana e sconosciuta. Nel cielo abbiamo una madre. E la Madre di Dio, la Madre del Figlio di Dio, è la nostra Madre. Egli stesso lo ha detto. Ne ha fatto la nostra Madre, quando ha detto al discepolo e a tutti noi: “Ecco la tua Madre!” Nel cielo abbiamo una Madre. Il cielo è aperto, il cielo ha un cuore".

Una nota di storia locale. Alcuni dati storiografici ci inducono a dare una importanza singolare alla devozione per l’Immacolata nella nostra terra, che appare riconnessa al dibattito teologico svoltosi in Campania intorno all’anno mille. Si può notare, nello sviluppo della devozione mariana del nostro territorio diocesano (diocesi di Aversa) un riferimento storico-teologico che pone l'area culturale locale tra quelle che per prime, a partire dal medioevo, hanno riconosciuto alla Madre di Dio l'onore del titolo dell' Immacolata Concezione. Questo riferimento, come viene rilevato in uno studio sulla teologia medievale (L. Orabona, La societa cristiana del Medioevo), rimanda al trattato mariano di Eadmero, monaco benedettino nel monastero di San Salvatore Telesino, vissuto nell'XI secolo al seguito di Sant'Anselmo, Arcivescovo di Canterbury, che lo conobbe durante un suo viaggio in Campania. L’importanza di tale riferimento si coglie ancor più in considerazione del fatto che il santuario mariano di Frattamaggiore è il principale luogo diocesano dedicato all’Immacolata, costruito all’epoca della proclamazione del dogma sul sito di una preesistente chiesa medievale.

Approfondimenti su storialocale.it:

In diretta dalla Grotta di Massabielle:
http://it.lourdes-france.org/tv-lourdes/

sabato 11 febbraio 2012

Scolastica da Norcia - Colomba discreta della cultura benedettina

Nel Libro II dei suoi Dialoghi, il santo papa Gregorio Magno (540-604) ci narra la vita di San Benedetto da Norcia (480 – 550 ca.), del quale tesse le lodi esaltandone la santità in vita e l’opera della santa Regola dettata a i suoi monaci. Gli avvenimenti sono narrati al diacono Pietro che dialoga con il papa chiedendo di conoscere alcuni aspetti della vita del santo abate: “Veramente se alcuno vuol conoscere i costumi e la vita del santo con più accuratezza, può scoprire nell'insegnamento della regola tutti i documenti del suo magistero, perchè l'uomo di Dio non ha affatto insegnato diversamente da come è vissuto ". 
La Vita di Benedetto, narrata da Gregorio, è completata anche con alcuni tratti fondamentali della Vita della sorella Scolastica (480-543 ca.). San Gregorio parla del Venerabile Padre che ha insegnato la Regola ai Monaci, così come l'ha vissuta e così come è andato concependola e realizzandola, a partire dalle esperienze di studio nella Roma dell'inizio del VI secolo. Negli ambienti culturali romani Benedetto, infatti, si muove criticamente come giovane intellettuale alla ricerca di Dio, preceduto sulla via religiosa dalla sorella Scolastica. La scelta religiosa vissuta in prima persona e la sua guida richiesta da numerosi monaci, lo conduce poi alla vita monastica, prima eremitica e poi cenobitica, vissuta allo 'Speco', nei primi monasteri di Subiaco, e nell’abbazia di Montecassino dove viene formalmente completata la sua Regula Monachorum.
Il Ritratto di Scolastica, breve ma intenso, appare verso la fine del lungo racconto di Gregorio:
Scolastica, sorella di san Benedetto, consacratasi a Dio fin dall’infanzia, era solita recarsi dal fratello una volta all’anno. L’uomo di Dio andava incontro a lei, non molto fuori della porta, in un possedimento del monastero. Un giorno vi si recò secondo il solito, e il venerabile suo fratello le scese incontro con alcuni suoi discepoli. Trascorsero tutto il giorno nelle lodi di Dio e in santa conversazione. Sull’imbrunire presero insieme il cibo. Si trattennero ancora a tavola e, col protrarsi dei santi colloqui, si era giunti a un’ora piuttosto avanzata. La pia sorella perciò lo supplicò, dicendo: «Ti prego, non mi lasciare per questa notte, ma parliamo fino al mattino delle gioie della vita celeste». Egli le rispose: «Che cosa dici mai, sorella? Non posso assolutamente pernottare fuori del monastero». Scolastica, udito il diniego del fratello, poggiò le mani con le dita intrecciate sulla tavola e piegò la testa sulle mani per pregare il Signore onnipotente. Quando levò il capo dalla mensa, scoppiò un tale uragano con lampi e tuoni e di pioggia, che né il venerabile Benedetto, né i monaci che l’accompagnavano, poterono metter piede fuori dalla soglia dell’abitazione, dove erano seduti. Allora l’uomo di Dio molto rammaricato cominciò a lamentarsi e a dire: «Dio onnipotente ti perdoni, sorella, che cosa hai fatto?». Ma ella gli rispose: «Ecco, ho pregato te, e tu non hai voluto ascoltarmi; ho pregato il mio Dio e mi ha esaudita. Ora esci pure, se puoi; lasciami e torna al monastero». Ed egli che non voleva restare lì spontaneamente fu costretto a rimanervi per forza. Così trascorsero tutta la notte vegliando e si saziarono di sacri colloqui raccontandosi l’un l’altro le esperienze della vita spirituale. Non fa meraviglia che Scolastica abbia avuto più potere del fratello. Siccome, secondo la parola di Giovanni, «Dio è amore», fu molto giusto che potesse di più colei che più amò. Ed ecco che tre giorni dopo, mentre l’uomo di Dio stava nella cella e guardava al cielo, vide l’anima di sua sorella uscita dal corpo, penetrare nella sublimità dei cieli sotto forma di colomba. Allora, pieno di gioia per una così grande gloria toccatale, ringraziò Dio con inni e lodi, e mandò i suoi monaci perché portassero il corpo di lei al monastero, e lo deponessero nel sepolcro che aveva preparato per sé. Così neppure la tomba separò i corpi di coloro che erano stati uniti in Dio, come un’anima sola. (Gregorio Magno, Dialoghi, II, 34).
La tradizione monastica cassinese antica (a partire dall’abate San Bertario del IX secolo) riteneva che Santa Scolastica fosse gemella di San Benedetto, che avesse seguito il fratello a Subiaco, e che si fosse stabilita con delle monache al monastero di Plumbariola vicino Cassino. La segnalazione della presenza di Scolastica accanto al fratello abate, consacrata fin dall’infanzia e solita incontrarsi con lui una volta l’anno nel suo monastero di monache, ha giustificato la sua santità discreta ed orante, modello stesso del monachesimo benedettino femminile. Si è verificata così una universale celebrazione di Santa Scolastica mai disgiunta dalla celebrazione di San Benedetto. La diffusione del suo culto ha sempre seguito le vie italiche ed europee del culto benedettino (Norcia, Roma, Subiaco, Montecassino, Italia, Francia, Inghilterra, Germania, ecc.). Alla fine del VII secolo reliquie della santa furono traslate a Mans, in Francia, ove fu eretto un monastero in suo onore; altre reliquie furono portate a Javigny, al tempo di Carlo il Calvo alla fine del IX secolo.
Un rilievo interessante circa il culto di Santa Scolastica si può operare lungo le vie della diffusione dei monasteri benedettini (la Terra sancti Benedicti che si estendeva dalla Campania alla Tremiti), sui tratturi abruzzesi e molisani della transumanza, e nei luoghi ove sono sorti le chiese e i chiostri dei cassinesi. In questi luoghi e su queste vie, specialmente quelle abruzzesi, si incontrano tradizioni e devozioni popolari che mettono in risalto la funzione di Scolastica come patrona della pioggia, dell’acqua e delle fonti, e come protettrice delle donne che allattano e delle donne sterili.
Un altro rilievo si può riscontrare nelle opere d’arte (affreschi, dipinti, monumenti, libri sacri) che a partire dal medioevo, nei luoghi della cultura benedettina (dal Sacro Speco a Cluny, da Montecassino ad Aversa), hanno esaltato e celebrato la figura della santa, sia da sola e sia accanto alla figura di San Benedetto, del cui ordine ella è considerata con-fondatrice.
Nell’epoca carolingia (IX-X secolo) la cultura cassinese, ambito della più sentita devozione alla santa, ebbe una particolare diffusione nella Campania longobarda e bizantina (Teano, Capua, Benevento, Salerno, Napoli), integrandosi con le esperienze monastiche volturnensi e basiliane.
In epoca normanna (XI – XII secolo) essa si consolidò nella stessa area come la fondamentale forma monastica ispirata alla regola di san Benedetto ed ebbe i suoi luoghi principali nel monastero dei Santi Sossio e Severino di Napoli e nei monasteri capuani ed aversani di San Lorenzo e di San Biagio delle monache.
Oggi la spiritualità con la preghiera rappresentano il campo privilegiato del culto a Santa Scolastica, che trova modi di esprimersi con esperienze intense e sentite (es.: Suore oblate di santa Scolastica, Sublacensi di Santa Scolastica, Benedettini di Montercassino). Altri onori per la santa provengono dalle chiese, dalle sedi monastiche e dalle attività (ad es. parrocchie, case religiose, missioni, città benedettine) intitolate al suo nome in ogni parte del mondo. 
Tra le città benedettine ricordiamo anche Frattamaggiore che con la Basilica Pontificia di San Sossio, custode dei santi titolari del monastero napoletano (San Sossio martire e San Severino abate patrono dell’Austria), rappresenta un luogo d’incontro tra i valori storici del cristianesimo in Europa e la spiritualità ispirata alla preghiera e alla regola benedettina.

Sequenza di Santa Scolastica
O fiore del Paradiso, Santa Scolastica, 
tu che fin dai primi anni, con la grazia del Signore, 
ti donasti interamente all’esercizio dell’orazione,
per mezzo della quale meritasti poi 
che Dio con un prodigio trattenesse con te 
in quella notte il tuo fratello San Benedetto: 
ottieni anche a noi il vero spirito di orazione 
e di raccoglimento, onde possiamo sempre
camminare alla presenza di Dio.
Amen

domenica 5 febbraio 2012

Giulio Genoino e l'arte di educare

La drammatizzazione è considerata dalla moderna metodologia didattica uno strumento efficace per l'educazione dei ragazzi, utile per lo sviluppo delle loro capacità di apprendere e di comunicare i valori della comunità. Il potenziale educativo della messa in scena di un'opera teatrale, predisposta con precisi intenti pedagogici, è indubitabile ed ha pratiche e riconoscimenti antichi anche se poco noti. E' il caso dell' Etica Drammatica per l'Educazione della Gioventù di Giulio Genoino, un'opera in 12 tomi scritta dall'abate frattese tra il 1831 e il 1842 con edizioni livornesi e napoletane.
La figura di Giulio (1771- 1856), rampollo dei conti Genoino residenti ab antiquo nel casale di Frattamaggiore, si staglia in maniera particolare nel panorama della vita ecclesiastica e civile napoletana della prima metà dell'800. Egli vive la sua vocazione religiosa con la preparazione giovanile nel chiostro napoletano di san Girolamo alla scuola e alla spiritualità di san Filippo Neri, ed è cappellano militare al seguito di un reggimento regio che lo porta in vari luoghi della Campania e in Toscana. I cambiamenti istituzionali napoletani, nel periodo napoleonico e durante la restaurazione borbonica, lo vedono impegnato nella vita civile e culturale e nella produzione letteraria. Egli è insieme religioso, funzionario statale, poeta dialettale, educatore della gioventù, librettista, scrittore di vasta fama. Pio IX è tra i lettori assidui delle sue opere scritte per l'educazione dei giovani. Tra i riconoscimenti post mortem della sua opera vi sono quelli lusinghieri di Salvatore di Giacomo, di Benedetto Croce e di Gianni Race.
La storiografia locale, significativamente rappresentata da autori e studiosi suoi conterranei, gli ha dedicato studi ed approfondimenti che costituiscono una buona base per la sua conoscenza bio-bibliografica. Si annotano: Antonio Giordano con una scheda biografica in Memorie Istoriche di Fratta Maggiore del 1834, Sosio Capasso con narrazioni frattesi e generali in Frattamaggiore del 1944 e del 1992 e in Giulio Genoino del 2002, Francesco Capasso con trattato critico e letterario in Giulio Genoino del 1970, Pasquale Ferro con narrazioni frattesi in Frattamaggiore sacra del 1974.
Niente di meglio, comunque, delle parole stesse dell'abate per comprendere sia il suo pensiero nel merito dell'arte dell'educare con il dramma e sia il contesto motivazionale colto nella  realtà della  manifestazione storica contemporanea. Le ricaviamo dal tomo 3 della sua Etica Drammatica dedicato alla virtù della prudenza da esercitarsi dalle giovanette. Sono leggibili su storialocale.it:

http://www.storialocale.it/persone/genoino/genoino.pdf

venerdì 27 gennaio 2012

Don Bosco e il senso della storia

Agganciare il percorso della personale attività pastorale ed educativa al cammino epocale della Chiesa nel periodo delle grandi trasformazioni culturali ed economiche del XIX secolo. 
Fu questo il significato che assunse l'opera di Giovanni Bosco (1815–1888), il santo sacerdote, educatore infaticabile dei giovani nella Torino sabauda pre-unitaria e fondatore carismatico dell'ordine dei Salesiani e della loro vasta missione cattolica nel mondo contemporaneo. La sua opera educativa si svolse in maniera prodigiosa, ed assunse esiti risolutivi nei confronti della devianza e dello sfruttamento del lavoro giovanile, in un contesto torinese dove si registravano forme di pauperismo e problematiche connesse all'immigrazione contadina e all'industrializzazione.
   Giovanni Bosco nacque quando in Europa si era concluso il periodo rivoluzionario e napoleonico. Orfano di padre e piccolo contadino dell'astigiano egli apprese i primi rudimenti del sapere da un vecchio sacerdote. La sua formazione umana e culturale, da garzone di campagna a seminarista e a giovane sacerdote del Convitto Ecclesiastico di Torino (dal 1826 al 1844), avvenne in un arco di tempo caratterizzato da molteplici mutamenti storici, nel clima della restaurazione e della nascente cultura risorgimentale.
La sua opera giovanile, fortemente intrisa dell'entusiamo vocazionale e dello spirito sacerdotale, si concretizzò nell' Oratorio, che ebbe i suoi primi sviluppi al contatto con i carcerati e i giovani provenienti dalla campagna. Attraverso quella istituzione don Bosco assicurò a decine di ragazzi l'assistenza religiosa e morale, la crescita nella fede, l'alfabetizzazione e l'apprendimento di un mestiere artigianale.
  Nella Torino di metà ottocento egli riuscì con l'obolo popolare a costruire la chiesa di San Francesco di Sales, diede vita a tre esperienze oratoriane, organizzò numerosi laboratori di artigianato, istituì una scuola ginnasiale, coinvolse circa un migliaio di giovani.
All'indomani dell'Unità d'Italia (1860) la sua opera fu vista con favore in tutti gli ambienti civili ed ecclesiastici; ottenne il sostegno del Governo, il plauso del Papa, e l'aiuto di numerosi benefattori e collaboratori. In poco più di un decennio egli riuscì a costituire l'ordine dei Salesiani (Padri, Suore e Cooperatori); e riuscì a costruire altre tre chiese, due a Torino (S. Maria Ausiliatrice e S. Giovanni Evangelista) e una a Roma (Sacro Cuore di Gesù). 
Alla fine dell'ottocento l'opera di Don Bosco ed il suo messaggio educativo a favore dei giovani, concretizzatisi con istituti scuole e missioni salesiani, erano diffusi in Europa in America Latina ed in altre parti del mondo.
   Educazione dei giovani ed organizzazione della vita consacrata apparvero come gli ambiti fondamentali rispetto ai quali don Bosco indirizzò la sua attività sacerdotale. Tali appaiono i tratti caratteristici della sua opera così come essa viene tuttora esperita nella relazione sociale e nella dinamica ecclesiale contemporanea. Questi tratti fin dalle origini non furono disgiunti dalla persistente iniziativa pubblica che Giovanni Bosco sviluppò nel campo della  comunicazione e della catechesi. Egli attinse alle conoscenze che gli derivavano dalla personale familiarità con lo studio della storia della Chiesa e con la intensa pratica devota, e pubblicò libri destinati agli studi scolastici dei ragazzi e alla crescita della loro fede. Pubblicò biografie esemplari con intenti educativi e devozionali; si ispirò all'insegnamento dei santi e alle loro soluzioni per caratterizzare la sua predicazione e la sua metodologia educativa. San Filippo Neri, Sant'Alfonso Maria de' Liguori, San Francesco di Sales, furono modelli impliciti del suo operare. La sua originalità fu quella di  proporre riferimenti 'preventivi' per l'educazione dei suoi giovani, con l'intento di aiutarli nella formazione del senso della fede, dell'appartenenza alla Chiesa e della partecipazione produttiva alla vita sociale, nel contesto di una storia da comprendere nei significati religiosi, da vivere e da caratterizzare con l'impegno personale e comunitario. 
In questo senso il percorso educativo e pastorale di don Bosco, sostenuto da una intensa attività editoriale, si agganciava al cammino epocale della Chiesa nel XIX secolo e alle dinamiche ispirative della Dottrina Sociale sviluppata e comunicata in risposta ai mutamenti e alle problematiche della modernità. 'Camminando con i giovani' è ancora oggi l'orientamento operativo della famiglia dei Salesiani, la Congregazione fondata da don Bosco e diffusa in 128 nazioni con circa mezzo milione di membri. Nel giorno di Pasqua del 1934 il papa Pio XI iscrisse Giovanni Bosco tra i Santi della Chiesa Cattolica.


Documenti e bibliografia storica su:
http://www.storialocale.it/agiografia/donbosco/don_bosco.pdf



SALESIANI DI DON BOSCO
http://www.sdb.org/index.php


EDITRICE NEL SEGNO DI DON BOSCO
http://www.elledici.org/







lunedì 16 gennaio 2012

Storia e critica filosofica in una lettera di Giambattista Vico

Tra '600 e '700 la riflessione filosofica e la metodologia della scienza furono caratterizzate dalle posizioni del razionalismo e dell'empirismo. La ricerca della verità avveniva secondo i procedimenti dell'analisi deduttiva o della sintesi induttiva, si partiva da idee precostituite o si perveniva a formule convalidate dall'esperimento. Cartesio, Leibniz, Bacone, Locke ed Hume furono i principali pensatori dell'epoca. Il pensiero e l'esperienza fornirono le categorie interpretative della realtà e caratterizzarono la nascita della scienza moderna nel campo dello studio della natura e della matematica. 
   Tra le posizioni razionalistiche e le posizioni empiristiche, considerandole tendenziali e di moda, si interpose l'originale visione storica-universalistica del filosofo napoletano Giambattista Vico (1668-1744), il quale privilegiò il metodo argomentativo per l'interpretazione della natura dell'umanità. I suoi Principi di scienza nuova portarono nel titolo sia la critica alle tendenze del pensiero contemporaneo e sia la proposta di un approccio nuovo, antesignano del metodo delle  Scienze Umane, per comprendere la storia dei popoli e dell'umanità. 
La sua indagine svolta sulle tre età della storia dell'uomo (età del senso, età della fantasia ed età della ragione) - una storia che procedeva in maniera non lineare ma attraverso corsi e ricorsi – evidenziò la dimensione di un divenire che legittimò l'esigenza di una nuova storiografia e di una nuova concezione filosofica della storia. Da Vico in poi, fare storia significò svolgere un'indagine che accanto alla narrazione degli avvenimenti, che descriveva il volgersi dal passato al presente, poteva porre anche l'esercizio della previsione e dell'anticipazione, che descriveva il volgersi dal presente al futuro. 
   In questo senso il discorso storiografico aperto da Giambattista Vico, ed assurto a valore europeo ed internazionale, ispirò in qualche modo le successive posizioni idealistiche e romantiche circa la concezione filosofica della storia e stimolò molti aspetti del dibattito proposto dallo storicismo. Sicuramente una certa influenza del pensiero vichiano si estese al perfezionamento della già nobile storiografia locale italiana e meridionale, e contribuì alla formulazione delle 'leggi' dello sviluppo storico dell'umanità individuate dalle teorie sociologiche sorte con il positivismo (ad esempio la legge dei tre stadi (religioso, metafisico, positivo) di Augusto Comte). 

   Un'interessante documento della tematica vichiana ci viene fornito dal canonico Antonio Giordano, Bibliotecario della Reale Biblioteca Borbonica e storico eccelso del suo paese con l'opera Memorie Istoriche di Fratta Maggiore del 1834. Si tratta di una lettera che il Vico inviò ad un prelato romano spiegandogli il significato del suo libro sui Principi della scienza nuova. Il Giordano aveva scoperto alcune lettere autografe del Vico e ne fece una pubblicazione a stampa datata al 1818.
Al sito www.storialocale.it possiamo leggere il frontespizio della pubblicazione del Giordano, la sua premessa alla lettera in questione, e un brano significativo della stessa lettera firmata da Giambattista Vico.



martedì 13 dicembre 2011

La costruzione del presepio

La motivazione fondamentale della costruzione del presepio si lega ad una riflessione di carattere teologico e devozionale sulla Incarnazione del Figlio di Dio, e alla rappresentazione simbolica del mistero della Natività. Altre motivazioni attengono la tradizionale relazione educativa tra le generazioni e l’interagire in una comunità di vita e di valori. Molti ricordano il presepio della fanciullezza come una costruzione a cui partecipare in famiglia con la guida del padre, nel palazzo o nella comunità ecclesiale e cittadina con la guida di una persona esperta. Il presepio veniva semplicemente realizzato per celebrare l'avvenimento religioso della Nascita di Gesù, e la sua costruzione riusciva a motivare l'impegno e a stimolare la creatività fino a procurare la profonda emozione della coscienza di partecipare a momenti importantissimi per la propria e l'altrui vita. 
Quella emozione non è un dato relegabile solo alla memoria; essa è sempre esperibile, anche nell'oggi, perché è una espressione precipua dell'animo umano, e riappare quando questo si ritrova a riflettere sui valori essenziali della vita e sui contenuti dei propri convincimenti. E' una emozione, talvolta di carattere estetico e religioso, che diviene un moto operativo, artistico ed educativo, quando i valori e i convincimenti cerca di rappresentarli oggettivamente e costruttivamente attraverso un linguaggio ed un’opera simbolici e significativi 
Tale è l'emozione che la costruzione del presepio suscitava un tempo, offrendo materia alla riflessione e alla rappresentazione dei valori e dei legami familiari e comunitari; e che risuscita rioffrendosi con spunti costruttivi e rappresentativi dei valori nei discorsi e nei legami dell'oggi. 
In molti luoghi del napoletano, tra gli amici che si ritrovano a parlare del presepio è comune l'esperienza della leggenda d'origine che lega il proprio ricordo infantile con il periodo natalizio. Si tratta della memoria di gesti comunitari antichi evocata dalla costruzione del manufatto presepiale insieme con le situazioni di vita e i sentimenti della festa più amata dai bambini e dagli anziani. 
Il presepio si ripropone così come luogo della memoria e del dialogo tra le generazioni, espressione simbolica e rappresentazione di una riflessione, di una fede e di un discorso che è sempre pedagogico anche nelle sue manifestazioni più evidentemente artistiche o religiose. 
In questa memoria ci si sente particolarmente coinvolti a causa delle notevoli trasformazioni economiche ed ambientali ingeneratesi con la modernità, ed il richiamo della tradizione risponde psicologicamente ad una esigenza di riflessione sulla propria identità culturale e personale. 

Bibliografia:   P. Saviano, Civiltà del presepe - Natale e storie di paese, Roma 2009          libro on line
                

domenica 11 dicembre 2011

Mons. Alessandro D'Errico tra i premiati della nona edizione del Premio Bonifacio VIII

Ad Anagni, 'Città dei Papi', il 9 Dicembre 2011 si è tenuta la cerimonia di chiusura della IX edizione del Premio Bonifacio VIII. Un riconoscimento nazionale ed internazionale, istituito dall'Accademia Bonifaciana, che intende onorare gli operatori di pace e i promotori dell'assistenza ai paesi più poveri. Un premio che, secondo le parole del Presidente Sante De Angelis, “trae ispirazione dal messaggio di pace del Papa del primo Giubileo e che persegue l'obiettivo perennemente attuale per il bene dell'umanità, coniugando la promozione culturale con i valori dello spirito e realizza un significativo impegno sociale a favore di diverse situazioni di disagio e di indigenza”. 
Il premio, simboleggiato con un volto di Bonifacio VIII artisticamente scolpito da Egidio Ambrosetti, fu assegnato per la prima volta nel 2003 al papa Giovanni Paolo II. Da allora a cadenza annuale, e nella cornice architettonica dei palazzi della cittadina medievale, esso è stato consegnato a svariate e meritevoli personalità della vita ecclesiastica, istituzionale, civile e militare.
Tra queste: i Cardinali Jose Saraiva Martins, Renato raffaele Martino, Javier Lozano Barragan, Angelo Comastri, Crescenzio Sepe, Ersilio Tonini, Elio Sgreccia, Giovanni Lajolo; i Presidenti emeriti della Repubblica Oscar Luigi Scalfaro e Carlo Azeglio Ciampi; il Premio Nobel Rita levi Montalcino ed il Senatore Giulio Andreotti.
Quest'anno ha voluto sottolineare il valore del Premio Bonifacio anche il Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano che ha inviato una medaglia di rappresentanza e ha rivolto un messaggio che evidenzia il percorso civile e culturale ed il costante impegno per la pace, il dialogo e la coesione sociale.   
La cerimonia del 9 Dicembre ha riguardato la premiazione di Mons. Arcivescovo Alessandro D'Errico, Nunzio Apostolico in Bosnia-Erzegovina e Montenegro, nella cui opera pastorale e diplomatica, svolta a nome della Chiesa nella complessità dei rapporti interreligiosi e civili delle regioni balcaniche, sono particolarmente esaltati i valori promossi dal Premio Bonifacio.
Nella stessa giornata hanno ricevuto il riconoscimento anche altre importanti personalità: il cardinale Salvatore De Giorgi Arcivescovo emerito di Palermo, Mons. Carlo Liberati Arcivescovo Prelato di Pompei, il Generale Biagio Abrate, l'Ammiraglio Bruno Branciforte, Angelo Caloia Presidente della Fabbrica del Duomo di Milano, Miguel H. Diaz Ambasciatore degli Stati Uniti presso la Santa Sede, il Senatore Lamberto Dini.
Papa Benedetto XVI ha inviato un messaggio con “una speciale Apostolica Benedizione all'Istituzione organizzatrice dell'evento e agli Autorevoli Personaggi insigniti del Premio”.
La locandina dell'evento, intitolata '...per una cultura della pace...' e raffigurante il beato Giovanni Paolo II alla ricezione del Premio, è stata realizzata da una artista ucraina.

mercoledì 16 novembre 2011

Vangelo e Missione nella vita del Servo di Dio padre Mario Vergara

   E' trascorso un secolo dalla nascita di padre Mario Vergara (Frattamaggiore (Italia) 18 Novembre 1910 – Shadaw (Birmania) 25 Maggio 1950). La bibliografia più antica, che ha riguardato la vita del missionario caduto martire, ha riportato in genere la data di nascita del 16 novembre 1910.
Le recenti ricerche nell'Archivio Comunale e nell'Archivio Parrocchiale della città natale hanno portato a rilevare il 18 novembre 1910 come data di nascita ed il 20 novembre 1910 come data del battesimo.
   L’opera fondamentale sulla vita e sul martirio di Mario Vergara è la biografia scritta dal suo confratello padre Ferdinando Germani del PIME (Germani F., P. Mario Vergara, Martire della Fede e della Carità in Birmania). L’opera edita a Napoli nel 1987 ha il carattere di una vasta e documentata ricerca agiografica, ricca di contributi storici, geografici, religiosi e testimoniali. Tutti i contributi offrono spunti, tratti ed episodi della personalità e della vita di padre Mario e hanno valore e significato in una importante storiografia ecclesiastica, sia diocesana e sia propria della congregazione missionaria del Pontificio Istituto Missioni Estere. L’opera di padre Germani, costruita nello scavo storico profondo e nella levità spirituale dell’umile e certosino lavoro fatto per far risaltare la luce del protagonista mediante l’assemblaggio dei numerosi dati e documenti, si compone dei tanti ritratti di padre Mario Vergara colti nelle corrispondenze personali ed ufficiali, nei dialoghi e nelle narrazioni amicali, durante la parabola della sua esistenza terrena.
   I contributi narrativi più importanti provengono in primo luogo dai suoi amici di gioventù, don Gennaro Auletta, prete scrittore e giornalista, e mons. Angelo Perrotta, parroco di San Sossio, i quali condivisero con lui il percorso diocesano degli studi vocazionali nei seminari di Aversa e di Posillipo. Poi provengono dai suoi confratelli missionari, da Pasquale Anatriello, compaesano e in passione socius” in Birmania e nei campi di concentramento in India, da Pietro Galastri, giovane collaboratore che gli fu accanto negli ultimi due anni della missione e nel martirio, da Giovanni Battista Gobbato, divenuto nel 1961 vescovo di Taunggyi in Myanmar, che ne ricordò la profonda spiritualità sacerdotale e la modernità del pensiero pastorale.   
   Ulteriori apporti conoscitivi della figura di Mario Vergara provengono dal suo maestro di seminario e confratello missionario Pasquale Ziello, dal suo superiore di Ducenta padre Paolo Manna, beatificato nel 2001, e da padre Igino Mattarucco suo successore nella missione che lo vide martire. In particolare da padre Pietro Galastri, suo giovane confratello collaboratore, provengono le testimonianze più vivide e ‘in diretta’ circa il pensiero pastorale e lo stile del lavoro missionario di padre Mario Vergara svolto nel periodo culminante della sua attività e della sua esistenza. Non meno importanti sono i contributi che provengono dalle tante altre e disparate fonti coeve e postume, consistenti nei ricordi occasionali, nelle memorie di contatti, di avvenimenti e situazioni di vita condivisi, delle tante persone, compresi i suoi familiari, che hanno rammemorato il loro incontro fisico e spirituale ed il loro legame con Mario Vergara e la sua opera.
   Sulla presentazione della figura di padre Mario Vergara si sono impegnati anche altri autori della storiografia locale (Gaetano Capasso per la storia diocesana, Angelo Perrotta per la memoria pastorale, Sosio Capasso per la storia comunale, Alfonso D’Errico per la comunicazione giornalistica), e sicuramente numerosissime sono anche le testimonianze destinate alla positio del Servo di Dio nel percorso verso la sua beatificazione. Particolarmente interessante si mostra la pista di ricerca, svolta anche nel mio libro (Pasquale Saviano, Padre Mario Vergara la missione più bella - Vita del Servo di Dio, Roma 2010), che si può sviluppare sulla raccolta degli scritti personali del missionario frattese: il dialogo diretto con il suo pensiero e con le sue parole permette la conoscenza immediata di momenti importanti della sua vita, consente la partecipazione sentita alla sua esperienza umana e religiosa, e favorisce la ricezione proficua del suo insegnamento.
   Gli scritti di padre Mario Vergara, finora recuperati dall’opera di padre Germani, dalla corrispondenza di mons. Perrotta, dagli Archivi del PIME, dall’opuscolo pubblicato dalla Chiesa di San Sossio di Frattamaggiore, e da qualche altra rara fonte, evidentemente non rappresentano l’intero corpus del missionario ma danno la possibilità, leggendoli e meditandoli, di percorrere un piccolo sentiero in sua compagnia, in ascolto del suo messaggio e nella condivisione spirituale della sua testimonianza del Vangelo.
   Scrivere della vita del missionario significa renderne comprensibile il quadro di riferimento vocazionale, il senso religioso dell’opera personale che trova significato teologico nell’opera della Chiesa, considerata nelle sue dimensioni universali e in quelle particolari della Chiesa locale. La riflessione sulla Chiesa missionaria, la Chiesa che padre Mario Vergara ha rappresentato nella lontana terra birmana e che ha dato senso religioso e teologico alla sua opera personale, porta a rilevare il suo fondamento sul Vangelo di Gesù Cristo. La missione della Chiesa, intesa come annuncio del Regno di Dio ed evangelizzazione delle genti, trova fondamento nella chiamata stessa del Signore.
   Gesù scelse i suoi discepoli e “chiamò a se quelli che egli volle […] Ne costituì dodici che stessero con lui e anche per mandarli a predicare” (Mc 3, 13-15). Egli li mandò ad annunziare il Regno di Dio e a "guarire gli infermi” (Lc 9, 2). Insieme con i dodici Apostoli (= inviati) Gesù “designò altri settantadue discepoli e li inviò a due a due avanti a se in ogni città e luogo dove stava per recarsi". Diceva loro “la messe è molta, ma gli operai sono pochi” (Lc 10, 2). Egli li inviava nello sterminato campo dell’evangelizzazione perché curassero i malati ed annunziassero a tutti: “E’ vicino a voi il Regno dei Cieli” (Lc 10, 9). Quei primi missionari del Vangelo tornarono da Gesù “pieni di gioia” (Lc 10, 17) felici di vedere sottomesse le forze del male nel nome del Signore. Gesù aveva dato loro la possibilità di partecipare direttamente alla costruzione del Regno dei Cieli e di viverne il divino mistero. Ai discepoli inviati, e alle genti che ascoltavano l’annuncio del Vangelo, Gesù aveva, infatti, detto: “Risplenda la vostra luce davanti agli uomini, perché vedano le vostre opere buone e rendano grazie al vostro Padre che è nei Cieli” (Mt 5, 16).
   Fin dall’inizio, così, la comunità dei discepoli di Gesù ha avuto una caratterizzazione missionaria, e attraverso la missione i discepoli vengono introdotti nel mistero di Dio e resi capaci di partecipare con Gesù alla trasformazione e alla salvezza del mondo. Il Vangelo viene compreso con pienezza nella luce della Risurrezione del Maestro: “Come il Padre ha mandato me, anch’io mando voi” (Gv 20, 21). Il mandato missionario diviene l’esplicita manifestazione della volontà del Risorto e l’impegno più coerente della Comunità dei credenti per partecipare alla realizzazione del progetto di Dio e della redenzione dell’uomo: “Andate […] e ammaestrate tutte le nazioni, battezzandole nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo, insegnando loro ad osservare tutto ciò che vi ho comandato. Ecco io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo” (Mt 28, 19-20). In quello “Andate” detto nel Vangelo di Matteo, e in quel “partirono e predicarono dappertutto” narrato nel Vangelo di Marco, come afferma uno storico della Chiesa, si ritrova il primo anello della catena delle Missioni ed il fondamento dell’edificio missionario della Chiesa.
   La peregrinatio della Chiesa per le strade del mondo e per l’annuncio del vangelo di Gesù Cristo è stata nei secoli ininterrotta. All’opera personale dell’apostolo si è sempre accompagnata il sorgere di comunità che hanno continuato il cammino della fede. La storia che giunge fino al secolo scorso ha disposto vie tutte ‘occidentali’ per la propagazione del messaggio missionario; in una modalità forse assimilabile alla disposizione delle ‘vie’ romane dell’impero antico che risultò utile alla diffusione del primo messaggio degli Apostoli. Il messaggio missionario dell’epoca contemporanea, per raggiungere i luoghi della missione in ogni parte del mondo, ha viaggiato soprattutto con i mezzi delle nazioni europee. In queste nazioni si sono sviluppate molteplici iniziative ed istituzioni con lo scopo della missione, che ha assunto anche aspetti confessionali.
   Le Missioni Cattoliche in particolare hanno conosciuto una grande fioritura di Congregazioni, di Istituti, di santi per le missioni (Paolina Jaricot, Teresa di Lisieux…) e di santi missionari (Daniele Comboni, Paul Denn…). La Spagna, l’Inghilterra, il Portogallo, la Francia, l’Italia, il Belgio, hanno avuto rispetto ai territori nuovi predominanti interessi coloniali. Ciò ha consentito ai missionari di raggiungere quasi ogni luogo della terra: espressione questa di una grande capacità operativa delle loro organizzazioni e dei loro istituti. Ma ciò li ha fatto anche vivere a contatto con la povertà del mondo, con l’immane sofferenza di villaggi e di popoli interi, in un’epoca di sconvolgimenti politici e bellici, nella condivisione e nell’emancipazione rischiosa ed eroica che spesso li ha portato ad un martirio che è segno non solo religioso dell’evangelizzazione e della redenzione dei popoli: espressione questa di una grande fede nel Vangelo, come quella del nostro padre Mario Vergara.
   La riflessione sull’humus storico religioso locale, legato alla scelta e alla testimonianza esemplare di Mario Vergara, porta a dare rilievo ad alcuni dati. In primo luogo si evidenzia la presenza antica del PIME nella diocesi di Aversa con la sua spirituale ed operosa risposta alla sentita istanza missionaria della Chiesa locale. All’Istituto missionario è legata la memoria incancellabile dei numerosi padri, nativi dei numerosi paesi della diocesi, che a partire dall’esperienza formativa del seminario vescovile hanno scelto di procedere sul cammino delle missioni estere. Queste scelte hanno avuto un misterioso legame con il convincimento, con il coraggio e con il persistente rischio del martirio, con l’eroismo del lavoro apostolico svolto secondo il mandato più radicale e l’aspettativa più chiara del Vangelo.




Bibliografia e recensione:

mercoledì 19 ottobre 2011

Convegno Pastorale Diocesano di Aversa

Si è tenuto nella serata di sabato 24 settembre 2011 nella Basilica di San Lorenzo fuori le mura, antica e gloriosa abbazia benedettina risalente al X secolo.  
Secondo le indicazioni del Vescovo Angelo Spinillo il Convegno ha voluto iniziare un percorso triennale di educazione alla fede, alla speranza e alla carità, ispirato al documento dei Vescovi italiani “Educare alla vita buona del Vangelo”.  Di seguito riferiamo le sue parole.
Il tema del convegno e, quindi, del nuovo anno pastorale ci mette in sintonia con quanto la Chiesa italiana sta vivendo e proponendo: un rinnovato impegno, una più viva attenzione all’educazione, soprattutto il desiderio di educare, di trasmettere con entusiasmo quanto è ricchezza della nostra vita cristiana.
Educare, infatti, non è l’insegnare dottrine rigidamente statiche, con la pretesa di omologare la vita delle persone in unico schema mentale. Potremmo riconoscere questo atteggiamento e questa logica nei Farisei di cui ci parla il Vangelo. Gesù il Maestro ci ha insegnato che educare è, piuttosto, il desiderio e la speranza di camminare insieme. Infatti, Gesù chiama i suoi discepoli, chiama coloro che incontra sulla via, e a tutti, e, soprattutto, a chi gli chiede una via per la vita non dà semplicemente delle indicazioni, ma sempre dice: “seguimi”. Gesù non si limita a dare astratte regole di vita lasciando poi che ciascuno faccia un suo cammino, ma vuole che tutti possano essere partecipi del suo vivere. Egli non manda via la folla perché vadano “e si comprino qualcosa da mangiare” (Mc 6,36), Egli è il Maestro che lava i piedi dei suoi discepoli e “ci educa con la sua stessa vita” (EVBV 16), Egli spezza il pane ed offre a tutti il suo corpo, tutto se stesso. La comunità cristiana, allora, educa quando illumina la realtà quotidiana con la disponibilità a seguire il Signore, a vivere con Lui e per Lui; quando educa se stessa alla fede nel Dio che la chiama alla pienezza della vita.
Ancora nel documento “Educare alla vita buona del Vangelo”, i Vescovi italiani ci hanno ricordato che “Dio ha educato il suo popolo trasformando l’avvicendarsi delle stagioni dell’uomo in una storia di salvezza”, ovvero nel vivere le vicende di ogni giorno seguendo Lui, educandoci a liberarci dal condizionamento del bisogno e del piccolo interesse, partecipando della sua carità in ogni nostra cosa. Vogliamo educarci a vivere alla presenza del Signore, sentendo che in ogni situazione della storia Dio chiama il suo popolo ad alzare lo sguardo verso la terra promessa, a camminare seguendo Lui che è la vita. In questa prospettiva, ci è sembrato utile proporre per la nostra comunità diocesana un cammino triennale di educazione alla fede, alla speranza, alla carità, ovvero un percorso
• di educazione all ascolto della presenza di Dio, da cui si genera la fede,
• di educazione alla celebrazione della presenza di Dio, in cui si fonda e vive la speranza,
• di educazione alla comunione di amore di Dio, in cui si sviluppa la carità.

L'educazione alla fede, obiettivo del primo anno del cammino pastorale, si avvale dell'icona dei discepoli che nel giorno della Pasqua incontrano il Risorto sulla stada di Emmaus e sulla loro narrazione: Gesù “lungo la via, ci parlava” (Lc 24, 32).
Come  simbolo esplicativo è stato presentata da don Francesco Picone l'opera d'arte La Cena di Emmaus del Caravaggio.
  
E' toccato all'ospite Relatore, Mons. Antonio Staglianò vescovo di Noto, lo sviluppo teologico ed esortativo del tema del Convegno così delineato dal vescovo Spinillo:
Perché la nostra fede possa crescere ed essere solida, dobbiamo educarci all’ascolto di Dio, della sua parola, della sua presenza nella storia del mondo, nella nostra storia personale.
Le parole ed i concetti del vescovo Staglianò sono stati brillantemente ed efficacemente espressi, talvolta poeticamente, per un'ora intera; hanno rimarcato una teologia profonda ed una antropologia chiara dell'ascolto della Parola che Dio creatore rivolge all'Uomo sua creatura, per la sua salvezza e nella sua storia personale ed ecclesiale. Tutti i convenuti hanno avvertito l'importanza ed il senso di un insegnamento capace di coinvolgere, suscitare interesse ed impegno per la fede.

Tra i video della Diocesi di Aversa si ritrova anche quello della Relazione di Mons. Staglianò.