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giovedì 14 settembre 2023

RATTOPPI FRANCESCANI DELLA SOCIOLOGIA DI DE MASI


Con Peppe, Alessio ed Elio, fui tra i 500 studenti che negli anni ‘70 del secolo scorso seguirono le lezioni del professore Domenico De Masi alla Facoltà di Sociologia dell’Università ‘Federico II’ di Napoli. L’esercizio dell’apprendimento dei Metodi e tecniche della Ricerca Sociale, disciplina allora da lui insegnata, prevedeva la realizzazione di una ricerca svolta da vari gruppi sul tema della marginalità sociale nella città di Napoli. Noi quattro frattesi riuscimmo a formare un gruppo locale e a svolgere il compito realizzando la ricerca sul territorio della nostra Frattamaggiore, città dell’interland napoletano. Piacque al Professore la nostra ricerca ritenendola molto valida e valutandola con lode nella sua unicità, ma sottraendo un punto al 30 che che ognuno di noi avrebbe meritato singolarmente. Volle farci seraficamente capire la maggiore importanza del lavoro comunitario rispetto a quella delle aspettative personali.

Il professor De Masi è recentemente scomparso, a 85 anni, e i tratti della sua personalità, della sua storia e della sua cultura, sono stati evidenziati dalle numerose commemorazioni che ne hanno evidenziato il ruolo di sociologo esperto e di intellettuale attento; profetico conoscitore delle dinamiche della società, storica e contemporanea, nei suoi orientamenti e nei suoi disorientamenti. 

Un pensiero umanistico scientifico, teorico ed operativo, il suo, capace di illuminare, di spiegare e di rendere comprensibile la complessità delle vicende sociali, economiche politiche e culturali; ancorché capace di proporre interventi intelligenti e risolutivi per le problematiche più cogenti dell’umanità (lavoro, povertà, felicità). 

Una conoscenza della biografia e dell’opera sociologica di Domenico De Masi è resa possibile da testimonianze molteplici di persone e dalla comunicazione delle sue ricerche affidata all’università, ai media, al portale personale in rete (domenicodemasi.it) e ai libri numerosi da lui scritti. 

Il fondamentale approccio storico-antropologico allo studio della sociologia trova una significativa sistemazione nei suoi libri che riguardano i modelli di vita dei vari popoli e delle varie culture (Mappa Mundi), e le modalità del lavoro nella società post-industriale (Ozio Creativo). 



Il professore De Masi si professava non credente ma era profondamente interessato alla problematica dell’umanesimo religioso. Durante la sua esperienza di Presidente organizzatore del Festival della Musica di Ravello aveva allacciato un rapporto di amicizia con l’architetto brasiliano Oscar Niemeyer, il quale gli fece dono del progetto dell’Auditorium-Belvedere; ed aveva stabilito un dialogo profondo con Padre Enzo Fortunato, di stanza a Scala, attuale direttore della Sala Stampa del Sacro Convento di Assisi. 

In particolare l’amicizia con il padre francescano è stato il contesto che ha caratterizzato una certa collaborazione giornalistica di De Masi con il portale del Convento di Assisi (sanfrancescopatronoditalia.it).

Nella sua commemorazione di De Masi padre Enzo Fortunato parla dell’amore per gli ultimi che porta il sociologo ad avvicinarsi spiritualmente alla figura di San Francesco e ad amare Papa Francesco: a commuoversi dinanzi a i rattoppi della tonaca del Santo e a condividere il pensiero del Papa sulla cultura dello scarto.

Insieme con gli spunti della commemorazione di padre Enzo propongo una spigolatura sugli assunti sociologici di un non credente che ritiene di condividere fortemente il modello cattolico.

LA COMMEMORAZIONE DI PADRE ENZO. Un intellettuale marxista e ateo, che ha sempre riflettuto sui cambiamenti epocali nel mondo del lavoro tardocapitalista. E qui fu il nostro punto di incontro. Ci sono amicizie che nascono da una contingenza, ma si rivelano con il tempo necessarie. È, questa, la storia della mia amicizia con Domenico De Masi, il grande sociologo che conobbi oltre vent’anni fa a Scala in Costiera Amalfitana. Viveva infatti tra Roma e Ravello, paese che gli deve tantissimo: "Mimmo", come lo chiamavano gli amici, è stato un instancabile organizzatore culturale, anima dello storico Festival della Musica, che contribuì a rafforzare e a rilanciare su piani diversi (l’auditorium Niemeyer ne è uno degli esiti più significativi). Ma grande era il suo debito verso Ravello, che lo ispirò certamente nel suo libro sull’ozio creativo. Un intellettuale marxista e ateo, De Masi, che ha sempre riflettuto sui cambiamenti epocali nel mondo del lavoro tardocapitalista. E qui fu il nostro punto di incontro. In quei cambiamenti, da studioso, evidenziava lo sfruttamento degli ultimi; ma, da politico, nel senso più nobile del termine, provava a immaginare proposte concrete e, a volte, rivoluzionarie per combatterli. È stato l’ispiratore del reddito di cittadinanza e lo ha difeso strenuamente anche mentre lo cancellavano. L’amore per gli ultimi ha reso necessaria la nostra amicizia e lo ha portato a scoprire prima San Francesco e poi il nostro Papa, che amava moltissimo. Era tra gli ospiti più affezionati del convento di Assisi, e amava pranzare alla mensa con i frati. Insieme all’altro grande amico scomparso, Philippe Daverio, li ricordo incantati fino a tarda notte dinanzi agli affreschi di Giotto e Cimabue. È lì, in quell’atmosfera di spiritualità unica, che si apriva a quelle domande sulla fede che ho avuto l’onore di accogliere. Domande ravvivate dalla passione per Papa Francesco, dalla sua provenienza, quell’America Latina, dove le diseguaglianze sociali sono più scandalose che in Europa (di qui la sua stretta amicizia con il presidente Lula). E se il comunismo sapeva distribuire la ricchezza, ma non produrla, e il capitalismo sa produrre la ricchezza, ma non distribuirla, la sfida consapevole del Papa cominciava proprio nel luogo della crisi delle ideologie. La sfida di condurre "inflessibilmente il popolo cristiano sulla via della giusta redistribuzione della ricchezza, del lavoro, del sapere, del potere, delle opportunità e delle tutele". Sono alcune delle parole che De Masi ha scritto per noi francescani, in una delle innumerevoli occasioni di collaborazione. La più intensa? Dinanzi alla tonaca di san Francesco, quando si commosse scrutando i tanti rattoppi che ne mantenevano unito il tessuto. "Abbiamo perso la capacità di rattoppare, buttiamo via tutto e ricompriamo oggetti nuovi", questo il suo amaro commento. Così il mio caro amico ateo ritrovava nei gesti del Santo di Assisi il suo pensiero e insieme l’intuizione del passo e del cammino di un’umanità a venire. 



De Masi: Dirsi Cattolici



De Masi: Dalle interviste francescane


PREGHIERA. Anche basiliche e parrocchie hanno dovuto chiudere le loro porte ai fedeli. Qual è il ruolo della Chiesa in questo periodo di fragilità collettiva e come può essere presente a distanza di sicurezza? 

Si può anche"telepregare"! Ognuno è solo con Dio in qualsiasi momento, alla preghiera corale si può supplire con momenti di raccogliemento individuale e il fedele può agire in nome di Dio con buone azioni rivolte ai più fragili e agli anziani: in questo periodo ce n’è particolare bisogno. Non ripetiamo l’errore del Cardinale Borromeo nei Promessi sposi, che per scongiurare la peste organizzò una processione e si rivelò fatale per il contagio. 


BENEFICENZA. Nel messaggio di Bergoglio per la V Giornata Mondiale dei Poveri, leggiamo: “[...] un gesto di beneficenza presuppone un benefattore e un beneficato, mentre la condivisione genera fratellanza. L’elemosina, è occasionale; la condivisione invece è duratura. La prima rischia di gratificare chi la compie e di umiliare chi la riceve; la seconda rafforza la solidarietà e pone le premesse necessarie per raggiungere la giustizia”. 

Questo testo rappresenta una svolta straordinaria, epocale. Supera il concetto di carità che ha dominato la società, soprattutto nel medioevo, dove l’elemosina era il modo in cui il ricco si assicurava un posto in paradiso. In questa ottica il povero aveva un ruolo cruciale, necessario: come faceva il ricco ad andare in paradiso senza un povero a cui dare l’elemosina? Devo dire che è una svolta epocale anche nell’azione della Chiesa attuale. L'Italia ha introdotto nel 2019 il Reddito di Cittadinanza. Ad ogni nucleo familiare lo Stato assicura un reddito, non molto, ma un qualcosa che ti permette di avere un minimo di sicurezza. Ecco, mi sarei immaginato una crociata, soprattutto da parte dei cattolici, affinché questa manovra fosse applicata per bene. Per esempio le associazioni potrebbero aiutare i senzatetto ad ottenere un domicilio simbolico, come ha fatto l’ex Sindaco di Roma, senza di esso non è possibile ottenere il Reddito di Cittadinanza. Al contrario ho visto troppo spesso che viene preferito portare una “minestra calda”, che rischia di diventare elemosina fine a se stessa. Tempo fa parlavo con un Parroco della mia zona, gli ho proposto di aiutare i senza fissa dimora ad ottenere il Reddito di Cittadinanza, mi ha risposto che «non crede a questi aiuti statali». Perché portare solo una minestra calda quando potresti aiutare un bisognoso ad ottenere un’entrata mensile che gli permetterà di emancipazzarsi? Questo modo di agire non rappresenta il volere di papa Francesco che vuole la condivisione. Il Reddito di Cittadinanza va in questa direzione: lo Stato utilizza le tasse dei “ricchi” per aiutare i poveri, questa è condivisione. Dobbiamo passare dalla carità alla condivisione. L’elemosina rischia di essere umiliante per chi la chiede, con il reddito ricevere un aiuto diventa un diritto e non più umiliazione. Ad oggi ci sono milioni di persone che non hanno un reddito, nonostante i mezzi ci siano. Poco tempo fa parlavo con il presidente dell’INPS, Pasquale Tridico, il quale mi ha riferito di un possibile accordo con la Comunità di Sant’Egidio, che conosce molto bene la povertà, per riuscire a intercettare questi senzatetto. Dal mio canto gli ho proposto di mettere in strada una roulotte che vada in giro la notte e intercetti i barboni per fargli fare le pratiche per ottenere il Reddito di Cittadinanza. 

L’antropologo Marcel Mauss nel suo “Saggio sul dono”, ci dice che il dono non obbliga il donatore alla restituzione di un qualcosa, ma c’è al massimo un obbligo morale alla restituzione... 

Quando un dono è festoso, senza doppio fine, per esempio ad un amico, un nipote, è un conto. Quando invece è rivolto verso un indigente allora diventa carità, elemosina. Quest’ultima, come ci ricorda papa Francesco, rischia di gratificare chi la compie e di umiliare chi la riceve, per me è sempre umiliante. 


MODELLO CATTOLICO. Qual è il problema dal mio punto di vista? È molto più generale: noi viviamo in una società postindustriale. Tutte le società precedenti, il Sacro Romano Impero, i grandi Paesi protestanti e cattolici del ‘600, i Paesi liberali dell’800, la Russia sovietica e i Paesi comunisti, tutte le società precedenti a questa nostra sono nate su un preesistente modello teorico. Il Sacro Romano Impero è nato sulle idee del Vangelo e dei Padri della Chiesa, gli Stati Protestanti dell’Europa Centrale si sono basati sulle idee di Lutero; gli Stati liberali su quelle di Smith e Montesquieu, la Russia e i Paesi comunisti sulle idee di Marx e Engels. 

La nostra attuale società non ha un modello teorico di riferimento, è nata per germinazione spontanea sotto la spinta del progresso tecnologico, della globalizzazione, dei mass media e della scolarizzazione diffusa; sono elementi che hanno contribuito alla nostra società postindustriale, che però non ha un modello di riferimento. Quando manca un modello a cui riferirsi non sappiamo cosa fare, come distinguere il bello dal brutto, il vero dal falso, il buono dal cattivo; non abbiamo elementi di discrimine e come dice Seneca: “nessun vento è favorevole per il marinaio che non sa dove vuole andare.” Anche noi non sappiamo dove vogliamo andare, non lo sa l’Europa, ed è per questo che Conte ha convocato questi Stati generali da cui si possono avere dei tasselli del mosaico che manca, non c’è un disegno complessivo del mosaico. Questo disegno non lo ha Conte, non lo ha Mattarella, Putin o Trump, la Merkel. L’unico capo di Stato che in questo momento ha un modello di riferimento è papa Francesco, però si tratta di un modello che, naturalmente non tutti condividono: lo condividono i cattolici e alcuni, che come me, non sono credenti, ma apprezzano tale modello. 


PERDONO. Il credente è convinto che, dopo la morte, lo attende la vita eterna; invece il non credente pensa che, dopo la morte, non ci sia altra vita. Dunque, un credente che perdona lo fa sapendo che il suo atto di generosità sarà premiato nella vita eterna con un trattamento di riguardo; nel suo perdono c’è un do ut des. 

Nel Nuovo Testamento la parola “aphiemi” (rimettere i debiti e i peccati) è usato 142 volte. Dice il Padre nostro (Matteo, 6,12): “Rimetti a noi i nostri debiti come noi li rimettiamo ai nostri debitori”. In altri termini, il credente perdona chi gli ha fatto del male sperando che, a suo tempo, anche Dio diventi generoso con lui. 

Il non credente, invece, perdona per pura generosità, senza attendersi nessun corrispettivo. Per il non credente il perdono è un atto d’amore fine a se stesso. Ma, allora, perché perdona? Lo fa perché convinto che entrambi – debitore e creditore – sono partecipi della medesima natura umana, fallibile e sublime al tempo stesso. 

A volte il perdono è una forma sottile e presuntuosa di disprezzo verso il perdonato: il non credente rifugge da un simile atteggiamento. Il credente Kennedy diceva “Perdona i tuoi nemici, ma non scordare mai i loro nomi”. 

Il non credente, invece, ritiene che l’unico modo per perdonare pienamente non consiste nel rimettere il debito ma nel dimenticarlo del tutto, pur persistendo nell’umana fratellanza con il debitore. 


LAVORO. De Masi sul lavoro al Cortile di Francesco 

Il tema è più che mai importante, proprio nel mondo di oggi: “Il lavoro nel XXI secolo”. L’incontro tra il sociologo Domenico De Masi e Giulia Tasca, direttore marketing del “Cortile dei Gentili”, ha affrontato le tematiche legate al lavoro. 

De Masi si è soffermato sul processo storico-antropologico del lavoro, nei secoli. Tanti gli autori citati. Si è soffermato soprattutto sulla Enciclica "Popolorum progressio" di Papa Paolo VI, ribadendo il concetto:"Il lavoro non è lavoro, se non è libero". 


PURGATORIO. Per comprendere l’origine dei Monti di Pietà bisogna risalire all’idea di Purgatorio, che si diffuse intorno al XII secolo. E’ questo il secolo delle crociate, delle esplorazioni geografiche, del riassetto giuridico, economico e urbano, dell’inquadramento delle confraternite, dell’industria edile e tessile; è il secolo del rinnovamento monastico, delle università, della scolastica.
E, come si è detto, del Purgatorio, che in poco tempo riuscì a conquistare l’immaginario collettivo e a moltiplicare il proprio successo.
Oggi possiamo ricostruirne agevolmente la storia grazie a La nascita del Purgatorio, un libro molto documentato e di grande interesse, scritto dallo storico medievalista Jacques Le Goff.
Prima della Chiesa, nessun’altra religione aveva concepito l’esistenza di un luogo transitorio, non eterno, predisposto per accogliere le anime purganti nello spazio temporale compreso tra la morte del singolo e il giudizio universale, allo scopo di consentirgli l’accesso, sia pure dilazionato, nel regno dei cieli, dopo un’opportuna purga dei suoi peccati. Tutte le altre religioni occidentali riservavano ai morti un luogo unico, grigio e indistinto come l’Averno dei Romani; oppure due luoghi diametralmente opposti, uno eternamente felice per le anime beate e uno eternamente infelice per le anime dannate.
La Chiesa, invece, introdusse una terza possibilità: chi non è compiutamente virtuoso (e, quindi, meritevole dell’immediata ascesa in Paradiso); chi non è irrimediabilmente dannato (e, quindi, subito punibile con l’immediata discesa nell’inferno), cioè, la maggioranza dei morti secondo la speranza dei loro sopravvissuti, deve scontare in Purgatorio una serie di pene severissime ma transitorie, commisurate alle sue colpe non ancora del tutto mondate.
Così, per la prima volta nella storia delle religioni occidentali, tra l’Inferno e il Paradiso si situa anche il Purgatorio: nuovo spazio, nuova area negoziale, capace di mantenere un ponte tra le anime purganti dei morti e il soccorso che ad esse possono procurare i vivi. I quali, per questo soccorso, debbono guadagnare o acquistare indulgenze, partecipando attivamente ai riti religiosi, frequentando i sacramenti, pagando e facendo donazioni.
La paura del Purgatorio rese più generose le elemosine e più ricchi gli ordini religiosi. Furono i frati degli Ordini mendicanti, e particolarmente i Frati Minori Osservanti, a inventare e diffondere i Monti di Pietà.
Grazie ad essi, le ricchezze accumulate tramite donazioni, beneficenze, indulgenze e penitenze, anziché essere accumulate come facevano gli ordini cavallereschi, venivano prestate in piccole somme ai bisognosi – un poco come oggi il microcredito del premio Nobel Muhammad Junus – chiedendo in cambio un interesse molto minore di quello praticato dai banchieri ebrei.
Poi, via via, alcuni Monti si trasformarono in Casse di Risparmio e altre in Opere Pie, mentre il fascino delle idee capitaliste andava prendendo il sopravvento.



sabato 8 ottobre 2022

Gerardo Margarita, in memoria


GERARDO MARGARITA

1 giugno 1940 – 16 dicembre 1983 

In memoria

Il cammino di Gerardo Margarita è stato il cammino di un giovane. Era nato nel 1940 ed era poco più che quarantenne quando pochi giorni prima del Natale del 1983 egli lasciò questo mondo. Con la sua dipartita ha lasciato a quanti lo hanno conosciuto il ricordo ed il tratto della giovinezza, e dell'impegno entusiasta nella vita professionale e sociale, costruttivamente orientata ai valori della verità, della giustizia, dell’amicizia e della fede.

E’ il ricordo che diviene memoria, un segno importantissimo ed esemplare, di un percorso che ha assunto valore non solo a livello personale e familiare, ma soprattutto a rappresentazione di un cammino storico che ha interessato una intera comunità, sia quella paesana e meridionale del luogo natio, Frattamaggiore, e sia quella nazionale dell’Italia del secondo dopoguerra che intraprende la via della ricostruzione economica e dello sviluppo democratico, procedendo con l’impegno e la fatica di quanti hanno contribuito con lo studio, con il lavoro e con spirito di servizio.

In questo cammino storico Gerardo ha vissuto i sogni del ragazzo, frequentante la scuola primaria negli anni che seguirono la II Guerra Mondiale, e le speranze progettuali del giovane che si prepara alla vita e alla professione frequentando la scuola secondaria e l’università tra glia anni ‘50 e ‘60 del secolo scorso.

Gerardo Margarita si laureò in Ingegneria Chimica con estensioni di studio delle Scienze delle Costruzioni. Iniziò a lavorare con l'insegnamento nell'Istituto Tecnico di Caivano. Proseguì con il lavoro di ingegnere per alcuni anni all'ENI, di cui fino ad allora era stato Presidente Enrico Mattei, prima al petrolchimico di Ravenna e poi a quello di Gela in Sicilia. Rinunciando alle prospettive dirigenziali volle poi ritornare alla sua terra; e all'insegnamento che ebbe opportunità di svolgere nella Media Superiore di Aversa e per classi di studenti che lo seguivano con gratitudine.

A metà degli anni ‘70 lo si vide molto presente nelle dinamiche della vita sociale del suo paese, nel confronto politico e culturale locale frattese, portatore di una notevole spinta alla partecipazione, al rinnovamento e al dialogo per il bene comune. La città viveva una profonda trasformazione derivante dall’abbandono delle tradizionali strutture rurali, legate alle coltivazioni e alle produzioni canapiere, e caratterizzata dalla scolarizzazione di massa e dai nuovi utilizzi del territorio per lo sviluppo urbano e residenziale.

Nel clima culturale della modernizzazione frattese, Gerardo Margarita fu candidato alle elezioni comunali con notevoli consensi e tenne discorsi pubblici dalla prospettiva del lavoro e delle politiche giovanili. Egli collaborò poi in maniera esemplare con le istituzioni pubbliche, nelle iniziative per il rinnovamento e la partecipazione dei cittadini alla vita pubblica, e partecipò generosamente con la sua competenza e con la sua professionalità alla ricostruzione e alla progettualita' che seguì il terremoto del 1980.

La morte improvvisa avvenuta una decina di giorni prima del Natale del 1983, fissò questa immagine giovanile di Gerardo, lasciandone il ricordo del cammino di una vita esemplare e ricca di speranza.


Il ricordo del cammino di fede di Gerardo Margarita ha avuto una prima celebrazione di carattere religioso nel 2019, con il dono, operato dalla sorella Carmelina, di restauri del patrimonio artistico e della dotazione di quattro grandi pannelli in sanguigna ritraenti momenti della storia di San Rocco dipinti nella chiesa frattese dedicata al Santo pellegrino.

Il ricordo del suo esemplare cammino civile e professionale di giovane frattese è sicuramente meritevole anche di un riconoscimento pubblico delle generazioni della sua Città.


Via ing. Gerardo Margarita


Nel senso del riconoscimento pubblico si è mossa l’Autorità Comunale di Frattamaggiore che il 20 Febbraio del 2021 ha intitolato a Gerardo Margarita una via cittadina. Leggiamo di seguito la scheda descrittiva preparata per la motivazione.

Alle ore 12.00 di sabato 20 febbraio 2021, il Sindaco di Frattamaggiore (NA), il dott. Marco Del Prete, inaugura una nuova via cittadina. La via è intitolata all’Ing. Gerardo Margarita, e si diparte dalla principale strada a sud della città, la Via Padre Mario Vergara, per congiungere il percorso urbano con l’area del Mercato Rionale e della moderna periferia residenziale.

Sarà una via frequentatissima per la sua collocazione nel contesto civile ed economico-produttivo del paese, tra Scuole, Servizi sanitari, Negozi, Supermercati, Stazioni delle Forze dell’Ordine e Parchi urbani attrezzati ed in espansione. 

L’inaugurazione della Via propone qualche riflessione sul nome scelto e sul significato toponomastico ad esso attribuito.

L’indicazione stradale ha sempre il significato di un ‘orientamento’; sia attraverso il luogo (topos) e sia nel tempo (nome); ovvero nella storia memorabile ed esemplare di una Persona (Via Mazzini, Via Giordano) di un Avvenimento (Via Vittoria, Piazza Risorgimento, Via Riscatto) di un luogo (Via Miseno, Via Arena). Essa assume così un particolare valore comunicativo, utile immediato e presente, insieme con un valore indentitario per la storia e la cultura della città che dal passato si proietta anche nel futuro.

Questo è il caso di Via Padre Mario Vergara, la quale, oltre alle attività e al grande traffico cittadino, ricorda alla città intera la storia personale e la benedizione religiosa del Beato Missionario frattese martire in Birmania.

Questo è anche il caso di Via Ing. Gerardo Margarita, la quale ricorderà anche la storia personale ed esemplare di un giovane professionista e studioso che ha molto amato il suo paese, ed ha precorso ed annunciato, con la sua esperienza di vita e con il suo impegno professionale e civile, l’avvento di una città moderna, produttiva, giusta e solidale, a misura d’uomo e desiderabile alle aspettative delle giovani generazioni. 


Il segno dell’amore fraterno 



Nella celebrazione della memoria di Gerardo Margarita ciò che è fortemente rimarchevole è l’impegno personale ed inestinguibile della sorella Carmelina. 

Carmelina Margarita ha del fratello Gerardo un ricordo sacro ed è spontaneamente portata a condividerlo nella dimensione ecclesiale e comunitaria. Questo ella lo fa mediante il dono ed il supporto di iniziative che portino il duplice segno del valore religioso comunitario e dell’amore fraterno.

La sua più recente iniziativa è il dono del nuovo organo a canne per il tempio del Volto Santo di Napoli. L’organo viene benedetto ed inaugurato durante la solenne celebrazione liturgica presieduta il 15 ottobre 2022 da S.E. Mons. Francesco Beneduce, vescovo ausiliare di Napoli, con l’accompagnamento musicale di mons. Vincenzo De Gregorio.    

sabato 31 ottobre 2020

“Strada facendo, predicate ...” (In memoria di don Tonino Vitale)


Ne ha fatto di strada quotidianamente, ferialmente, don Tonino, sacerdote frattese. Negli ultimi anni, dopo la dipartita nel 2015 di don Enzo Capasso suo confratello e compagno di cammino, cinque chilometri solo al mattino, dopo aver detto Messa, in giro per motivi terapeutici e per la spesa elettiva di libri, riviste e derrate nei negozi di cui era cliente abituale e che si trovavano nei punti distanti dal centro storico alla periferia del paese. La attraversava tutta la città, a piedi, dentro, in lungo e in largo. Spesso appariva un solitario camminatore; ma più spesso passeggiava in compagnia di amici, dialogando fraternamente con garbo di fatti interpersonali, ma anche discutendo appassionatamente di cose sociali, pubbliche ed ecclesiali, richiamando l’attenzione e la partecipazione anche di ascoltatori occasionali. Durante il cammino, con la testimonianza della fede forte, con le parole vissute del suo ministero sacerdotale, aiutava a ricostruire la sincerità umana e la via della ricerca e dell’amicizia di Dio. Raffinato intellettuale cattolico conoscitore profondo del magistero, di figure sacerdotali, di pensieri e di autori, egli donava cordiali e luminosi sprazzi sapienziali di teologia, di cristologia particolarmente, di dottrina sociale e di scienza umana dell’educazione.

Ritornava poi al suo studio, nella sua casa a Via Genoino, alla sua scrivania sormontata di pile di libri, a ripensare, a sistemare le idee. A prendere appunti e a ricevere amici per continuare ancora a dialogare prima del pranzo.

L’altra mattina il presbiterio frattese e diocesano si è riunito commosso nella celebrazione della sua Messa esequiale nella Basilica di San Sossio, presieduta dal vescovo don Angelo Spinillo. La commemorazione del vescovo, incentrata sulla “limpidezza” del ministero sacerdotale e sulla “graffiante” esortazione etica ed ecclesiale di don Tonino, ha fatto da eco a quella commossamente pubblicata di primo mattino dall’amico e confratello Antonio Anatriello, il quale con lui, come con il vescovo Alessandro D’Errico e con don Enzo Capasso, ha condiviso percorsi e discorsi fin dagli studi giovanili al Seminario di Aversa.


Il curriculum vitae di don Antonio Vitale, ed alcuni tratti della sua spiritualità hanno ricevuto una puntuale rappresentazione dalle parole affidate ai social da don Angelo Crispino, in qualità di Presidente della antica Congrega dei Preti Frattesi, e da Francesco Vitale suo fratello. Don Angelo ha evidenziato la ricchezza umana e l’impegno sacerdotale di don Tonino:


Questa sua ricchezza umana la coniugava intensamente con una vasta e profonda cultura, frutto di letture sistematiche e di studio serio con cui si cibava quotidianamente e metteva a disposizione di tutti specie nel suo magistero di educatore nella scuola primaria che lo ha avuto insigne maestro e risorsa esemplare nella istituzione scolastica" De Amicis" di S. Arpino.

Anche in campo ecclesiale, è stato portatore di un ricco patrimonio sacerdotale che ha avuto origine nel Santuario dell'Immacolata ed è stato ereditato da una pull di luminosi sacerdoti frattesi negli anni 60/70 che hanno splendidamente operato nel territorio e sono stati a fondamento di una storia civile e religiosa che fa onore alla nostra città.

Nel solco delle eccellenti testimonianze umane e sacerdotali di don Gennaro Auletta, don Nicola Russo, don Angelo Perrotta, don Luigi Pezzullo, don Ciccio Caserta, anche Tonino, come tanti altri ancora in cammino di servizio sacerdotale, ha maturato la sua vocazione unitamente a don Sandro D'Errico oggi Nunzio apostolico a Malta e in Libia, e il compianto don Enzo Capasso e ha realizzato il suo impegno di sacro ministero come collaboratore pastorale di don Michele Costanzo nella parrocchia di Maria SS. del Carmine e S. Ciro e come assistente spirituale del gruppo scout, intessendo con tutti rapporti di familiarità, di amicizia e di condivisione associativa e spirituale.

Una testimonianza che è continuata nel servizio di sacro ministero presso le Suore di Cristo Re, come cappellano,nel Santuario dell' Immacolata come collaboratore del Rettore don Mimmo De Rosa e infine nella parrocchia di S. Sossio dove lo ringrazieremo e lo saluteremo oggi partecipando come presbiterio diocesano e frattese alla liturgia di suffragio e di commiato accompagnandolo nel suo viaggio verso il Signore della luce e della vita per ricevere il premio della gloria e della felicità eterna.


Il fratello Francesco ha voluto rimarcare la vocazione sacerdotale di don Tonino ed alcuni suoi riferimenti spirituali ispirati al Servo di Dio, il vescovo don Tonino Bello.

Davvero mai come in queste ore desidero rendere grazie a Dio, Nostro Signore Gesù Cristo, per l’istituzione del Santissimo Sacramento dell’Eucaristia e del servizio sacerdotale. Pensavo, nel corso della Celebrazione del suo rito funebre, che Dio, ogni qualvolta nasce un bimbo o una bimba, ci sorride e ci da nuova fiducia e speranza (paradossalmente, ha Lui fiducia di noi!) e ogni qualvolta un giovane decide di rispondere con il suo “Eccomi!” alla Sua chiamata, il Signore stesso ci soccorre, materialmente, con la concretezza della testimonianza dei Suoi Sacerdoti, per darci forza e coraggio, sostegno e speranza viva nel nostro cammino, non sempre facile, per la nostra umanizzazione. Ringrazio ancora tutti, anche a nome della mia famiglia, per il calore umano che ci ha circondati e che ha reso, in una certa misura, la nostra comunità cittadina - la nostra pur grande, ormai, cittadina - fraterna, accogliente e inclusiva, come una piccola comunità come la nostra amatissima Frattamaggiore lo è stata, sicuramente, un tempo ormai lontano. Ancora grazie a tutti e a ciascuno, e grazie a Dio, per il dono di Tonino che amava tanto sentirsi chiamare “don Tonino”, sol perché gli ricordava un suo caro modello di Sacerdote, uno dei suoi tanti, quel “don Tonino” Bello, anche lui, pur Vescovo, così lontano dal potere; con quella sua esortazione a passare “dai segni del potere al potere dei segni” con la coerenza di una intera traiettoria di vita terrena tale che “salda le parole con i fatti”.


Da Malta Il Nunzio Apostolico Alessandro D’Errico, appena saputo della dipartita di don Tonino. Ha scritto:

Pessima notizia..... di quelle che non vorresti mai sentire.... che mi ha reso molto triste... Perdo un Fratello ... Un Grande.... Un degnissimo Sacerdote, che fa onore alla tradizione del Clero frattese ..... Riposa in pace, caro Tonino.... Continua a ricordarti di noi.... Ci consola la promessa dell'immortalità futura.


Don Nicola Giallaurito, parroco emerito, lo ha così ricordato:

Come Gesù anch'io piango alla morte dell'amico Lazzaro, ben sapendo che "questa malattia non è per la morte, ma è per la Gloria di Dio" (Gv.11,4). 

Ho perso … , una vera passione rivissuta nel mio cuore, la dipartita di un caro amico: Un Sacerdote di strada "don Tonino" Vitale, ricercatore instancabile e difensore della Verità. Egli ha perseguito "tutto quello che è vero, nobile, giusto ecc. quello che è virtù e merita lode...è stato oggetto dei suoi pensieri…" Ammettilo, Signore nella Luce della Eternità beata.


E così don Mimmo De Rosa, Rettore del Santuario dell’Immacolata:


Questa mattina il mio cuore è triste… don Antonio Vitale è tornato alla Casa del Padre! Ho perso un fratello, un amico, un confidente, un sacerdote che dava sempre il cuore. Riposa in Pace fratello caro!



Numerosi altri commenti commemorativi sono stati pubblicati da amici ed ammiratori.

Personalmente mi lega a don Tonino una amicizia lieta ed antica. Alle classi elementari, nella seconda metà degli anni ‘50 sedevamo come capiclasse insieme nello stesso banco: alla prima e alla seconda con il maestro Burrone prematuramente scomparso, alla terza con il severo don Vincenzo Cirillo parroco di San Filippo, e alla quarta con il bravissimo maestro Peluso. Alla quinta la nostra classe fu smembrata e capitammo in sezioni diverse. Diverso fu anche il percorso degli studi di scuola secondaria. Però non ci perdemmo mai di vista e conservavamo sempre il ricordo delle marachelle del Marconi. Ci reincontrammo in età giovanile per la motivazione religiosa e per la fraterna amicizia comune con Antonio Anatriello, quando egli in Seminario era ormai avviato agli studi teologici per il sacerdozio.


La Parrocchia di San Rocco, all’epoca del parroco don Giuseppe Ratto, fu un luogo privilegiato per i contatti con don Tonino Vitale, quando lo si vide partecipare con le sue catechesi all’esperienza del gruppo giovanile che si andò formando con la guida pastorale di Antonio Anatriello, e quando divenne poi egli stesso stretto collaboratore del parroco per la cura della comunità ecclesiale.

E’ stata la vita partecipe alle vicende, ai cambiamenti, e ai discorsi ecclesiali, che ci ha fatto poi sempre reincontrare nei momenti significativi, celebrativi e culturali che trovavano un riverbero anche sul piano locale.

L’amicizia con don Tonino Vitale non ha potuto mai prescindere da quella con Antonio Anatriello, con Enzo Capasso, con Alessandro D’Errico, sacerdoti della sua generazione; e non ha potuto prescindere da quella con tutti gli altri componenti della comunità ecclesiale locale, sacerdoti e ministri che hanno avuto il dono del dialogo forte e sincero con don Tonino.


Ricordo che come maestro di scuola elementare, fortemente relazionato al direttore Vergara, egli faceva riferimento spesso alla figura di Don Lorenzo Milani, e alle esperienze educative innovative di Orlando Limone maestro santarpinese di lui amico. Ricordo la testimonianza dei suoi interventi pubblici ai convegni e ai dibattiti laici sulla cultura giovanile, sulla letteratura, sul cinema e sulla politica. Ricordo la sua appassionata ricerca dei temi teologici e della spiritualità contemporanea; il correre stipato insieme con i suoi confratelli nella mia cinquecento, all’ascolto di Carlo Carretto nell’Annunziata di Capua che spiegava il suo “Deserto in città”; oppure all'ascolto del vescovo Chiarinelli che teneva conferenze di filosofia al Pontano, scuola retta dai Gesuiti.

Ricordo le domeniche in cui gli ho servito Messa alle 12.30 come diacono nella Basilica di San Sossio e le sue omelie sul Risorto dette con il cuore e con la mente, e come in attesa della risposta della Chiesa.

Ricordo l’appassionata e ammirata celebrazione che il vescovo Milano volle dedicare nella Basilica di San Sossio al 40° della sua ordinazione sacerdotale.

Non nascosto era il suo amore per la spiritualità francescana, che esemplificava con le sue esperienze vissute insieme con il presbiterio diocesano al tempo del vescovo Chiarinelli che lo conduceva al pellegrinaggio reatino, e che recentemente ha rivissuto umilmente partecipando in preghiera alla cerimonia di ammissione all’ordine francescano secolare del fratello Francesco.

Ho camminato spesso con lui accompagnandolo nel suo intero percorso cittadino.

Con il vescovo Angelo Spinillo, quasi coetaneo, don Tonino si è sempre dato del tu; e sicuramente nel suo cammino quotidiano ha potuto far talvolta riferimento al motto evangelico dello stemma episcopale gratis accepistis, gratis date” (Mt 10,8). Per trovare una analogia al significato del suo cammino frattese quotidiano, che come sacerdote e guida d’anime, non gli poteva sfuggire nella sua valenza di apostolato itinerante: In quel tempo, disse Gesù ai suoi apostoli:Strada facendo, predicate, dicendo che il regno dei cieli è vicino. Guarite gli infermi, risuscitate i morti, purificate i lebbrosi, scacciate i demòni. Gratuitamente avete ricevuto, gratuitamente date”.


martedì 29 settembre 2020

LA DEVOZIONE A SAN MICHELE ARCANGELO - Conferenza in occasione della festa patronale 2001 nella Chiesa di San Michele Arcangelo di Casapozzano

 

San Michele Arcangelo - Affresco in S. Angelo in Formis

1. I SANTI PATRONI: Motivi Luoghi Esempi

Quando un paese celebra il suo Santo Patrono vuol dire che esso intende affidare la propria storia e la propria religiosità alla protezione, all’aiuto e alla benevolenza di questo Santo. Un Santo Patrono non è mai scelto per caso, o per motivi inspiegabili, oppure per imposizioni esterne.

Nella storia di un paese c’è sempre una motivazione, c’è sempre un avvenimento particolare, o vi sono eventi più complessi, i quali legano la devozione religiosa della Comunità al Santo che la protegge e la custodisce.

A volte il motivo è un miracolo che si verifica, oppure è un’apparizione divina che rende sacri luoghi ed abitudini; talvolta il motivo si ritrova in tradizioni antiche e leggendarie, e si lega anche al passaggio di un Santo per il paese che lo onora come Patrono o all’appartenenza originaria dello stesso Santo Patrono alla Comunità che lo celebra.

Vi sono infine molti altri motivi storici che possono giustificare la devozione di un popolo per un Santo Patrono. Moltissimi sono gli esempi che si potrebbero proporre per tutti questi casi, nelle grandi città, nei territori nazionali, nei piccoli paesi.

Ad esempio, San Benedetto da Norcia, Patriarca del monachesimo occidentale, è Patrono dell’Europa perché ai suoi monaci si deve l’evangelizzazione di questo Continente e la diffusione della civiltà cristiana in esso. San Francesco d’Assisi è Patrono dell’Italia perché dall’Italia partì e si diffuse il movimento francescano, e la sua predicazione si colloca anche all’origine della Letteratura Italiana.

Tra gli esempi più vicini al nostro territorio diocesano è quello dell’Apostolo Paolo per la Chiesa di Aversa, il quale si ritiene per antica tradizione che fosse transitato per quel luogo quando da Pozzuoli si portò in Atella e a Capua, per poi giungere a Roma. Un altro esempio è quello di San Sossio per Frattamaggiore che condivide con i Frattesi l’origine da Miseno; ed un altro esempio ancora è quello di Sant’Elpidio, il quale era un Vescovo nell’antica Atella ed ora è Patrono di Sant’Arpino che sorge sul territorio della città scomparsa.


2. I SANTI PATRONI NELLA FEDE: Cielo divino e Percorso terreno

In tutti questi casi, secondo la fede cristiana, i Santi Patroni costituiscono per la Comunità che rappresentano un tratto di unione importantissimo della loro vita storica e terrena con la vita soprannaturale e divina. Essi sono mediatori privilegiati della preghiera a Dio e portatori delle risposte della Grazia divina ai bisogni e alle richieste della Comunità.

I Santi Patroni sono garanzia e riflesso della mediazione tra Dio e l’uomo; mediazione che trova il senso più pieno, dal punto di vista teologico e dogmatico, in Gesù Cristo, Figlio di Dio fatto Uomo, e in Maria Madre di Dio trova il riverbero più luminoso.

In questo senso è rilevante il dato della vicinanza del Santo alla storia e alla religiosità del luogo di cui è Patrono. Un altro dato importante e particolare della devozione ai Santi Patroni è quello che si lega alle differenze, o alle varietà, che si sperimentano nella esperienza del sacro e del soprannaturale.

Il Cielo del divino a cui le comunità si rivolgono per le loro necessità storiche e contingenti, con le preghiere e le suppliche e attraverso l’impetrazione dei Santi Patroni, è un Cielo complesso e misterioso che è difficile da comprendere con le categorie umane. Per poterlo comprendere un poco i mistici credono che esso, per analogia, si connota come un percorso simile a quello del pellegrinaggio religioso cristiano. Un percorso che incontra vari luoghi e varie tappe, prima di giungere alla meta più alta.

Homo, Angelus, Deus” dicevano i monaci antichi nel descrivere le fasi e le tappe di questo pellegrinaggio mistico dell’ascesa dell’uomo all’esperienza di Dio: la fase della penitenza e della purificazione, la fase dell’illuminazione interiore, e la fase dell’unione con Dio. “L’Uomo, l’Angelo, Dio” sono gli Esseri che teologicamente stanno all’orizzonte del cammino della crescente perfezione cristiana e della Santità: gli Uomini amici di Dio che vengono celebrati come Santi della Chiesa, gli Angeli che già vivono nel cielo il riflesso della Santità di Dio, la Santissima Trinità che rappresenta il culmine della Grazia e della Vita Divina.


3. LE METE DEL PELLEGRINAGGIO

Fin dai primi secoli del Cristianesimo, questo Cielo e questo Percorso hanno avuto una esplicita rappresentazione territoriale nei luoghi e nelle mete del pellegrinaggio antico. L’esperienza spirituale cristiana non è mai stata disgiunta dal cammino reale verso una meta religiosa collocata geograficamente; e nella costellazione degli innumerevoli percorsi possibili il cammino verso la meta dell’Uomo, verso la meta dell’Angelo e verso la meta di Dio, ha assunto alcune fondamentali direttrici.

Il cammino dell’Uomo ha avuto sempre la principale meta di Roma e di Santiago di Compostela: luoghi in cui si venerano la spoglie degli Apostoli Pietro, Paolo e Giacomo. Il cammino dell’Angelo ha sempre avuto la meta principale del Santuario del Gargano sorto sul luogo dell’apparizione dell’Arcangelo Michele. Il cammino di Dio ha sempre avuto la meta di Gerusalemme e dei luoghi della vicenda evangelica di Gesù Cristo Verbo di Dio fatto uomo.

Ulteriori direttrici del percorso cristiano sono ovviamente quelle del cammino verso i Santuari Mariani e quelle del cammino verso i Santuari dedicati ai Santi celebri e popolari. Si possono intuire, quindi, l’importanza e la vastità della rete devozionale che si è sviluppata ab antiquo intorno a queste direttrici, e si possono immaginare gli spunti di ricerca e di approfondimento circa questi argomenti.

Noi ci concentriamo sul tema locale della devozione a San Michele Arcangelo. La chiesa di Casapozzano è sorta sul Cammino dell’Angelo e perciò partecipa a pieno titolo alle importanti tematiche storiche e teologiche che vi sono connesse.


4. IL PERCORSO DELL’ANGELO: Bizantini e Longobardi

L’Arcangelo Michele apparve nella grotta del Gargano nel V-VI secolo, e subito quel luogo divenne il principale santuario micaelico della cristianità. Infatti ad esso si recavano i pellegrini, i monaci e i crociati del Medioevo che lo individuavano sia come la meta ultima del percorso mistico dell’Angelo, e sia come la tappa intermedia del percorso verso Gerusalemme per quelli che in Puglia si recavano anche per imbarcarsi per la Terra Santa.

All’epoca dell’apparizione sul Gargano il culto micaelico aveva già dei centri in Oriente, a Costantinopoli, e in Italia a Roma, in Sicilia e nell’Umbria a Spoleto.

La successiva diffusione di questo culto in tutta l’Italia meridionale fu favorita dai Longobardi del Ducato di Benevento. Questi l’8 Maggio del 663 sconfissero i Saraceni sulle coste del Gargano, vicino Siponto, ed attribuirono la loro vittoria all’intervento dell’Arcangelo che divenne così il loro Santo nazionale e, come ci riferisce Benedetto Croce nella Storia del Regno di Napoli, sostituì le divinità guerriere della loro mitologia barbarica.

Ai Longobardi che avevano conquistato gran parte dell’Italia si deve anche la diffusione del culto di San Michele in Lombardia, a Pavia ed in altri luoghi, ove gli furono dedicate chiese e fu effigiato sui monumenti e sulle insegne civili e militari. La data dell’8 maggio fu pure celebrata da tutta la cristianità. Ai contatti di questo popolo con gli altri stati barbarici si deve anche la diffusione del culto micaelico in Francia, fino alla costa della Normandia, ove nel VIII secolo fu fondato da monaci irlandesi il Santuario di Mont Saint Michael che divenne il centro dell’ulteriore diffusione del culto dell’Arcangelo in Irlanda, in Inghilterra, in Germania ed in altre parti d’Europa.

Abbiamo una notevole testimonianza della diffusione e del significato del culto di San Michele nell’altomedioevo europeo proprio nel racconto di un pellegrinaggio realizzato nel IX secolo dal monaco Bernardo: il Bernardi Itinerarium. Bernardo partì con altri suoi amici da un monastero del beneventano, si recò prima a Roma e successivamente giunse al Santuario del Gargano. Quindi raggiunse Gerusalemme navigando per il Mediterraneo; ed infine ritornò in Italia che poi percorse interamente lungo la tratta Francigena. La sua ultima meta fu il Santuario di Mont Saint Michael in Normandia, ove concluse il suo lunghissimo percorso.

Per avere una idea dell’impresa si può far riferimento al fatto che partendo dalla Campania, occorrevano alcune settimane per il pellegrinaggio al Gargano, circa tre mesi per il pellegrinaggio a Santiago e circa tre anni per il pellegrinaggio a Gerusalemme.


5. IL CULTO MICAELICO: Italia Meridionale, Normanni, Campania

Dalla Normandia intorno all’anno 1000 proveniva quel gruppo di nobili e di militi normanni che si stabilirono in Campania e che in Aversa fondarono la prima Contea normanna dell’Italia meridionale. Quei Normanni vennero in Italia proprio per realizzare un pellegrinaggio al Santuario di San Michele al Gargano, e rimasero nelle nostre terre perché combattendo dapprima contro i Saraceni si trovarono poi impegnati nelle lotte di potere tra i Bizantini di Napoli e i Longobardi di Capua, di Benevento e di Salerno.

Nel corso di un secolo i Normanni conquistarono l’intera Italia Meridionale, compresa la Sicilia, e con il loro governo del territorio diedero nuove impronte e nuovi sviluppi alle manifestazioni della religiosità e al culto di San Michele.

Il percorso dell’Angelo nell’epoca normanna in Campania si consolidò nei centri devozionali già esistenti dei Longobardi e si arricchì di nuovi luoghi. La Via che da Roma portava a Brindisi, appena lasciato il Lazio, ed inoltrandosi lungo la direzione di Capua, di Benevento e della Puglia, diveniva immediatamente una Via ove era presente e diffusa la protezione di San Michele, visibile nelle periferie e nei centri urbani, e soprattutto nei luoghi elevati delle rocche e di cigli montani. Così era a Mondragone, a Capua, a Sant’Angelo in Formis, a Caserta Antica, a Maddaloni, a Sant’Angelo alla Palombara; così era nel Beneventano, a Sant’Angelo dei Lombardi, e giù per la Capitanata fino alla Via Sacra che saliva al Santuario del Gargano. All’Arcangelo venivano dedicati luoghi e chiese anche sulle vie di collegamento tra le città cospicue.


Borgo di Casapozzano - Chiesa di San Michele Arcangelo


6. IL CULTO MICAELICO: Atella e Casapozzano

La Chiesa di San Michele Arcangelo di Casapozzano sorse sulla via che si dipartiva da Atella e che si diramava poi, nell’area del Clanio, nelle direzioni di Capua, di Caserta, di Maddaloni e di Acerra, lungo le quali pure si incontravano altri siti micaelici, come quello di Marcianise e del Gualdo di Sant’Arcangelo.

Si può dire che l’orizzonte della prospettiva che si può operare da questa chiesa verso i cigli e le rocche del pre-appennino campano che precede il valico per la Puglia e per il Santuario maggiore, sia un orizzonte tutto micaelico punteggiato dei santuari anche visibilmente osservabili dedicati a San Michele (Maddaloni, Caserta Antica, Sant’Angelo in Formis).

La Chiesa sorta al luogo d’origine di questa prospettiva, che era propria anche dell’antica diocesi atellana non poteva che essere dedicata a San Michele. Il più antico riferimento documentato della devozione a San Michele collegata con il territorio dell’antica Atella risale al X secolo, ed è contenuto nella Storia dei Longobardi di Benevento scritta dal monaco cassinese Erchemperto sulla scia della più famosa Storia dei Longobardi d’Italia scritta poco tempo prima dal più famoso Paolo Diacono.

Per Casapuzzano, inteso come borgo antico e medievale, i riferimenti più antichi sono contenuti nei documenti e nelle cartule del Codice Diplomatico di Montevergine e nelle scritture del Codice Normanno di Aversa e risalgono al 1100, al XII secolo. Questi documenti segnalano Casapozzano come un luogo ove si erano stanziati signori di origine normanna, tra i quali i Blancardus (che è la versione latina del cognome normanno Blanchard che fu italianizzato poi in Biancardo il quale è ancora un cognome esistente nella nostra area).

Tra le altre cose questi signori stabilirono anche un rapporto di donazione di terre con il Santuario di Montevergine, fondato dal pellegrino San Guglielmo; santuario che proprio all’epoca si stava sviluppando e stava divenendo il sito religioso più importante sul versante irpino del percorso che portava al principale santuario micaelico del Gargano.

Tra le terre donate al santuario ve ne era una che si denominava ‘Campo di Santa Maria’. Molto probabilmente su queste donazioni si basò nel medioevo la presenza dei Monaci Verginiani in Casapozzano, e la valorizzazione del complesso ecclesiastico locale anche come un sito della devozione mariana. Questa presenza monastica medievale in Casapozzano è data per certa da Mario Placido Tropeano che è appunto il monaco di Montevergine che ha redatto e pubblicato i dieci grandi volumi del Codice Diplomatico di Montevergine che ho già citato.

Si intravede così una delle radici storiche che stanno all’origine di quel contesto culturale e religioso-monastico del medioevo di Casapozzano, che per certi aspetti portò alla committenza delle opere d’arte e degli affreschi con l’iconografia mariana che furono realizzati tra la fine del 300 e l’inizio del ‘400 nella Chiesa di San Michele, e che ancora in parte si possono ammirare in essa.


7. SAN MICHELE DI CASAPOZZANO: I documenti più antichi

La Chiesa medievale di Casapozzano era sicuramente dedicata a San Michele, è ciò viene detto in contraddizione con le analisi storiche che circolano su Casapozzano le quali tendono a far risalire ad una epoca più recente la dedicazione di questa chiesa all’Arcangelo. La certezza storica dell’antica esistenza della Chiesa di San Michele in Casapozzano proviene da due documenti, che sono contenuti nelle Rationes Decimarum in Campania pubblicate dal Vaticano e che risalgono al 1324. Questi documenti parlano esplicitamente della “Ecclesia Sancti Michaelis de Casapuczana” e la descrivono come una chiesa abbaziale. Da essi si evince che la Chiesa di san Michele era una abbazia retta da un abate e che aveva un presbitero che la officiava: l’abate proveniva dall’area cassinese e si chiamava Dyonisio de Trajecto ed il presbitero si chiamava Iunta de Vico (o de Vito). Nella stessa Raccolta delle Decime del 1324 si parla anche di altri due presbiteri, Riccardus De Augustino e Riccardus de Laudano, i quali officiavano la “Ecclesia sancti Nicolay de Casapuczana”.

Sicuramente questi documenti possono dare un contributo ad arricchire la storia ecclesiastica locale e a supportare con maggiore sicurezza supposizioni ed ipotesi storiografiche che ancora si fanno circa la storia antica di Casapozzano e delle sue chiese.

Va sottolineato che l’epoca della redazione di questi documenti è l’epoca della dinastia angioina nel Regno di Napoli, la quale sostituì il governo dei Normanni e valorizzò una diffusa religiosità collegata con i grandi temi della cultura e dell’arte. In particolare durante questa dinastia, con il favorire dei nuovi ordini religiosi, Francescani e Domenicani, vi fu il recupero della devozionalità longobarda, bizantina e normanna, incentrata sui temi micaelici; ed il Santuario di Montevergine, molto amato da questa dinastia, fu grandemente valorizzato ed ebbe occasione di divenire insieme meta devozionale aristocratica e popolare, con grancie monastiche, siti devozionali , tenimenti e rettorie sparsi in ogni dove per l’Italia meridionale e nelle nostre contrade.

Si intravede così nell’epoca angioina un’altra delle radici storiche che stanno all’origine della cultura devozionale e della committenza degli affreschi di Casapozzano. Tutti questi elementi ci rimandano una importante e nobile immagine dell’antichità e del sicuro inserimento di questa Chiesa nel grande circuito della devozione micaelica in Campania.


Affreschi di Casapozzano


C
ONCLUSIONE

Tralascio gli altri aspetti della storia locale che sono già stati descritti in varie opere in circolazione che si possono facilmente recuperare, e che riguardano la storia del borgo medievale e le vicende della Chiesa di San Michele nella Diocesi di Aversa considerata da dopo il Concilio di Trento. Queste vicende sono in fondo quelle che ancora oggi si ravvisano nei segni presenti dell’organizzazione ecclesiastica parrocchiale, delle congreghe, dei gruppi, della liturgia, della pratica devozionale, dell’arte e dell’architettura che ci circonda. Nella nostra epoca credo che sia importante recuperare la memoria e i segni della comunità antica. Una città, un paese, un borgo non sono mai un mero raggruppamento fisico di case e di residenze; essi sono il luogo ove palpita la vita storica della comunità locale che si esprime nelle dimensioni attuali ma che trova fondamenti nel patrimonio dell’ambiente tradizionale, delle manifestazioni dell’arte, della religiosità, delle chiese e dell’urbanistica antica.

La Chiesa di San Michele e la devozione all’Arcangelo, così come l’abbiamo vista espressa nel nostro territorio, sono forse il principale dei fondamenti della vita storica della comunità di Casapozzano, rispetto al quale trovano consistenza anche quegli altri fondamenti che attengono la sua vita civile, la cultura, l’educazione delle nuove generazioni e la visione del bene futuro.