mercoledì 4 febbraio 2015

Il volto della Repubblica

Sergio Mattarella, 12° Presidente della Repubblica Italiana, nel giorno del giuramento (3 Febbraio 2015) ha rivolto il suo messaggio al Parlamento. Ha realizzato il suo percorso discorsivo delineando e dettagliando i tratti e le dimensioni della vita della Nazione. Ha descritto la situazione dei rapporti civili, etico-sociali, economici e politici, in relazione ai Principi della Costituzione, all'Ordinamento e ai Diritti e ai Doveri in essa contemplati. Ha rimarcato la prospettiva delle speranze degli Italiani e delle giovani generazioni; ed ha evidenziato i valori della libertà e della democrazia nel contesto europeo ed internazionale.
Il Presidente Mattarella ha espresso i concetti inerenti il suo ruolo di garante della Costituzione con parole ed immagini semplici ed efficaci, come quelle dell'arbitro imparziale e dei giocatori corretti. Particolarmente significativa è stata la parte conclusiva del suo discorso dedicata alla 'scultura' del volto della Repubblica.
Tratta dal Messaggio riportato sul Portale della Presidenza della Repubblica, la leggiamo di seguito.


Onorevoli Parlamentari, Signori Delegati,


Per la nostra gente, il volto della Repubblica è quello che si presenta nella vita di tutti i giorni: l' ospedale, il municipio, la scuola, il tribunale, il museo.

Mi auguro che negli uffici pubblici e nelle istituzioni possano riflettersi, con fiducia, i volti degli italiani:
il volto spensierato dei bambini, quello curioso dei ragazzi.

i volti preoccupati degli anziani soli e in difficoltà il volto di chi soffre, dei malati, e delle loro famiglie, che portano sulle spalle carichi pesanti.

Il volto dei giovani che cercano lavoro e quello di chi il lavoro lo ha perduto.

Il volto di chi ha dovuto chiudere l'impresa a causa della congiuntura economica e quello di chi continua a investire nonostante la crisi.

Il volto di chi dona con generosità il proprio tempo agli altri.

Il volto di chi non si arrende alla sopraffazione, di chi lotta contro le ingiustizie e quello di chi cerca una via di riscatto.

Storie di donne e di uomini, di piccoli e di anziani, con differenti convinzioni politiche, culturali e religiose.

Questi volti e queste storie raccontano di un popolo che vogliamo sempre più libero, sicuro e solidale. Un popolo che si senta davvero comunità e che cammini con una nuova speranza verso un futuro di serenità e di pace.



Viva la Repubblica, viva l'Italia!



mercoledì 8 ottobre 2014

Per Carmelina Ianniciello

La sua dipartita è stata silenziosa e discreta, qualche settimana fa, ma Carmelina ha lasciato segni che la rendono presente nella comunità del paese, nella storia e nella cultura locale, con immagini e dialoghi che esprimono il suo esserci poetico ed educativo. Poesia ed insegnamento sono stati il suo linguaggio ed il suo agire, vissuti ed espressi nella semplicità per comunicare, anche formalmente ed istituzionalmente, valori profondi e concreti, religiosi e civili, estetici ed etici.
Per la comunità degli studiosi, e per i suoi studenti e lettori popolari, ha usato la creazione letteraria per semplificare ed immediatamente dare il senso complesso dell'animo umano e delle relazioni sociali che ella percepiva e testimoniava nella realtà personale e storica. La creazione letteraria (poetica, narrativa, teatrale) poggiante sulla base di una rigorosa ricerca e di una conoscenza razionale dei dati e degli avvenimenti reali.
Nell'Istituto di Studi Atellani e nella Rassegna Storica dei Comuni, ove la ricerca storica ed archeologica sono la prevalenza, la sua opera creativa ha apportato originali chiavi di lettura e di approfondimento della storia locale; e d'altro canto, nella reciprocità del dialogo sapienziale, ella ha ricavato orientamenti e passioni nuove per la sua poetica, scoprendo e rappresentando un mondo che ha ritenuto giusto comunicare nel dialogo delle generazioni della sua città e del suo territorio.
Ed ha così scritto cose belle.
Il libretto La Madonna di Campiglione un'edicola per ricordare, edito anche sulla rete dalla Biblioteca Comunale “Domenico Cirillo” di Grumo Nevano, è una di queste cose belle scritte da Carmelina Ianniciello. Propongo alla lettura la prima pagina.


Ho sentito molto vicino l'argomento della sua narrazione circa il cammino per i vicoli del paese, a rileggere in essi i segni delle tradizione rappresentati dalle edicole votive che vanno scomparendo.
In particolare ho compreso il dramma di Carmelina nel ricordare i dettagli dell'immagine antica della Madonna del Carmelo che ora non esiste più in Via Vittoria; scomparsa con la trasformazione del palazzo che la esponeva e la proteggeva in una nicchia elevata dalla strada. 

Avessi letto il suo devoto libricino primo della sua dipartita ... avrei avuto la gioia di offrirle il recupero fotografico di quella edicola che operai in tempo, prima della sua scomparsa.

Le dedico adesso l'immagine sul mio blog, e propongo alla lettura, dopo la prima pagina, anche l'ultima che funge da preghiera, del libricino scritto da un'amica poeticamente e religiosamente impegnata nella ricerca della storia locale.



Comunità dell'Istituto di Studi Atellani e Rassegna Storica dei Comuni

sabato 4 ottobre 2014

Le cose meravigliose delle Lodi di San Francesco d'Assisi

Grandissima importanza, religiosa e letteraria, è sempre stata riconosciuta al Cantico delle Creature di San Francesco d'Assisi. E' il canto della fraternità universale, dono precipuo del francescanesimo, e lo si è considerato anche il primo testo poetico della letteratura italiana.
La “poetica spiritualtà” di Francesco e delle sue parole hanno un seme ed una luce ulteriore nella Parola di Dio che egli riverbera nelle sue Lodi al Signore. E il Cantico delle Creature diviene continuazione, espressione e segno, di un altro componimento svolto con il ritmo e la preghiera dei Salmi e del Vangelo: le Lodi di Dio Altissimo (FF 61) che si possono considerare come il Cantico del Creatore che Francesco scrive come preghiera che l'umile frate rivolge al Padre Santo.
San Francesco scrisse queste Lodi quando stava vivendo l'esperienza delle Stimmate sul monte La Verna (settembre 1224), e le donò autografe ad un frate sconsolato per la contemplazione spirituale delle "cose meravigliose" operate da Dio.
Che siano state direttamente scritte da Francesco lo testimonia frate Tommaso da Celano nella Vita Seconda di San Francesco D'Assisi (FF 635, 49). Così Tommaso narra l'avvenimento:

Mentre il Santo era sul monte della Verna, chiuso nella sua cella, un confratello desiderava ardentemente di avere a sua consolazione uno scritto contenente parole del Signore con brevi note scritte di proprio pugno da san Francesco. Era infatti convinto che avrebbe potuto superare o almeno sopportare più facilmente la grave tentazione, non della carne ma dello spirito, da cui si sentiva oppresso.
Pur avendone un vivissimo desiderio, non osava confidarsi col Padre santissimo ma ciò che non gli disse la creatura, glielo rivelò lo Spirito.
Un giorno Francesco lo chiama: «Portami - gli dice - carta e calamaio, perché voglio scrivere le parole e le lodi del Signore, come le ho meditate nel mio cuore ».
Subito gli portò quanto aveva chiesto, ed egli, di sua mano, scrisse le Lodi di Dio e le parole che aveva in animo. Alla fine aggiunse la benedizione del frate e gli disse: «Prenditi questa piccola carta e custodiscila con cura sino al giorno della tua morte ».
Immediatamente fu libero da ogni tentazione, e lo scritto, conservato, ha operato in seguito cose meravigliose.

Di seguito leggiamo il testo scritto da Francesco ispirato ai Salmi e al Vangelo.

LODI DI DIO ALTISSIMO
Tu sei santo, Signore, solo Dio, che operi cose meravigliose (Sal 76,15).
Tu sei forte, Tu sei grande, Tu sei altissimo (Sal 85,10),
Tu sei re onnipotente, Tu, Padre santo, re del cielo e della terra (Gv 17,11; Mt 11,25).
Tu sei trino ed uno, Signore Dio degli dèi (Sal 135,2),
Tu sei il bene, ogni bene, il sommo bene, il Signore Dio vivo e vero (1Ts 1,9).
Tu sei amore e carità, Tu sei sapienza,
Tu sei umiltà, Tu sei pazienza,
Tu sei bellezza, Tu sei mansuetudine (Sal 70,5),
Tu sei sicurezza, Tu sei quiete.
5 Tu sei gaudio e letizia, Tu sei nostra speranza, Tu sei giustizia,
Tu sei temperanza, Tu sei tutta la nostra ricchezza a sufficienza.
Tu sei bellezza, Tu sei mansuetudine.
Tu sei protettore, Tu sei custode e nostro difensore (Sal 30,5),
Tu sei fortezza, Tu sei refrigerio (Sal 42,2).
Tu sei la nostra speranza, Tu sei la nostra fede, Tu sei la nostra carità.
Tu sei tutta la nostra dolcezza,Tu sei la nostra vita eterna

grande e ammirabile Signore, Dio onnipotente, misericordioso Salvatore. 

Bibliografia:
Scritti di San Francesco d'Assisi
Fonti Francescane

martedì 30 settembre 2014

75° delle Ancelle del Sacro Cuore a Frattamaggiore

Premessa
La Basilica Pontificia di San Sossio è meta della Peregrinatio del Corpo di Santa Caterina Volpicelli da 28 settembre al 5 ottobre 2014. Con questa iniziativa la Comunità ecclesiale di Frattamaggiore ha voluto celebrare il legame spirituale con le discepole della Santa napoletana, le Ancelle del Sacro Cuore che sono presenti nel paese dal 1939. Un'ottima occasione per riscoprire e rileggere tratti importanti della bella storia religiosa ed ecclesiastica locale. Mi sono perciò mosso per una ricerca storica e documentaria con la certezza di trovare luoghi e spunti interessanti per la conoscenza personale e comunitaria, e di realizzare nel contempo, nella cordialità e nell'amicizia, una irrinunciabile esperienza spirituale e di fede a contatto con l'exemplum di Santa Caterina e con la testimonianza delle Ancelle.
Ho potuto utilmente 'compulsare' alcune fonti archivistiche, rileggere pagine significative di una certa bibliografia, e rilevare direttamente con la fotografia luoghi, documenti e lapidi.
Il risultato è un saggio storico (un libro di una trentina di pagine) sviluppato in diversi punti e cronologicamente organizzato. Ne presento una sintesi in questo post.
1. LA COMUNITA' FRATTESE DELLE ANCELLE DEL SACRO CUORE
Dai materiali illustrativi dell'Opera delle Ancelle del Sacro Cuore, svolta a livello internazionale e nelle varie realtà locali ove si registra la loro presenza, si ricava anche una illustrazione che riguarda la Comunità di Suore che opera a Frattamaggiore. In essa si leggono la data della fondazione (18 Agosto 1939) e l'elenco delle attività che le Ancelle svolgono nel paese. Esse collaborano alle attività della Parrocchia di San Sossio, operano nel campo della Liturgia, della Catechesi e della Pastorale degli Infermi, curano le istanze spirituali dei giovani che partecipano al MEG (Movimento Eucaristico Giovanile), sono Zelatrici dell'ADP (Apostolato della Preghiera), onorano i tratti della vocazione originaria della Congregazione con la confezione di arredi sacri per le Chiese povere, sono aperte alle attività formative per il territorio, ospitano e curano nei loro locali una mensa per gli extracomunitari.
2. STORIOGRAFIA DELLA PRESENZA DELLE ANCELLE
Dal 1939 al 2014 sono trascorsi 75 anni. Tanti sono oggi gli anni della presenza a Frattamaggiore delle Ancelle del Sacro Cuore, fondate da Santa Caterina Volpicelli (1839 – 1894).
Sulla Santa fondatrice esiste una bibliografia di tutto rispetto, fatta di volumi numerosi scritti da Religiosi, Storici, Archivisti, Agiografi, Pedagogisti, Accademici e Studiosi sollecitati dal procedere secolare della Chiesa nel riconoscimento e nella celebrazione del carisma e delle virtù che hanno portato Caterina Volpicelli alla beatificazione nel 2001 e alla canonizzazione nel 2009.
Sulla Congregazione in generale delle Piccole Ancelle, che partendo dal luogo napoletano originario ove oggi si ritrova il Santuario del Sacro Cuore, estende la presenza delle sue Case, dei suoi Istituti e delle sue Opere in tutti i continenti, esiste una altra e tale bibliografia che si aggancia naturalmente e comunitariamente a quella prodotta sulla Santa, amplificandone l'exemplum e i significati della santità personale.

La Santità di Caterina Volpicelli e della sua Opera è colta dagli Scrittori sia nei significati assoluti della esperienza e della testimonianza religiosa e sia nella particolarità del legame che queste espressioni hanno con i luoghi e le epoche della loro manifestazione e della loro azione. In questo modo il discorso su Caterina e sulle Ancelle del Sacro Cuore denota da un lato gli aspetti storici e le dimensioni sociali della religiosità e del cattolicesimo vissuti nella Napoli dell'800, e da una altro lato interpreta lo sviluppo e l'attualizzazione della testimonianza missionaria ed educativa delle Ancelle di Santa Caterina nel mondo e nell'epoca contemporanea.
Si tratta evidentemente di un approccio storico e conoscitivo che in qualche modo assume spontaneamente il procedimento della storiografia 'crociana' (del napoletano Benedetto Croce) che porta a riconoscere i significati della 'storia universale' (della “grande storia” e della 'storia centrale') anche nelle dimensioni della 'storia particolare' e della 'storia locale'.
In questa prospettiva di 'storiografica locale' leggiamo oggi i significati e le dimensioni particolari dei 75 anni di presenza delle Ancelle a Frattamaggiore, potendo esplorare alcuni utili percorsi di ricerca e rinvenendo una certa documentazione prodotta nel contesto della vicenda storica ed ecclesiastica della città.

3. STORIA ECCLESIASTICA FRATTESE
All'origine della presenza delle Ancelle del Sacro Cuore a Frattamaggiore, formalmente iniziata con l'inaugurazione della loro Casa in un vicolo del centro storico il 18 Agosto del 1939, si ritrova un particolare contesto religioso ed ecclesiale. E' il contesto ove si esprime la cultura cattolica locale degli anni '30 del secolo scorso, e dal quale emerge il 'dono' prezioso di una operosa carità cittadina. E' questo un contesto ricco di testimonianze ecclesiali collegate all'azione pastorale di forti personalità sacerdotali e manifestate nell'impegno aristocratico e popolare dei devoti fedeli frattesi.
In generale le principali personalità di riferimento della vita ecclesiale locale di quel tempo furono quelle del Vescovo di Acerra Nicola Capasso, che fu Parroco di San Rocco dal 1919 a 1933, e quelle del Vescovo di Policastro Federico Pezzullo, che fu Rettore del Santuario dell'immacolata fino al 1937 (oggi Servo di Dio). Altre personalità di riferimento, oggi più note, furono quelle del Missionario in Birmania Padre Mario Vergara (oggi Beato), di Gennaro Pezzullo Parroco del SS.mo Redentore, di Nicola Mucci sacerdote Fondatore della Scuola del Sacro Cuore, di Carlo Capasso Rettore della Madonna delle Grazie e Parroco di San Rocco, e dei giovani sacerdoti Salvatore Vitale (oggi Servo di Dio), Gennaro Auletta e Angelo Perrotta.

Il popolo frattese dell'epoca era partecipe ed entusiasta ed arricchiva la vita ecclesiale, con la guida dei suoi pastori, dando vita ad innumerevoli e devote forme associative negli ambiti parrocchiali, ed esprimendo attraverso le sue componenti più abbienti e signorili importanti manifestazioni della Devozione e della Carità, con aiuti, donativi e fondazioni durature come case ed istituti. Esemplari in questo senso furono le due iniziative che portarono alla fondazione in Frattamaggiore degli Istituti delle Suore del Sacro Cuore “Maria Pia Brando” operante nel territorio della Parrocchia di San Rocco e delle Ancelle del Sacro Cuore operante nel territorio della parrocchia di San Sossio, rispettivamente legate alle donazioni signorili di Rosa Graziano e di Maria Pezzullo.
Per ambedue le iniziative appare importante la motivazione della devozione a Sacro Cuore, che trovava un segno importante nell'altare dedicato in San Rocco e nella istituzione dell'Apostolato della Preghiera estesa anche in San Sossio.

4. FONTI E DOCUMENTAZIONE
La storia dei 75 anni della presenza delle Ancelle del Sacro Cuore a Frattamaggiore può quindi trovare luoghi e documentazioni originarie proprio nel contesto della storia ecclesiastica locale a partire dagli anni '30. E risulta possibile ritrovare fonti ed utili notizie sia nella conservatoria degli Archivi Ecclesiastici locali (Archivio Diocesano di Aversa, Archivio Parrocchiale di San Rocco, Archivio Parrocchiale di San Sossio, Archivio delle Ancelle del Sacro Cuore), e sia nella Bibliografia locale che può aggiungersi con i suoi contributi a quella più generale ed ampia prodotta per la figura e l'opera di Santa Caterina Volpicelli e delle sue Ancelle del Sacro Cuore.
Alla narrazione di questa storia, che assume talvolta caratteristiche ed intrecci complessi, è opportuno dare una direzione cronologica.

Fino a questo punto la ricerca procede nel solco dell'analisi storiografica locale, nel tentativo di aprire piste metodologiche giuste e riferimenti utili per la documentazione.
I punti successivi, che elenco solo descrivendoli sommariamente, sono più lunghi e sono stati sviluppati nella disamina e nella presentazione dei documenti scritti, di brani e pagine di libri, delle stampe, delle lapidi, dei quadri e degli ambienti incontrati e visitati durante la ricerca.

5. SULLE ORIGINI
Ove si analizza e si descrive la documentazione degli anni '30 del secolo scorso fino alla pagina del giornale parrocchiale di San Rocco, Il Pellegrino di settembre 1939, che riporta la notizia dell'inaugurazione della Casa delle Ancelle del Sacro Cuore a Frattamaggiore.

6. LA PRESENZA DELLE ANCELLE NELLA STORIA LOCALE (1939-2014)
Ove si rileva e si approfondisce il contributo degli storici locali e soprattutto quelle di Mons. Angelo Perrotta, Parroco di San Sossio per oltre un trentennio dal 1968, il quale, in molte opere e pagine di carattere storico e pastorale, ha narrato e ha fatto conoscere ai fedeli e ai lettori non solo locali il carisma di Santa Caterina Volpicelli e delle Ancelle del Sacro Cuore da lei fondate.

Il saggio storico si conclude con un'ampia bibliografia e si avvale della documentazione fotografica necessaria. Fuori testo si presentano 2 pannelli fotografici sull'itinerario nell'Istituto

frattese delle Ancelle e sulla Peregrinatio del Corpo di Santa Caterina Volpicelli. 



lunedì 26 maggio 2014

Il sepolcro vuoto di Mario Vergara

Il fiume Salween
E’ una metafora temeraria che si può giustificare nella visione soprannaturale della vita che ci viene donata dalla fede nel Signore risorto; nella luce pasquale di una beatificazione ormai celebrata.    

Nel Cimitero del paese natio c’è un ‘sepolcro vuoto’.

E’ il sepolcro che fu dedicato nel 1953 a Padre Mario Vergara nel luogo più elevato della Cappella della antica ‘Congrega dei Preti per i casi morali’ di Fratta.


C’è scritto sulla lapide:

Che importa se qui o in Birmania
le sue ossa disperse non abbiano più sepoltura?
Glorioso vivente tra i morti
egli attende
dopo la visione di Dio
l’osanna di tutta la Chiesa

In queste parole si avverte prima l’orante amarezza del Salmo 78:

SALMO 78, 1-5. 8-11. 13    Lamento per la distruzione di Gerusalemme

O Dio, nella tua eredità sono entrate le nazioni, †
hanno profanato il tuo santo tempio, *
hanno ridotto in macerie Gerusalemme.

Hanno abbandonato i cadaveri dei tuoi servi
in pasto agli uccelli del cielo, *
la carne dei tuoi fedeli agli animali selvaggi.

Hanno versato il loro sangue
come acqua intorno a Gerusalemme, *
e nessuno seppelliva.

Poi si avverte anche il gaudio della speranza e della luce beata della memoria di un santo. D’altra parte è la stessa speranza espressa da padre Mario in una lettera del 1946 al suo amico Angelo Perrotta:

Il Signore ha voluto che io ti potessi  scrivere ancora, perché è mancato poco tu non leggessi il mio necrologio in qualche rivista missionaria. Il 6 giugno qui a Calcutta ho dovuto consegnare alla terra, in attesa della risurrezione finale,  il mio rene destro…

Padre Mario Vergara
Il corpo non c’era nel sepolcro preparato per Mario; ma c’era l’immagine del suo volto e della sua vita. Il volto e la vita che si affacciarono subito alla mente dei suoi confratelli; e lo descrissero nel foglietto commemorativo subito dopo la sua morte. Iniziava con l’antifona evangelica “Perché cercate un vivente tra i morti” (Lc 24,5) e continuava: 

Dove mai correva quel ragazzo dai grossi occhi luminosi in un volto di antico crocifisso… C’è forse qualcuno che saprà narrare in sedici canti… le sedici tappe dell’oscuro ma glorioso cammino di Mario in Birmania?
In attesa che venga, noi oggi non ci saziamo di vedere Mario nella luce del martire di Cristo; e se degli infelici credettero di spegnere un’idea, uccidendo barbaramente un corpo che mai nulla aveva serbato per se, noi che quel corpo non vedemmo più da quando la nave lo portò lontano, vediamo invece la sua anima levarsi gigante tra noi in una luce che gli anni non sperderanno, messaggera di un giorno nuovo.

C’è stato poi più di qualcuno che ha saputo narrare quegli oscuri 16 anni del cammino missionario di Mario.
Lo hanno fatto subito dopo la morte il beato padre Paolo Manna da Ducenta e gli altri padri del PIME operanti in Birmania sui luoghi del martirio (Pasquale Ziello, Igino Mattarucco, Pasquale Anatriello).
Lo ha fatto padre Ferdinando Germani con la sua fondamentale biografia; Mons. Angelo Perrotta con le lettere dell’amico lontano; padre Piero Gheddo con i suoi racconti missionari; un poco anch’io con l’agiografia della Missione più bella; don Lorenzo Costanzo con la tesi di Magistero, il prof. Ulderico Parente con la sua ricerca storica.
Lo ha fatto la carità della Basilica di San Sossio e del suo rettore Mons. Sossio Rossi. Lo ha fatto la Chiesa del Myanmar, la Postulazione, i Convegni Storici, le Veglie di Preghiera.
Lo ha fatto Papa Francesco con il decreto della beatificazione di padre Mario e di Isidoro catechista.
In preparazione alla beatificazione in Cattedrale celebrata il 24 maggio 2014 dal cardinale Angelo Amato, lo hanno fatto nell’incontro spirituale del clero diocesano di Aversa, con le loro relazioni, Mons. Pasquale Cascio, padre Vito del Prete, ed il pastore Mons. Angelo Spinillo. 
Ci viene restituito un corpus letterario e bibliografico, di opere e di fede, di grande significato religioso ed ecclesiale.

Monti di Shadaw
In questa restituzione c’è sicuramente anche l’immagine del paese della grande compassione, che è la Birmania del Buddismo. La stessa compassione che prese la coscienza di Mizushima, il soldato giapponese che, alla fine della guerra, volle rimanere in quella terra nelle vesti del bonzo itinerante per poter dare degna sepoltura ai tantissimi caduti che marcivano insepolti sui campi di battaglia.
E’ la storia narrata nel bel film del 1956: L’Arpa Birmana, che ci consola un poco sulla sorte di quel “corpo barbaramente ucciso” e onorato nel sepolcro vuoto di Frattamaggiore. La storia si conclude con le parole scritte nella lettera ai commilitoni che tornavano in patria:

Mizushima
E la luce m'illuminò i pensieri. Nessun pensiero umano può dare una risposta ad un interrogativo inumano. 
Io non potevo che portare un poco di pietà dove non era esistita che crudeltà. 

Quanti dovrebbero avere questa pietà? Allora non importerebbe la guerra, la sofferenza, la distruzione, la paura, se solo potessero da queste nascere alcune lacrime di carità umana. 

Vorrei continuare in questa mia missione, continuare nel tempo fino alla fine. Per questo, ho chiesto al bonzo che mi salvò dalla morte sul colle del triangolo di affidarmi la cura dei morti insepolti. […]

Quando vidi i morti giacere insepolti, preda degli avvoltoi, della dimenticanza e dell'indifferenza decisi di rimanere perché le migliaia e le migliaia di anime sapessero che una memoria d'amore le ricordava tutte ad una ad una. 

Arpa birmana
Passeranno gli anni, tanti anni prima che io finisca e, allora, se mi sarà concesso tornerò in patria, forse non tornerò più, la terra non basta a ricoprire i morti.

Miei cari amici, io so che voi siete in grado di comprendermi e ve ne sono riconoscente. Vi scrivo dal monastero durante la notte […]

Addio amici che tornate in patria, vi confesso che non finirei mai di poter dire addio. Grazie per avermi tanto cercato, amici. Io vi ringrazio con tutto il mio cuore commosso. Io sarò qui in Birmania quando nevicherà e i monti nasconderanno la croce del sud e quando avrò sete di ricordi, quando avrò nostalgia di voi suonerò di nuovo la mia arpa.


sabato 29 marzo 2014

Don Giuseppe Diana icona della testimonianza sacerdotale nella Diocesi di Aversa

Il fatto che alcune figure sacerdotali diventano simboli esemplari validi per l'intera comunità ecclesiale di una diocesi è legato ad un processo storico-culturale nel quale assume significati luminosi la testimonianza personale che esprime l'identità dell'opera svolta nella fede con il dono della vita vissuta per realizzarla.
La storiografia locale può indicare molte di queste figure presenti nella storia antica e recente della diocesi di Aversa. Nel merito si hanno a disposizione libri, studi e ricerche interessanti. Basti citare l'antologia Cultura e religiosità ad Aversa nei secoli XVIII-XX di don Gaetano Capasso, le monografie del Canonico Roberto Vitale, gli studi storici e religiosi di Luciano Orabona e di Alfredo di Landa, i libri di Alfonso D'Errico sul clero meridionale e diocesano, le monografie del Centro Missionario di Aversa curate da Nicola Giallaurito, le ricerche pubblicate dell'Istituto di Studi Atellani, le ricerche dell'Istituto di Scienze Religiose e gli studi promossi dall'Archivio Diocesano di Aversa diretto da Ernesto Rascato
Una caratterizzazione particolare, legata alla contemporaneità delle dimensioni più espressive dell'esperienza ecclesiale della comunità diocesana, è assunta dalla triade sacerdotale composta da padre Mario Vergara missionario martire del PIME, da don Salvatore Vitale parroco fondatore del Santuario Mia Madonna Mia Salvezza, e da don Giuseppe Diana parroco a Casale di Principe. La loro opera e la loro testimonianza si sono perfettamente identificate con la loro vita sacerdotale, ed hanno assunto valori esemplari per l'intera diocesi. Padre Mario Vergara è nominato beato e ben rappresenta lo spirito della missionarietà 'ad gentes' della Diocesi; don Salvatore Vitale è Servo di Dio e ben rappresenta l'opera pastorale legata alla devotio antica e alla carità necessaria nei confini rurali del territorio diocesano che fu visitato anche dal papa Giovanni Paolo II e dal cardinale Joseph Ratzinger; don Giuseppe Diana è al centro di convergenze simboliche che pongono la sua figura a rappresentare, a partire dal livello diocesano e con estensioni più generali a livello nazionale ed ecclesiale, istanze significative per la testimonianza della la fede e per l'etica sociale vissuta come superamento del degrado civile e della criminalità.
La relazione della comunità diocesana con l'esemplarità di queste figure sacerdotali le consente di riflettere sia sulla sua identità spirituale e sia sulla sua identità storica-territoriale, e di prendere coscienza di un percorso da loro illuminato, che s'inoltra per le difficoltà e le crisi ma che la porta a vivere sempre più intensamente le istanze del Vangelo e della civiltà cristiana.
Per padre Mario Vergara, martire in Birmania, la Diocesi si muove nella preghiera e nella preparazione spirituale per il giorno della beatificazione che sarà celebrato il 24 maggio prossimo.
Di don Salvatore Vitale la Diocesi raccoglie i frutti spirituali dell'opera di lui che continua con quella dei confratelli e delle consorelle della Piccola Casetta incentrata al Santuario mariano.
Per don Giuseppe Diana la Diocesi ha lanciato un programma di preghiere e di iniziative legato al ventennale dell'uccisione (19 marzo1994 - 19 marzo 2014) e realizzato intorno alla Parrocchia di San Nicola di Casale di Principe che è oggi guidata da don Franco Picone. Sul portale della Diocesi e sul portale dedicato all'opera di don Diana sono ampiamente illustrati il programma religioso e le numerose iniziative civili e culturali connesse alla celebrazione del ventennale. Tra queste ultime si contemperano anche la fiction proposta dalla RAI sulla figura di don Giuseppe interpretata da Alessandro Preziosi, la pubblicazione di libri commemorativi ed educativi, e i riferimenti dell'associazione Libera di don Ciotti che hanno coinvolto il 21 marzo 2014 la presenza di Papa Francesco alla veglia romana per le vittime di mafia.
Il programma religioso alla Parrocchia di San Nicola ha previsto due eventi significativi: per il giorno 18 marzo 2014 il ritiro spirituale del Clero diocesano con l'ascolto della relazione "Presbiteri in una terra che cerca speranza” del cardinale Crescenzio Sepe; e per il giorno 19 Marzo 2014, solennità di San Giuseppe, la celebrazione della Santa Messa mattutina con il vescovo Angelo Spinillo.
Ambedue questi eventi hanno dato rilevanza spirituale all'icona sacerdotale di don Giuseppe Diana.
Il cardinale Sepe ha sviluppato il suo discorso quasi completando, nella chiave teologica 'cristocentrica' e nella valorizzazione della testimonianza 'presbiterale' di don Giuseppe Diana, i contenuti che egli aveva già proposti nella lettera alla Diocesi “Il sangue e la speranza” in occasione del suo insediamento come arcivescovo di Napoli, e che in qualche modo aveva pure riferito nella sua lettera “Per amore del mio popolo” a conclusione del Giubileo della Città: 

“La città necessita di simboli capaci di rappresentare il legame tra il dolore e il riscatto […] Noi cristiani sappiamo che nell'ora più buia della notte, nel tempo della gioia e della povertà, della grandezza e della miseria, è possibile annunciare e riorganizzare la speranza […] chi ha fede, chi confida nel Signore, non resterà deluso. La speranza non inganna perché l’amore di Dio è stato effuso nei nostri cuori attraverso lo Spirito C’è bisogno di imparare a giudicare gli avvenimenti alla luce della Parola di Dio, liberando la nostra storia dalla logica dei calcoli umani [….] Cerchiamo sempre di porre Cristo al centro della nostra vita, facendolo presente attraverso opere di carità, prendendoci cura dei deboli, afflitti, poveri, di chi ha bisogno della nostra compagnia, di spezzare il pane con noi. Perché non c’è speranza senza fede, ma non c’è speranza senza carità”.

Il vescovo Spinillo nella sua omelia, che riporto interamente dal portale diocesano, ha voluto dire il significato della “messa non celebrata” da don Diana nella mattina del 19 marzo 1994.


Parrocchia San Nicola di Bari, Casal di Principe, 19 marzo 2014
omelia del vescovo Angelo Spinillo

Carissimi Confratelli nel sacerdozio,
carissimi fratelli e sorelle,
con voi porgo il più cordiale e grato saluto alle autorità civili e militari qui convenute, l’annuale celebrazione della memoria dell’uccisione di Don Peppino Diana ci raccoglie a celebrare la santa Eucaristia in questa chiesa in cui egli ha svolto il suo ministero sacerdotale come parroco. Sentiamo di essere qui, ora, intorno all’altare a vivere il momento culminante di tutta l’ampia e feconda serie di iniziative e di attività che tutti, con le nostre associazioni, con le nostre capacità, in questi ultimi giorni abbiamo voluto proporre all’intera nostra comunità per ricordare i venti anni trascorsi dall’uccisione di Don Peppino e soprattutto per far risuonare ancora quelle parole di vita nuova che la sua testimonianza viene nuovamente a consegnarci.
Il ricordo di un’uccisione è sempre drammatico, pesa in maniera ancora terribile sul cuore e nella memoria di chi in quel tragico evento è stato direttamente coinvolto o ne è stato personalmente testimone. Ma pesa anche nella consapevolezza e nei sentimenti di chi nel tempo, con forme e motivazioni diverse, si è accostato alla figura don Peppino Diana condividendo l’impegno e la speranza di associazioni o di gruppi che si ispirano alla sua persona per annunziare e far crescere nella società la fedeltà alla giustizia, la ricerca della verità e la ricchezza del bene comune. Il ricordo dell’uccisione di un uomo, di un prete rimane come un grave peso in tutti coloro che hanno un senso positivo e buono della vita. Rimane come una terribile domanda di senso che non trova risposta. Rimane come un’incredibile negazione della bontà e della bellezza del vivere. Il ricordo dell’uccisione di un uomo, di un prete rimane come una schiacciante sconfitta della speranza di giustizia e, di più, dell’essere insieme uomini sulla stessa terra; rimane come una disperata negazione dell’essere fratelli nella stessa casa.
Ma noi non siamo qui soltanto sospinti da un ricordo struggente che corrode ogni speranza di bene, noi siamo qui, oggi, per partecipare nuovamente ed ancora all’eucaristia, ad un sacrificio, per celebrare il mistero di una morte che diventa offerta di vita, per celebrare il rinascere del bene, l’affermarsi della verità, la festa dell’essere comunità che spera e cammina. E infatti la nostra celebrazione della santa messa, questa mattina, come tutte le altre manifestazioni di questi giorni passati e quelle che si svolgeranno in questa giornata, porta in sé anche la nota della gioia che contempla e vive una speranza nuova.
Certamente questo non significa che il passare del tempo faccia dimenticare la sofferenza ed il dolore. Piuttosto significa che il tempo, questi venti anni che sono passati, ci permettono di comprendere meglio la grandezza del bene vissuto ed offerto da Don Peppino, del suo vivere come sacerdote della Chiesa, del suo cercare la bellezza e la bontà della vita, del suo donare attenzione a quella parte di umanità che egli amava secondo l’insegnamento del Signore Gesù Cristo. E significa che oggi sappiamo e annunziamo con gioia e con forza che, illuminati dalla testimonianza di questo nostro fratello e amico sacerdote, tutti e ciascuno, nel tempo, abbiamo imparato a camminare con più viva speranza verso scelte ed atteggiamenti degni di un’umanità vera e capace di amare la vita. La celebrazione di questa giornata ci invita ad alzare lo sguardo, certi di poter incontrare la luce.
In questa prospettiva, oggi la celebrazione della santa eucaristia sembra realizzare ciò che, con animo turbato e triste, disse il Vescovo Lorenzo Chiarinelli nell’omelia per la celebrazione esequiale di Don Peppino. Egli parlò di una domanda che «sale dal cuore dell’uomo, dal cuore autentico di questo territorio, soprattutto dal cuore sincero dei giovani» come bisogno e impegno di poter andare incontro a «quel “regno di verità e di vita, di santità e di grazia, di giustizia, di amore e di pace” che Cristo ha iniziato. Ma – si chiedeva il Vescovo – c’è una risposta a questa domanda? Trova esaudimento questo desiderio? Si, risponde Gesù. Ma bisogna alzare lo sguardo, mirare lassù… La risposta è affissa ad una croce: in quel punto ideale si incontrano cielo e terra, Dio e l’uomo, ed è lì che, come da sorgente, sgorgano giustizia e fraternità, perdono e pace, perché è lì che dolore e amore, vittoria e sconfitta coincidono».
Oggi siamo qui per celebrare, con la certezza della fede, la verità che è il Cristo, la vita che Egli, uomo nuovo, ci chiama a vivere con Lui.

La Messa celebrata
In questo senso, allora, dobbiamo riconoscere che non siamo stati efficaci nell’annunziare questa celebrazione usando l’espressione “La Messa non celebrata”. Ci ho pensato dopo.
E’ vero che quella mattina del 19 marzo 1994 Don Peppino Diana venne in questa chiesa per celebrare la santa messa e fu ucciso prima di potersi accostare all’altare. Ma è anche vero che la Messa, che ogni celebrazione della santa eucaristia è la nostra personale,viva e totale partecipazione all’unico sacrificio del Cristo. Il sacrificio del Cristo è l’offerta piena e definitiva della sua vita di Figlio all’amore del Padre per la nostra redenzione dal peccato, e ogni nostra messa è celebrazione reale del mistero grande, dell’unico, irripetibile, infinito sacrificio di Gesù.
Per spiegarci potremmo dire che come ogni dono che facciamo alle persone che amiamo è espressione vera e concreta di un unico, grande amore, così le nostre celebrazioni attualizzano, nella varietà dei tempi e dei momenti della storia, l’unico, grande sacrificio del Figlio di Dio che ci apre alla comunione con l’infinita misericordia del Padre. Nell’eucaristia noi, popolo dei credenti, partecipiamo al sacrificio del Cristo e, in comunione con Lui e per Lui, offriamo la nostra vita a Dio. Nel Catechismo della Chiesa Cattolica leggiamo: “La vita dei fedeli, la loro lode, la loro sofferenza, la loro preghiera, il loro lavoro, sono uniti a quelli di Cristo ed alla sua offerta totale, e in questo modo acquistano un valore nuovo. Il sacrificio di Cristo riattualizzato sull’altare offre a tutte le generazioni di cristiani la possibilità di essere uniti alla sua offerta” (CCC 1368).
Allora, in quella mattina, Don Peppino ha celebrato la sua offerta; unito al sacrificio del Cristo ha offerto il suo proprio sacrificio; in comunione con il Figlio ha presentato la sua vita al Padre per amore del popolo in mezzo al quale, e per il quale era stato chiamato e consacrato sacerdote a immagine di Gesù. Chiamato, come Gesù, ad offrire la sua vita, Don Peppino ha celebrato la sua messa.
In questa mattina anche noi siamo chiamati, come popolo radunato “da un confine all’altro della terra” ad offrire a Dio “il sacrificio perfetto”, il sacrificio del Cristo. Con Don Peppino anche noi partecipiamo all’offerta piena e definitiva del Signore Gesù, partecipiamo al suo sacrificio che dona salvezza.
La nostra celebrazione è atto di fiducia in Dio e di speranza nella sua volontà. Nella santa celebrazione dell’eucaristia siamo chiamati a vivere la stessa carità del Signore e a vivere lo stesso suo amore per tutto il popolo che è l’umanità.

Il Custode giusto
La solennità di San Giuseppe ci permette anche di riprendere i due termini che sembrano individuare la figura del Santo: “custode” e “giusto”.
Proprio lo scorso anno, iniziando in questo giorno il suo ministero di Vescovo di Roma, successore dell’Apostolo Pietro, Papa Francesco fece un’intensa riflessione su San Giuseppe chiamato ad essere “custode” della vita di Gesù e di Maria “con discrezione, con umiltà, nel silenzio… con una presenza costante”.
Il termine “custode” che noi riferiamo a San Giuseppe non si trova esplicitamente nel brano evangelico che abbiamo appena proclamato, ma, come dice il Papa, lo possiamo facilmente leggere nella missione che gli è affidata. Il Vangelo di Matteo, infatti, riporta le parole della vocazione di San Giuseppe nell’invito che gli è rivolto dall’Angelo: “Giuseppe, figlio di Davide, non temere di prendere con te Maria tua sposa”.
Il Vangelo, però, ci ha detto, con chiarezza inequivocabile, che Giuseppe era “uomo giusto”.
San Giuseppe è l’uomo giusto che, anche quando non può comprendere, sceglie di rispettare la vita, non impone la sua presenza e non piega gli eventi alla sua volontà. E’ l’uomo che non condanna, non grida una sua vendetta. Anche la scelta di mettersi da parte, con tutta l’amarezza che poteva costargli, è il segno di un animo che ama la vita, che ne rispetta e custodisce i dinamismi e le situazioni.
Il “custode” non è soltanto un guardiano stipendiato, il “custode” è colui al quale la fiducia di un altro affida qualcosa di prezioso. Il custode riconosce la ricchezza di ciò che gli è affidato, e la rispetta e la protegge proprio perché ne apprezza l’autentico valore. Giuseppe è “uomo giusto” perché riconosce che la vita è di Dio, viene da Dio e Dio solo ne è il giudice.
Al contrario, l’uomo ingiusto è colui che tende ad impossessarsi di tutto ciò che appare come un valore, persino della vita. Per l’uomo ingiusto tutto deve servire al proprio egoismo, nessuna cosa, nessuna realtà sfugge alla possibilità di essere commerciata, venduta in vista di un potere più grande. Per l’uomo ingiusto, in fondo, non esiste alcuna vera ricchezza, non esiste alcun valore che sia tale di per sé: tutto vale solo per acquistare qualche altra forma di potenza, al solo scopo di dominare.
E’ la logica della camorra, di tutte quelle forme che noi chiamiamo “malavita”. In queste forme di organizzazione si tende a possedere, con prepotenza, tutto ciò che può servire ad imporre prepotenza: è una terribile corsa verso il nulla, un tremendo calpestare e distruggere la vita, e anche la propria vita.
L’uomo che vive così ingiustamente è come Giuda: vende, vende la vita per 30 denari. Ci sarebbe da chiedere ma per acquistare cosa? Quale altra cosa più preziosa potrebbe acquistare chi vende la vita? La prepotenza si esprime nella morte e vive per il nulla.
Già nel 1982 i Vescovi Campani avevano sottolineato che esiste “una contrapposizione stridente tra i falsi messaggi della camorra e il messaggio di Gesù Cristo”.
Papa Francesco ha parlato di San Giuseppe invitandoci ad accogliere come lui la vocazione ad essere “custodi”, a custodire “Cristo nella nostra vita, per custodire gli altri, per custodire il creato”. Il Papa ci invita a riconoscere che chi accoglie il Cristo come valore assoluto della sua vita riconosce la presenza di Dio e vive ogni momento ed ogni situazione con il desiderio di partecipare della sua volontà, del suo amore per ogni creatura, per la vita tutta.
Amare il popolo, amare l’umanità perché è di Dio significa riconoscerne il valore assoluto, significa accogliere la fiducia di Dio che ci dona di partecipare, come custodi attenti e premurosi, della vita dell’umanità, significa essere in dialogo, in comunione con la vita, significa poter sorridere della crescita nel bene e soffrire della fatica di ogni fratello, significa avere il coraggio e la tenacia di proporre il bene, di testimoniare la verità anche porgendo “l’altra guancia”.

Nella memoria di Don Peppino Diana, San Giuseppe sia per tutti noi modello dell’umanità che vive nella giustizia e nell’amore il suo rapporto con la vita e con il Creatore che nel suo Figlio Gesù ci ha donato di poterlo chiamare “Padre nostro”.